BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI — Serie II — N. 4
PIO VITTORIO FERRARI
VILLA GLORI
ricordi ed aneddoti
dell'autunno 1867
con prefazione di ETTORE SOCCI
SEGUONO IN APPENDICE
“GIORNALETTO DI CAMPO„ ED ALTRE NOTE E RICORDI
SCRITTI
NELL'OSPEDALE E NELLE CARCERI DI ROMA
DA
GIOVANNI CAIROLI
. . . Oh come grato occorre
. . . . . . . . . . . . . .
Il rimembrar delle passate cose
Ancor che tristi!
LEOPARDI.
ROMA
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
1899.
————
Proprietà letteraria
della Società Editrice Dante Alighieri
Roma — Tipografia Elzeviriana.
ALLA MIA VENERATA MAMMA
CONFORTO E SVAGO
NELLA SUA TARDA ETÀ
QUESTA BREVE PAGINA
DELLA MIA VITA
PREFAZIONE.
Tra tutte le campagne di Garibaldi quella del 1867, nell'Agro Romano, è,
senza dubbio, la più bizzarra e la più singolare.
Chi ebbe la fortuna di far parte, in quel tempo, del microscopico
esercito condotto dal gran capitano, rammenta, anche oggi, a mente
fredda, come una delle più fantastiche e sorridenti visioni, quella
baraonda di gente, capitata da ogni parte d'Italia e trascinata da un
solo pensiero: Andare a Roma a ogni costo; rifarsi delle busse toccate,
l'anno prima, dall'Austria e farla finita col potere temporale.
Erano quasi tutti col vestito che portavano in città e quindi, in meno
di quello che si dice, riusciva più facile prenderli per straccioni che
per cavalieri di un ideale. I fucili poteano dirsi fratelli gemelli di
quelli della guardia civica del 1848, forse erano gli stessi, e, quando
si arrivava a poterli scaricare potea dirsi un vero prodigio. Le scarpe
ridevano da tutte le parti. Qualche camicia rossa la si vedeva, e si
vedeva anche qualche gallone dorato o inargentato, ma tutto insieme era
uno strano miscuglio di soprabiti e di giacchette, di giubbe e di
cacciatore, di pioppini, di papaline e di cappelli alla calabrese.
Stefano Canzio fece tutta la campagna in tuba, ed a Mentana, in mezzo
all'infuriare delle palle, appariva più bello del vero, sotto quella
copertura così aristocratica!
Un capo armonico comprò da un chierichetto spiantato il suo zimarrone e
si battè fino all'ultimo, con quell'indumento sacerdotale...
Oh, le belle serate di Terni che preludiarono le marcie faticose, i
forzati digiuni, i sacri entusiasmi delle battaglie, le serene
soddisfazioni dei sacrifizi, incontrati sorridendo... tanto era la fede
che fioriva nel cuore!
Nei gruppi sussurroni dei giovinotti che facevano della strategia a buon
mercato e trinciavano di politica a tutto pasto, incrociavansi tutti i
dialetti, confondevansi tutti i vernacoli, apparivano grandiose le
bestemmie di tutte le regioni italiche. La bestemmia è l'abituale
interpunzione del soldato, specie se è in faccia al nemico!
Gli arruolamenti si facevano sui tavolini dei caffè: qualche foreria era
in una bettola e qualche stato maggiore in una locanda.
Il governo chiudeva gli occhi: i ragazzi, la sera, alla ritirata
accompagnavano i soldati cantando a squarciagola:
Anderemo a Roma santa
A dispetto dei francesi.
Gli ufficiali ci guardavano con invidia. Poveri figlioli! Avrebbero
dovuto trattenerci e avevano una voglia matta di venir via insieme con
noi!
Menotti Garibaldi, dopo aver sconfinato alla Farfa, erasi misurato coi
papalini a Monte Libretti, dove, Achille Fazzari, pugnando come un
leone, ebbe morto, crivellato da 17 palle, il cavallo e riportò grave
ferita alla gamba. Acerbi avanzavasi nel viterbese: Nicotera aveva già
occupato Ceprano.
I fratelli Cairoli, doveano in Roma prestar mano a Francesco Cucchi,
designato capo dell'insurrezione. Le cose andavano per le lunghe: il
comitato nazionale tradiva; i cospiratori perdevansi in infeconde
organizzazioni e in preparativi sballati; i vecchi non avevano fede, i
giovani migliori, disdegnosi della tirannide papale aveano, da gran
tempo, presa la via dell'esilio e, in quell'ora, si trovavano già al
loro posto nelle file dei garibaldini. Quando la verità verrà a galla
sarà una gran brutta pagina per certi messeri quella dell'abortita
rivoluzione del 1867.
Enrico Cairoli, assetato d'azione, rifuggente da ogni indugio, molestato
dalla polizia e per breve tempo arrestato, stanco oramai dall'attendere
e smanioso di pericolo, un bel giorno lasciò l'eterna città e se ne
venne a Terni ove adunò intorno a sè il glorioso manipolo che ha reso
eterno nel cuore degli italiani il ricordo di Villa Glori.
I settanta hanno oggi l'onore di appartenere alla leggenda.
Pio Vittorio Ferrari fu del bel numero uno e, dopo trentadue anni,
pubblica oggi questo volumetto, nel quale narra minutamente gli episodi
giornalieri dell'eroica spedizione.
Anche Pio Ferrari trovavasi a Roma, quando vi era il Cairoli, quando, di
momento in momento, dovea scoppiare la rivoluzione e, disilluso anche
lui, piantò l'assonnata città per andare con Garibaldi.
La narrazione dell'imberbe giovinetto, scappato, si può dire, dalle
sottane della mamma che amava, riamato, dell'affetto più intenso e
sbalestrato in un mondo che ei non aveva mai potuto intravedere,
improvvisato soldato e cospiratore incosciente, è quanto di più semplice
possa mai immaginarsi.
Il pregio maggiore di queste memorie alla casalinga è proprio quello di
non contenere alcun artifizio e di esser prive addirittura di qualunque
fronzolo o ciarpame rettorico. Il vero vi si rispecchia in ogni
frase, in ogni periodo. L'autore non ha la pretesa di fare un'opera
d'arte: egli racconta alla buona le peripezie che, lungo le marcie,
durante il breve combattimento, nel quale egli fu tra i primi
ferito, e nel lungo soggiorno dell'ospedale — a San Spirito e poi a
Sant'Onofrio — accompagnarono un breve periodo della sua vita, del quale
può andare giustamente orgoglioso.
