Il viaggio fu malinconico. Giuseppina era pallida e pensierosa, Agata
accorata, io malcontento ed inquieto. Mia suocera, che ci aspettava con
espansiva letizia, ci trovò tutti oppressi da incomprensibile tristezza,
e ne rimase rammaricata, quantunque sua nipote le prodigasse le più
affettuose carezze. Giuseppina, salita nella cameretta che sua madre le
aveva allestita con tante cure delicate, ne rimase commossa, ed accorse
a baciarla teneramente, per esprimerle la sua viva riconoscenza; ma
l'Agata ed io pensavamo che quella maledetta finestra di Milano, che
aveva attristata la mia gioventù, avrebbe continuato a molestare col suo
influsso la nostra famiglia e ad amareggiarci la vita.
Un'ora dopo l'arrivo la cena era pronta, e ci sedemmo intorno al solito
tavolo rotondo del tinello, ma il posto vuoto del povero nonno Nicola
ridestò il dolore della sua perdita, e Giuseppina, non potendo più oltre
frenare l'affanno che l'opprimeva, diede in uno scoppio di pianto. Ci
volle molto tempo a calmarla, pareva che i singhiozzi la soffocassero.
Così nei giorni più solenni della vita, il pane della famiglia è sovente
bagnato di lagrime, ma quelle lagrime cementano le sante affezioni e le
onorate memorie, mentre le risa dei baccanali sono lampi fra le tenebre,
nella solitudine del cuore.
Bitto, oramai vecchio decrepito, trascinandosi lentamente ai piedi
dell'antica sua amica, che vedeva immersa nel dolore, le posò il muso
sui ginocchi, e guardandola con occhio pietoso, pareva le dicesse:
divido le tue pene.
I primi giorni del ritorno al villaggio furono dunque piuttosto tristi
che lieti; e forse, se alcuni anni dopo la morte ritornassimo al mondo,
avremmo parimente più motivi di piangere che di rallegrarci, anche senza
tener calcolo dell'accoglienza degli eredi!
Giuseppina ricevette le visite di tutti gli antichi amici, li accolse
con affettuosa cortesia, ma dopo che erano partiti faceva le meraviglie
trovandoli tanto invecchiati.
Il parroco avea i capelli bianchi, Tobia era calvo e stecchito, il
farmacista aveva le rughe, il medico s'era fatto floscio e panciuto; la
signora Pasquetta sola era ringiovanita, il bruno de' suoi capelli aveva
acquistata una tinta così intensa, che in qualche sito si fondeva sulla
pelle.
In complesso il villaggio non presentava a nostra figlia quelle
attrattive che avremmo desiderato. Essa parlava continuamente delle
belle cose di Milano, del buon gusto delle signore, del lusso delle
carrozze, della vita che pullulava in tutti gli angoli della città.
Desideroso di ricondurla ai gusti materni, un giorno le presentai
l'_Ortolano dirozzato_ eccitandola alla lettura.
--Lo conosco,--mi disse guardandomi con malizia,--l'ho spolverato per
tanti anni sul tuo scrittoio!--Poi si mise a scartabellarlo
sbadatamente, e trovato il segnale alla pagina 10, me lo restituì con un
sorriso, soggiungendo:
--Ti prego di non privartene; me lo darai quando avrai finito di
leggerlo.
M'avvidi pur troppo che, per sua disgrazia, essa aveva molti gusti del
babbo, e procurai con buoni consigli di persuaderla a moderare la
fantasia per non esporsi ai disinganni, evitando, per quanto fosse
possibile, di apprendere la vita dall'esperienza, e attenendosi
agl'insegnamenti di chi ne aveva subìte le dure lezioni. Ma non c'era
più verso di ridurla a crearsi delle abitudini semplici e confacenti
alla nostra condizione. Essa tagliava, disfaceva e riformava ogni tratto
i suoi abiti nuovi, per ridurli alla foggia del giorno; alzava od
abbassava i capelli secondo le indicazioni dell'ultimo figurino. In
breve tempo divenne il modello dei paesi vicini; le signore dei dintorni
venivano a passeggiare nel nostro villaggio per vedere come era tagliato
il suo abito, ed imitarla.
