XXIII.

Giunto al villaggio, trovai l'Agata che piangeva nella braccia di sua

madre; il mio povero suocero era agli estremi, tuttavia mi riconobbe, mi

sorrise tristamente, e con voce semispenta mi chiese nuove di

Giuseppina.

L'amor figliale davanti al letto del padre moribondo assopiva tutti gli

altri sentimenti nel cuore dell'Agata, la quale mi domandò poche cose di

Milano, che non avessero diretto rapporto con nostra figlia, e si tenne

paga delle mie risposte sommarie.

Il dottore mi avvertì che ogni speranza di salvare il signor Nicola era

perduta, l'Agata non abbandonava più la camera dell'infermo, nè il

giorno nè la notte, prodigandogli le cure più affettuose insieme alla

madre.

Una mattina egli volle ricevere i sacramenti, circondato da tutti i suoi

cari. Sono momenti solenni, che si scolpiscono indelebilmente nella

memoria.

Eravamo tutti inginocchiati intorno al suo letto, le lagrime ci

offuscavano la vista, e quando il sacerdote uscì dalla stanza, il

moribondo ci chiamò da vicino, e con voce fioca ed interrotta pronunciò

poche parole d'addio:

--Sono rassegnato...--ci disse,--quantunque mi dolga lasciarvi, per non

vedervi più sulla terra... vi ho sempre amati teneramente... ero felice

con voi.... Giovanna, perdona il mio carattere e ricordati il mio

cuore.... Daniele, ti raccomando mia moglie... e l'Agata... sii

fedele... e vogliatevi bene. Agata, tu fosti sempre la delizia della mia

vita... tu parlerai alla nostra bambina del suo povero nonno... Vivete

in famiglia uniti, e modestamente... sarete felici.... Io vi benedico

tutti... e spero di rivedervi nell'eternità....

Poco dopo entrò nell'agonia, che pareva un'estasi consolata da soavi

visioni. Sulla sera, quando l'ultimo raggio del sole illuminava il suo

pallido volto, spirò tranquillamente, come un fanciullo che

s'addormenta.

Tutto il villaggio seguì la bara che trasportava al cimitero le spoglie

mortali del buon padre di famiglia. Alcuni devoti cantavano le preci dei

morti con aria distratta, ma il mio caro Bitto seguiva il corteo in

attitudine di profonda tristezza.

Il testamento nominava l'Agata erede di tutta la sostanza, assicurava

alla vedova una rendita vitalizia, destinava a me l'orologio del defunto

in ricordo, e fissava alcuni piccoli legati a parenti lontani e ai

domestici.

L'eredità risultò superiore di molto a quello che lasciavano supporre i

semplici costumi conservati da mio suocero nella famiglia. Eravamo

ricchi, e siccome l'amministrazione della sostanza richiedeva le assidue

mie cure, rinunziai alla scuola, e appigionato il casino al maestro mio

successore, fissammo la nostra dimora in casa Bruni, insieme colla

vedova.

Se fui arcicontento di sbarazzarmi delle noie scolastiche, lasciai

invece con rammarico la casa che parlava al mio cuore con dolci memorie.

Mia moglie raccomandò caldamente le piante al nuovo maestro, e sofferse

al pari di me nell'abbandonare il piccolo nido.

Gli affari attirarono tutta la mia attenzione, e la nostra vita prese un

andare tranquillo ed uniforme come la superficie d'un lago in bonaccia.

Le lettere dello zio e della Giuseppina ci annunziavano la buona salute

d'entrambi, e ci assicuravano dei progressi di nostra figlia.

Ogni anno facevamo una gita a Milano per visitare la nostra bambina; ma

la corsa era così rapida e piena d'occupazioni, che non mi lasciava il

tempo d'arrestarmi davanti le finestre del palazzo Brisnago... cosicchè

il bacio della contessa Savina restava sempre iscritto a suo debito

senza ch'io pensassi più a reclamarlo.

Intanto gli anni passavano, e quantunque il cuore si conservasse sempre

giovane, tuttavia i capelli bianchi che spuntavano, e le rughe che mi

solcavano la fronte, sembravano un buon antidoto contro la gelosia:

infatti mia moglie aveva deposti i sospetti, e non mi parlava più della

mia contessa.

