Ci minacciava davvero la sorte del Conte Ugolino a due passi dal

confine, quando un lampo di genio di uno di noi venne in soccorso a

tutti. In quella bettola ci restava ancora in un angolo un mezzo sacco

di riso. Rimboccate le maniche e fatto grembiale d'una tovaglia, il

compagno nostro si mise a far da cuoco e in men di mezz'ora l'intera

colonna faceva onore ad un risotto improvvisato che per la circostanza e

per l'appetito restò fra noi memorabile.

A Ponte Sfondato si potè riposare un po' meglio che a Cantalupo.

La mattina si marciò per Passo Corese.

In vicinanza del confine si fece _alt_, e si passò il ponte della

ferrovia alla spicciolata fino ad un casolare isolato che pareva

servisse ad uso di stalla. Ma prima d'attraversare il ponte Giovannino

schierò la sua sezione (alla quale io pure appartenevo) davanti a sè e

volle farle la sua parlatina, che riferisco pur essa nella sua

originalità:

«Amici, entriamo ora nel territorio nemico e speriamo che questa

giornata sia per essere a noi fortunata e gloriosa. Io desidero che noi

ci trattiamo tutti come fratelli, e però permettete che fin d'ora io dia

a voi del tu, e vi prego di fare anche voi lo stesso con me[15].

«A qualunque evento si vada incontro e qualunque cosa possa accadere,

voi sapete che delle disgrazie saranno inevitabili. Ma siccome il buon

ordine vuol essere sempre mantenuto in qualsiasi frangente, ricordatevi

che restando ammazzato (disse proprio così) o ferito alcuno dei capi,

prende il comando quello che immediatamente per numero gli vien dopo.

Quindi, se restassi ammazzato io, prenderà il comando della sezione il

capo della prima squadra e capo di questa resterà il numero due; se

resta ucciso il numero due, comanderà il numero tre e così via per ogni

squadra».

Sono le sue precise parole e furono dette da lui colla massima calma e

colla dolcezza di voce sua abituale, sicchè mi fecero forte impressione.

Questo parlare della propria morte e di quella dei compagni con tanta

serenità e calma, come se si trattasse di un ordine da darsi per una

partita di caccia, e il parlarne come di cosa imminente e che forse

poteva accadere in quel giorno stesso, mi mise in corpo un lieve tremito

che potea dirsi anche _paura_.

È inutile dissimularlo! Un uomo è uomo, e sono ben pochi che abbiano il

coraggio volgarmente detto del sangue freddo. Chi non fu mai esposto al

fuoco, se ha, lontano dal pericolo, il coraggio a parole, quando

s'avvicina al fatto e quando è al fatto stesso, prova nel primo momento

un senso istintivo di terrore che lo invade tutto. I primi colpi di

fuoco sono sempre terribili e sono quelli che provano i coraggiosi ed i

vigliacchi. Dopo, nel furore della mischia, anche un vile può avere il

suo pazzo coraggio; ma è nella resistenza alla prima impressione che sta

la vera prova. L'istinto non si distrugge, e però chi prova terrore al

fuoco e vi sta esposto inchiodatovi dal sentimento del dovere, quegli è

un eroe. Chi si ubbriaca d'esaltazione, gridando e smaniando, è come

colui che si alcoolizza per prender forza. Le battaglie si vincono più

con la resistenza passiva che col furore dello attacco.

Giunti che fummo allo stallaggio o casolare di Passo Corese, s'andò

tutti a finire nelle mangiatoie, cercando di rifarci là dentro degli

arretrati del sonno.

Ma anche qui io fui sfortunato più ancora che a Cantalupo.

D'improvviso il comandante chiamò il furiere e gli ordinò che prendesse

le sue disposizioni, perchè erano giunti trecento fucili, e si doveano

scaricare e portare, con le relative munizioni, in una barca. Non

ricordo quali disposizioni il furiere prendesse; ricordo bensì che una

delle prime sue vittime fui propriamente io.

