sue bande, ma ancora non aveva sconfinato. Nelle nostre previsioni
eravamo però molto discordi. Alcuni si facevano illusioni, altri erano
pessimisti: io fra questi. L'Andreuzzi invece era il capo degli
ottimisti: per lui tutto era facile, tutto pronto, tutto indiscutibile.
Si ragionava, si quistionava, si altercava, ed un giorno in cui la
disputa si faceva più viva a proposito delle armi, che io asserivo in
Roma non esistere, egli la finì col turarmi la bocca gridando:
— Taci tu, f.... d'un moderato (era l'epiteto d'obbligo cogli
avversari), tu sei il più giovine di tutti e dovresti essere il più
ardente a dire che le armi ci sono!
Una risata solenne accolse quest'apostrofe. Oh se fosse bastato il
dirlo!
Se grande però era la fede dell'Andreuzzi nei mezzi posti a nostra
disposizione, altrettanto feroce era l'ira sua contro i Romani. Egli non
comprendeva perchè stessero inerti, attendendo che qualcuno importasse
loro in casa la rivolta, e non la facessero da sè per iniziativa
spontanea e per istinto erompente. Lo schiavo oppresso e generoso,
esclamava egli, spezza da sè la catena che l'avvince e non attende certo
chi gliela venga a sciogliere.
A voler essere imparziali, si deve convenire che non avea tutti i torti.
Il Governo, o dirò meglio la Polizia, che pur conosceva la esistenza di
segreti complotti e la presenza di parecchi forestieri sospetti in
città, pare fosse così sicura e tranquilla sul conto della popolazione
da non prendere veruna misura preventiva. E la prova più chiara sta in
ciò, che il papa stesso uscì a passeggio per la capitale un'ora prima
soltanto che saltasse la caserma Serristori a S. Pietro[4].
Si potrebbe ritenere fosse anche ignoranza di certi particolari della
cospirazione, ma non lo credo.
L'amico nostro però dimenticava nei suoi lagni una cosa, che cioè il
fiore dei patriotti romani e tutto l'elemento liberale ed adatto per
un'impresa come la nostra era tutto o nelle carceri o nell'esilio.
I più illustri fra i superstiti del memorando 1849 stavano tutti fuori
di Roma o in Italia od all'estero[5].
In Roma, dunque, non rimaneva che il patriziato, ligio in massima parte
alla Corte pontificia, colle innumerevoli sue aderenze ed il popolino
minuto. Il terzo stato, l'elemento attivo e intelligente, non esisteva.
Gli avvocati, gli ingegneri e i professionisti in genere presenti allora
in Roma erano tutti o addetti alla Curia, alla Rota, al Consiglio
fiscale, alla Consulta, alla Dateria, ai Ministeri, o medici di
cardinali, del papa e di vescovi, o architetti di basiliche, ispettori
di scavi, gente tutta che gramolava nella immensa greppia della
Reverenda Camera Apostolica versante allora in ottime condizioni.
Il popolino era quindi l'unico elemento sul quale poter contare per una
sommossa nell'interno di Roma, ed a questa classe appunto appartenevano
i falegnami, i cocchieri, gli abbacchiari, gli accaniti insomma che
venivano tra noi a cospirare.
Ma l'Andreuzzi queste ragioni non le inghiottiva. Un giorno in cui per
il pranzo avevamo in prospettiva una grande maccheronata al sugo ed i
compagni, come al solito, stavano giocando, d'un tratto entrò l'amico
Augusto con piglio misterioso.
— Che c'è di nuovo, Augusto?
Ed egli abbassando la voce ed in istile di telegramma incominciava:
Bande garibaldine scorazzano per campagna romana....
— Romani, proseguì imperterrito l'Andreuzzi continuando a giocare, con
c... in mano, casa Giovanelli maccheroni al sugo!....
Per il momento quella infatti era la situazione!
V.
Sempre in casa Giovanelli.
Il vicolo dei Quattro Cantoni era però un posto tutt'altro che sicuro
per noi, perchè guardato dalla polizia. Infatti allo stesso pianerottolo
dove noi abitavamo, anzi di fronte alla nostra porta, dimorava un
precettato o, come oggi direbbesi, un ammonito. La notte, all'avemaria,
doveva trovarsi in casa ed i gendarmi venivano ogni tanto a verificare.