Uno dei difetti più facili a incontrarsi nelle pubblicazioni che
riferisconsi a imprese guerresche e sono narrate in prima persona è
quello di sgusciar, non volendo, nel _Miles gloriosus_ di Plauto. Il
Ferrari questo difetto non l'ha davvero: anzi, allorchè parla di azione,
di eroismi, di pugna ei si ritrae, come una sensitiva, e pare voglia
nascondersi...
Nulla però è più efficace della verità; e le scene dei cospiratori in
via dei Quattro Cantoni, e il via-vai dei monsignori che vogliono
convertire i garibaldini nell'ospedale sono bozzetti addirittura
geniali.
Della campagna del 1867 non è stata scritta finora una storia esatta;
importanti lavori ne furono pubblicati e non pochi. Basti il citare _Da
Terni a Mentana_ del Guerzoni e gli stupendi sonetti, in dialetto
romanesco, di Cesare Pascarella, così cari al Carducci, e così efficaci
nel ritrarre i particolari più salienti della spedizione dei settanta.
Tutti però si sono limitati a dettare memorie personali o ad illustrare
fatti isolati. Molti furono i canti, manca insomma il poema.
Sull'azione del glorioso manipolo che con Enrico Cairoli erasi
consacrato alla morte, sul fatto stesso di Villa Glori molti furono e
sono ancora i commenti, ma, per quanto possano essere disparati i
giudizi, per quanto diverse le accuse, per quanto severe le critiche,
rimarrà sempre il leggendario ardimento, il sacrifizio epico, la morte
radiosa preferita alla complicità della inerzia... Villa Glori fa oggi
parte della nostra Epopea nazionale e, finchè innanzi alla colonna
funerea, inalzata accanto al mandorlo alla cui ombra esalò l'anima
grande Enrico Cairoli, si raccoglieranno, nel glorioso anniversario, i
giovani nostri, non ci è da disperare dell'avvenire.
L'esempio di chi muore per un'idea è sempre proficuo.
Lumeggiare, in ogni suo particolare, l'azione grandiosa di un popolo che
tanto operò e tanto sofferse per avere una patria — insegnare ai giovani,
quanto sia facile farsi maggiore d'ogni privazione e affrontare
qualunque sacrifizio, quando si ha la fede nel cuore — dimostrare colla
semplice narrazione dei fatti che colla costanza si vincono tutte le
nobili cause, e far tutto questo alla spicciola, senza andare in cerca
di parole lambiccate, di frasi contorte, di citrullerie metafisiche, e
di mirabolanti astrazioni filosofiche, è la propaganda più efficace, la
più pratica delle lezioni.
Questo ha voluto fare, e ci è riuscito, il Ferrari, e voglio sperare che
il suo libro avrà tra i giovani molti lettori.
È deplorevole che quasi tutti coloro i quali frequentan le scole,
conoscano, almeno di nome, gli eroi dell'evo antico e sieno affatto
digiuni di ogni notizia su chi di quelli eroi seppe accettare il
retaggio.
Eppure gli ultimi non impallidiscono innanzi ai primi e talvolta ne
vincono il paragone.
Masina che muore, lanciando il proprio cavallo fino al primo
pianerottolo del casino dei Quattro Venti può stare alla pari di
qualunque paladino dell'Ariosto: Bronzetti che non si ritira e, morendo
a Castel Morone, assicura la vittoria del Volturno non ha nulla da
invidiare a Leonida: Enrico Cairoli che gitta l'anima grande
all'avvenire, e cade col revolver in pugno, proferendo il nome della
mamma, è la espressione più nobile del cavaliere dell'ideale.
Narriamo adunque questi fatti, profilando colla parola e collo scritto
le belle figure rispecchianti tutta la gentilezza del sangue latino, e
se ai nostri racconti, all'evocazione di tanta virtù, se al ricordo di
quanto sangue generoso è costata la patria, la gioventù non sentirà
fremente il dovere di mantenerla intatta questa nostra povera patria, di
migliorarne la sorte, di strapparla al disonore ed alla vergogna,
dovremo vergognarci di esser nati italiani!...
I libri, come quelli del Ferrari, sono un ricordo ed un monito.
Sieno i benvenuti, oggi più che in ogni altro tempo, dacchè da tutti è
sentita, purtroppo, la deficienza dei caratteri, ed è sui buoni libri
che si forma il carattere.
ETTORE SOCCI.
I.
Partenza.
Una sera del settembre 1867 mi trovavo al Casino o Circolo sociale di
Udine e si chiacchierava secondo il solito, di politica, trinciando il
mondo a diritto ed a rovescio con la giovialità e la spensieratezza dei
vent'anni.
La compagnia s'accresceva ad ogni istante di qualche amico: finalmente
ad un dato punto tutti si levarono come a segnale convenuto e passarono
nella sala attigua.
Volli seguirli, ma mi fu impedito: ciò che mi parve molto strano.
— O che, ci avete dei segreti? chiesi ad un amico.
— Abbiamo un affare nostro da sbrigare.
— Ed io non posso intervenire?
— No, abbi pazienza: a suo tempo saprai ogni cosa.
— Ma di che si tratta dunque?
— Parola d'onore, te lo dirò.
E mi chiuse la porta in faccia, lasciandomi solo. Per tutto quel giorno
almanaccai su quella conferenza a porte chiuse. — Che sarà mai?
pensavo. — Affari della società? oh no di certo, perchè io pure sono
socio e dovrei saperne qualche cosa!
All'indomani, appena uscito di casa, mi diressi all'ufficio della
_Sentinella friulana_. Era questo il titolo di un periodico settimanale,
che si stampava da noi giovani e che aveva per iscopo e programma di
educare ed istruire il popolo.
Non saprei dire quanto e come il nobile intento fosse effettivamente da
noi raggiunto, nè se i mezzi adoperati fossero i più adatti. Di due cose
mi ricordo, le quali per lo meno fan fede delle nostre buone intenzioni:
che tutti noi ci mettevamo una grandissima attività e che il periodico
era dispensato gratuitamente, come gratuita era l'opera nostra. Ne
pagava le spese una eletta schiera di patroni (chiamiamoli così), i
quali contribuivano con due lire al mese. Non ricordo quanti fossero: so
però che il giornale era letto e se ne distribuiva un migliaio di copie
circa.
Questa cuccagna durò, credo, tre o quattro mesi, poi si risolse in un
deficit, che troncò miseramente la vita alla filantropica pubblicazione.
Era di buon mattino ancora e però rimasi sorpreso allorchè, entrando
nell'ufficio ch'io credevo di essere primo ad aprire, lo trovai invece
occupato da alcune persone a me sconosciute, le quali conversavano
animatamente. Al mio entrare la conversazione s'interruppe d'un tratto,
poi fu ripresa a bassa voce. Io fingendo di non interessarmici, mi misi
a sfogliare alcune carte, ma in realtà tendevo l'orecchio. Morivo dalla
curiosità.
