Di quel giorno non ricordo con precisione che quel momento. So che in
chiesa mi pareva di vedere mia madre fra gli angeli, e pregai l'Essere
Supremo di purificare la mia anima, e di rendermi degno della sposa che
il cielo mi aveva destinata. Poi non mi rammento più nulla.
Alla nostra partenza le lagrime e i singhiozzi di tutti ci
accompagnarono; i parenti non potevano distaccarsi dalla figlia; mio
zio, impaziente, coll'orologio alla mano, ci dava premura, dicendoci che
la vettura ci aspettava da un pezzo, che l'ora si faceva tarda, che non
era prudente trovarsi fra le montagne di notte, e parve felice quando,
entrati in carrozza, chiuse lo sportello, accennando al cocchiere di
partire, e salutandoci colla mano e colle benedizioni del cielo.
Dalla Valtellina, attraversando lo Spluga, entrammo nel Cantone dei
Grigioni. Agata piangeva, io cercava di consolarla senza impedire le sue
lagrime, sfogo necessario del dolore che provava lasciando i genitori e
la casa paterna, ove aveva vissuto fino allora felice. Guardando
attraverso lo sportello, io non vedeva che squallide rupi pendenti
minacciose sul nostro capo, e precipizi spaventosi ai nostri piedi.
Incominciavo la vita matrimoniale fra gli orrori di nude e brulle
giogaie, trascinato a gran fatica da cavalli ansanti che salivano
l'ardua montagna.
Io mettevo le Alpi fra il celibato e il matrimonio, deciso di difendere
con vigore il mio nuovo stato dalle invasioni dell'antico. Ahimè!... io
pensava, le Alpi non furono riparo sufficiente alla patria contro gli
stranieri, potranno esse salvarmi dalle insidie delle passioni che
assalgono l'anima umana?... In ogni caso sono deciso a vincere o morire,
piuttosto di darmi prigioniero al nemico. La leggiadria che spirava da
tutta la persona della mia sposa convalidava i miei santi propositi.
Chi ha viaggiato nelle regioni pastorali della Svizzera con una donna
adorata al fianco crederà facilmente alla sincerità delle mie
risoluzioni e all'entusiasmo della mia luna di miele.
Le aride montagne e i torrenti hanno un termine anche nella Svizzera...
come le lagrime sul ciglio delle spose. Allora si rivede il sole.
Varcata l'ultima gola, spariscono le roccie ferrigne, le nevi perpetue e
i ghiacci eterni, e si scoprono le vallate ridenti di verdura, irrigate
da limpidi ruscelli, sparse di casolari, circondate da boschi, popolate
d'armenti vaganti sui pingui pascoli.
Nei deliziosi pellegrinaggi pei monti e per le valli, la natura alpina
lussureggiante eccitava la nostra ammirazione fino all'entusiasmo.
Quando un sito incantevole ci attirava gli sguardi, volevamo
raggiungerlo ad ogni costo, «quali colombe dal desio chiamate,» si
saliva, e si arrivava trafelati, ma contenti, alla meta. Seduti
sull'erba al rezzo d'un antico albero scapigliato, in qualche sito
aprico, davanti allo stupendo panorama delle Alpi, si dimenticava la
vita mortale, si respirava in un etere superiore alle umane miserie, lo
spazio ci appariva infinito come il firmamento, il tempo non aveva più
misura, e il sole soltanto, scendendo dietro le rupi, ci annunziava la
prossima fine d'un giorno felice, e ci avvertiva di ritornare fra gli
uomini, per non smarrirci di notte tempo fra i precipizi.
Un giorno fra gli altri, uscimmo a passeggiare lungo la riva sinistra
del lago di Zurigo. Graziose villette suburbane fiancheggiano la strada
adorne di aristolochie, di bignonie, di glicini, che salgono sulle
colonnette delle loggie, corrono sui ballatoi, circondano di festoni i
terrazzini, e tappezzano i muri fino alle cornici. I giardini spiegano
gran lusso di fiori in eleganti canestri che spiccano sul verde smeraldo
dei prati e sul fondo cupo degli alberi, sotto alle cui ombre si perdono
tortuosi sentieri.
