XXI.

La scuola progrediva migliorando, per le buone massime ch'io inculcava

agli scolari, e m'avvedevo che un padre di famiglia è più opportuno

d'uno scapolo all'insegnamento; le sue idee sono più posate, la moralità

più sicura, la pazienza più longanime, e l'amore verso i fanciulli più

naturale e sincero. E il maestro ammogliato trova esso pure maggiori

compensi alle sue fatiche, perchè rientrando in famiglia dopo le ore di

scuola, si rasserena alla vista dei bambini che gli corrono incontro,

della moglie che gli sorride, del desco che lo attende, povero sì, ma

consolato dalla presenza de' suoi cari. Eppure certi paesi civili che

soppressero i conventi, ove il celibato spontaneo trovava una famiglia

di confratelli, condanna i poveri maestri, con un meschino stipendio, a

vivere nel celibato forzato senza famiglia.

Chi deve istruire i giovinetti, apparecchiando i materiali del futuro

edifizio sociale, non conosce sovente le fondamenta della società: la

famiglia.

La sua povera condizione l'ha costretto ad abbandonare il tetto paterno

per recarsi lontano a guadagnarsi il poco pane che basta appena per la

sua esistenza, e quindi gli viene interdetto il matrimonio dalla

povertà. Egli non ha mai veduto una moglie affettuosa nella sua casa

deserta, non ha mai udito nè il caro vagito dei bimbi, nè la voce

stridula dei fratellini maggiori, non ha mai parlato di sante affezioni

intorno al suo squallido focolare... esso è cieco, sordo e muto!... e

deve mostrare la luce ai figli altrui, e udire le loro obbiezioni, e

parlare il linguaggio paterno ad estranei.

Dura condizione, e funesta al paese!

Io era una delle rare eccezioni, e la mia vita diveniva sempre più lieta

per le cure affettuose di una moglie che metteva la sua gioia nell'amore

della figlia e del marito, e impiegava tutta la giornata a farli felici.

Al mio ritorno dalla scuola l'Agata mi aspettava sulla porta colla bimba

in braccio, e le insegnava a farmi festa. Io le baciavo entrambe,

prendevo la piccina con me fin che la madre apparecchiava la colazione

od il pranzo, e si mangiava lietamente, colla bambina sui ginocchi,

godendo de' suoi attucci, de' suoi movimenti vezzosi, del sorriso, della

grazia colla quale chiedeva di far bombo, o mostrava di volere il cucco.

Dopo pranzo, sparecchiata la mensa, la piccina vi danzava sopra

sostenuta da sua madre, ed io passava un'ora senza accorgermi a farle il

bau bau; e questo era il mio teatro. Altro che tragedie!...

Mia moglie si compiaceva di farmi delle grate sorprese. Un giorno

trovavo sullo scrittoio del mio studio un bel mazzo di fiori, un'altra

volta un lavoruccio di panno per pulire le penne, o una ghiotta pietanza

in tavola, o un bel piatto di frutta. E sempre con qualche delicata

attenzione mi faceva vedere che pensava a me anche quando ero assente.

Se aveva delle buone notizie da darmi, mi veniva incontro per

annunziarmele più presto; e mi faceva parte d'ogni minuzia, dicendomi

che tutto doveva essere in comune nella vita domestica, e non mi

risparmiava nulla:

--Sono nati i poponi; i piselli sono maturi, la magnolia ha fiorito, e

ti aspettavo per condurti a vederla.

Un'altra volta trattavasi di casi più gravi. Erano nati venti pulcini da

ventidue uova, uno s'era rotto, l'altro non si sapeva perchè si fosse

ostinato a restare nel guscio. Un giorno poi la nonna aveva mandato in

dono alla sua mimma un bel dente di cinghiale guarnito in argento, con

una campanellina, da appendere al collo, e quello fu un vero

avvenimento.

Ma quando aveva da darmi delle cattive notizie mi disponeva a poco a

poco a riceverle con rassegnazione, evitandomi la scossa delle

impressioni dirette e imprevedute, e così me le rendeva meno dolorose.

Talvolta me le lasciava anche ignorare per evitarmi inutili amarezze, ed

ordinava a tutti il silenzio. E se me ne accorgevo più tardi, e chiedevo

conto d'un tacchino o d'un vaso di porcellana che non vedevo più, tutti,

tutti d'accordo mi rispondevano: «Eh, eh!... è tanto tempo che è

morto!... sono tanti mesi che è rotto!...» e non se ne parlava più. Non

c'era rimedio, e se tutti s'erano consolati, non mi restava che a fare

come gli altri.

Ma chi potrebbe descrivere con verità l'entusiasmo materno e paterno

alla prima parola balbettata dai propri figli? Ma qual lingua è più

eloquente di quella d'un bimbo che dice per la prima volta mamma e

babbo?

