— Ma sì certamente, replicò il questurino.
— Ella è un ignorante che non sa quello che dice, apostrofò uno de' miei
compagni.
— Un imbecille, aggiunsi io.
— Che non sa con chi tratta e come dee condursi con certe persone,
ribadì un altro.
Fosse l'effetto di quest'ultima frase che potea lasciare sospetto alla
guardia d'aver preso un grosso granchio chiedendo le carte Dio sa a chi,
o fosse l'effetto della violenza con cui l'investimmo e del trovarsi
solo contro tre o quattro, il fatto è certo e lo ricordo bene, che la
guardia si morse le labbra e tacque come se le avessero gettato un
secchio d'acqua in capo, mentre io m'aspettavo di vedermi legato!
Rientrati in Terni verso sera venimmo a sapere che quel signore col
quale a pranzo avevamo litigato, si diceva fosse una spia del governo
pontificio. Non ci volle altro. Ci mettemmo sulle sue traccie. Era ora
tarda. Però ci venne fatto di scoprire il suo luogo d'abitazione e
speravamo coglierlo nel covo. Ma il merlo aveva già preso il volo e la
padrona di casa ci disse che v'era stato pochi momenti prima un
brigadiere di pubblica sicurezza con una guardia a ricercarlo. Dai
connotati fornitici ravvisammo nella guardia quella stessa che alla
stazione aveva chiesto le carte a me.
Sarebbe stata graziosa davvero! Dopo essere sfuggiti alla polizia
pontificia in Roma, venire nel regno a farsi ingabbiare quale spia
papalina!
Le bande partivano una dopo l'altra da Terni e fra esse partì pure la
famigerata legione romana comandata dal Ghirelli, la quale, dopo la
eroica impresa del taglio della ferrovia ad Orte, si squagliò come la
neve, e parte dei militi raggiunsero Menotti, parte anche ritornarono
alle loro case.
Pochi più rimanevano a Terni. I capi in gran parte erano partiti e fra
loro anche Enrico. Dove fosse andato nol sapevamo. La sua assenza però
ci inquietava. Si era promesso di partire con lui, gli altri già tutti
erano in movimento, e noi soli si attendeva irrequieti.
In quei giorni avemmo notizia dell'arresto di Luigi Castellazzo da parte
della polizia pontificia, e la nuova ce la portò quel Serafino
falegname, frequentatore di casa Giovanelli, il quale pure, impaziente
di fare le fucilate, era uscito da Roma e, se ben ricordo, partì tosto
con la colonna Frigyesi[9].
Mentre si stava così penosamente attendendo, Giovannino ci fece un
giorno vedere le rivoltelle provvedute espressamente per noi e che fra
breve ci sarebbero state distribuite. Fu come mostrare a dei bimbi gli
zuccherini con la promessa di regalarli loro se fossero savi.
Infatti per quei due o tre giorni stemmo alquanto tranquilli. Intanto ci
furono distribuite delle coperte. Credo provenissero dal magazzino
militare. A proposito del Governo che non c'entrava!
Comprendevamo però che la nostra colonna era destinata ad una impresa
speciale di cui ancora non si conoscevano i dettagli, ma che si lasciava
travedere come un colpo di mano sulla capitale, addirittura un'entrata
in Roma.
Qui trovan posto opportuno due lettere scambiatesi in quegli ultimi
giorni febrili fra i due fratelli. La prima è d'Enrico, scritta da Orte,
ove era andato per concertare la spedizione; la seconda è di Giovannino
in risposta all'altra. Ambedue riassumono e dipingono la situazione[10].
Ne ebbi in mano gli originali, favoritimi da un amico, e baciai e
ribaciai più volte quei cari e preziosi documenti. Non era feticismo: in
quelle due carte sgualcite riviveva per me serena la memoria dei due
cari amici, delle vicende passate, delle trepidazioni incancellabili di
quei giorni.
Ecco le lettere:
Stazione d'Orte, ore 12 meridiane.
Caro Giovannino,
«Ti scrivo poche righe a precipizio.
«Alla stazione d'Orte, come sai, vi è Ghirelli, ebbene, il treno fu
fermato ed i viaggiatori saranno rimandati a Terni... Io credo prematura
l'operazione. Volevano rompere le rotaie, ma io l'impedii e Ghirelli mi
promise di riattivare le corse in quel giorno o durante quel tempo che
ne avremo bisogno.