Ammirando quelle dimore campestri, e le acque cerulee del lago, e le
punte acuminate dei campanili sul fondo violetto delle montagne, e
quelle gradazioni infinite di colori e di tinte armoniose, ci siamo
allontanati assai dalla città e siam giunti stanchi, sfiniti, in un
piccolo paesello che si specchiava nell'acqua.
Seduti sotto un rustico pergolato, che sorgeva davanti un'osteria, si
fece colazione all'aperto, con cibi semplici, ma con appetito
complicato.
Non si vedeva degli abitanti del villaggio che la nostra ostessa e il
suo gatto, che faceva il chilo sopra un tavolo. Tuttavia ci parve che il
luogo fosse ancora troppo popolato, e finita la refezione ci siamo
allontanati per cercare la solitudine completa. L'abbiamo trovata sotto
un salice piangente, in un angolo romito, ove l'acqua lambiva i ciottoli
ai nostri piedi. Il sole era splendido, l'aria olezzante, la natura
incantevole; il silenzio non era interrotto che dal lieve mormorio delle
onde che si frangevano sulla riva, e dallo stormir delle foglie agitate
dalla brezza. Gli uccelli svolazzavano sui cespugli vicini senza timore,
pascolavano sui greti saltellando d'intorno, mandando qualche allegro
garrito a mezza voce, mentre il capinero solfeggiava sugli alberi e
l'allodola intuonava un a solo melodioso innalzandosi sull'orizzonte.
Le acque erano limpide come l'aria, azzurre come il cielo, dolcemente
agitate come le anime che contemplavano quello spettacolo. Una sublime
armonia univa i nostri sensi alla natura esterna; i nostri pensieri, la
nostra anima rispondevano unisoni al creato. Non potevamo rompere quella
malìa, nè abbandonare quel posto. Io manifestava alla mia giovane sposa
la pienezza delle emozioni: essa mi rispose:
--Tu mi esprimi benissimo tutto quello che sente il tuo cuore e che
pensa la tua mente; se la tua anima potesse custodire come un tesoro le
impressioni di questo giorno, la mia felicità sarebbe assicurata....
E ritornando verso Zurigo, osservò:
La vita sarebbe troppo bella se potesse scorrere sempre così, a
contemplare le meraviglie della natura, ad amare teneramente, ad essere
amati ardentemente, davanti a questo lago, a questi monti in un'eterna
verdura, senza nuvole, senza uragani, e senza inverno. Tuttavia si può
essere felici anche in condizioni assai più semplici e modeste. La
felicità nasce in noi, si espande nel mondo esterno, e lo abbella co'
suoi raggi; ma la natura più splendida non ha il potere di riscaldare il
nostro entusiasmo se la felicità si è spenta nel suo focolare. Il
sorriso della natura fa oltraggio alle lagrime degli infelici, esso non
può trovare ricambio che nelle anime soddisfatte, le quali però,
quantunque predisposte favorevolmente ad ammirare gli spettacoli più
sublimi, sanno anche contentarsi delle cose più schiette. Un breve
angolo di terra abbellito dalle nostre mani può bastare alla felicità,
se l'affezione costante ci conserva la serenità dell'anima. A tale patto
si soffrono con rassegnazione anche le disgrazie; senza di ciò tornano
vane tutte le delizie del mondo.
A Friburgo passammo trepidando sul ponte di fil di ferro sospeso fra due
montagne; io le dissi:
--Guarda... fa raccappriccio a pensare che la rottura d'una corda ci
potrebbe precipitare nell'abisso!...
--Pensa,--mi rispose,--che anche la felicità non è attaccata che a un
filo!...
Nel viaggio da Losanna a Ginevra, passando vicino a Coppet, siamo venuti
naturalmente in discorso di Madama di Staël. Io manifestavo la mia
ammirazione per questa donna insigne, che sotto al giogo napoleonico
fece vergognare gli uomini della loro bassa servilità ed ebbe il
coraggio virile di protestare contro la tirannide, spronando le nazioni
alla libertà.