Bisogna credere che il Comitato ignorasse affatto questa circostanza,
perchè altrimenti non avrebbe in alcun modo scusa per averci posti così
in bocca al lupo. Noi stessi l'ignorammo per più giorni. Il Giovanelli
non ce ne disse nulla ed anzi era fiero di poterci presentare
quell'accanito. Ci fece scoprire la cosa un altro fatto che ora narrerò.
Al piano terra della nostra casa abitava un tale di cui non ricordo nome
e condizione, ma che dal vestito che indossava, pantaloni larghi alla
francese ed una grande papalina rossa in testa, era dai vicini
denominato il Turco.
Come precisamente la pensasse costui non si sapeva; però dovea di certo
essere uomo gioviale, perchè una bella sera gli venne il ticchio di
voler dare una festa da ballo. Non saprei ricordare quali fossero gli
invitati; bensì ricordo che l'orchestra era costituita da un'armonica e
dalla chitarra di Pietruccio come accompagnamento.
Quando il Turco venne a fare _li patti_ con Pietruccio, ci si mise di
mezzo il Giovanelli e sembrandogli che una tal festa potesse tornar
pericolosa per noi, tentò di dissuaderlo. Fu come buttar olio sul fuoco.
Il Turco fu irremovibile non solo, ma anzi dichiarò che il motivo per
cui dava la festa era nè più nè meno perchè... eravamo alla vigilia di
grandi avvenimenti.
La festa ebbe luogo e per tutta quella notte non potemmo dormire. A
parte lo strepito ed il baccano indiavolato che facean ballando con
salti interpolati ad urli sì da sembrare una vera ridda infernale, noi
si stava in grandi angustie per timore che quello strepito attirasse la
polizia e che essa venisse, come difatti venne, a dare una capatina al
secondo piano dall'amico precettato che ci abitava di fronte. Infatti,
poco oltre la mezzanotte, si udirono dei passi sulle scale e si sentì
pure lo strisciar d'una sciabola contro la nostra porta. Noi balzammo
tutti di letto e ci buttammo nella camera delle donne, che erano scese
alla festa. Afferrate le lenzuola, cominciammo febbrilmente ad annodarle
fra loro per calare da una finestra e in pari tempo al Giovanelli si
diede consegna, se bussassero, d'aprire il più tardi possibile, fingendo
d'essere addormentato e di doversi vestire. Intanto chi radunava i
vestiti, chi ricomponeva i letti, altri nascondeva biancheria, altri
caricava una rivoltella.
Fortunatamente non ne fu nulla. Cinque minuti dopo il Giovanelli ci
avvisò che i gendarmi ridiscendevano le scale, com'eran venuti e noi
respirammo.
Di cotali scene ne accadevano spessissime fra i reclusi di quei giorni.
In casa di certa madama Petrarca, ove la polizia andò a fare una
perquisizione, alcuni amici che vi si trovavano, riuscirono a fuggire da
una finestra, dimenticando nella stanza tutti i cappelli.
L'on. Cucchi, capo della cospirazione d'allora, credo che di simili
episodi potrebbe narrarne un volume e riuscirebbe certo
interessantissimo.
I giorni scorrevano così fra una emozione ed una risata. I compagni e
gli amici che ci venivano a visitare, aumentavano di giorno in giorno. I
futuri rivoluzionari e i capisquadra facean capo a noi per sapere
notizie, e noi ne sapevamo assai meno di loro. Si inquietavano tutti per
questa incertezza, per questi ritardi, e noi si cercava di tenerli buoni
con bicchierate e con sigari. Questo sistema però, oltre ch'essere
pericoloso con simil gente, la quale facilmente trasmoda e trasmodando
chiacchiera[6], aveva finito anche col diventare rovinoso per le nostre
finanze. Ogni giorno si facevano i conti di cassa; ma se il mangiare fra
noi in comune poteva essere economia, non lo erano di certo il raddoppio
di spesa portato dalla famiglia dell'ospite nostro e la gazzarra in
permanenza a beneficio degli amici e dei patriotti nostri visitatori.
S'aggiunga che la speranza di prossimi movimenti si dileguava ogni
giorno più e che le discussioni sulla popolazione più o meno preparata,
sulle armi pronte facevansi ognor più vive.
Un giorno Augusto, quasi a riprova che di armi ce n'era in abbondanza,
ci raccontava come egli spessissimo passava il Tevere a Ripetta su d'una
barca, nella quale a prua stavano nascosti quattro fucili due sciabole e
tre pistole. E ci narrava la cosa con tale serietà che sembrava ne
volesse inferire che in ogni barca del Tevere vi fossero armi e che se
l'armi c'erano perfin nelle barche, immaginarsi nelle case!