Poco dopo entrò un comune amico, il quale senza tanti misteri, forse
credendomi d'intesa con gli altri, depose sul tavolo alcuni biglietti di
banca.
— Ecco tutto quello che ho potuto cavare di tasca al signor X.... (il
nome non serve), esclamò.
— Basterebbe al più per due di noi, soggiunse uno degli interlocutori.
— Sta bene, ribattè un altro, ma quando saremo sul posto, come si farà?
ci toccherà viverci per chi sa quanti giorni!
— Ma io credo che là si provvederà.
— Chi ne sa nulla?
— Intanto potreste partire e quando sarete sul luogo, spediremo
dell'altro; frattanto ci adopereremo.
— Non lo credo prudente. Per ritirare denaro quando s'è fuori, fa d'uopo
declinare il proprio nome alla posta od alla banca, e noi abbiamo
bisogno di tenerci nascosti. Io, fra l'altro, non ho passaporto: quindi
non si sa mai quel che possa accadere.
Dal dialogo interrotto, dalla ricerca di quattrini e da altri indizi mi
parve comprendere di che si trattasse.
Uscii come se nulla fosse e la prima persona che incontrai fu l'amico
del giorno prima, quello che m'avea dato parola di palesarmi il segreto.
— Giurami che mi dirai la verità, gli dissi. Voi combinate qualche cosa
per Roma.
— Come lo sai? mi chiese sorridendo.
— L'ho potuto argomentare da un discorso ora udito all'ufficio del
giornale. E tu perchè non mi dicevi nulla?
— Sei troppo ragazzo, si temeva che parlassi; ma al momento di partire
figurati se non te lo avrei comunicato!
— Quando si parte?
— Ora lo vedremo. E rientrammo all'ufficio.
C'era anche un mio amico triestino, Giusto Muratti. Per partire si
attendeva un telegramma da Firenze.
Il telegramma venne finalmente.
— Io parto, dissi al Muratti. Vieni?.... e fu stabilito di lasciare, se
fosse possibile, la città quella notte stessa.
Due ostacoli però si frapponevano. Il Muratti non aveva passaporto. Io
invece l'avevo e in perfetta regola; ma in compenso non avevo quattrini
e se ne avessi chiesto in casa, avrei messo sospetto e certo mi sarebbe
stata impedita la partenza.
Al passaporto per il Muratti fu subito provveduto: un amico gli prestò
il suo. Più difficile fu risolvere l'affare dei quattrini per me. Un
signore me li aveva promessi per la sera: uscii a notte tarda con armi e
bagaglio e mi recai da lui, ma non era in casa. Il tempo stringeva e
solo un'ora mancava alla partenza del treno.
Inquieto per tale contrattempo, lasciai il mio piccolo bagaglio al
Muratti, pregandolo di attendermi, chè avrei fatto un altro tentativo.
Erano le nove di sera e certamente poche speranze potevo nutrire a
quell'ora per simili affari. Ma io conoscevo le abitudini casalinghe di
un amico. A quell'ora doveva essere a cena: ero quindi sicuro di
trovarlo in casa.
Andai da lui e lo trovai; gli chiesi trecento lire, me le diede senza
aprir bocca e ritornai trionfante dal Muratti che mi attendeva sulla
via.
Un'ora dopo il treno diretto della notte ci portava alla volta di
Firenze.
In mia casa per quella sera e fino al mezzogiorno del domani non se ne
seppe nulla.
S'era bensì vociferato alcuni giorni prima in città della misteriosa
partenza di alcuni giovinotti, ma nessuno aveva saputo dare spiegazioni.
Qualche cosa n'aveva inteso anche la mia buona mamma e però forse
divinava. In casa seguiva ogni mio passo e quando quella sera picchiò
alla mia stanza, dove m'ero rinchiuso per comporre un po' di biancheria
entro una piccola sacca, dovetti nascondere sacca e biancheria sotto il
letto per non darmi a conoscere.
Voleva che l'accompagnassi presso certi nostri parenti. Le dissi che non
potevo perchè dovevo fare una visita di dovere in casa X..... E così
dopo desinare io andai a vestirmi in abito nero da società con guanti e
gibus ed essa venne a vedere di persona se l'abbigliamento era
all'ordine e mi stava bene.
— Mi raccomando, sai? mostrati garbato e riverisci da parte mia.
— Sì, mamma. — Le diedi un bacio ed uscii in gran fretta. Mi veniva da
piangere.
Forse quel bacio potea essere l'ultimo ed ella non lo sapeva. In ogni
modo l'indomani avrebbe provato un grande dolore.
Ad alleviarlo, le diressi, poco prima di partire, un bigliettino e lo
impostai alla stazione.
Le chiedevo scusa d'averla in tal modo ingannata: partivo per un affare
di premura e la pregavo di non fare di me ricerca alcuna perchè a suo
tempo le avrei fatto avere mie nuove.
II.
In viaggio.
All'albergo della Luna a Firenze, dove prendemmo stanza, ci attendevano
parecchi amici partiti prima di noi. Primeggiava fra essi e fungeva da
capo Francesco Tolazzi, valoroso soldato, che poi, fino a pochi anni or
sono, fu modesto impiegato: ora pur troppo è morto. Nel 1864 era stato
intrepido capitano di una piccola banda di insorti friulani i quali,
battendosi a Monte Castello, avevano dalle alte vette delle Alpi
Carniche messo in iscompiglio ed in moto un intero corpo d'armata
austriaco che aveva alla testa il generalissimo Benedek, appositamente
chiamato a tal comando. L'intera provincia del Friuli era stata posta in
istato d'assedio. La mobilitazione di quel corpo costò all'Austria la
bellezza di quasi due milioni di lire, mentre la banda dei volontari non
raggiungeva forse i venti uomini!
Parte di costoro erano stati imprigionati, parte ne vidi io stesso
rimessi in libertà nel 1866, altri riuscirono a fuggire e ripararonsi
nel Regno.
Fra questi il Tolazzi, il Cella ed il venerando Andreuzzi. Quest'ultimo
stette ben 17 giorni sotto un crepaccio di montagna mantenendosi a
polenta e latte, che gli recava un pastore, e tenendosi la stricnina in
tasca, pronto al suicidio piuttosto che cadere in mano al nemico!
Belle memorie!
Quando io ed il Muratti arrivammo, gli amici che ci avevano preceduto si
preparavano a proseguire il loro viaggio. Avevano tutti portata seco una
rivoltella e fu non piccola difficoltà l'adattarsela in modo che non
fosse veduta; la scoperta di una compagnia di giovinotti armati a quel
modo avrebbe potuto procurarci seri guai anche colla polizia italiana.