Non me ne lagnai però. Avevo preso a fare religiosamente il mio dovere,

ed anzi rammento ancora con un po' d'orgoglio che di nessuno dei mezzi

di trasporto che avevamo a nostra disposizione lungo la marcia, io volli

mai approfittare! D'altronde ero il più giovane: era troppo giusto che

cedessi i comodi ai più anziani d'età.

Confesso però che la fatica di quel trasporto mi riuscì penosissima. I

fucili si portavano a fasci di quattro o cinque con la baionetta rivolta

all'in giù. Pioveva nuovamente, e l'acqua mi penetrava fin nelle midolla

attraverso il logorato mio stifelius d'estate. In terra c'era una mota

argillosa appiccicaticcia, che rendeva fastidiosamente faticoso il

camminare. La fretta, il peso dei fucili che male stavano uniti assieme

e sfasciandosi e cadendo colle baionette sfregiavano le mani, il cammino

malagevole oltremodo, formavano un insieme di tali difficoltà, che mi

facevano sudare goccioloni caldi, mentre la pioggia mi agghiacciava e mi

attaccava i panni alla pelle.

In vita mia non credo di aver sopportato mai fatica più ingrata.

Mentre si eseguiva tale operazione e la pioggia continuava a

flagellarci, m'avvidi nel rimettere i fucili al battelliere che

sull'opposta riva del fiume era accorsa gente la quale riparata da

ombrelli stava spiando quello che noi facevamo. Incontanente al mio

ritorno ne feci avvertito Enrico il quale accorse a vedere. Ma quando

egli arrivò sul posto, erano tutti spariti.

Che costoro abbiano contribuito a far abortire il nostro tentativo

avvisando il comandante del presidio di Roma?... chi lo può sapere? È

però certo che l'indomani il capitano Cialdi dell'esercito pontificio

ordinava di spazzar via tutte le barche del fiume a monte di Roma.

La barca nella quale collocammo i nostri fucili era un ampio barcone di

quelli che portano legna da fuoco in Roma. I fucili furono allogati

nella stiva stessa e in parte fra le cataste della legna.

Di sommo aiuto in quest'opera d'imbarco ci furono Angelo Perozzi, già

conosciuto a Terni e nostro compagno d'armi, e il ricevitore doganale

Buglielli, romano, che rividi tre anni di poi a Napoli. Allora mi

confessò che quando ci vide partire, egli, che conosceva i concerti e le

intelligenze prese con Roma, guardò trepidante l'orologio e battendosi

la fronte esclamò addolorato: «Dio faccia che arrivino in tempo, ma temo

che sia oramai troppo tardi!»

E s'apponeva al vero!

VIII.

Il Tevere.

Il fiume classico, il fiume della storia e della poesia ci accolse nel

suo seno. Il barcone che ci conteneva era seguito da altre due barchette

nelle quali furono collocate due squadre comandate dal Fabris e dallo

Stragliati.

Quest'ultimo ebbe l'ordine di sorprendere un posto di doganieri che

doveva esistere presso la foce dell'Aniene. I segnali dal barcone alle

barchette si dovevano fare con fanali a colori.

La corrente ci trasportava maestosa. Il cielo si era rasserenato, tirava

un vento rigido e secco.

Il comandante dispose una guardia speciale sopra coperta del barcone e

la mutava ogni mezz'ora. Il mio turno venne quando era già notte alta.