Essa consigliava le amiche e le vicine sul modo di vestirsi, e si
udivano lunghe e gravi discussioni sopra la dimensione delle gonne, gli
svolazzi, lo sparato delle maniche, le guarniture di frangie o di
sghembi, e si questionava seriamente sul nodo vagabondo della cintura.
La signora Pasquetta esprimeva il suo debole parere, mia figlia
sorrideva sdegnosamente, presentava obiezioni irresistibili, e
dichiarava con profondo convincimento che quella foggia era divenuta
impossibile, che quel tale oggetto si doveva bandire.
--Ma perchè?... se è tanto bello!... se fa tanto effetto!
--Non si porta più!...--rispondeva mia figlia, con sentenza assoluta ed
inappellabile.
Tutto il circolo femmineo che la stava ascoltando la guardava con
ammirazione. Così i giovani impongono ai vecchi i nuovi usi e costumi, e
portano dal collegio alla casa ed alla società nuove idee che modificano
le arti e le industrie, e producono rivoluzioni politiche, letterarie ed
artistiche, le quali sconvolgono il mondo con nuovi sistemi, nuove
poesie, o nuove giubbe, secondo la forza degl'innovatori. Peccato che le
cose recenti non sieno sempre migliori delle antiche; ma bisogna tacere,
altrimenti dicono che si diventa vecchi.
Intanto che mia figlia si occupava delle frivolezze della moda, io
andava mulinando le cose serie pensando come sarebbe finita la faccenda
della finestra; e mia moglie, come al solito, accumulava sospetti sopra
timori, calcolando tutte le conseguenze d'una passione rinchiusa nel
cuore d'una fanciulla; prevedendo che un'idea fissa le avrebbe fatto
perdere delle buone occasioni di matrimonio, condannandola ad accettare
più tardi un partito qualunque, per non restare zitella.
Agata rievocava lo spettro della mia gioventù, vedendo che mia figlia mi
somigliava nelle mie inclinazioni fantastiche, e negli amori vaporosi e
perfino nelle ambizioni sfrenate; io le avevo avute per la tragedia del
medio evo, essa le aveva ancora per la commedia... della moda.
Io mi forzavo dimostrarle, che le conseguenze dei miei errori giovanili
non furono poi disastrose, e non mi avevano impedito di diventare buon
marito e buon padre, e abbastanza felice, per quanto lo consenta l'umano
destino... e la turbolenza femminea.
Si rabboniva, dovendo confessare che non ero una cattiva pasta, che dopo
il matrimonio la mia condotta fu sempre regolare ed incensurabile; ma
non poteva dimenticare la fatale influenza di quella finestra sulla
nostra famiglia.
Infatti quella finestra coi nuovi amori ci dava sempre dei pensieri
smaniosi. Che fare?... Dobbiamo distrarre l'innamorata con un viaggio od
attendere? interpellarla o tacere?... e dopo lunghe discussioni intorno
al partito da prendersi, si restava sempre nell'incertezza.
Eravamo in questi termini, quando una mattina il procaccino mi consegnò
una lettera col timbro di Milano, e con soprascritta di carattere
ignoto. L'apro, corro con l'occhio alla firma, e leggo--Savina Brisnago
di Montegaldo!...
Essendo la prima volta che mi venivano alla mano i suoi caratteri, non è
da sorprendersi se un'emozione indefinibile mi corse per le vene, e per
qualche istante me ne rese impossibile la lettura.
Finalmente ho potuto scorrere la lettera da capo a fondo. La contessa,
coi modi più garbati, mi chiedeva la mano di Giuseppina pel conte
Saverio suo figlio.
Corsi dall'Agata e le dissi:
--Giuseppina mi ha dichiarato a Milano che il primo suo amore sarà anche
l'ultimo. Tu vedi che non somiglia a me solo, essa ha le cattive qualità
del babbo, e le buone della mamma. Vuoi renderla felice e uscire da ogni
incertezza?... Ebbene; tu sai che il segreto per sciogliere lodevolmente
il nodo di tutti gli amori si trova nel matrimonio. Se concedi tua
figlia in isposa al conte Saverio di Montegaldo, tutto è finito per il
meglio, nel migliore dei modi.
--È una bella scoperta, ma come se ne può fare l'applicazione?