Forse chi non ha mai inteso questo linguaggio dai proprii figli troverà

più ameno e interessante un discorso accademico. Per me protesto

altamente contro tale eresia. E chi potrà spiegare fedelmente l'effetto

prodotto nei genitori dai primi passi della loro creatura? quantunque il

bimbo si regga appena col sostegno d'una mano sotto l'ascella e avanzi

esitando il piede tremante, tuttavia la mamma esclama con ammirazione:

--Vedi.... Vedi come cammina bene!...

E il primo dentino che spunta, ancora impercettibile, che appena si

sente col dito, esso è più prezioso pei parenti del dente d'avorio d'un

elefante trasportato in Europa colle carovane attraverso le steppe e i

deserti!

Queste sono le piccole gioie e i piccoli dolori della vita domestica, ma

pur troppo vengono anche i grandi. È appunto coi dolori della dentizione

che incominciano le prime ansietà e le prime paure. Talvolta tali

sofferenze producono la febbre. Quando un bambino ha la febbre, la buona

madre non vive più, prostrata davanti la culla essa studia tutti i moti,

gli sguardi, i gemiti più lievi e i sospiri del piccolo infermo, lo

ricopre con somma cura e delicatezza, gli tocca la testa e le gote

accese, lo bacia e lo inonda di lagrime. Vorrebbe dare la vita per

vederlo guarito, e non può fargli nulla. Per essa quella febbre è il più

grande avvenimento del giorno. Annunziatele la morte d'un uomo

illustre... la perdita d'una battaglia... la caduta d'un regno... essa

non se ne cura, non ascolta, non intende nulla; il suo bambino è

ammalato, essa attende ansiosamente la visita del medico, e quando esso

è giunto davanti la culla gli racconta minutamente i più piccoli sintomi

scoperti e indovinati dalla sua chiaroveggenza e colle pupille intente

nel volto del dottore ne indaga le intime impressioni, ne scruta il

pronostico sulla fisonomia, teme d'essere ingannata per pietà, e

vorrebbe indovinare il futuro.

Le malattie dei bambini!... ecco l'amaro realismo che attossica il dolce

idillio, ecco il primo scoglio che incontra la felicità coniugale.

Quante angosce, quanti spasimi che succedono imprevveduti e repentini

alle delizie della culla!...

Eppure gli stessi dolori servono a serrare sempre più il sacro nodo che

stringe la famiglia, e ne rende più prezioso il legame. Che cosa resta

nella sventura se manca il compianto di chi ha divisa la gioia?!...

Nei giorni nefasti, quando la mia Giuseppina cadde ammalata per la

dentizione e il morbillo, la desolazione aleggiava sulla casa, e la

nostra vita sembrava sospesa. Agata non abbandonava un minuto la sua

creatura, nè di giorno nè di notte; beveva appena qualche sorso di brodo

per sostenersi, e non chiudeva gli occhi oppressi dal sonno che col capo

appoggiato al capezzale della piccola inferma, svegliandosi al rumore

d'una mosca. Mia suocera era accorsa ad assisterci e a farci coraggio,

la Menica aiutava la Rosa, Bitto non lasciava che di rado la camera

dell'ammalata, ed io avevo perduta la testa, e non servivo che

d'imbarazzo.

Ogni gemito della bambina ci gettava tutti nell'angoscia, ad un suo

sorriso i nostri volti si illuminavano come l'orizzonte alla comparsa

del sole, e quando migliorava sensibilmente, era una gioia universale.

Giuseppina era dotata d'una costituzione robusta; sua madre colle cure

intelligenti del cuore aiutava potentemente la natura e la scienza, e

grazie al cielo nostra figlia ci fu conservata, e passate le burrasche

d'infanzia crebbe in buona salute, acquistando vigore dall'esercizio

delle membra nell'aria pura ed elastica delle montagne.

Agata la sorvegliava e dirigeva con intelletto d'amore, secondando il

bisogno costante dei fanciulli di muoversi, di correre e saltellare, ma

occupandosi in pari tempo dello sviluppo del corpo, della mente e del

cuore. Non rispondeva mai alle sue domande con quelle erronee asserzioni

che lasciano nei fanciulli un lievito d'idee false e di pregiudizi. Le

spiegava ogni cosa con verità e precisione; evitando soltanto ciò che

sfiora il candore e l'ingenuità giovanile, ma aguzzando il suo

intelletto, ed alzando il suo pensiero ad elevati concetti; coltivando

nel suo cuore i sentimenti più nobili, delicati, gentili, che avvezzano

a pensare agli altri prima che a sè, godendo maggiormente del bene

operato in favore altrui, che d'un piacere personale. E la bambina

cresceva sana e affettuosa, forte e sensibile, e con gusti semplici.