Ma invece pur troppo la bisogna camminava ben altrimenti; e fu appunto
in quei giorni che il povero Enrico, trovandosi in seno al Comitato,
presenti il Cucchi e gli altri capi e discutendosi delle armi
disponibili, si sentì dire che c'era in pronto qualche centinaio di
picche!
— Che diamine! esclamò egli esasperato, volete prendere Roma a suon di
picche? perchè non la prenderemo allora colle vanghe o colle zappe? E fu
da quell'istante che nel Cairoli surse l'idea d'importare le armi dal di
fuori mediante apposita spedizione, che fu appunto la nostra.
A questa dolorosa realtà, che cioè in Roma non c'era nulla e che le armi
furono poi portate più tardi, ma pur troppo non arrivarono in tempo, non
posso trattenermi dal contrapporre le notizie che in proposito fornisce
la _Civiltà Cattolica_ nel suo lepido scritto intitolato _I crociati di
S. Pietro_ (anno 1867, Vol. 6, 7, 8, 9, serie VII): «D'armi, traendone
ragguaglio anche solo da quelle che vennero a mani del Governo
Pontificio, si aveva il sufficiente: pistole, rivoltelle, specialmente
della fabbrica di Brescia e ad uso della cavalleria (!), boccacci da
masnadieri, rompicapi da cannibali, lame, coltelli a serramanico,
stiletti, accette in gran numero e copia altresì di ordegni da scassinar
porte. Di bombe orsiniane si possedevano veri monti: solo quelle
destinate all'assalto del casino militare a detta d'un sicario erano
trecentosessantaquattro.
«L'arma prescelta per la pugna notturna era una scure in asta a due
fendenti con in capo un pernio e un dente a molla onde infiggervi una
lunga lama di pugnale. Ne furono rinvenute presso a un migliaio (forse
eran queste le famose picche)».
Più sotto soggiunge che tali armi si fabbricavano in Orvieto e
ricordarsi anche il nome dell'_infame artefice_. E più sotto ancora: «il
principal deposito di 600 scuri e 750 pugnali si rinvenne in via San
Giovanni de' fiorentini, ove credesi approdassero opportunamente pel
Tevere. Oltre a ciò sull'ultimo il Cucchi ottenne dal governo italiano
un bell'ottocento fucili militari con baionetta, che dalla Spezia
partirono sopra una tartana, ecc. ecc.»
Questo scritto mi fa sovvenire d'un progetto ventilatosi in quei dì tra
i capi dell'insurrezione e poscia scartato.
Nel palazzo Wedekind in Piazza Colonna, ove ora ha sede l'Associazione
della Stampa e un tempo c'erano gli uffici della Posta, avea allora
stanza il Casino militare frequentato, specialmente la sera, dall'alta
ufficialità dell'esercito pontificio. S'era progettato di tentare un
colpo di mano su quel posto, impadronirsi d'un tratto dei capi del
presidio, rizzare simultaneamente le barricate gettando lo scompiglio
nella truppa che, priva o decimata de' suoi capi, male avrebbe potuto
reprimere la rivolta.
Non ricordo il motivo per cui fu abbandonato un tal progetto.
Probabilmente sarà stata la mancanza di mezzi e più specialmente delle
armi e delle trecentosessantaquattro bombe sognate dalla _Civiltà
Cattolica_ e dal suo sicario. Certo che se lo si fosse tentato, non
poteva riuscire che ad una inutile carneficina.
Il numero dei cospiratori in città andava intanto ogni giorno
aumentando, ma pur troppo continuavano a difettare pur anco i mezzi.
Un giorno l'amico Cella, il valoroso e gentile eroe del Caffaro, venne a
trovarci e ci portò un altro suo amico e prode compagno d'armi della
gloriosa schiera dei Mille. Era certo Erter di Venezia, che aveva avuto
il suo battesimo di fuoco a Palermo lanciandosi all'assalto d'un pezzo
d'artiglieria che molestava i nostri.
Si trovava in Roma da parecchi giorni ed era rimasto senza quattrini.
Ricorse all'amico Cella e questi, trovandosi in condizioni poco
dissimili, lo condusse a noi perchè lo invitassimo a desinare. Fu
ricevuto a braccia aperte e così i nostri luculliani desinari furono
onorati della presenza d'un duodecimo commensale.
Questo nuovo amico suonava pur esso la chitarra e cantava; non era però
all'altezza di Pietruccio.