Essi dovevan passare il confine per Orte e Corese; noi insieme a qualche
altro amico lo avremmo passato l'indomani dalla parte di Montalto e
Civitavecchia.
Partirono dunque assieme gli amici Marzuttini, Berghinz, Andreuzzi
juniore, Facci, Cella e Povoleri.
La giovialità serena ed esilarante di quest'ultimo teneva allegra la
compagnia. Chi l'avrebbe detto allora! Il Povoleri finì suicida in
Alicante pochi anni dopo, ed egual fine si ebbe pure più tardi il povero
Cella; egli che aveva sfidato tante volte la morte, che al ponte del
Caffaro aveva sostenuto con un capitano austriaco, un duello corpo a
corpo da non aver riscontro che nelle epopee antiche[1]; egli che fu il
primo ferito di quella guerra e meritò l'onore di essere chiamato da
Garibaldi: prode fra i prodi!
E morto è pure il povero Carletto Facci, anima gentile e dolcissima di
intelligente amico! Il Berghinz e l'Andreuzzi da parecchi anni portarono
nella libera America l'onesta loro attività e forse non li vedremo più:
tutti scomparsi!
L'indomani partimmo anche noi venuti dopo ed a noi si unì pure l'amico
Alberto Ceresa di Lodi.
Eravamo in quattro ed anche di noi quattro uno pur troppo or non vive
più che nella dolce memoria!
Il Comitato residente in Firenze ci aveva designati gli alberghi dove in
Roma dovevamo prendere alloggio. Così alcuni furono mandati all'Hôtel
Roma, altri all'Europa, altri all'albergo Cesari; il Muratti ed io fummo
destinati alla Minerva, noto sbarcatoio, allora come ora, di tutti i
_gros-bonnets_ del legittimismo.
Prima di partire dovemmo far legalizzare i nostri passaporti dal console
spagnolo che abitava fuori di Porta al Prato, ed anche questa pratica
ritardò la nostra partenza di qualche ora. Curiosa contraddizione! Pio
IX avea tanta fiducia nella Francia che si faceva difendere dalle sue
truppe, ma per i passaporti esigeva il timbro della Spagna!
Sostammo a Livorno la notte per riprendere di buon mattino il treno
maremmano. I carabinieri alla stazione non ci diedero noia. A noi però
sembrava ci tenessero d'occhio e non respirammo liberamente che quando
il treno si mosse.
A Montalto visita doganale. Un ricevitore sfogliò due o tre volte una
_Guida d'Italia_ che gli si affacciò nell'aprire la mia sacca, poi mi
diè una sbirciata di sottecchi. Forse volea scrutare nel mio volto un
possibile lettore di libri proibiti.
Da Follonica in giù eravamo rimasti in _coupé_ noi quattro con altri due
giovinotti che non conoscevamo. Costoro, forse indovinando o fidando
nella lealtà della gioventù che non tradisce, cavarono di tasca prima
d'arrivare a Montalto due rivoltelle e cominciarono a consultarsi fra
loro sul modo di poterle nascondere prima di arrivare al confine.
Vedendo quelle armi, immaginammo che il loro viaggio avesse l'identico
scopo del nostro. Lo chiedemmo e ce lo confermarono. Allora suggerimmo
loro di nascondere le rivoltelle nell'imbottitura dei sedili cavando un
poco di stoppa: così fu fatto; e poi che ebbero subìta la visita
doganale e ripresi i loro posti, ricuperarono senza inconvenienti le
loro armi.
Erano due bravi giovinotti: li lasciammo alla stazione di Roma e non li
rividi più. Ricordo però il nome di uno, Natale Capaccioli, nome che
rividi più tardi nella funebre lista dei morti a Mentana.
Apparteneva al glorioso battaglione livornese guidato dal Mayer[2].
Il sole era già calato in un ampio manto di nuvole d'oro: cominciava ad
imbrunire.
Il treno correva monotono attraversando le desolate ed interminabili
lande della campagna romana; la conversazione nostra era andata
gradatamente languendo: il crepuscolo stesso invitava al silenzio.
Un senso indistinto di brivido m'aveva preso.
La certezza di trovarmi in paese nemico; la possibilità di essere
pedinati dalla polizia, scoperti e gettati in un carcere senza nemmeno
il merito d'aver mosso una paglia; l'impresa non ben determinata che ci
attendeva in Roma; il ricordo della famiglia lasciata la quale forse in
quel momento era in tutte le angosce non sapendo dove e come fare di me
ricerca; ciò tutt'assieme dava ai miei pensieri una tristezza
meditabonda alla quale invitava anche la stessa ora tarda della sera ed
il paesaggio che ci si svolgeva innanzi agli occhi, malinconico e
desolante.
Si attraversavano immense praterie che andavano a confondersi a perdita
d'occhio col lontano orizzonte, colline e vallate alternantisi per
interminabili pendii, ma spoglie affatto d'ogni vegetazione e solo
popolate qua e là da mandrie di pecore, di bufali e di cavalli. Non un
arbusto, non un boschetto, non una casa! Il treno correva correva...
passata Civitavecchia, passato anche Palo, ultima fermata del diretto, e
via via Palidoro, Maccarese, Magliana e finalmente Roma!
Roma, termine dei nostri pensieri, meta delle nostre aspirazioni, delle
aspirazioni d'ogni italiano! l'avremo?... chi lo può dire? come
l'avremo?... chi lo sa? ci sono armi? è preparata la popolazione?
insorgeranno?.. e se ci lasciassero soli?... faremo le barricate; e se
ci agguantano?... ci fucileranno, ci impiccheranno come congiurati, come
_framassoni_!... e la mamma? Questo dolce ricordo che facea capolino fra
l'incertezza di sì tristi presentimenti, mi produsse il senso di
un'angoscia disperata. Guardai i miei compagni: alcuni dormivano, altri
meditavano pur essi, e mi pareva scorgere anche sui loro volti i segni
d'una preoccupazione profonda!
Ma io quando il treno, finalmente rallentando, sostò e udii proferire il
gran nome: _Roma!_ io asciugavo due grosse lagrime!
Alla stazione ci dividemmo senza saluti e commiati come fossimo affatto
sconosciuti l'uno all'altro.
Alla Minerva si convenne fra me e il mio compagno di parlare sempre in
dialetto per il caso che qualche spia origliasse alle porte. Ottima
precauzione, che però corse pericolo di venir guastata fin dalla prima
sera dal carattere impetuosamente istintivo del compagno mio.