Il vento frigidissimo mi aveva asciugati tutti i panni inzuppati, nè io

me n'accorsi. Un senso indistinto di tristezza mi portava colla mente

lontano, lontano, ove di certo si palpitava sulla mia sorte. Benchè il

cielo fosse stellato, la notte era buia. Le due sponde del fiume si

distinguevano appena come due nere striscie serpeggianti. Di tratto in

tratto la pianura appariva ancor più cupa del resto: erano forre,

macchie, canneti, boscaglie. Non un lumicino che additasse un casolare,

che accennasse alla veglia, all'esistenza di qualche creatura. Tutto era

buio, tutto dormiva. Pensavo alla notte eterna, senza speranza di nuovo

sole, senza miraggio d'aurore più splendide delle nostre, e lo spirito

rifuggiva aborrente da cotesta vacuità del nulla. Per alcuni ha

l'attrazione dell'abisso, per me ha l'orrore del precipizio.

Alta la notte! Fra poche ore spunterà il sole: lo vedremo noi? lo vedrò

io? Un colpo di fucile aggiustato nell'ombra da una di queste sponde

potrebbe rompere la mia meditazione e con essa troncare il filo di mia

vita, le mie speranze, i miei sogni. Addio illusioni di gloria! addio

trionfi del Campidoglio! Morto nel buio! Colpito proditoriamente, non

ebbe tempo di battersi, non vide il nemico in faccia!

Un brivido mi scoteva dai tetri pensieri. Aguzzavo la pupilla innanzi a

me e dalle parti. Nulla! Le due barchette non si scorgevano affatto: a

stento potevansi distinguere le tortuose sponde del fiume ed i gomiti

repentini della corrente, che or ci portava presso a riva ed or ci

lanciava ad arenarci contro la sabbia della spiaggia opposta: gli urti

ed i sobbalzi improvvisi mi toglievano bruscamente alle mie tetre

meditazioni.

Quand'io smontai la guardia e fui sceso in stiva, Giovannino mi toccò i

panni, poi mi disse col suo dolce sorriso:

— Vedi un po', questo venticello è stato per te una manna. T'ha

asciugati i panni senza bisogno di fuoco: così non ti prenderai nessun

malanno.

Ed infatti non ebbi nemmeno il più piccolo raffreddore. Il morale

s'impone al fisico e ne vince e ne sublima la debolezza.

A notte inoltrata fu ordinato il trasbordo dal barcone sopra tre

barchette già predisposte a Passo Corese. Una di queste che s'era

smarrita ed era stata causa del ritardo nella partenza, si era più tardi

rinvenuta lungo il fiume. Ci trovammo per tal modo stipati sessanta

uomini (l'avanguardia Stragliati non compresa) in tre piccoli schifi. I

fucili li adagiammo sul fondo, dove per mala ventura c'era dell'acqua, e

noi alla meglio ci accomodammo sopra di essi. Come ci si potesse stare

ognuno può pensarlo! Si era accovacciati sugli acciarini, sui calci,

sulle baionette. Le barche affondavano a cagione del peso, l'acqua era a

quattro dita dalla sponda e guai al più leggero movimento!

Se un picchetto di gendarmi, o anche un solo gendarme si fosse divertito

dalla sponda a fare di noi bersaglio e avesse tirato al buio in quelle

tre masse nere che scorreano lente lungo il fiume, avrebbe fatto un

massacro terribile. Guai poi se avessimo reagito, saremmo tutti finiti

capovolti nell'acqua e affogati.

Ad onta della posizione incomoda, ad onta del freddo che penetrava nelle

ossa, il sonno la vinse e molta parte di noi non tardò ad addormentarsi

colle teste penzolanti. Non dormiva però l'infaticabile Enrico, il quale

ad un certo punto del fiume fe' sostare le barche.

— Hai veduto un fanale? chiese al fratello.

— No, e tu?

— Io sì, ma non ho distinto bene. Siamo giunti al posto, dove Stragliati

deve aver fatto il colpo. Ecco, ecco! rosso, sta bene! il colpo è

riuscito.