--Rispondendo favorevolmente alla domanda della contessa Savina...--e
così dicendo le porsi la lettera.
Mia moglie la lesse rapidamente, e ne rimase sbalordita... La prima
impressione fu buona, essa non pensò che a sua figlia... poco dopo,
pensando al resto, esclamò:
--Povere madri!... a quanta abnegazione siete costrette talvolta, per
assicurare la felicità dei vostri figli!...
Tacque qualche istante, indi soggiunse:
--Daniele, rendimi giustizia, confessa che i miei presentimenti avevano
ragione... io sentiva che quella finestra doveva rapirmi qualche
cosa!... è meglio però che prenda mia figlia, e mi lasci il marito!...
Almeno le nostre questioni saranno finite!
Ci voleva proprio il giudice conciliatore per terminarle,--io
osservai;--è un originale venuto al mondo a bella posta per accomodare
le differenze fra mogli e mariti.
Chiamata la Giuseppina, le abbiamo subito comunicata la nuova. Ci parve
lieta, ma non sorpresa.
--Sei contenta,--le domandai,--se mandando alla contessa la nostra
adesione, invitiamo lo sposo a sollecitare la sua venuta?
--Non occorre,--mi rispose,--perchè è qui da varii giorni.
--Poffare del mondo!--esclamai...--io non sono di questo secolo!
Il conte Saverio era infatti al villaggio, accomodato alla meno peggio
all'osteria, aspettando la lettera di sua madre e il nostro consenso.
Durante il giorno si teneva nascosto, riservandosi di confabulare colla
sua bella al chiaro di luna, quando tutto il villaggio dormiva. Al
segnale convenuto Giuseppina apriva pian piano le persiane della sua
cameretta, e si affacciava alla finestra, Saverio era lì che
l'aspettava, e passavano lunghe ore, egli in mezzo alla strada, ed essa
al balcone, facendo la serenata colle armonie del cuore, e trovando
sempre nuove variazioni sullo stesso motivo.
Dopo ricevuta la lettera della contessa, e udita la narrazione di mia
figlia, andai io stesso a liberare Saverio dalla sua prigione, e gli
apersi le porte di casa. Mia moglie e mia suocera lo accolsero come un
figlio. Egli non ebbe parimente a lodarsi di Bitto, che lo ricevette
come un ladro, abbaiando furiosamente, e minacciandolo se avesse osato
avanzare. L'intervento della promessa sposa calmò i furori del cane, che
anche questa volta dovette rassegnarsi alla volontà della sua amica; ma
non lo fece però senza malcontento, continuando a ringhiare per qualche
tempo sotto al tavolo, e guardando di cattivo occhio colui che ci veniva
a rapire il tesoro più prezioso della casa.
Io mi ritirai per rispondere alla contessa Savina, che onorati altamente
della sua domanda, ci eravamo affrettati di accogliere il conte Saverio
come un figliuolo, lieti di affidargli la felicità di nostra figlia; e
proseguivo con rispettose espressioni, che mi venivano suggerite dalla
circostanza. Scrissi quattro pagine e mi recai a sottoporle al giudizio
di mia moglie.
Leggendo attentamente la lettera, essa dimenava la testa in segno di
disapprovazione, dicendomi:--Questa frase ha un doppio senso... questa è
un'evidente allusione al passato... questa espressione è troppo
sentimentale... l'altra è poco rispettosa.--Trovava altre frasi che non
erano assolutamente necessarie, nè convenienti, nè del caso. Perciò,
finite le amputazioni, non restavano che poche righe e la firma. Dovetti
passare due ore con l'Agata, pesando tutte le parole, e credo che nessun
diplomatico al mondo avrà ponderato un dispaccio che decideva dei
destini d'una nazione con precauzioni maggiori di quelle che vennero
usate da mia moglie per accettare una semplice domanda di matrimonio.
Pochi mesi dopo si celebrarono le nozze, e gli sposi partirono il giorno
stesso per fare un viaggetto in Toscana.
Non racconto la storia del distacco per non rinnovarne il dolore. Agata
ne fu ammalata parecchi giorni, e non poteva riaversi, e da quel momento
incominciò a coltivare l'idea di abbandonare il villaggio, e di fissare
la nostra dimora a Milano per vivere presso la figlia. Ma due gravi
ostacoli si opponevano alla esecuzione di tal disegno: l'età avanzata di
mia suocera, che non avrebbe abbandonato senza pericolo le vecchie
abitudini, e un fondo persistente di gelosia, che la consigliava di
tenermi sempre lontano dalla contessa Savina.