Agata mi ascoltava in silenzio, non osando contraddire ai miei
sentimenti; ma, eccitata a dirmi francamente la sua opinione, rispose:
--Riconosco il genio di Madama di Staël, ma come donna mi è antipatica.
Essa amava il rumore e gli splendori della gloria, io il silenzio e
l'ombra del focolare domestico. Non ho stolti pregiudizi sulle
letterate, non nego alle donne il diritto d'avere dell'ingegno e
d'impiegarlo in onore della patria; i soli letterati gelosi possono dire
il contrario: ove il genio risplende è un delitto il mettere lo
spegnitoio. Non trovo strano che ogni rosa d'odore esali il suo profumo,
ma come il fiore olezza al suo posto, così penso debba fare la donna.
Abbiamo esempi d'illustri poetesse, che furono ottime madri di famiglia
e mogli affettuose. Madama di Staël mise per condizione del suo
matrimonio l'obbligo del marito svedese di non costringere la moglie a
seguirlo in Isvezia. Vedi che non è la letterata che mi sciupa la donna,
è la moglie bizzarra che mi disgusta della letterata.
A Ginevra nuove discussioni intorno Rousseau. D'accordo entrambi
nell'ammirare il profondo sentimento della natura del filosofo, non
potevamo intenderci sulle altre qualità. L'Agata mi diceva:
--Un uomo che mette all'ospizio dei trovatelli i propri figli non ha
cuore.
Io, deplorando questa macchia della sua vita, difendevo il cuore di lui,
citando le sue passioni amorose.
--Troppe donne!...--essa mi rispondeva,--troppe donne!... Rousseau fu un
giovane leggiero... e divenne un vecchio pazzo. È sempre così!... ogni
causa ha i suoi effetti: l'uomo non è altro che la continuazione del
giovane, la vita è una catena, il primo anello trascina all'ultimo, le
abitudini della vecchiaia sono la legittima conseguenza delle abitudini
giovanili; il giovane è il fiore, il vecchio è il frutto; l'uomo rimane
sempre quello che è: il serpe resta serpe, e così l'uccello; chi ha
volato in gioventù continua a svolazzare fino alla fine!...
Dovetti tacere, e ripiegarmi sopra me stesso meditando sulla mia sorte.
Attraverso il Lago Maggiore, siamo passati a Como e arrestandoci qualche
giorno in Tremezzina, andavamo vagando nei paesi più pittoreschi del
Lario. La nostra vita era un sogno delizioso nel paradiso terrestre.
Finalmente il bisogno di riposo ci spingeva verso il nido, ed avendo
annunziato il nostro ritorno, siamo giunti al villaggio una bella sera
al tramonto del sole.
I parenti, che ci aspettavano sulla porta del Casino, si gettarono nelle
nostre braccia, mentre Bitto, esaltato da parossismo di gioia, mugolava
correndo su e giù per le scale, le stanze e la strada, saltando addosso
ai passanti, ed entrando dai vicini con latrati convulsi per manifestare
la sua immensa gioia del nostro felice ritorno. Poi si slanciava sopra
di noi dimostrandoci in mille modi la sua irrefrenabile contentezza.
La Rosa mi raccontò che i primi giorni della nostra partenza egli
rifiutava gli alimenti, vagava continuamente dal casino a casa Bruni, e
sulla sera si gettava sulla soglia collo sguardo fisso dalla parte dalla
quale eravamo partiti e ci aspettava tristamente mandando qualche gemito
che faceva pietà.
Dopo il nostro arrivo non abbandonò più la casa all'ora del mezzogiorno;
egli vedeva i suoi amici riuniti sotto un medesimo tetto, e viveva
contento.
Quell'autunno fu impiegato dall'Agata a completare l'assetto del nostro
nido, e a far lavorare la terra circostante, secondo i suoi disegni.