Di fatto lo Stragliati, come si seppe di poi, inavvertito alle

sentinelle, si era spinto fino al Posto di Finanza, aveva disarmato

agevolmente il piantone e destate le altre guardie che dormivano, le

aveva con sè imbarcate, impadronendosi delle loro armi. Vidi più tardi

quei poveri disgraziati, che avranno probabilmente ricordato a lungo la

brutta sorpresa di quella notte; più che spaventati mi sembravano

insonnoliti.

Arrivammo finalmente ad una località dove l'amico Perozzi pratico dei

luoghi, giudicò prudente di sostare in attesa di segnali che dovevano

venire da Roma, alla quale, ei diceva, ci trovavamo ormai vicini. Tutti

allora eravamo svegli.

— Vedete nulla? domandava ad ogni momento.

E ciascuno appuntava lo sguardo lontano quanto più poteva. Nulla!

Disgraziatamente una folta nebbia venne ad involgerci tutti e ci lasciò

per qualche tempo nel buio più profondo. Era un freddo umidiccio, sicchè

i panni cominciavano di nuovo ad aderire alla pelle.

Un barlume lontano lontano, quasi indistinto dapprima, cominciò a

mostrarsi e subito una delle nostre barche fu sciolta. Vi montò il

romano Candida per penetrare in Roma e ritornare poi immediatamente per

barca o per terra a darci notizie. Ma il Candida non si vide più: forse

lo arrestarono i gendarmi posti a guardia del fiume, forse gli fu

impedito di retrocedere per terra.

Sbarcammo. Eravamo tutti indolenziti, colle ossa peste, affrante.

Qualcuno di noi nel discendere, forse per naturale abitudine, cercava di

ricomporre il proprio abbigliamento (per mo' di dire!) riabbottonandosi

la giacca, scuotendo il fango dai calzoni, ponendosi un fazzoletto al

collo a riparo dall'umido o ravviandosi colle dita i capelli.

Quando Enrico se ne avvide, sorrise. Fu forse l'unica volta che io lo

vidi sorridere: non era suo naturale.

— Che cosa dovrei fare io allora! esclamò. Io che ho tanto girato in

questi giorni senza mai svestirmi, io che non muto da un mese

biancheria, e da otto giorni non mi sono nemmeno levata un momento la

calzatura!

Albeggiava. Il Perozzi fece osservare che in quella località sarebbe tra

breve cominciato il passaggio della gente, la quale veniva a bere

l'Acqua Acetosa, fontana medicinale poco discosta, e che quindi

conveniva che ci nascondessimo.

Poi che fummo sbarcati tutti, fatta una ricognizione del luogo, si

riparò in un canneto e vi si stette parecchio tempo accovacciati o

seduti sul fango. Fu allora che vidi distintamente i doganieri pontifici

fatti prigionieri. Erano uomini dai trenta ai quarant'anni e sembravano

rassegnati alla strana avventura loro toccata.

Neanche il canneto però fu ritenuto luogo opportuno per potervi rimanere

l'intiera giornata.

Poco discosto da esso sorgevano quasi a picco alcuni dirupi frastagliati

da alberi e cespugli: su di essi mise l'occhio Enrico e pensò che da

quelle alture avremmo potuto agevolmente difenderci in caso di un

attacco. Ordinò a Giovannino che colla sua sezione vi salisse per

osservare se convenisse occupare quella posizione.

Salimmo tenendo nascosti i fucili colle coperte, perchè il bagliore

delle canne non fosse veduto da lungi, precauzione inutile perchè i

fucili si erano per l'acqua e per l'umido tutti arrugginiti. Sulla

sommità ci trovammo in vicinanza di una villa, la quale aveva forma di

castello piuttosto che di palazzina. Ci si avanzò prudentemente

collocando sentinelle in parecchi punti e Giovannino si spinse per uno

stradello fino ad un'altra casa alquanto più discosta e prospettante

verso l'altra parte della collina.