Sei mesi dopo il matrimonio gli sposi vennero a farci visita, e dieci
mesi appresso l'Agata riceveva una lettera di Giuseppina che la pregava
di recarsi a Milano per assistere al suo primo parto. Essendo la
stagione del taglio dei boschi, mi era impossibile di abbandonare il
paese; perciò mi limitai ad accompagnare mia moglie fino a Como, ove mio
genero l'aspettava per condurla a Milano. Io ritornai in Valtellina e la
settimana seguente ricevetti il lieto annunzio che nostra figlia aveva
dato alla luce felicemente una bambina, e che la neonata e la puerpera
godevano una perfetta salute. Mia moglie ritornò a casa pochi giorni
dopo, e dandomi buone notizie della nuova famiglia, mi raccontò
le cortesi accoglienze ricevute dalla contessa Savina, la
quale,--aggiungeva mia moglie,--malgrado gli anni è sempre una bella
donna! e così dicendo si mordeva il labbro inferiore e mi fissava con
due occhi scintillanti, che indicavano chiaramente i sospetti della
gelosia risvegliati alla vista d'una bellezza che, quantunque matura,
non escludeva il pericolo. Oramai ero avvezzo alla sua cecità, e non
tentavo nemmeno di guarirla, proponendomi il solo scopo di fuggire tutte
le occasioni che potessero aggiungere esca a quel fuoco.
L'inverno successivo sarebbe passato tranquillamente, se una perdita
dolorosa non fosse venuta ad amareggiarlo: il povero Bitto morì di
vecchiaia. Da qualche tempo la paralisi delle gambe lo obbligava a non
muoversi dal cuscino, e solo le nostre assidue cure lo tenevano in vita.
Giunto agli estremi, fissò l'occhio affettuoso ne' suoi amici e spirò.
Avendo confessate francamente tutte le nostre debolezze, non vedo il
motivo di nascondere le lagrime che abbiamo versate per la sua morte, nè
di tacere della modesta ma decente sepoltura che gli abbiamo eretta in
giardino, in memoria della sua fedele amicizia. Chi non è contento di
ciò se ne dolga pure con quegli amici che ci abbandonano nella sventura,
e con quegli uomini che non sanno meritare l'affetto che ispirano i
cani.
I nostri figli vennero due volte in Valtellina, ma la loro bimba era
rimasta a Milano colla sua balia. Io desiderava vivamente di vederla,
tuttavia i soliti motivi d'affari e di prudenza mi vi tenevano lontano.
La malferma salute di mia suocera impediva a mia moglie d'allontanarsi
di casa, ed io non volevo andar solo a Milano, senza un motivo
plausibile che giustificasse il mio viaggio. Non mi sentivo ancora
abbastanza forte per affrontare un pericolo che mi esponeva a perdere
per sempre la pace domestica, e a compromettere l'onore di due famiglie.
I sospetti di mia moglie accrescevano la mia paura.
Ma l'occasione venne a tirarmi per i capelli, ed io ho dovuto ubbidire.
Una lettera pressante d'affari mi chiamava a Milano; si trattava di
salvare o di perdere un capitale importante, onde mia moglie stessa
dovette spingermi alla partenza.
Apparecchiai in fretta la mia valigia, presi congedo da mia suocera
inferma e mi avviavo verso la vettura che stava attendendo, quando mia
moglie, accompagnandomi all'uscio, mi disse con un profondo sospiro:
--Finalmente potrai avvicinarti per la prima volta alla contessa Savina,
guardarla negli occhi, udire la sua voce, stringere la sua mano!...
--M'immagino,--le risposi freddamente,--che non mi tratterai da
briccone! Non vorrai dimenticare i nostri figli!...
--È così bella!...--essa mi rispose mostrandosi indifferente a ogni
altra considerazione.--Infatti,--soggiunse,--va, che Dio ti benedica; a
questo mondo nessuno può fuggire alla sorte che gli è riservata!... Io
ti stimo abbastanza per pensare che, se cadi, la forza che ti spinge è
irresistibile.... Va... e ritorna presto... che sia decisa una volta, se
posso vivere in pace gli ultimi anni della vita... o se devo morire
desolata!...