Ci si intratteneva pure assai volentieri colle due figlie del
Giovanelli, due buone ragazze (ora saranno matrone!) e tanto simpatiche.
Si chiamavano Ghitina e Ginevra.
La Ghitina, la sposa, ricordo che aveva un suo topolino bianco, cui
prodigava molte cure ed affetto. Quella bestiolina alla sera
specialmente formava il nostro spasso. Era domestica oltremodo, correva
a prendere il cibo in mano e saliva dalle braccia sul collo e sulla
testa della sua padroncina.
Un giorno essa lo mise in camera sotto un cuscinetto ch'era su d'una
sedia. Il topolino s'addormentò per davvero e la Chitina dimenticò
d'avercelo collocato. Un'ora dopo, distratta e senza avvedersene, si
mise a sedere su quel cuscino. Povera Ghitina! chi può ridire il suo
dolore quando lo rinvenne soffocato? i suoi occhioni ridenti si
sciolsero in grosse lagrime. L'aveva proprio ucciso lei, e con quale
arma!
Le distrette finanziarie crescendo ad ogni istante, fu stabilito di
comune accordo che qualcuno di noi si recasse dal Cucchi a
rappresentargli i nostri bisogni. Fu mandato infatti uno dei nostri
assieme ad alcuno degli amici dell'Hôtel di Roma, che trovavansi in
condizioni ancor peggiori delle nostre, avendo all'albergo un conto
arretrato di parecchi giorni da saldare.
Stava in quel momento il Cucchi discutendo con parecchi amici. Udito il
motivo della visita dei nostri, domandò qual somma occorrerebbe loro per
il tempo ancor probabile di permanenza in Roma e per saldare il debito
di tutti cotesti (come chiamarli altrimenti?) spiantati. Gli fu risposto
che occorrevano per lo meno mille e cinquecento lire.
Il Cucchi arretrò sbigottito, ed uno dei presenti uscì in questa
esclamazione:
— Mille e cinquecento lire! ma non sapete che se avessimo una tal somma
compreremmo tante armi?
Questa risposta fu per noi una rivelazione.
Io che nella nostra compagnia avrei dovuto essere il più ardente, giusta
l'opinione dell'Andreuzzi, se prima ero sfiduciato, a quest'uscita
rimasi addirittura avvilito. Come, esclamai fra me, non si hanno nemmeno
mille e cinquecento lire disponibili e si pretende di fare una
rivoluzione? una rivoluzione per la quale occorrono dei milioni e non
delle migliaia di lire?....
Invano l'Andreuzzi tentava persuadermi. Non ne volevo sapere. D'altro
canto si parlava giorno per giorno di Menotti Garibaldi che si avanzava
ed era già entrato nel confine pontificio; le sue bande ingrossavano ed
era imminente un fatto d'arme. Essendo discordi i pareri, fu deciso che
ognuno riprendesse la sua libertà d'azione. Vincoli non ne avevamo.
Eravamo partiti ad un unico scopo: la rivendicazione di Roma.
A me ed al compagno mio parve che questa, coi mezzi che s'avevano alla
mano, fosse addirittura un'ubbia. D'altro canto in campagna già i nostri
fratelli marciavano; era imminente il momento di menare un po' le mani,
e senz'altro decidemmo la nostra partenza.
Infatti la sera di quello stesso giorno prendemmo il diretto per Terni.
Gli altri amici rimasero in Roma; non ricordo di quali mezzi siano stati
soccorsi o se sieno riusciti ad averne da casa. Essi furono il nucleo
degli assalitori di Porta San Paolo e si trovarono poscia con gli altri
al loro posto a Mentana. Alcuni di loro vi rimasero anzi prigionieri.
All'atto del partire da Roma la polizia ritirava i passaporti dei
forestieri per restituirli poi a Passo Corese. Già accennai che il mio
compagno Muratti aveva il passaporto di un suo amico, il conte Giovanni
Colloredo di Udine. Quando fummo a Corese, un commissario fece la chiama
per la consegna dei passaporti; arrivato al nome di Colloredo, non gli
venne risposto da alcuno, perchè Muratti in quell'istante stava occupato
a rassettare il suo bagaglio e nella distrazione del momento aveva
dimenticato il suo nuovo casato.
— Colloredo! — chiamò di nuovo più ad alta voce il commissario, mentre io
schiacciavo il piede e davo del gomito all'amico per richiamarlo:
— Conte Giovanni Colloredo! — chiamò per la terza volta ed a chiara voce
il commissario.