Da là lo vidi ritornare con un uomo che recava seco delle chiavi. Era il

vignarolo. Lo accompagnava un ragazzino suo, che alla vista di noi e

specialmente dei fucili, si gettò in un piangere dirotto, come se lo

avessero picchiato. Il vignarolo ora lo sgridava, ora lo rincorava: poi

si fece animo, e quel ragazzetto, che aveva del resto molto spirito, ci

fu di grande giovamento: riuscì perfino a penetrare in città e a

riportarne un messaggio. Il vignarolo sembrava abbastanza disinvolto: lo

giudicai un galantuomo che non ci avrebbe di certo traditi, e se ne ebbe

infatti la prova il giorno dopo, quando egli diede ricetto ai feriti

nostri.

Quella vigna apparteneva al signor Glori romano, clericale della più

bell'acqua. Non era ancora passato l'anno, che già il vignarolo era

stato licenziato dal Glori.

Fui a trovarlo nel 1870. Aveva mutato padrone, ma non per questo era

accorato. Ricordo che bevemmo insieme un bicchiere e mi parlò con

passione e con vero dolore di Giovannino morto un anno prima.

Quanto al signor Glori, volesse o no, dovette sorbirsi ogni anno,

d'allora in poi, un pio pellegrinaggio, che per lui rappresentava una

invasione.

La prima volta nel 1870, appena entrate le nostre truppe, molti patrioti

si recarono con pio pensiero a visitare il posto dove era morto il

povero Enrico. Il signor Glori ci si adirò e chiuse a chiave l'ingresso,

talchè quando poco dopo ci andai io, mi fu forza corrompere il vignarolo

per passare.

Ma venuto il 23 ottobre dello stesso anno, anniversario del fatto

d'armi, fu organizzata una commemorazione solenne, alla quale

intervennero tutte le Società e tutti i patrioti liberali di Roma.

La dimostrazione essendo troppo imponente e il proprietario non potendo

opporvisi, dovette, a scanso di peggio, aderire. Però all'on, Pianciani

che gliene aveva fatto chiedere il permesso, il signor Glori fece

rispondere che egli lo accordava non al deputato Pianciani, bensì al

conte Pianciani, e non per farvi commemorazioni, ma per fare quanto la

sua discretezza, a cui si affidava, gli avrebbe consigliato.

La discretezza, ahimè! per quanto buon volere ci mettesse il Pianciani,

andò a rotoli.

La folla era tale e tanta e l'onda invadente così impetuosa, che i

sentieri della vigna, troppo angusti, non la contennero, onde la vigna e

i campi subirono una calamità non prevista di certo in nessun contratto

d'assicurazioni.

IX.

Villa Glori

Il fatto che prende il nome da Villa Glori, non fu, in sè stesso, che

una mischia accanita che durò un'ora o poco più. Preso isolato, non

avrebbe avuto una grande importanza: parecchie fucilate e un vivace

attacco alla bajonetta: ecco tutto. Ciò che valse a circondarlo, per

così dire, di un'aureola, fu l'ardimento del tentativo e, più che tutto,

il sacrificio dei due capi della spedizione, figli di una famiglia di

martiri.

Il nostro còmpito era di spingerci dentro Roma. L'esserci invece dovuti

fermare al di fuori, fu effetto di impreveduti accidenti e della

necessità di attendere nuove comunicazioni. Arrivati fino a quel punto

sarebbe stato viltà retrocedere prima di avere notizie da Roma, e venir

meno alla promesse di d'appoggio fatta ai nostri; ma scoperti anzitempo

ed attaccati, fu forza difenderci ed il campo rimase a noi; allora fu

prudenza dei nostri il ritirarsi come fecero, nè era possibile fare

altrimenti.

Sarebbe stata una pazzia rimanere sul posto. Come avrebbe potuto

sostenersi lungamente una banda di settantotto uomini che aveva perduti

i capi ed era decimata, con una posizione possibile forse a difendersi

dal lato del fiume, ma impossibile dal lato opposto? Settanta uomini non

sarebbero bastati nemmeno per le fazioni dal lato dello ingresso alla

vigna, tanto il pendio vi è dolce ed allargantesi gradatamente fino alla

base del colle. L'indomani mezzo il presidio di Roma sarebbe uscito ad

attaccare la piccola colonna.