Poco dopo aver preso possesso del nostro alloggio, ecco un cameriere
tutto giuggiole e tutto inchini a domandarci ossequiosamente i nostri
riveriti nomi, o meglio ancora, se non c'era d'incomodo, i rispettivi
passaporti. Consegnammo i nostri nomi scritti su di un polizzino, non
essendo il caso di porgere carte da visita; quanto ai passaporti,
rispondemmo che li avremmo consegnati l'indomani, perchè ci scomodava
levarli allora dal fondo dei bauli.
Il cameriere ricevette la carta, mormorò uno strascicato e gentile:
Benissimo! poi avendoci chiesto se desideravamo mangiare, scendemmo
senza altro con lui al restaurant.
Era un salone vastissimo decorato a marmi e stucchi con colonne di
marmo, nicchie e statue; qualche cosa di mezzo fra l'aula accademica e
la chiesa. Un unico candelabro illuminava il vasto ambiente, che
rimaneva quasi tutto in penombra o buio, e davanti al candelabro
sedevano a tavola un prete e un suo giovane allievo. Mangiammo di buon
appetito. Il prete e l'allievo sorbivano un the, e rammento ancora la
strana impressione che ci fece il veder l'allievo, prima di bere e dopo
aver bevuto, fare certi enormi segni di croce, come se avesse avuto da
esorcizzare la bevanda.
Cenando però mi venne un dubbio, che cioè il protrarre al domani la
presentazione dei passaporti potesse dare qualche sospetto; ne feci
motto al mio compagno ed egli pure fu del mio avviso. Perciò, finito
alla meglio il desinare, risalimmo nella stanza e chiamammo il
cameriere.
— Eccole i nostri passaporti, disse tosto il Muratti con un tono burbero
in lui abituale, e accentuando le parole sì che uscivano come
schioppettate.
— Oh si figuri! rispose l'altro cerimoniosissimo. Non occorreva che lor
signori si disturbassero per questo; facciano il loro comodo; se non è
questa sera, sarà domattina che daranno conto di sè alla polizia.
Questa parola, detta, io credo, affatto innocentemente da quel loiolino
ganimede, fece scattare il mio compagno come se l'avesse punto una
vipera, e affrontando minaccioso il cameriere
— Che polizia! gridò.
— Sì, riprese impaurito ed officioso il cameriere, la polizia, cioè
l'ufficio dei passaporti, perchè l'ordine è così; sa, noi non c'entriamo
per nulla!
— Che polizia, che polizia! per chi ci prende lei? Eccole i passaporti!
e li buttò al cameriere con tale una grazia, che questi pel suo meglio
sgattaiolò lesto come una gazzella e scese di corsa per il corridoio
probabilmente a raccontare al padrone le suscettività tempestose del
forestiere nuovo arrivato, mentre io strapazzavo di santa ragione
l'amico, dicendogli che con simili modi non si va a cospirare in paese
nemico e che se cominciavamo così, non sarebbe passato un giorno che ci
avrebbero legati, e l'avremmo finita male!
III.
Alla Minerva.
Se io dovessi qui ricordare quali criteri ci avevano diretti a Roma e
quali interessi avevamo, dovrei certamente lavorar di fantasia. Eravamo
a Roma, sapevamo di non essere soli, sapevamo che doveva trovarcisi pure
un capo, che noi eravamo a sua disposizione e dovevamo attenderne gli
ordini. Donde poi ci sarebbero venuti, con quali mezzi si sarebbe agito
e quando, ignoravamo affatto.
Intanto stabilimmo di visitare un pochino la città.
Programma nostro il fingerci stranieri: Muratti parlerebbe tedesco, io
francese. Io ero sempre vestito coll'abito da società e col gibus che
avevo all'atto della partenza. Giovinetto ancora imberbe,
quell'abbigliamento mi dava l'aria d'un chierico travestito o d'un
pastore evangelico. Per maggiore illusione presi meco quella guida
d'Italia rilegata in tela rossa ch'era stata perlustrata dal doganiere
al confine di Montalto, la quale, se poteva ingannare la polizia sul
conto nostro, disgraziatamente illudeva però anche i ciceroni di piazza.
Infatti questi, appena uscimmo dall'albergo, ci assediarono da ogni
parte. Un _bottaro_ ci si accostò, salimmo ed avendoci anch'egli chiesto
in francese dove si voleva andare, il mio compagno, affastellando
francese tedesco e italiano, diede una tal risposta ed in tale idioma,
che non so davvero che cosa il cocchiere riuscisse a comprendere.
Fortunatamente i _bottari_ di Roma erano in gran parte dei nostri, chè
se, Dio liberi, quello fosse stato una spia, ci avrebbe condotti
difilati a Montecitorio. Per chi nol sapesse, il palazzo di Montecitorio
allora era la sede della Direzione generale della polizia pontificia.
Visitammo S. Pietro e vi trovammo una guida o cicerone che possedeva un
permesso per visitare Castel Sant'Angelo. Ci tornò opportunissima e
l'accettammo.
Ridire le impressioni riportate dalla vista del maggior tempio della
cristianità non è qui luogo, nè, per verità, bene me le ricorderei;
perchè le nostre osservazioni, più ancora che ai quadri ed alle statue,
erano dirette a certi altri forestieri, la maggior parte giovani, che si
vedean qua e là girare per il tempio, anch'essi accompagnati dai
ciceroni, e che dal loro fare spigliato e dalle mosse ardite
s'argomentava agevolmente non esser nè inglesi nè tedeschi nè americani,
e meno che mai ammiratori appassionati di ecclesiastici monumenti[3].
In Castel Sant'Angelo ci accompagnò un veterano svizzero col quale il
mio compagno fece lunga conversazione in tedesco. Corridoi, scale,
scalette, terrazze, stambugi, prigioni, anditi, cortili, muraglioni,
feritoie, questo è il mio ricordo di Castel Sant'Angelo, di allora. Ci
passai due mesi dopo una notte, la notte avanti alla nostra liberazione
dalla prigionia; ma i pensieri di quei momenti, agevolmente lo si
indovina, eran volti a tutt'altro che a rilevare la topografia del
carcere; nè ora, dopo tanti anni, nelle poche visite fatte al Castello,
mi fu mai possibile di raccapezzare dove io passassi quella notte.
Chiedemmo però allo svizzero se quegli antri additati quali prigioni di
Benvenuto e della Cenci servissero tuttora di carcere a qualche
condannato. Ci rispose che le carceri erano in altra parte del Castello.
Forse, pensavo tra me, vi staranno i prigionieri politici. Li
libereremo?... oh qual maggior soddisfazione? aprire il carcere ad un
martire della patria!
Assistemmo allo sparo del cannone a mezzogiorno.