«Vedrai il proclama che mandiamo a Fabrizi! Quel buffone d'un Mistrali,
ch'è qui vicino e che mi fa le scuse perchè mi era dietro mentre
scrivevo, dicendomi che fu storditaggine, mi colma di gentilezze, ma se
lo vedessi ti farebbe schifo (_sic_); sembra più di un dittatore! più
dello stesso Ghirelli che s'intitola Commissario Straordinario del
Governo Provvisorio.
«Mi fu messa a disposizione una macchina per proseguire fino a Passo
Corese; spero il governo italiano mi lascerà ritornare, se no verrò con
una vettura. Spero pure che a Borghetto non ci saranno più i papalini,
perchè diversamente mi accalappierebbero come un merlo.
«Comunica il fatto a Fabrizi. Sarei ritornato a Terni se, come sai, la
missione che ho non fosse urgente sbrigarla; temo però che il
precipitare non ci abbia guastate le uova nel paniere. Ghirelli del
resto mi fece le più ampie assicurazioni che starà in relazione con
Menotti a cui già mandò rapporto dell'operato. Occhi aperti però e
pronti a frenarlo!
«Ti scriverei ancora, ma la macchina è già lesta; procurerò di tornar
subito, ciò poi dipende interamente dalle circostanze.
«Saluta gli amici. Pei prossimi preparativi, se avremo chiusa questa
via, ne troveremo un'altra.
«Abbiti un bacionone
dal tuo ENRICO».
Questa lettera porta la soprascritta: «_Egregio Signore — Il Sig.
Capitano Giovanni Cairoli — Albergo d'Inghilterra, alloggiato al N. 4 e
5 — S. P. M. — Terni._»
Ecco ora la risposta di Giovannino:
«Mio Enrico,
«Terni, 19 ottobre 1867.
«Scrivo in lapis per far presto. L'impazienza è febbrile; non dico la
mia, che ti lascio immaginare; parlo della generale, di quella comune a
tutti i bravi giovinotti destinati ad esserci compagni. È impazienza
però tenuta a bada dalla disciplina che l'abitudine d'altre campagne ha
loro infuso nelle vene e dalla molta confidenza in te. Devi ammettere
che certamente questa deve essere in buona dose perchè sì brava e
generosa gioventù subisca con rassegnazione, con quiete, la lanterna
magica delle colonne partenti di qui ogni giorno.
«Come poi devi imaginare, le notizie delle strette in cui si trova la
colonna di Menotti, aumentano l'agitazione. Ti ripeto, però, dovrò
attendere le notizie con mediocre rassegnazione. Tu ritieni che Checco
[_Cucchi_] debba aspettare qualche giorno specialmente per questo
incaglio avvenuto alla spedizione della roba dal _bel colpo_[11] di Orte
e, come puoi comprendere, sono perfettamente del tuo parere. Peccato non
lo sieno gli amici di Firenze, i quali solo per tre quarti si lasciarono
persuadere dalle nostre ragioni; tre quarti già molto vacillanti per le
incalzanti notizie diplomatiche. Ma ciò saprai perfettamente dal
deputato Crispi. Ti avviso solo che si ritiene sicura la spedizione
francese. Questa mi parrebbe ragione di più per non precipitare le cose,
chè un aborto di rivoluzione, una battuta dai papalini sarebbe ben
infelice principio d'una campagna _Gallica_. Di ciò, ti ripeto, parmi
non sien perfettamente persuasi gli amici di Firenze.
«Dessi incalzano Checco continuamente; onde temo che questi si decida ad
un colpo disperato. Ciò tu avrai subito mezzo di conoscere dalle
risposte _romane_ che attendi. Sul dubbio fortissimo di ciò, io credo
intanto di farti una proposta che serva ad agevolare o meglio ad
affrettare l'entrata in azione dei nostri sessantaquattro[12]. Giudica e
rispondi in tutta fretta; se puoi, col telegrafo. Sono tanto più spinto
ad esporti questa mia proposta, chè temo non possa arrivare stasera e
neppure di buon mattino domani, e, per Dio, si è sulle spine!
«Ma ecco la proposta. Partire noi tutti alla tua volta sotto gli ordini
di Tabacchi; arrivati a te, tu combinerai la spedizione ed organizzerai
una [_banda?_] a seconda della convenienza dipendente dalle risposte di
Roma.