Beppo, il povero emigrato, era guarito, e per dargli lavoro vicino alla
sua famiglia, lo prendemmo a giornata, e veniva occupato tutto il giorno
con Martino a saccheggiare gli orti e il giardino de' miei suoceri. Mia
moglie voleva abbellire la nostra dimora con piante robuste che
producessero pronto effetto, e prendeva quelle che aveva educate con
tanta cura nella terra paterna. Era un viavai di carriole cariche
d'alberi, di cespugli, di fiori, di terricci, di concime, di vasi e
d'innaffiatoi, ed io stesso dovevo prestarmi aiutando a trapiantare e
lavorare colla vanga e colle mani, quantunque fossi ancora un ortolano
assai poco dirozzato.
Quando l'inverno ci chiuse in casa, trovai la mia piccola dimora piena
di vita. Agata vi aveva trasportato i suoi canarini che cantavano a
squarciagola, un gatto che faceva le fusa e si lisciava il capo colla
zampa o stava in contemplazione sui balconi, e de' bei colombi che
beccavano le briciole sul pavimento o tubavano sulle porte. Aveva fatto
un cuscino ben soffice per Bitto, che se lo godeva in santa pace
russando tutto il giorno e svegliandosi soltanto per esprimere la sua
soddisfazione alla padrona con occhiate piene d'affetto, ogni volta che
gli passava dappresso.
Tutto era lindo, pulito, elegante, tiepido. Alcuni vasi di tulipani e
giacinti vegetavano sulla stufa del salotto e mentre di fuori nevicava
ed infuriavano gli aquiloni, la cucina ben riparata offriva un asilo
gradevole, ove si alzava la fiamma viva e crepitante di ginepri, e i
fornelli esalavano odori appetitosi. Gli scaffali della libreria s'erano
arricchiti di nuovi libri acquistati in viaggio, che ci deliziavano
nelle ore tranquille della sera.
Qualche buon giornale ci teneva in comunicazione col resto del mondo, e
ci convinceva sempre più coi fatti diversi che la società è piena di
trappole e di miserie, che le gioie strepitose non valgono le gioie
della vita tranquilla, che le ambizioni smodate costano care e sovente
si risolvono in disinganni, che la vera felicità rifugge dalla folla, e
si nasconde di preferenza in luoghi romiti.
Al Carnevale si rideva leggendo le relazioni dei baccanali popolari e
delle feste ufficiali, ove la diplomazia banchettava, faceva brindisi e
alzava le gambe in cadenza musicale al suono di violini, viole e
violoncelli, nell'interesse dei popoli... i quali intanto correvano per
le vie in maschera da pantaloni, meneghini, gianduie, stenterelli,
brighelli, pulcinelli, arlecchini e pagliacci. I più moderati col naso
posticcio, per ridere, e far ridere. E noi ridevamo infatti!... di
pietà.
I bagordi carnevaleschi, colla ciurmaglia che li accompagna, ci
passavano danzando davanti gli sguardi, come i ballerini sulla scena
davanti il Re e la Regina. I racconti di quei sollazzi letti davanti il
severo aspetto delle Alpi, in un villaggio silenzioso, coperto di neve,
producono l'effetto preciso d'una relazione medica sull'alienazione
mentale, colla descrizione di tutti i sintomi della demenza, e di tutte
le stranezze dei matti.
Alla primavera mi fu dato d'ammirare gli effetti dei lavori autunnali
colle prime foglie che produssero un cambiamento completo di scena. Al
momento dei trapianti non avevo veduto che ramoscelli sfrondati; la
bella stagione, vestendoli di foglie e fiori, trasformò il casino e il
suo giardinetto in un piccolo Eden. Una bella glicine s'arrampicava
sulla facciata e passando sotto i balconi del primo piano profumava
l'appartamento col soave odore esalato da' suoi grappoli violetti. I
peri del Giappone erano coperti di fiori rossi, le spiree e i citisi di
fiori bianchi e gialli. Gli anemoni, i mughetti, le primule schiudevano
i loro bottoncini ai tepori primaverili. Le rose spiegavano la pompa dei
loro colori, la grazia delle forme, l'olezzo soave che imbalsamava
l'aria. Ogni pianta prometteva i suoi doni di fiori e di frutti, il suo
tributo di colori, di balsami, di aromi o di sapori squisiti. Tutto
questo lusso della natura mi rendeva gradito il soggiorno della casa.