Dal ponte Sant'Angelo ci fu dato vedere degli zuavi che lavoravano di
carriola e di vanga allegramente lungo le sponde del Tevere, allora in
condizioni diverse da oggi. Forse eran tutti figli di famiglie civili,
persone istruite e dabbene, forse eran laureati, professori, conti,
duchi, baroni, e lasciavan la patria e gli agi di casa propria per venir
qui a fare il manovale, il bracciante! Bisogna proprio convenire che la
fede fa miracoli!
Rientrando nell'albergo ci si affacciò un frate zoccolante con una
cassetta per la questua e noi, come ogni altro inquilino dell'Hôtel
Minerva, pagammo senza batter becco il nostro tributo alle anime. Quel
frate stava da mattina a sera sulla porta dell'albergo e poichè era
albergo frequentato da persone ricche ed abbienti, fors'era questa una
speculazione di diritto per qualche convento. Al proprietario
dell'albergo, del resto, poteva far comodo come controllo della gente
che andava e veniva; fors'anche costui poteva essere un arnese della
polizia, ma per noi rappresentava soltanto un pedaggio assai noioso.
Sette od otto giorni si stette all'albergo della Minerva, ma soltanto a
dormire. Ci scottava il suolo sotto i piedi in quelle camere e in
quell'ambiente. Le pareti stesse potevano parlare. Oltre a ciò i prezzi
erano molto elevati e di quattrini per andar incontro all'ignoto non
avevamo certamente dovizia.
Avevamo perciò scoperto per i pasti un luogo abbastanza centrale, ma
molto democratico. Era la trattoria dei _Tre Ladroni_ in via
dell'Umiltà, vicino al Corso. Ora non esiste più. Non vi si mangiava
male, ma era un vero antro di Caco e l'insegna non poteva essere più
adatta per simile ambiente buio, umido e pur troppo anche sudicio. Ci
convenivano militari di bassa forza, borghesi di campagna e preti
scagnozzi.
Il posto ci parve ottimo per eludere la polizia.
Ma una sera, anche là, poco ci mancò che non cadessimo in trappola.
Di fronte al nostro tavolo bevevano una foglietta di vino due legionari
d'Antibo che, come guerrieri, non erano certo nè Ettori nè Ajaci e men
che meno Adoni.
— Guarda un po'! mi disse sottovoce in vernacolo il mio compagno. Se
costoro si possono chiamare soldati, io mi lascio volentieri tagliare la
testa (veramente altra era la frase)!
Io sorrisi e non risposi, ma uno dei due soldati cominciò a conversare
coll'altro alterato, volgendosi ogni tanto verso di noi con piglio e
gesto che sembravan di sfida.
— Oh vedi se può essere soverchia la prudenza! Costoro sembra che
intendano anche il dialetto ed abbiano compreso il nostro discorso,
diss'io sommessamente.
Intanto il militare continuava a parlar alterato, sempre col volto e
talvolta coi pugni a noi rivolti. Allora senz'altro noi chiedemmo al
cameriere:
— Che cos'hanno quei due soldati?
E uno dei militari senza lasciar tempo al cameriere di rispondere
— _Dites à ces messieurs là_, esclamò, _que je ne comprend pas la langue
italienne, mais cepandant j'ai assez compris pour lui dire qu'en France
il y a bien plus de politesse qu'ici._
— Perchè dunque non ritornate in Francia, gridò imbizzito il mio
compagno, se vi è tanta cortesia? Che ci venite a fare qui?
Una potente gomitata mia gli tolse il fiato e la parola per continuare.
Ma ci volle poi per me — aiutato dall'oste — del bello e del buono a
pacificare il focoso armigero francese, assicurandolo che nessuno al
mondo s'era burlato di lui e che, appunto perchè essi non comprendevano
la lingua italiana, avevano fraintese le nostre parole in dialetto.
Le aveva capite anche troppo bene, l'amico! Come campione militare però
bisogna confessare che era in molto difetto; è naturale quindi che fosse
anche sempre in sospetto!
Usciti di trattoria, feci una nuova e più solenne filippica all'amico
che ad ogni istante con simili imprudenze comprometteva la nostra
posizione.
Erano intanto già passati quattro o cinque giorni nè si vedeva alcuno nè
si sapeva nulla dei casi nostri.
Incominciavamo, per dir vero, a dubitare della serietà dell'impresa,
quando un giorno, camminando per il Corso, vedemmo gran folla di gente
sulla piazzetta di S. Marcello e di fronte alla chiesa la carrozza del
Papa cogli staffieri smontati e le guardie nobili che facevano ala. Ci
fermammo a guardare e di lì a poco vedemmo uscire di chiesa Pio IX in
persona, bianco vestito ed attorniato, assediato letteralmente da
donnicciuole, da bambini, da vecchi che volevano baciargli la mano e le
vesti. Egli benediva tutti e lentamente avanzandosi montò in carrozza;
le guardie si misero ai lati di essa e via per il Corso a gran trotto.
Era verso sera, proprio nell'ora in cui il Corso di Roma è più animato.
Lo spettacolo che ci si offeriva al passaggio della berlina papale era
quello di un'onda marina procedente maestosa. Tutta la gente sostava e
si prosternava a terra di mano in mano che la carrozza procedeva. E via
via così fino a porta del Popolo.
Noi ci fissammo in viso l'un l'altro come estatici a quello spettacolo;
quando rinvenimmo dallo stupore, ci domandammo: Che siam venuti a fare
noi in Roma? la rivoluzione?...
Un giorno per il Corso adocchiai uno dei compagni nostri e ammiccatogli
feci cenno a lui di seguirmi. Lo trassi in disparte in un vicolo
nascosto e presi ad interrogarlo ansiosamente sui nostri disegni e sulle
speranze concepite; ma pur troppo compresi ch'ei ne sapeva quanto noi.
Uniche notizie che ebbi, furono queste, che essi erano sempre all'Hôtel
Roma, come noi al Minerva e che il capo e direttore della cospirazione
era Francesco Cucchi.
L'indomani di buon mattino andai all'Hôtel Roma sperando di aver nuove
notizie. Erano ancora a letto e faceva loro compagnia quel tipo
originalissimo ch'era l'amico Andreuzzi, il giovine. Egli era entusiasta
dell'impresa ed io, che n'ero scoraggiatissimo, cadevo proprio a
proposito. Mi lamentavo che non si sapeva nulla di nulla ed egli a
rispondermi che le rivoluzioni van fatte così, che noi non avevamo altro
dovere che di star pronti e quand'era il momento, scendere in piazza.
— E le armi dove sono?
— Le armi ci sono.
— Ma dove?
— Ci sono.