Dico deposti, non spenti, chè guai se, prevedendo il futuro, taluno le

avesse detto:--Verrà un giorno nel quale il debito contratto alla

finestra del palazzo Brisnago sarà pareggiato... il bacio verrà

restituito a vostro marito dalla contessa Savina!--Guai!... Guai!...

Eppure doveva essere così.... Ma chi può prevedere il futuro?!

L'educazione di nostra figlia era finita, e stavamo facendo i

preparativi per recarci a Milano a levarla dal collegio, quando una

lettera pressante venne a precipitare il nostro viaggio. Eravamo

minacciati da una nuova disgrazia. Il nostro medico di Milano mi

scriveva che mio zio era stato colpito da un accidente apoplettico, e

che lasciava poche speranze. Giunti ad una certa età, siamo sorpresi

sovente da così dolorose notizie. È la generazione antecedente che cade

negli abissi dell'eternità e ci scopre le sponde del precipizio.

Invitati a raccogliere gli estremi aneliti dei nostri cari, i battelli a

vapore e le ferrovie ci sembrano lenti, e pur troppo noi siamo giunti a

Milano troppo tardi. Al nostro arrivo la Veronica ci accolse

singhiozzando, col triste annunzio della morte del povero zio.

Interrotta dalle lagrime, essa ci faceva l'elogio del suo padrone, e

conchiudeva dicendomi:

--È morto esattamente, come ha vissuto, avendo chiusi gli occhi al sonno

eterno all'ora precisa che li chiudeva ogni sera per dormire una

notte!...

Il capitolo della cattedrale l'onorò di solenni funerali ed io gli feci

collocare sulla tomba una lapide che ricorda il suo nome e le sue virtù;

ma non potevo consolarmi di non esser giunto in tempo di chiudere gli

occhi al mio benefattore, del quale conserverò fin che vivo la più grata

ed affettuosa memoria.

Nominato erede universale, col solo obbligo d'una pensione vitalizia

alla Veronica, anche questa volta mi sono trovato più ricco di quanto

poteva supporre. Il buon vecchio metteva a mutuo i suoi risparmi a

benefizio del nipote, e ne aveva raccolto un bel gruzzolo.

Il denaro capita quasi sempre quando non se ne ha bisogno. In gioventù,

col cervello pieno di sogni e col cuore riboccante di desiderii, io

avevo le tasche vuote. Quando l'età matura venne a consigliarmi la

sobrietà in ogni cosa, mi son trovato a nuotare nell'abbondanza. È una

delle tante ironie della vita!

Dopo la morte del povero zio avendo fatta uscire di collegio la

Giuseppina, ci siamo decisi di passare l'inverno a Milano per regolare i

diversi interessi della successione. Mia suocera si rassegnò ad

attenderci in Valtellina, avendo potuto ottenere che una lontana parente

andasse a tenerle compagnia durante la nostra assenza.

La Veronica, quantunque potesse vivere indipendente colla sua pensione,

desiderò rimanere con noi, e così ci siamo accomodati nella casa

ereditata, mia moglie ed io nella stanza dello zio, e nostra figlia

nella mia cameretta di studente.

La natura aveva prodigato i suoi doni alla nostra ragazza; ell'era

leggiadra di forme, e vispa come uno spiritello. Aveva i capelli biondi,

gli occhi azzurri, e la candida pelle di sua madre, ma il tipo s'era

perfezionato e raddolcito, presentando i lineamenti d'un antico cameo.

In quanto ai doni morali, mostrava molta intelligenza, e l'umore un po'

bizzarro e gioviale del babbo, con qualche reminiscenza degli impeti del

nonno.

Le modiste e le sarte di Milano, con arte elegante, ne avevano fatto

spiccare le grazie native della persona, mettendo in rilievo le forme

agili e snelle. Il bruno delle vesti dava gran risalto alla delicatezza

del volto ed una certa gravità all'aspetto giovanile.

Dovunque si andasse, il suo passaggio attirava la simpatia e

l'ammirazione, e l'Agata ed io ne andavamo superbi.