Dietro una siepe viva di biancospini e cotogni s'udiva chiocciare,
stridere, squittire, pigolare. Avvicinandosi si vedeva una coorte di
vaghi volatili, anitre, tacchini, galline e pulcini che razzolavano sul
lettame, svolazzavano, beccavano e correvano allegramente, e un bel
gallo a penne variopinte, baldanzoso colla cresta e i bargigli
rubicondi, pareva che dominasse sugli altri, e di tratto in tratto
dirizzava il collo e mandava un superbo cucurucù.
Un maiale grugniva nel porcile, e sporgendo la testa dal foro che
s'apriva sulla mangiatoia, v'immergeva il grugno, e poi lo alzava
coperto di crusca che sbocconcellava avidamente, disperdendone d'intorno
con agitazione convulsa, come quello che avevo veduto al mio arrivo in
casa Bruni. Dall'altra parte c'era l'orto dapprima pieno d'ortiche e
cardi selvaggi, ora tirato a cordetta, colle sue aiuole ricche d'erbaggi
e pulite dalle male erbe, colle piante sarchiate a dovere, diradate in
ordine, circondato da spalliere di viti, fiancheggiate da orli di
fragole in fiori. Infatti il regno animale e il vegetale gareggiavano
per farci ghiotte promesse, e l'occhio si riposava dovunque
sull'abbondanza d'ogni bene. Ma una più lieta sorpresa mi attendeva
nelle intime confidenze domestiche. Un bel giorno l'Agata commossa mi
annunziò che sentiva la suprema consolazione di divenir madre. Allora
incominciò a prodigare le sue cure al corredo che stimava necessario al
fortunato mortale, atteso tanto ansiosamente, come il necessario
complemento della nostra felicità, e lavorava tutto il giorno in fascie
e guanciali, in benduccie, camicine, gonnellini, bavagli e cuffiette a
pizzi che era una vaghezza a vederli.
Poi comparve una bella culla imbottita, e posata sugli arcioni per poter
cullare il bambino, e questo era un dono dei futuri nonni.
La regia posta apportò l'annunzio a mio zio che alla sua venuta
troverebbe la triade domestica completa. Mi rispose subito cortesemente
ch'egli intendeva gli venisse riservato il piacere d'essere il padrino,
e così correvano lettere, timbri postali, e fattorini a motivo d'un
individuo che non era ancora venuto al mondo, e che già esercitava
un'influenza sociale ed economica. Non dico niente dei nostri
pensieri!... sarà un maschio od una femmina?... qual nome dobbiamo
dargli?... e si studiava sul lunario la lista dei santi. Poi si pensava
all'educazione, agli studi universitari, alla carriera. Vorrà fare il
medico, l'ingegnere, l'avvocato o il notaio?... Sarà sindaco, deputato,
ministro?... era quasi ministro, e ancora non era comparso nel mondo!
Finalmente, un anno circa dopo le nozze, nasceva, non un maschio, ma la
mia cara bimba, che il reverendissimo Monsignor Canonico Don Giuseppe
Carletti teneva al sacro fonte battesimale, imponendole il nome di
Giuseppina.
Tutti dicevano che era belloccia, a me pareva un angelo addirittura, e
non mi saziava mai di guardarla, compiacendomi con mia moglie di tanta
delizia.
--Guarda,--le dicevo,--guarda le sue manine, guarda l'unghia del suo
dito mignolo, guarda la sua boccuccia, e quel nasino, e quegli
occhietti, come è carina!... come dorme tranquilla... senza rimorsi!
Mia moglie sorrideva d'un sorriso celeste, se la voleva sempre vicina,
se la teneva stretta alla mammella, la guardava teneramente, le
scacciava le mosche dal viso, la copriva di baci. Appese alla sua culla
la medaglia di mia madre come una benedizione della povera nonna morta,
e quando piangeva le cantava subito la ninna nanna per farla dormire.
Quando dopo un lungo sonno la bimba apriva i suoi occhietti, incontrava
subito lo sguardo e il sorriso di sua madre che sorvegliava il suo
riposo e aspettava che si svegliasse. Allora la chiamava con cento nomi
diversi, pina... nina... tina... etta... nanina... e la bimba rideva
come un angelo.