«Io ritengo che accettando questa idea, vi sarebbe in ogni caso da
guadagnar tempo; con la formazione della banda è cosa evidente; per
quello della spedizione, son pure del parere, pensando si sia più
prossimi ad aver mezzi ed alla strada _convenuta_ (con Checco) costì
dove tu sei, anzichè qui in questa _fornace_. Tu pondera e risolvi. La
risoluzione raccomando caldamente siami comunicata a vapore. Certamente
sarai già in comunicazione col signor Carlo Ferri romano, proprietario
(credo) di campagne presso Roma e perciò pratico delle strade; tale,
cioè, da poter dare informazioni per noi preziose. Così mi disse il
signor De Andreis, solo romano che forse conosca.
«Addio. Ti ripeto: mi trovo, ci troviamo sui carboni accesi. Mille cose
a Menotti ed agli altri amici. Ti abbraccio caldamente.
«GIOVANNINO».
«_P.S._ Arrivò in questo istante dispaccio di Ghirelli in cui annuncia
d'obbedire all'ordine del generale Fabrizi di portarsi verso Menotti,
d'obbedire protestando».
Questi due documenti rivelano chiaramente come fino all'ultimo istante
l'impresa nostra non fosse nè ben decisa nè ben definita e che non vi
era una piena armonia di idee tra il comitato di Firenze, quello di Roma
ed i capi spedizione di Terni.
Individualmente delinea in modo stupendo il carattere dei due giovani
eroi, l'uno ardito, fremente, che va dritto alla mèta colla sicurezza
dell'animo invitto, che chiama le cose col loro nome senza ambagi, che
qualifica persone e fatti con quello stesso colpo d'occhio sicuro con
cui la sua mano investiva il nemico; l'altro giovine, impaziente ed
ansioso di gloria, che però ama riflettere sulle circostanze per
volgerle al conseguimento migliore dell'alto ideale che lo sorregge:
l'uno già provato ai duri cimenti, l'altro ansiosissimo di tentarli;
ardito ed imperterrito l'uno, serio e gentile l'altro; eroi entrambi
indimenticabili al cuore di chi li conobbe e li amò nella troppo breve
loro vita.
VII.
In marcia.
A Terni ci erano stati mandati da casa i quattrini di cui abbisognavamo,
e così potemmo dare un po' d'assetto anche al nostro abbigliamento.
A me era indispensabile sopra tutto mutar copricapo, giacchè quel
maledetto gibus combinato collo stifelius nero m'aveva ormai reso la
tavola di tutta Terni. Combinai ogni cosa provvedendomi d'un caschettino
ungherese che mi venne dato come impermeabile all'acqua, perchè spalmato
d'una specie di catrame. Lo era infatti anche troppo, perchè durante la
marcia sotto gli acquazzoni raccoglieva entro l'ala rimboccata all'insù
l'acqua come entro una vaschetta, ed ogni tanto dovevo levarmelo per
vuotarlo. Mutai pure di calzatura sostituendo agli stivalini verniciati
un paio di scarponi. Io credetti far meglio prendendoli comodi e ne
portai poi la pena nei giorni seguenti, perchè marciando m'impiagarono
le piante dei piedi.
La mattina del 20 si seppe ch'era ritornato Enrico e che
probabilmente la sera si sarebbe partiti. Tutto quel giorno fu speso
nell'equipaggiarci alla meglio cercando colle coperte di supplire alla
mancanza di zaino ed adattandovi dentro quanto ci poteva occorrere per
viaggio. Vi fu chi si provvide dell'indispensabile borraccia, altri si
fabbricò il tascapane, ciascuno pensò per sè senz'aiuto nè di capi nè di
comitati.
La sera alle sette tutti dovevamo trovarci nella casa del sig. Frattini,
egregio patriota di Terni.
Non uno mancò. Amici ed avversari narrarono che cento erano stati i
designati per la spedizione, ma che poi si ritenne conveniente limitarne
il numero. Questo particolare non ricordo. Ma Giovannino Cairoli nel suo
libretto _La spedizione dei Monti Parioli_ dice invece che il numero dei
componenti la banda fu fissato a sessanta, corrispondente al numero dei
revolvers che si avevano a disposizione, e che in appresso la banda
s'aumentò d'una quindicina.
Benchè s'andasse incontro non solo all'ignoto, ma ad un ignoto di
probabilità ben terribile, pure tutti in quel giorno si era allegri e
contenti.
La sera al crepuscolo la musica suonava la ritirata sulla piazza di
Terni e ritornando alla caserma intonava la canzone: _Andremo a Roma
Santa!_ tutti facevan coro cantando con entusiasmo.