— Eccolo! — rispose tosto rinfrancato il Muratti scrollando la testa con
lieve sorriso sardonico che pareva dicesse: Chiami le persone coi loro
dovuti titoli ed allora risponderanno.
Il commissario capì il latino, si fe' rosso un pochino, levò il berretto
ossequioso e consegnandogli il recapito mormorò:
— Scusi tanto!
Così partiamo trionfanti.
VI.
Terni.
Arrivammo a Terni a notte inoltrata.
Qui sapevamo che doveva trovarsi un nostro amico, Pietro Mosettig di
Trieste, già proprietario, fino a pochi mesi or sono, del giornale _Il
Secolo XIX_ di Genova.
Prendemmo stanza all'Hôtel della Regina d'Inghilterra. In questi ultimi
anni fui a Terni parecchie volte; vidi la casa, ma l'albergo non esiste
più. Proprietario ne era un giovane cortese, che per quei giorni e nel
suo mestiere fu veramente benemerito. Si chiamava Cesare Melchiorri. Chi
sa se vive ancora!
La mattina dopo, il primo che incontrammo, fu appunto il Mosettig, cui
narrammo le vicende della nostra dimora in Roma. Egli ci condusse tosto
dal maggiore Caldesi che abitava all'albergo delle Colonne. Lo
informammo per filo e per segno del poco che sapevamo, ma più
specialmente della carestia d'armi e di quattrini del Comitato.
Il buon Caldesi, da bravo romagnolo, non sapeva capacitarsi del perchè
non si agisse subito e sopratutto non sapea darsi pace dell'avere noi
abbandonato quel progetto d'assalire il Casino militare. Sembravagli che
quello sarebbe stato un colpo da maestri. Riflettendoci ora, dopo
trent'anni, si ha ragione di credere che sarebbe stato un colpo da
pazzi. Caduti nella trappola, saremmo rimasti tutti scannati!
Appena ora, che Terni è fatta centro di importantissime fabbriche
industriali, come l'acciaieria, le ferriere e la fabbrica d'armi,
potrebbesi in un giorno di festa immaginare l'animazione insolita e la
vita che brillava nella piccola e gentile città dell'Umbria nel mese di
ottobre del 1867. Ma ora le vie brulicano delle casacche e delle blouse
di lavoratori e d'operai, allora invece brillavano di camicie e di
berretti rossi e medaglie. Quanta varietà di tipi, d'età e di
condizione! Ma tutti uniti, tutti concordi verso una sola meta! Ogni
giorno ne arrivavano a frotte colla ferrovia, colle vetture, a piedi, a
cavallo[7]. Dal governo erano emanati ordini, contrordini, arresti,
rilasci, la confusione babelica![8]
Il Ministero Rattazzi, che voleva imitare la politica d'altro grand'uomo
in consimile occasione, fingeva di reprimere e d'impedire, ma viceversa
lasciava fare, quindi ire, battibecchi, dispetti.
All'albergo d'Inghilterra, ove di solito pranzavasi a tavola rotonda,
era un parlare chiaro ad alta voce dei propositi nostri, della doppiezza
e della simulazione del governo, delle bande garibaldine, dei fatti di
Menotti.
Si strinsero amicizie e si fecero conoscenze carissime, in parte
conservate, in parte dimenticate; fra tanti, ricordo i fratelli romani
Nino e Carlo Castellani (quest'ultimo poscia bibliotecario alla Vittorio
Emanuele e recentemente morto), Nino d'Andreis, romano pagano e Angelo
Perozzi, romano spartano, il venerando Fabrizi, il gentile Delvecchio
(quanti morti!) allora giovanissimo _attaché_ del generale Garibaldi e
poscia deputato intelligente, i garibaldini Pietrasanta, Nuvolari,
Tabacchi, già deputato pur esso e buon amico sempre. Poi vennero il
Valzania, il Sabatini, il Montefiore e da ultimo anche il Crispi. Quanta
parte di costoro pur troppo ora è scomparsa!
La somma delle cose e la direzione del movimento in Terni l'aveva il
Fabrizi, ma l'anima di tutto, i lavoratori indefessi furono sempre gli
indimenticabili amici Enrico e Giovanni Cairoli. Trovavansi in Roma da
parecchio tempo e n'uscirono due o tre giorni dopo la nostra partenza.