La nostra felicità era perfetta, e chi non crede alla felicità non ha
mai avuto figli da una donna adorata. È certo che la felicità perfetta
sulla terra guizza come il lampo.
Quella che proviene dai figli, se non s'ammalano prima, dura fino a che
mettono i denti. Colla dentizione incominciano i primi affanni, che ci
accompagnano, con corti intervalli, per tutta la vita.
Durante il suo puerperio mia moglie mi raccomandò caldamente di
osservare con attenzione i suoi animaletti e le piante, affinchè ai
primi non mancasse il cibo, nè alle seconde l'innaffiamento o i
sostegni.
Mi ricordo d'un giorno che la Rosa essendo occupata nella stanza,
l'Agata sentì un pipilare smanioso nel cortile, e se ne mostrò inquieta.
Per tranquillarla scesi al pollaio, e vidi che il cibo mancava. Andai
subito a provvederne, e ritornato in corte me ne stavo rannicchiato a
sminuzzare della polenta ai pulcini che mi saltellavano intorno e mi
beccavano le mani, quando udii una smascellata di risa dalla parte della
strada. Alzai la testa e vidi il mugnaio Zaccheo sul deretano
dell'asino, che guardandomi attentamente si sganasciava dal ridere.
--Buon giorno, Zaccheo,--gli dissi,--me ne consolo che siete di buon
umore.
--Non può essere altrimenti,--mi rispose,--quando mi rammento che vi
siete burlato di me perchè davo la pappa al mio bambino, ed ora vi vedo
dare il pasto ai pulcini.
--Ridete che avete ragione,--soggiunsi,--quando mi burlavo di voi ero un
imbecille, e non capivo che non si deve vergognarsi che a fare il
male....
L'asino e il mugnaio si allontanarono, il primo camminando lentamente
sotto il peso del secondo, il quale continuava a ridere della sua
scoperta, bastonando in pari tempo la sua vittima, per farla andare
avanti con maggior sollecitudine.
Io lo guardai lungamente pensando che il mio giudizio si maturava cogli
anni, i quali apportano la calma della ragione; e sentivo finalmente con
imparzialità i miei torti verso il mugnaio... e i torti di lui verso di
me. Nè io dovevo ridere d'un padre affettuoso, nè egli d'un marito
dabbene. Quando il maestro insultava il mugnaio, questi valeva più di
lui; ma quando il mugnaio rideva del maestro, egli era un imbecille,
perchè mentre io facevo del bene alle bestie, egli faceva loro del male,
aggravando un asino laborioso del peso d'un uomo ozioso.
Chiunque lavora onestamente ha diritto d'essere rispettato, qualunque
sia la sua posizione sociale, sia un maestro od un asino. Al mulino la
macina e il mugnaio non fanno che girare, ma non lavora seriamente che
l'asino, il quale apporta il grano sulle sue povere spalle, e riporta la
farina, col peso del padrone sopra i sacchi. Per questo la tassa sul
macinato, trovata troppo pesante dai contribuenti, riesce troppo mite
per gli asini, che lascerebbero volentieri al mulino, per conto
dell'erario, una dose maggiore di farina... ed anche il mugnaio per
giunta.
Io richiamavo sovente alla memoria dei miei scolari l'esempio dell'asino
e del mugnaio, e dicevo loro:
--Osservate l'uomo infingardo che pesa sulla bestia laboriosa... e
ditemi francamente chi merita la lode e chi il biasimo?... O gioventù,
imitate sempre l'asino: esso vi offre l'esempio del lavoro, della
rassegnazione, della obbedienza!... quando il mugnaio rappresenta
l'egoismo, la crudeltà, l'ozio gaudente e la spietata tirannide!...
Quando l'Agata m'udiva declamare con enfasi magistrale tali
insegnamenti, essa pretendeva che mi restasse ancora sullo stomaco un
po' di rancore indigesto, prodotto dal fiasco del mulino, ma non è vero;
è proprio l'istinto naturale che mi ha sempre ispirato una viva simpatia
per gli asini, e un grande rispetto per le loro virtù!...