Poco dopo si era tutti pronti all'appuntamento: fu allora il momento in
cui ci si potè riconoscere e numerare, e divenimmo tutti amici
all'istante. Il nome di ognuno di noi rimase scolpito nella memoria e
nei cuori di tutti gli altri: le fisonomie, il tempo o la morte le hanno
in gran parte pur troppo cancellate.
Venne fatta la distribuzione delle rivoltelle e ciascuno s'adattò la
propria alla cintura. Poscia Enrico, intimato silenzio, disse:
— Prima di partire debbo dirvi due parole. Noi partiamo per una impresa,
più che arrischiata, disperata. Una volta entrati nel confine, tenetelo
bene a mente, non si torna più indietro. Ma ricordatevi pure che sulla
vostra vita non dovete contar più nulla. Perciò, se alcuno di voi fosse
indisposto o ritenesse opportuno cambiar pensiero, m'avverta; ciò non
sarà un disonore; egli potrà far parte d'altri corpi e lo saluteremo con
un arrivederci a Roma. C'è alcuno che vuol rimanere?
— No, si gridò tutti unanimi.
— Ebbene, vi avverto che ci toccheranno stenti, privazioni d'ogni sorta,
dovremo marciare continuamente, forse non avremo di che nutrirci: non fa
nulla, divideremo il tozzo assieme. Se io mi lamenterò, se mostrerò
d'aver paura, se mi vedrete indietreggiare, datemi una revolverata nella
testa; ma se alcuno di voi lo troverò vile, farò lo stesso con lui.
Un urrà di applausi accolse questa breve arringa, della quale volli
recare il testo nella sua soldatesca semplicità, quale io lo ricordo a
mente preciso da trent'anni ad ora e quale mi rimase e rimarrà scolpito
nella memoria finchè avrò fiato.
E la gentile anima di Giovannino mi perdoni se delle parole del valoroso
suo fratello io pubblico una lezione un po' diversa da quella ch'ei ci
lasciò e che figura pure scolpita sulla base del monumento al Pincio. Il
senso è perfettamente lo stesso, ma egli volle forse ingentilire la
forma; io voglio invece evocare un ricordo, quale mi sta in mente e nel
cuore da tanti anni e che non potrei mutare di una parola.
Se io avessi a dire da qual porta di Terni si uscì, direi bugia. Era
buio e si camminava con molta circospezione; fuori di Terni si trovò un
omnibus destinato, non saprei se quale ambulanza o qual riposo per turno
a chi si sentiva stanco[13]. Probabilmente siccome la nostra marcia, nel
timore che il nostro obbiettivo ci mancasse in causa della rottura della
ferrovia di Orte perpetrata dal Ghirelli, doveva essere di molto
accelerata, forse quell'omnibus fu cautela molto prudente perchè nessuno
rimanesse addietro. Ma l'uomo propone e Dio dispone. L'omnibus ci
precedette e noi marciammo dietro a due o a quattro, secondo che la
strada permetteva. Si procedette per alquante ore con passo cadenzato e
con sufficiente buon umore: dopo, il chiacchierìo cominciò a farsi più
rado ed il passo si fe' più lento ed irregolare.
Enrico camminava, anzi correva da un capo all'altro della colonna e
incoraggiava con dei: Bravi! bravi! così va bene! Ogni mezz'ora circa
l'omnibus si fermava per dare il cambio e sull'ultimo della marcia era
preso d'assalto con furore; a tal punto che finalmente una ruota si
fracassò, e così il primo a rimanere addietro fu il veicolo
dell'ambulanza; le prime marcie infatti sono terribili e ben pochi
resistono al dolore acuto delle piante ed al rodimento prodotto dalla
calzatura, specialmente se bagnata.
La prima tappa che si fece fu a Configni: era notte buia e non si
distingueva se fosse un paesetto od un semplice casolare.
La sosta fu brevissima. Rimessici in cammino all'alba, si cominciò a
distinguere la strada che si batteva. Ora si camminava lungo la costa
d'una collina, ora si scendeva in una vallata, sempre si aprivano nuovi
prospetti, nuove gole, nuove colline, ma l'aspetto del luogo
complessivamente era tetro e selvaggio. Rarissima qualche casa, la più
gran parte boschi e prati. Segni di coltivazione scarsissimi:
comprendevo allora il brigantaggio.