— E la gente?
— C'è.
— Ma dove?
— Ti dico che c'è.
— Ma dove? io non l'ho veduta.
— Non serve: lo devi credere.
— Allora piglieremo Roma colla fede.
— Insomma tu devi tacere.
— La piglieremo col silenzio allora.
— Meglio che colle tue chiacchiere, f..... d'un moderato! e giù una
grandine di epiteti e di cazzotti dati e scambiati.
Erano queste le nostre esercitazioni, le nostre manovre.
Altro originale per disinvolta sfrontatezza era Augusto Merluzzi, ora
morto, poveretto!
Passeggiava un dì per il Corso con uno de' suoi compagni: a un tratto
questi vedendo passare una _botte_ diè un grido di stupore, la carrozza
fu fermata e ne scese un prete, e lì esclamazioni di stupore e domande:
— Ma come mai ti trovi qui? Ed io che ti credevo a Firenze! Che ci sei
venuto a fare? — Il povero amico era impacciato e non sapeva che
rispondere e balbettava impaperandosi.
Pronto venne in suo aiuto il Merluzzi:
— Viaggiamo per conto della casa A e trattiamo pure qualche affare per
la casa B; siamo qui da parecchi giorni e ci tratterremo ancora
dell'altro, se la piazza ci offrirà da lavorare....
— O non mi secchi un po' colle sue chiacchiere! interruppe bruscamente
il prete. Questi è mio fratello.
Il merluzzo restò baccalà.
I giorni si seguivano l'uno all'altro e noi continuavamo a fare i
viaggiatori, gli inglesi, i touristi ma nell'animo nostro volgevano
pensieri tristissimi ed un lento scoraggiamento cominciava ad
impadronirsi di noi.
Venne finalmente il momento in cui ci fu annunziata imminente la
sommossa, ed anzi fummo avvertiti di tenerci pronti perchè alla sera il
Comitato ci avrebbe tolti dall'albergo e trasportati in una casa
privata.
Regolammo i nostri conti con l'Hôtel Minerva e alla sera attendevamo i
signori del Comitato.
IV.
Casa Giovanelli.
Il cosidetto Comitato nazionale romano fu, a dir vero, tutt'altro che
benemerito dell'impresa da noi tentata, anzi l'osteggiò a tutto potere,
perchè non si agiva d'accordo col governo di re Vittorio.
Chi aiutò realmente il Cucchi, il Castellazzo, il Guerzoni, l'Adamoli,
il Pavesi e gli altri capi convenuti qui in Roma, fu il Comitato o
Centro d'insurrezione; ed era esso appunto che in quella sera si
occupava di noi.
Alle 8 pomeridiane fu bussato alla porta della nostra camera
all'albergo.
— Chi è? Avanti!
Entrarono un signore alto e robusto dalla fisionomia franca ed aperta ed
un giovanotto bruno, dagli occhi nerissimi e dai lineamenti delicati e
simpatici.
Il primo era Napoleone Parboni, che della fisionomia e della figura
nulla ha per anco mutato. L'altro era un certo Augusto, il cui cognome
ora mi sfugge e del quale poscia non mi fu possibile aver più traccia.
Riconosciutici scambievolmente, fu convenuto che saremmo partiti con
Augusto, il quale ci avrebbe condotti in vettura fino a Santa Maria
Maggiore, donde, licenziato il cocchiere, saremmo andati a piedi alla
nostra destinazione.
E così fu fatto.
Nessun inconveniente, nessun contrattempo nella partenza. All'uscir
dall'albergo si pagò il solito pedaggio, e poi via. Per strada
incontrammo il carro dei morti ed io ne trassi cattivo augurio.
Poco discosto dalla piazza dell'Esquilino, in via Graziosa (ora via
Cavour), esisteva allora a mano diritta una gradinata che metteva ad un
terrapieno, donde poi si accedeva al vicolo dei Quattro Cantoni. Appena
imboccato questo, a mano diritta, c'era un vicolo cieco, una specie di
cortiletto. In una casa prospettante in questo vicolo ci condusse
l'amico Augusto e vi fummo ricevuti con molta cordialità.
I moderni lavori hanno mutato faccia del tutto a quella località, talchè
chi si trovi nella bella e maestosa via Cavour mal cercherebbe i meandri
e gli angiporti di via Graziosa.
Il vicolo Quattro Cantoni però esiste tuttora e vi si accede per una
comoda scalea, salita la quale, subito a mano diritta si imbocca il
vicolo cieco. Questo è tuttora immutato e la casa ove noi abitammo, per
chi la volesse conoscere, porta ora il num. 72-B ed è alloggio consueto
di ciociari e di erbivendoli.
Stranezza del caso! Vent'anni dopo i fatti che sto narrando, io venni a
stabilirmi colla famiglia in Roma. Gira e rigira per trovar quartiere,
dopo averne visitati parecchi, finalmente ne trovai uno di mio
gradimento in via Cavour; vi ci stabilimmo e solo dopo due e tre mesi
che vi abitavo, riconobbi che le mie finestre prospettavano proprio sul
vicolo Quattro Cantoni e che il vicolo cieco era quasi di fronte a casa
mia!
L'uomo che dovea ospitarci, era un certo Giovanelli calzolaio, o meglio
ciabattino, morto pur esso alcuni anni or sono. Pochi mesi prima di
morire venne a trovarmi. Di salute stava ottimamente, benchè avesse
ottant'anni, ma la vista l'avea quasi perduta.
Il suo nome per me e per i miei compagni di quei giorni assurse
all'onore di ricordo incancellabile. Aveva famiglia composta di una
donna, due ragazze ed un figlio. Una delle ragazze era sposa ed il
fidanzato veniva ogni sera a vederla. Era un altro Augusto, compositore
tipografo, buonissimo figliuolo e da cui nulla c'era a temere.
Licenziato l'Augusto primo (diremo così), rimanemmo soli a contemplare
l'abitazione in cui d'ordine del Comitato eravamo stati sbalestrati.
Era un secondo piano. L'uscio della scala metteva direttamente in uno
stanzone, il talamo coniugale del Giovanelli: dallo stanzone si passava
in una piccola cucina e dalla cucina in un'altra piccola stanza, che noi
destinammo per sala da pranzo.
Poco dopo arrivati noi due, ci vennero anche l'Andreuzzi con un altro
amico e l'indomani ci furono portati pure i due commessi viaggiatori di
casa A e di casa B. Totale sei ospiti e cinque padroni di casa, ossia
undici persone costrette a stiparsi in due stanze, ed ecco come.
Quattro si dormiva per turno nel gran talamo del Giovanelli. Si doveva
giacere di fianco e star immobili, pena il ruzzolare in terra... nè
giurerei che ciò non sia avvenuto. Si stava pigiati, ma via, meno male!