Entrare in Roma la notte stessa con le barche non si poteva, perchè

queste erano sparite; entrarvi ordinati in colonna pigliando d'assalto

Porta del Popolo o un'altra porta, non era cosa cui si potesse neppur

pensare, perchè erano tutte difese da cannoni. In ogni caso sarebbe

occorsa l'opera simultanea di insorti che si muovessero dentro la città,

e in quell'ora sarebbe stato impossibile avvertineli. Unico mezzo

sbandarsi alla spicciolata, e così fu fatto. Perciò, lasciati due o tre

a cura dei feriti, alcuni entrarono in Roma, altri furono a tempo per

trovarsi a Monterotondo e Mentana; altri, pur troppo, furono sorpresi e

carcerati[16].

Non vi è impresa, per quanto lodevole, che non possa dare argomento a

critiche o ad osservazioni. Ai superstiti di Villa Glori qualche facile

censore mosse il rimprovero di avere abbandonati i loro morti e feriti,

pur tenendo il campo. Ho stimato per ciò doveroso per me scagionare i

miei compagni da tale ingiusta accusa, benchè io creda che le mie difese

siano affatto superflue.

Aperta la casa e visitata in ogni sua parte, poco ci volle a fissarvi

quartiere. Una stanza venne adibita per il comandante ed il suo stato

maggiore (diremo così), tutte le altre per la truppa.

Un po' alla volta tutta la compagnia fu sul colle portando seco i fucili

e le munizioni che avevamo trasportato con noi. In breve tutta la casa

fu occupata. Ci sbandammo tutti qua e là per le stanze, e frugando per

ogni buco, trovammo in una camera dei melograni e buon numero di

bottiglie. Ne sturammo parecchie a onore e gloria del signor Glori: così

ci avevan detto chiamarsi il proprietario. Ciò che, del resto, era per

noi di ottimo augurio.

Mancavano però i viveri ed il comandante pensò d'inviare all'uopo in

città il furiere Muratti per provvederne e in pari tempo per dare e

ricevere notizie.

Partì egli infatti e, per andar sicuro e senza molestie, credette bene,

per suggerimento dello stesso comandante, di barattare passaporto con

Mosettig che, come triestino, lo aveva austriaco. In tal modo il

Mosettig diventò il conte Giovanni Colloredo, perchè, come già avvertii,

il Muratti aveva il passaporto con questo nome. La precauzione fu

eccessiva e forse dannosa. Il Muratti fu arrestato egualmente a Porta

del Popolo e per quanto si spacciasse come austriaco e buon cattolico e

parlasse tedesco, non essendo creduto, fu condotto alla polizia e

soltanto più tardi lasciato libero.

Questo fatto dell'arresto del Muratti io non lo seppi che di poi,

all'ospedale, dal cappellano dei gendarmi, il quale mi disse che noi

avevamo mandato in città una spia tedesca!

In quel mattino noi avvertimmo parecchi oziosi e sospetti aggirarsi

intorno alla vigna, e per quanto ci fu possibile, li arrestammo tutti.

Tra costoro c'era un bifolco, un pezzo di giovinotto, che piangeva come

un fanciullo; ma la sua ingenuità era così grossolana, da far pensare

che fosse più furbo che santo. Ad ogni buon conto anch'egli fu requisito

ed incamerato come gli altri.

Verso mezzodì dall'amico Veroi che era di sentinella, fu segnalato

l'approssimarsi al colle di alcuni dragoni i quali sostarono al basso

fuori del cancello. Enrico ne fu tosto avvertito e tenne consiglio coi

capi sezione. Poco di poi intesi Giovannino che diceva ad uno dei nostri

capi squadra:

— Porteremo la nostra sezione alla cascina del vignarolo: si prevede un

attacco.