Abbiamo passato l'inverno mestamente, occupandoci degli affari,

visitando i monumenti della città, e facendo lunghe passeggiate. Il

vuoto lasciato nella casa dalla morte del povero zio mi aveva prodotto

una profonda tristezza, e fatto dimenticare intieramente la contessa

Savina. Mia moglie, partecipando al mio lutto, aveva abbandonato le

ubbie sospettose, e fidente nella mia onestà, mi lasciava tranquillo.

Tutti gli affetti s'erano concentrati sull'unica figlia, che colla sua

vivacità giovanile leniva le nostre afflizioni. Avevamo adottato delle

usanze urbane regolari e casalinghe, ma quando gli aliti primaverili ci

apportarono gli effluvi delle prime violette, ci si ridestò il desiderio

dei monti. Oramai io era avvezzo da tanti anni a respirare l'aria libera

della campagna, che a lungo andare i muri della città mi opprimevano:

poi le memorie, le abitudini, gli affari ci creano bisogni ai quali non

è facile sottrarsi.

Mia moglie assai più di me anelava al ritorno, desiderosa di

riabbracciare la vecchia madre che ci aspettava ansiosamente, di

rivedere i fiori, gli alberi e gli animali che reclamavano le sue cure,

e di rimettersi alle occupazioni domestiche, alle quali doveva iniziare

la figlia. Aggiungasi che, sbrigati gli affari pressanti, s'incominciava

a sentire la noia della vita disoccupata, che ci spingeva al ritorno; ma

la Giuseppina ci tirava in lungo con sempre nuovi progetti. Un giorno

voleva ritornare alle gallerie di Brera, un'altra volta desiderava

rivedere il Museo, o risalire sul Duomo o rivisitare qualche chiesa, o

passeggiare in piazza Castello fino all'Arco della Pace, o fare il giro

dei bastioni.

Il nostro affetto ci portava alle concessioni, eravamo felici di

sacrificarci per contentarla e si diventava schiavi de' suoi capricci.

Talvolta, sorpreso da domande di nuove dilazioni, le chiedevo con

impazienza:

--Come mai non desideri ancora di rivedere il tuo paese?... e la buona

nonna che ti aspetta con tanta impazienza per stringerti finalmente al

seno?...

--Anzi, lo desidero moltissimo,--mi rispondeva,--ma abbiamo tempo... la

vita è così lunga!...

--Ma chi ti ha detto che la vita è lunga?

--Lo sento io... il tempo non passa mai!... a te dunque non parvero

lunghi i sei anni che ho passati in collegio?... a me sembrarono

eterni!... chiusa in prigione... e lontana da voi!...

--Ma ora che sei libera, che hai veduto tre o quattro volte tutti i

monumenti, i giardini, i passeggi, i corsi di Milano, non sei ancora

sazia di questa vita scucita, scioperata, monotona?

--Io la trovo deliziosa!... non mi stancherei mai di Milano, sento che

ho del sangue milanese nelle vene... questo movimento continuo, questa

vita romorosa e svariata mi occupa immensamente. Ogni giorno si vedono

novità interessanti, le industrie fanno un'esposizione perenne dei loro

prodotti, le vie sono popolose, allegre, la musica echeggia da ogni

parte, tutto si muove, sorride, cammina, svolazza; qui si sente di far

parte d'una società intelligente, elegante, vivace.

--Ma bisogna pure una volta o l'altra rassegnarsi a partire.

--Pur troppo!...--conchiudeva con un sospiro, e alzando gli occhi al

cielo. Poi mi supplicava con tanta grazia di concederle ancora qualche

giorno, che non era possibile resistere. Sua madre, che era la prima

vittima di tale sacrifizio, diventava il suo avvocato patrocinante, ed

io cedeva, sempre rassegnato ad aspettare senza limiti.

Non sapevo però spiegarmi tanta renitenza al ritorno, quando una

catastrofe impreveduta venne a sciogliermi l'enigma.

Un giorno ch'io ero uscito solo di casa, rientravo col naso in aria,

guardando sbadatamente la nota finestra del palazzo Brisnago, quando--oh

meraviglia!... vedo un mazzetto di fiori che vola attraverso la strada,

e partendo dal palazzo va a cadere sulla finestra della mia antica

cameretta.