Da uno degli altri letti veniva levato un materasso che ogni sera si
stendeva per terra, e così era provveduto per altri due che ci dormivano
per turno. Letto un po' duro, ma senza pericolo di ruzzoloni. Il
Giovanelli ed il figlio dormivano pure con noi sovra un cassettone che
coperto da un materasso poteva anche figurare un divano. In totale
quindi otto persone in una camera che non credo misurasse sessanta metri
cubi.
Come spazio, stavano meglio certamente di noi la madre e le figlie, le
quali dormivano nell'altra stanzetta, ma non so in qual modo, perchè
quando noi al mattino si usciva, la camera era rifatta ed assettata, di
letti non si vedeva manco l'ombra ed il cubicolo era convertito in
triclinio.
Questo fu il nostro alloggio per circa una quindicina di giorni; giorni
memorabili, giorni il cui ricordo appare come pietra miliare nella vita
monotona ed affacendata della più tarda età, giorni di spensierata
allegria, d'incondizionata abnegazione, giorni sereni e giocondi in cui
l'ardore e la fantasia giovanile si sposavano in un comune e nobile
intento, si acquetavano in una solenne certezza, la coscienza cioè di
tentare il supremo compimento dei destini italiani, la realizzazione del
voto di patrioti, di eroi, di martiri!
Casa Giovanelli per noi doveva essere poco meno d'un carcere per quei
pochi giorni. Non si doveva uscire o quanto meno nelle ore di notte e
non mai per andare verso il centro della città. L'occhio vigile della
polizia ci avrebbe notati, pedinati ed il covo sarebbe ben presto stato
scoperto.
Costretto da questa invasione a sospendere il proprio lavoro e
danneggiato negli affari suoi, il buon Giovanelli dovette fare di
necessità virtù e di calzolaio fu tramutato _ipso facto_ in cuoco, nella
qual briga lo coadiuvavano pure la moglie e le figlie. Faceva le
provviste, ci portava i sigari, il tabacco e, più che tutto, ci portava
certi fiasconi giganti di vino bianco, coi quali confortavamo gli ozii
della prigionia forzata.
Gli amici passavano il loro tempo giuocando alle carte. Io, non
conoscendo giuochi, _faute de mieux_, facevo filacce per i futuri
feriti, lo stesso lavoro a cui erano condannati i prigionieri di
Spielberg e di Gradisca.
L'indomani del nostro arrivo il Giovanelli ci fece conoscere parecchi
suoi amici, tutti cospiratori, congiurati, liberali accaniti (diceva
presentandoceli) e ce n'era uno sciame. E fatta la nostra conoscenza,
venivano poi quotidianamente a tenerci compagnia e a fare conversazione.
Società piacevolissima! Ricordo un Serafino falegname, buon ragazzo, che
aveva fatta la campagna del 1866; un carrettiere in camiciotto di tela
greggia con una faccia che, Dio liberi, imbroccarla al buio (lo
chiamavano _frittata_, non so poi perchè); un vecchietto dai panni
logori ma accanito anche lui; una donna accanita nelle vesti, nelle
unghie e nei capelli arruffati; un cocchiere a spasso, proveniente da un
circo di cavallerizzi; un marmista, un carbonaio ed altri molti.
Ma erano strette di mano, toccate di bicchiere, abbracci, promesse,
giuramenti che ci si facevano! E perchè alla scelta società non mancasse
anche la buona musica, il figlio del Giovanelli, Pietruccio, di tratto
in tratto dava una cantatina con una terribile voce di tenore,
accompagnandosi con la chitarra.
Gran parte di questi amici io li rividi per mia somma consolazione nel
1870, dopo la breccia di Porta Pia e si rinnovarono allora gli
abbracciamenti, i baci e le carezze. E poichè il caso voleva che in quel
tempo io mi trovassi in condizione di potere, almeno moralmente, giovar
loro presso apposito Comitato istituito di quei giorni in Roma per
provvedere ai danneggiati politici, mi toccò la sorte di dovere,
cominciando dal Giovanelli, moltiplicare certificati sopra certificati e
prodigar patenti a diritta ed a manca di patriottismo e di danni
sofferti, come lo potrebbe fare un dittatore nel pieno esercizio delle
sue funzioni.
Eppure, a tutt'oggi che scrivo, l'effetto di parecchi fra quei
certificati sussiste ancora. Io stesso che li dettai, ne sono stupito;
perchè, lo dichiaro solennemente, i certificati, quantunque in ogni lor
parte veri, furon da me fatti per levarmi d'attorno una seccatura, non
mai perchè io ci annettessi importanza di conseguenze possibili
nell'avvenire, nè perchè io credessi che s'avesse del patriottismo a
fare un lucro e men che meno che della sincerità del medesimo in coloro
che lo professavano, avessi proprio io ad essere il giudice competente.
Comunque sia, l'abbondare non nuoce; e se la storia del nostro
risorgimento può segnalare numerosi ciarlatani, sfruttatori postumi di
patriottismo, giustizia vorrebbe però che si rimettessero le cose a
posto e si desse a ciascuno la parte sua.
Quanti patriotti morti poveri ed ignorati, quanti vivon tuttora
conducendo stentatamente una vita di sacrifici e di dolori, mentre al
Senato, alla Camera, nell'esercito, nella magistratura e perfino nelle
file più puritane della democrazia idealista mietono il fiore delle
onoranze ed assorbono anche lauti stipendi i postumi liberali, che
prestarono fino all'ultimo istante mente, braccio e cuore al nemico
contro l'Italia insorgente.
La ragione politica, lo spirito partigiano ed il tempo, grande
liquidatore di tutte le pendenze, fanno pur troppo obliare anche le
brutte pagine della storia di un uomo e detergono (cosa incredibile!)
macchie tali che nè la patria rivendicata nè la fermezza delle coscienze
oneste dovrebbero mai cancellare o dimenticare!
Di fronte a costoro, gli accaniti di casa Giovanelli, ardimentosi
allora, senza miraggio di promesse, dimenticati ora in gran parte,
senz'altro compenso che la coscienza d'un dovere adempiuto sono per me
tanti eroi di Plutarco.
Se all'albergo c'incresceva l'incertezza di notizie e di posizione, in
casa Giovanelli ciò era addirittura insopportabile. E quando smettevasi
il giuoco delle carte, era un continuo almanaccare sulle probabilità di
un movimento imminente, sui punti da attaccarsi, sulla gente in cui
fidare, sul numero degli insorgenti, sulle armi, sugli aiuti di fuori e
sulle probabilità di dentro.