Riordinammo i fucili: un'occhiata alla rivoltella e una rassegna rapida

delle munizioni di cui ci riempimmo le saccoccie dei calzoni, della

giacca e del panciotto; poi ci recammo con cautela alla cascina del

vignarolo.

Di fianco ad essa sorgeva isolato un monte di paglia; c'era in cima la

nostra sentinella sdraiata, perchè potesse vedere senza essere veduta.

Nel casolare del vignarolo si stava allora appunto allestendo un po' di

cibo e più che tutto un buon brodo che ci andò in tanto sangue. Si

mangiava allegri, non preoccupati per nulla della imminenza di una

catastrofe: anzi si celiava lepidamente ricordando episodi ed aneddoti

d'altri giorni e d'altri amici.

Il più faceto e grazioso narratore in quell'istante era il povero

Mantovani. Parmi ancora vederlo seduto sopra una cassapanca con un pezzo

di pane in una mano ed un quarto di pollo nell'altra. Narrava e mangiava

a quattro palmenti. Infelice! Tre ore dopo era morto!

Infatti si stava ancora mangiando, quando entrò in gran fretta la

sentinella esclamando a bassa voce:

— I soldati! i soldati!

Immediatamente ognuno diè di piglio all'arme sua, e tutti si uscì alla

rinfusa dal casolare. Ci schierammo alla meglio lungo il ciglio del

colle riparati da una leggera siepe e attendendo, ginocchio a terra,

l'avanzarsi del nemico.

Lo si vedeva infatti venire innanzi con cautela disteso in colonna.

Evidentemente veniva ad una ricognizione. Non si distingueva di qual

corpo fossero i militi, ma il colore cupo delle monture ce li faceva

riconoscere per carabinieri esteri (svizzeri).

— Attenti! ci disse sottovoce Giovannino, non fate fuoco finchè non ve

lo ordino io!

Una prima scarica ci salutò ad una distanza, per verità, troppo

rispettabile e le palle passarono fischiando sul nostro capo.

— Non ancora, non ancora! lasciate che si accostino di più!

Infatti lentamente si avanzavano regalandoci una seconda, poi una terza

ed una quarta scarica.

Ci dovevano discernere benissimo: ed a misura che progredivano,

abbassavano la mira, talchè nelle ultime scariche le palle si piantavano

entro terra al disotto di noi e il terreno spruzzando ci sbatteva in

viso. Giovannino stimando per noi inutile imbarazzo quella siepe ci

ordinò d'atterrarla, e fu fatto in un attimo.

— Fuoco! ordinò egli allora, e la nostra prima scarica partì.

Dopo, lo scambio delle fucilate continuò senza interruzione: ma chi può

ridire la pena del caricar quei fucili e il disuguale combattimento! I

papalini avevano dei _remington_ buonissimi che tiravano fino a 800

metri; noi invece dei ferrivecchi, avanzi della Guardia nazionale. Per

caricarli occorreva star ritti in piedi sul ciglio della collina:

miglior bersaglio non si poteva loro offrire!

Qualcuno potè approfittare di qualche tronco d'albero e riuscire a

caricare al riparo, ma i fucili, quasi tutti guasti per l'umidità

sofferta, erano addirittura inservibili! Cinque capsule, mi ricordo,

dovetti applicare per fare il primo colpo: e nella condizione mia erano

tutti.

— I fucili non servono a nulla, cominciammo a gridare, ci vuol l'attacco

alla bajonetta!

E in quell'istante, colpito da una palla, cadeva il povero Moruzzi.

Accorsero Giovannino e il Campari e tentarono di sollevarlo da terra, ma

il soccorso portò danno maggiore, poichè una seconda palla lo colpì al

ventre.

Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867 · 第 4 / 12 段