Sbigottito, commosso, confuso, mille pensieri mi assalgono, e mi par di

sognare. Dopo tanti anni!... il mio mazzetto ritorna indietro!... che

cosa significa questo mistero?... Mi agito, mi scuoto, mi decido a voler

vedere che cosa succede, mi colloco in posizione opportuna per osservare

nella stanza del palazzo... e vedo con sorpresa il figlio della contessa

Savina, il conte Saverio di Montegaldo, il giudice conciliatore, che

gettava baci alla mia finestra, e li gettava con tale entusiasmo, che

pareva diventato cieco e insensibile a quanto lo circondava.

Balzo rapidamente dalla parte opposta, e vedo mia figlia che, tenendo in

mano il mazzetto di fiori, lo copriva di baci, e poi li soffiava

dall'altra parte!...

Gli occhi mi si offuscarono, le gambe mi traballarono come se dovesse

mancarmi il terreno sotto ai piedi, dovetti appoggiarmi al muro per non

cadere. Il mondo mi pareva trasformato, capovolto. Una volta... ai miei

tempi... la contessa era fuggita... adesso mia figlia rimane... e

ricambia i baci... ah civettuola!... non c'è dunque più ritenutezza, nè

pudore, nè modestia... nemmeno nelle fanciulle!... ed io pensavo alla

mia timidità giovanile... alle mie esitazioni!... È vero che io non ero

stato educato in un collegio femminile... ma tuttavia!... o poveri

genitori!...

Mi feci coraggio, rientrai, salii rapidamente le scale, e senza chiedere

ove fosse mia moglie, corsi difilato verso la mia antica cameretta, e

spalancata la porta con un calcio, comparvi improvvisamente davanti a

mia figlia.

Allo strepito della mia entrata il conte sparì, Giuseppina diede un

guizzo, ed esclamò:

--Oh Dio!... papà... mi hai fatto paura!...

Era pallida, ed appoggiandosi una mano sul cuore, con l'altra sosteneva

impassibilmente il suo mazzolino.

La fissai per qualche istante in silenzio, chiusi la porta, indi

proruppi con accento severo reso più grave dalla situazione:

--Giuseppina!... so tutto!...

--Che cosa sai, papà?...--mi rispose tranquillamente.

--O come?... Osi ancora mostrarti indifferente alla desolazione di tuo

padre?... dopo esserti lasciata sedurre dalle moine del conte di

Montegaldo?...

--Allora vedo che non sai proprio niente!...--mi rispose con

imperturbabile calma.

--Come!... oseresti ancora negare?

--Sicuro!... devo negare ciò che non è... non è il conte Saverio che mi

ha sedotta... sono io che ho sedotto lui!...

Tale risposta mi parve d'un cinismo così rivoltante... che mi venne la

tentazione di darle uno schiaffo... e feci due passi avanti col volto

tanto sconvolto, che essa ne ebbe paura e fece due passi indietro.

Allora procurai di moderarmi, chiusi anche le invetriate, tirai le

tendine, e sentendo che le forze mi venivano meno, mi gettai sopra una

sedia, mi tersi il sudore dalla fronte, e le dissi:

--La vostra impudenza richiede una spiegazione....

Ed essa di rimando:

--Ecco la spiegazione: i primi giorni che abitai questa cameretta mi

alzavo per tempo, come è mio costume, e mi mettevo a ricamare al

balcone. Il conte Saverio veniva a fumare il suo sigaro alla finestra

dirimpetto e mi salutava cortesemente....

--Egli ti salutava?... e tu?

--Ed io naturalmente rispondevo al saluto....

--Ma dunque in collegio non ti hanno insegnato che una ragazza onesta

non deve rispondere al saluto d'un uomo che non conosce?...

--Me l'hanno insegnato benissimo... come mi hanno anche insegnato che

non è creanza non rispondere al saluto di chi si conosce. Ed io che

conosco il conte Saverio....

--Come?... tu conosci il conte Saverio?

--Eh eh!... lo conosco, non solo, ma siamo vecchi amici!

--Amici da quanto tempo?

--Da sei anni; cioè dall'epoca che siamo venuti a Milano, quando mi hai

condotto in collegio.