Era inutile di discutere. Le diedi un bacio sulla fronte, essa mi
strinse la mano; e, allontanandomi, lessi nel suo sguardo ciò che non
osava dirmi col labbro.
Partii amareggiato da così persistente ingiustizia, considerando fra me
stesso l'infamia della gelosia, che espone l'accusato a compromettersi
colle goffaggini che fa per salvarsi, che spinge insensibilmente
l'innocente verso la colpa, la quale gli procura dei benefizi che non
peggiorano la sua condizione, ed anzi la rendono più sopportabile,
perchè le giuste accuse riescono sempre meno dolorose delle false.
Giunsi a Milano a notte avanzata, triste e pensieroso, tanto mi
crucciava trovarmi costretto all'intimità della contessa Savina. Ma
questa volta non potevo fuggire.
La Veronica, che mi aspettava, m'aveva apparecchiata la mia cameretta ed
allestita la cena; mi sentivo stanco, era troppo tardi per recarmi in
casa Brisnago; andai dunque subito a letto, rimettendo la visita
all'indomani. Ho dormito inquieto, agitato, con sogni paurosi; m'alzai
al mattino colla testa pesante, e le idee confuse.
Apersi la finestra quando le imposte del palazzo Brisnago erano ancora
chiuse, e mi sedetti davanti al tavolino per prendere varie note intorno
ai miei affari. Ma quella benedetta camera era così pregna di memorie
giovanili, che mi faceva dimenticare il presente, respingendo tutti i
miei pensieri al passato.
La mia mente era ritornata, mio malgrado, ai bei giorni della gioventù,
ai primi sogni d'amore, quando entrò la Veronica, dicendomi che aveva
già fatto annunziare il mio arrivo in casa Brisnago. Mi versò nella
tazza il caffè che aveva apportato, e mentre io lo andavo sorseggiando
col pensiero sempre fisso al passato, essa guardava fuori dalla fatale
finestra. Tutto d'un tratto vedo che si volta rapidamente e mi dice:
--Venite... presto... la contessa Savina vi manda un bacio!...
Mi è caduta la tazza dalle mani, le forze mi mancarono per alzarmi.
--Mio Dio!... che cosa avete?...--mi chiese ansiosamente la Veronica.
--Lasciatemi tranquillo... è un'indisposizione che passerà subito...--il
cuore mi batteva, la testa mi girava, vedevo tutto buio....
Veronica mi offriva dell'acqua... io la respinsi.
--Non è nulla!--balbettai...--incomincio a rimettermi...--e poco dopo mi
alzai macchinalmente.
--Venite... venite dunque,--mi ripeteva la Veronica.
Avanzai barcollando, e senza sapere ove andassi, mi affacciai alla
finestra. Oh quale spettacolo!... una vezzosa bimba, portata sulle
braccia d'una contadina brianzola, mi mandava un bacio.
Era il primo bacio della contessa Savina... a suo nonno.
Assorto ne' pensieri remoti, io aveva completamente dimenticato che la
mia piccola nipote portava il nome... della nonna.
Così il debito della contessa Savina di Brisnago veniva pagato dalla
contessa Savina di Montegaldo, discendente diretta della prima, erede
legittima e responsabile della sostanza attiva e passiva degli avi.
Liquidata in tal modo la partita pendente, scomparvero le allucinazioni
che mi avevano lungamente molestato. La luce serena del vero,
illuminando il numeroso corteggio degli anni che mi trascinavano alla
vecchiaia, e l'ilare aspetto dell'innocenza che apriva la serie de' miei
discendenti ristabilirono pienamente nel mio spirito la calma serenità
della ragione.
Tirata una linea di demarcazione sui conti arretrati, ho potuto
presentarmi in casa Brisnago col solo titolo di parente, e in
conseguenza con puri e santi affetti nell'animo.
Mia figlia e mio genero si gettarono fra le mie braccia colla loro
bimba, e quando entrò nella stanza la contessa Savina, ci siamo stretti
la mano in mezzo alla nostra famiglia, come dovevano stringersela due
nonni....