Un'acquerugiola fredda e sottile come nebbia ci penetrava fin all'ossa
l'alba del 21; finalmente dopo ore ed ore di cammino senza l'incontro
d'anima viva, ad una risvolta c'imbattemmo d'un tratto in un carrozza
tirata da due cavalli. La vettura sostò e sostammo noi pure per circa
un'ora. Enrico e Giovanni s'intrattennero a parlare col forastiero
ch'era in vettura, ed intanto noi ci sparpagliammo lungo un torrente e
sdraiatici sui sassi, cercammo un momento di sonno che fu molto breve,
troppo breve.
Pioveva, e per non bagnarci e star caldi ci sdraiammo a terra in gruppi
di cinque o sei, tutti colle teste in un punto e colle gambe all'infuori
come una stella. Sulle teste si buttò una coperta.
Nulla si seppe di quel che i capi si dissero. Quando la carrozza parti
io chiesi ad uno dei miei compagni:
— Chi è quel signore?
— È il principe di Piombino, mi rispose.
— Davvero?...
— Sì, mi confermò un altro, è un principe liberale, è dei nostri.
Ora soltanto dopo tanti anni apprendo dall'opuscolo di Giovannino che
egli era il sig. Luigi Cucchi ora deputato e fratello all'onorevole
senatore Francesco. Io non lo impugno certamente, ma per me quel signore
è e sarà sempre il principe di Piombino: il mio ricordo è tale; nè io mi
proposi di scrivere della storia ma solo di narrar ricordi ed
impressioni.
Tanto al principe che all'on. Cucchi chieggo scusa dello scambio. Al
postutto cospiratori e principi non è detto che siano sempre stati in
antitesi.
Verso il mezzogiorno circa s'arrivò a Cantalupo.
Era un paese di costruzione singolare: un perfetto rettangolo con una
piazza nel mezzo e due porte ai due lati minori. Sembrava il cortile
interno d'un palazzo o d'un convento. In tempo antico doveva essere una
sola proprietà, forse un castello[14].
Quivi si sostò e più ancora che a rifocillarci, si pensò a riposare. Fu
allora che un compagno mi giocò un tiro atroce. Mi ero con somma cura
composto un giaciglio di paglia nell'angolo d'una stanza e gustavo già
sovr'esso i primi momenti d'un sonno profondo e riparatore, allorchè
costui che tornava allora dal rapporto del comandante, invidiandomi
tanta felicità, mi chiamò ad alta voce scuotendomi.
— Che vuoi? gli chiesi tutto indolenzito e rabbioso.
— Il comandante ti vuole!
— Chi?
— Il comandante Enrico ti vuole.
— Me?
— Te, sì, e fai presto che t'aspetta.
Balzai in piedi e barcollando andai dal comandante che stava dalla parte
opposta del paese.
Enrico non si era mai sognato di domandare di me e quando ritornai
scornato per la burletta, trovai l'amico sdraiato sul mio giaciglio che
russava placidamente. L'avrei preso a pedate!
A Cantalupo era passata poco prima una colonna di garibaldini. La nostra
quindi al suo arrivo trovò, in fatto di cibarie, poco meno che _tabula
rasa_. Nondimeno approfittammo largamente di un bettolino di liquori e
parte al bettolino, parte nelle case, ognuno trovò di che ristorarsi.
L'amico Tabacchi, pochi anni or sono, mi ricordava il suo desinare di
Cantalupo in casa di uno di quei terrazzani e come l'appetito eccellente
gli fosse ottima salsa alle povere vivande. Parecchi anni di poi, il
collegio di Mirandola mandò, e meritamente, il Tabacchi a sedere a
Montecitorio. Chi primo si ricordò di lui e suppose d'avere un valido
appoggio presso il Governo, non furon già gli elettori, fu l'anfitrione
di Cantalupo, il quale gli diresse una lettera pregandolo perchè gli
ottenesse dal Governo un sussidio per restaurare la cadente sua casa,
quella casa che nel 1867 aveva avuto l'onore di ospitarlo.
Ecco un nuovo patriota che per il paese aveva sacrificato.... un
desinare; e in benemerenza domandava una casa! Almeno costui era ingenuo
nel chiedere! Quanti anfitrioni di Cantalupo non vi furono invece astuti
nell'ottenere, e forse con meriti ancor minori dell'olocausto d'un
desinare!