--Allora tu eri una fanciulla di dieci anni, ed egli ne poteva aver

dodici... e come avete fatto a conoscervi?

--La Veronica, vedendo che io ammiravo dalla finestra gli alberi e i

fiori, promise di condurmi a vedere il giardino Brisnago, a condizione

che tenessi la cosa in segreto, perchè altrimenti sarebbe stata sgridata

da Monsignore, che non voleva aver relazione con quei signori. Io giurai

di star zitta, e tenni la mia parola fino a questo momento!... Quando tu

e il povero zio canonico eravate andati pei fatti vostri, Veronica

scendeva a far conversazione col portinaio che era suo amico, e mi

faceva entrare in giardino.

Io non la vedevo più per un pezzo, mi diceva che andava a far la spesa,

e veniva a prendermi più tardi.

Colà conobbi Saverio, egli mi fece gli onori di casa guidandomi intorno

a quelle belle piante, poi mi propose di saltare la corda e di giocare a

gatta cieca, e così ci siamo divertiti più volte.

Un giorno me ne tornavo a casa colla Veronica, mentre rientrava la

contessa Savina. La Veronica volle ch'io baciassi la mano alla signora

quando discese dalla carrozza. Avendo udito chi fossi, mi diede un bacio

e mi accarezzò lungamente i capelli, guardandomi con bontà, e facendo il

mio elogio. Mi fu subito molto simpatica, e la rividi sempre con piacere

in collegio quando veniva con suo figlio a visitare una mia compagna

loro parente. Portava sempre dei bomboni anche per me, dicendo: povera

ragazzina che ha i genitori lontani!... E la contessa mi dava dei

baci!... Ma che cosa hai, papà, che ti vengono gli occhi rossi?..

--Io?... t'inganni, non ho altro che il dolore di scoprire tanti

intrighi, che finiscono con un altro amore impossibile!...

--Impossibile!... e perchè?... se ci amiamo, l'amore non è

impossibile!... infatti....

--Infatti come è finita?...

--Ma!... devo ripeterlo... è finita che l'ho sedotto!...

--Ma come diamine l'hai sedotto?

--Oh bella!... non sai come si seduce?... Stando seduta al lavoro. Egli

mi guardava lungamente... io fingevo di non vederlo, e lo facevo

aspettare un bel pezzo... poi alzavo la testa con aria indifferente e

gli davo un'occhiata. Poi le occhiate divennero più frequenti... e più

lunghe....

--Tutte compagne!...--dissi fra me, ed essa continuò:

--Finalmente un giorno mi disse ch'io l'avevo sedotto!...

--Ma che!... vi parlate dunque attraverso la strada?...

--Oh!... come puoi credere ad un simile scandalo?...

--Ma dunque?...

--Diavolo!... ci scriviamo.

--Come?... avete anche l'audacia di scrivervi?

--L'audacia!... perchè l'audacia?... A che cosa servirebbe l'aver

imparato a scrivere, se non fosse per esprimere i propri pensieri?... a

che cosa servirebbe la posta, se non fosse incaricata di trasportare i

segreti di chi non è in caso di parlarsi?...

--Ma ricevi le sue lettere per la posta?

--È il mezzo più sicuro... e più economico.

--Ma tua madre non legge le tue lettere?

--Vuoi che mi faccia un simile oltraggio!... non siamo più ai tempi

dell'inquisizione... la mamma mi domanda chi mi scrive... io nomino una

compagna di collegio, che mi scrive realmente... accompagnandomi, per

favore, le lettere di Saverio.

--Una volta non si osava tanto!... i tempi sono cambiati.

--Sono cambiati in bene, lo sai!... lo dicono tutti!...

--Ma non ti è mai venuta l'idea che la tua condotta fosse censurabile?

--Altro che!... m'è venuta sovente questa idea....

--E dunque?

--E dunque ho pensato di attendere i consigli dal tempo, per scegliere

con maturità e con sicurezza il partito da prendersi.

--E non sarebbe stato meglio, prima di abbandonarti a simili avventure,

di pensarci sopra, e di consultare tua madre?...