Noi li vedemmo arrivare una sera che ci trovavamo per caso alla
stazione. Ravvisatili, chiedemmo loro il motivo del ritorno. Ci
accennarono di tacere e quando fummo all'albergo, preso con loro il
Mosettig, gli raccontarono come fosse stato arrestato Giovanni, come si
fosse Enrico recato di persona alla polizia per reclamare la libertà del
fratello e come dopo un fiero battibecco fra lui e monsignor Randi
(allora direttore generale della polizia) fossero finalmente lasciati
liberi entrambi colla condizione di sfrattare immediatamente da Roma.
Questo fatto sconcertava alquanto i loro piani, però si misero all'opera
volonterosi anche in Terni.
I volontari andavano moltiplicandosi a vista d'occhio e si cominciava a
dividerli per battaglioni e per compagnie, assegnando a ciascun corpo
dei graduati fra quelli che già lo erano nelle passate campagne.
Non si può negare che nella campagna romana del 1867 non vi sia stato un
abuso enorme di autopromozioni, le quali non contribuirono che a creare
maggior confusione. Chi era tenente diventò _ipso facto_ capitano, chi
capitano si fece maggiore, i maggiori divennero colonnelli; e siccome di
camicie e distintivi chi n'aveva n'aveva e chi non ne aveva ne facea
senza, così la cosa finiva quasi in burletta e veniva a mancare quel
rispetto che tiene e dee tenere anche il volontario in soggezione al suo
superiore, riconosciuto appunto dall'esteriorità dei distintivi. Però vi
furono anche in ciò delle brave eccezioni.
Una mattina, scendendo dall'albergo vedemmo tutto il portico stipato di
gente. Erano in gran parte pezzenti.
— Che fate qui? chiesi ad uno di loro.
— Veniamo ad arruolarci con Garibaldi, mi rispose.
— E chi è che arruola?
— Quel signore là, e m'accennò infatti uno che scriveva dei nomi e
dispensava quattrini.
Immediatamente ne avvisammo Enrico. Scese e verificato il fatto,
n'avvertì il Caldesi ed insieme penetrati nell'ufficio riconobbero gli
arruolatori. Erano ex-ufficiali dell'esercito, il maggiore Ghirelli ed i
capitani Gigli e Gulmanelli.
Non comprendevasi però allora quale necessità vi fosse d'arruolamenti
speciali, mentre tutti ci calcolavamo arruolati, nè sapevasi spiegare la
dispensa di quei quattrini, mentre da parte nostra tanto se ne
difettava. Più tardi il mistero non fu più tale: il Ghirelli arruolava
coi danari del governo, ma voleva agire indipendentemente dai comandi
dei Fabrizi e di Menotti Garibaldi. Più d'uno fu preso alla pania,
credendo sempre d'arruolarsi con Garibaldi, ed io ricorderò fin che vivo
la contentezza del povero dottor Adamo Ferraris (morto a Digione)
quando, da noi avvertito del fatto, potè in qualche modo levarsi
dall'impegno che aveva preso colla legione romana.
Mentre in Terni c'era tanta libertà d'opinione, nelle altre città
d'Italia continuavano gli arresti e le vessazioni. Anche in Terni però
ci doveano essere degli spioni, ed il curioso si è che questi erano
sorvegliati da quelle stesse guardie e da quei carabinieri che
pedinavano i garibaldini.
Un giorno a pranzo, presente il solito circolo d'amici, avemmo una fiera
disputa con un signore sconosciuto, il quale osò apertamente biasimarci
perchè, penetrati in Roma, n'eravamo poi usciti. Noi gli chiedemmo come
avrebbe fatto a vivere senza mezzi e se per vivere colà intendeva che ci
dessimo a rubare. Ei ribattè che c'erano dentro ancora il Cucchi ed
altri molti, e quelli di certo non rubavano. Noi replicammo inviperiti;
la cosa minacciava di farsi seria. I signori Castellani, Perozzi,
D'Andreis ed altri si misero di mezzo e fecero tacere ed anche
vergognare quell'uggioso.
Levata la mensa, per quanto chiedessi all'albergatore e ad altri chi
egli fosse, non mi venne fatto di saperlo.
Ma quel medesimo giorno noi ci eravamo recati alla stazione ad
incontrare un amico che doveva arrivare: non trovando nessuno, eravamo
sul punto di ritornare, quando una guardia di pubblica sicurezza mi
chiese d'improvviso:
— D'onde viene il signore?
— Da Terni.
— Ma ella non è di Terni.
— E che fa questo?
— M'occorre vedere le sue carte.