Alle tre pomeridiane fummo chiamati a raccolta in una chiesa, ove ci
venne distribuita una lira a testa. Fu quello l'unico danaro che io
percepii nella piccola campagna; e quando più tardi, nell'ospedale di
Santo Spirito a Roma, un prete mi compassionava dicendomi:
— Povero figliolo, che colpa ne avete voi? Vi han dato in mano un
fucile, vi han mostrato i baiocchi, e voi siete venuto avanti — gli
chiesi quanto percepiva egli dalla celebrazione di una messa.
— Due lire, mi rispose.
— Vede? gli replicai. Io fui ben più discreto di Lei. Per mezz'ora di
tempo impiegato in preghiere Ella prende due lire, io per giocarmi la
vita, non ne ebbi che una.
Schieratici alla meglio nella chiesa, Enrico diede ordine al signor De
Verneda di leggere il seguente ordine del giorno che, mentre ribadiva
nella stessa forma i concetti del discorso tenutoci il giorno innanzi,
provvedeva all'organizzazione del nostro piccolo esercito.
Eccolo:
«Amici!
«È prossima l'ora nella quale ci bisognerà provare che noi sappiamo
_operare_. Per riuscire dobbiamo essere ordinati, cioè dobbiamo cercare
di essere in condizioni tali da permettere la maggior concentrazione e
la maggiore dilatazione delle nostre forze a seconda del terreno che
dovremo attraversare. Perciò ho stabilito che la nostra piccola banda si
ordini nel modo seguente:
«Un comandante, Enrico Cairoli; un aiutante, Ermenegildo De Verneda; un
furiere, Giusto Muratti; tre comandanti di sezione: sezione 1ª, Giovanni
Tabacchi; sezione 2ª, Cesare Isacchi; sezione 3ª, Giovanni Cairoli. Ogni
sezione comprenderà cinque squadre, ciascuna composta di quattro uomini
e di un capo.
«Amici, ancora una volta è mio dovere ricordarvi che l'impresa è
difficile, più che arrischiata, disperata. So il vostro valore. Non
parlerò a voi del pericolo, della stanchezza estrema che avremo a
patire. Ma se qualcuno di voi, per circostanze indipendenti dalla sua
volontà, non intende seguirci, lo dichiari francamente, tanto più
ch'egli avrebbe il rimorso di recar danno al nostro tentativo. Chiunque
è indisposto o avesse malati i piedi è obbligato a non celarsi, perchè
guai a lui se persistendo la sua indisposizione si aggravasse, quando
saremo sopra altro terreno. Bisogna che egli scelga un cammino diverso,
e noi lo saluteremo dicendogli: Arrivederci a Roma!
«Alle quattro si marcia. Il signor Stragliati è addetto ai carri».
Quest'ordine del giorno Enrico l'aveva concertato coi capi sezione e
scritto mentre noi si riposava.
Si riprese la marcia. I quattro uomini che col rispettivo caporale
costituivano ogni singola squadra erano numerati: dopo il capo squadra
veniva il numero uno, poi il numero due, il tre, il quattro, numeri che
costituivano, per così dire, l'anzianità nel comando. I capi squadra
avevano per unico distintivo un fischietto, che doveva servire ai
segnali. Non so quanto realmente in atto esso abbia servito.
La marcia fu rapidissima, benchè molestata dalla pioggia; fu aiutata
però da taluni veicoli ed anche da qualche cavalcatura. Il tutto assieme
era molto bizzarro: marcia rapida a passo di carica, parte a piedi,
parte in carretto, parte a cavallo, alcuni in giacca, altri in cappotto,
altri in pastrano, chi col bonnetto, chi col cappello!
A notte inoltrata si era a Ponte Sfondato, che credo fosse un cascinale
isolato. Lì trovammo dei militari nostri e poco mancò non li
attaccassimo, ritenendo che vi fossero per arrestarci. Ma poi si
riconobbe che si trattava di un distaccamento il quale non aveva alcun
ordine in proposito. Anzi l'ufficiale che lo comandava fu con noi
gentilissimo.
Il malanno più grave diventò allora per noi quello dei viveri.
Trovandovisi già accampata la truppa, ben poco vi si rinvenne da
ristorarci; ed al banco del misero botteghino che c'era, fu una ressa
indiavolata a chi arrivava primo. Ma con gli spintoni e le gomitate
sangue da un muro non si cava di certo, e il botteghino in poco più di
due ore fu letteralmente depredato, senza che perciò il nostro appetito
fosse sazio.