--È vero... è verissimo... ti assicuro che queste cose me le sono

ripetuta le cento volte... ma che vuoi?... quella maledetta finestra...

io non so che cosa abbia... c'è un'attrattiva fatale... irresistibile

che mi trascinava al suo davanzale, che mi obbligava a girar la testa...

e allora vedevo Saverio dall'altra parte... e tutte le ragioni

svaporavano!...

--È una vera fatalità!...--io esclamai abbassando il capo, e meditai

lungamente questo pensiero.

Si dice che Napoleone I, avendo saputo che ogni notte una sentinella si

suicidava nella stessa garetta, l'abbia fatta abbruciare, e non si

ebbero più a deplorare suicidii in quel posto. Ci sono ancora tanti

misteri inesplicabili nella vita!... Se dopo la mia partenza mio zio

avesse fatto murare il balcone della mia camera, mia figlia, molti anni

dopo, non sarebbe rimasta vittima della stessa malìa....

Sentii compassione di lei, e le dissi:

--Se non fossi tuo padre, potrei burlarmi della tua leggerezza e riderti

in faccia!... figlia d'un povero maestro, tu aspiravi dunque a diventare

contessa?... vergognati del tuo orgoglio, e rassegnati al destino che ti

condanna a non guardar tanto in alto!... Procura d'aver coraggio... e

rinunzia a questa prima affezione!...

--È troppo tardi!...--mi rispose con voce solenne.

Diedi un guizzo sulla sedia, feci un salto fino a lei, presi le sue mani

nelle mie, e fissandole gli occhi in faccia, le chiesi con ansia

convulsa:

--Oh perchè è troppo tardi?... rispondi la verità... subito... tutta la

verità....

Rimase imperturbabile, e mi rispose tranquillamente:

--Perchè il mio primo amore sarà anche l'ultimo!...

--Mi parve di udire ne' suoi accenti la voce dell'Agata quand'era

ragazza, dopo d'aver sentito nelle sue rivelazioni il mio cuore

giovanile rivivere in lei!...

Dopo una breve pausa ripresi il mio posto, e le dissi:

--Non hai dunque pensato mai alla distanza che divide la tua modesta

famiglia dal nobile casato dei Montegaldo?

--Oh papà, queste sono idee vecchie!...

--Benissimo!... e il denaro?...

--Ebbene, del denaro ne abbiamo anche noi... dicesti l'altro ieri che

siamo ricchi.

--Sì, relativamente alla mia passata miseria... ma in confronto dei

Montegaldo... e dei Brisnago, le nostre rendite non basterebbero a

comperare il fieno pei loro cavalli.

--Tanto meglio.... Sarò sicura che non mi sposerà per la dote!...

--In quanto poi alle qualità personali del conte Saverio non le conosco,

ma ti faccio osservare che è figlio d'un scialacquatore, d'un giocatore,

d'un vizioso, che rese infelice la moglie, lasciando di sè una triste

memoria!...

--I figli--mi rispose gravemente--non sono responsabili dei torti dei

genitori. Saverio è un ottimo ragazzo, mi vuol bene e sarà mio

marito!...

--Non fidarti!...--le dissi.--Quando i giovani hanno rette intenzioni,

si presentano i genitori. Non ti dirò che cosa io pensi d'un signorino

che getta baci dalla finestra alle ragazze... sono cose che si sono

vedute ancora... ma non si è mai veduto che una fanciulla onesta li

accetti... e li rimandi!...

--Credi dunque che il caso sia nuovo?...

--Se non è nuovo, non merita d'essere imitato....

--A venti passi di distanza!... ne ho avuto l'assoluzione dal

confessore... e tu non sarai più severo di lui!...

--Non lo so,--risposi bruscamente,--ma intanto apparecchiati a fare la

penitenza, perchè domani partiremo per la Valtellina....

Uscito dalla stanza mi recai subito a partecipare all'Agata la mia

scoperta. Essa ne rimase colpita ed esclamò:

--Maledetta finestra!... sentivo dentro di me che mi doveva essere

fatale!...

Corse subito dalla Giuseppina, che si gettò nelle braccia materne

piangendo.

Piansero insieme, mentre io faceva i preparativi della partenza.

Alla mattina seguente, lasciando la casa in custodia alla Veronica,

prima del levar del sole eravamo in vettura.

Il bacio della contessa Savina · 第 28 / 52 题