Quando muoveva i primi passi ancora incerti, si abbrancava al pelo dello

schiena di Bitto, e si teneva salda al suo appoggio, ed egli andava

avanti pian piano, l'aiutava a camminare, mostrandosi altamente compreso

della sua responsabilità. Bitto fu il primo amico di Giuseppina, e certo

il più devoto e fedele; compagno inseparabile della sua infanzia, fu in

pari tempo il suo protettore e la sua vittima. Egli la seguiva dovunque,

coll'intento evidente di sorvegliare i suoi passi, e guai se un uomo od

una bestia le bazzicava troppo vicino! egli li avvertiva con un grugnito

significante, di passare al largo, e nessuno se lo faceva dire due

volte, nè aveva voglia di scherzare quando il guardiano mostrava i

denti.

Quando il cane si sdraiava maestosamente sulla soglia, la bambina andava

a sedergli in grembo, egli si acconciava in semicerchio per riuscire più

comodo, e talvolta essa, appoggiando la bionda testa ricciuta sul nero

pelo del suo amico, s'addormentava tranquilla; e non c'era pericolo che

Bitto si movesse fin che durava quel sonno. Quando essa apriva gli occhi

egli la guardava con affezione, e se la piccina piangeva, le lambiva il

viso e le mani per consolarla.

La vita intima e solitaria sprona naturalmente alle confidenze.

Parlavamo con mia moglie del passato, dei parenti morti, dei giuochi

d'infanzia, delle prime conoscenze, si voleva che nulla rimanesse

segreto fra noi. Agata mi raccontò i primi anni della sua vita, passati

come la nostra Giuseppina fra le carezze dei genitori e i fiori del

giardino; la sua dolorosa partenza pel collegio di Como, i giuochi colle

compagne, le amicizie, le gelosie di quel piccolo mondo, i sogni color

di rosa dell'educanda, il lieto ritorno alla casa paterna, i giorni

sereni passati accanto alla madre, le occupazioni della vita domestica,

i piaceri del giardino e dell'orto, i passeggi, le letture, le opere di

carità verso i poveri e finalmente la mia fatale comparsa.

Pare ch'io portassi meco da Milano una cert'aria che produsse l'effetto

dei venti alisei sul mare in bonaccia. Io ascoltava con naturale

soddisfazione le ingenue confessioni dei primi torbidi prodotti dalla

mia presenza in quell'anima pura. La mia fredda indifferenza ispirandole

piena fiducia, essa si era abbandonata senza timore, e senza sospetti, a

studiare il fenomeno interessante della caduta d'un Milanese in

Valtellina. Ma non si scherza col fuoco, signorine!... ed è certo che

l'amore intenso che ardeva nel mio petto per la contessa Savina emanava

un calore latente, che pervenne a scottare il cuore dell'Agata.

Potrei paragonarmi ad una stufa ignara delle sue facoltà.

Da tali confidenze venni anche a scoprire che la simpatia dell'Agata sul

mio conto fu dapprima combattuta da' suoi parenti, e ritengo per fermo

che ciò abbia contribuito non poco a sviluppare l'amore successivo,

perchè le figlie d'Eva conservano sempre una tendenza ereditaria pel

frutto proibito; perciò avviene sovente che l'opposizione ad un

matrimonio fa l'effetto del mantice nella fucina: ravviva la fiamma.

Le mie scappatelle offersero validi argomenti ai signori Bruni per farmi

la guerra, ma l'Agata mi difendeva accusando i perversi compagni che mi

trascinavano mio malgrado sulla strada del male e così dimostrava senza

saperlo che i cattivi soggetti sono talvolta più fortunati dei buoni

anche presso le donne oneste. Ed è naturale: i piatti ghiotti non sono i

più semplici.

Le dissidenze domestiche rimasero sospese fino al momento della mia

dichiarazione d'amore, la quale avendo gettato della paglia sul fuoco

fece divampare un incendio irresistibile. Allora i parenti cedettero

perchè non siamo più ai tempi dei Capuleti e Montechi; essendo soppressi

i conventi, Giulietta non trova più il frate Lorenzo che le somministri

il sonnifero, e i buoni genitori volendo vedere l'unica figlia felice,

lasciano che sposi il suo Romeo, anche se questi non è che un povero

maestro rurale.

D'altronde le idee dell'Agata erano assai modeste. Essa non aveva che un

solo desiderio: trovare un marito che non fosse un piffero di montagna,

e vivere vicino ai genitori, nel villaggio ove era nata, occupandosi del

suo compagno, dei figli, coltivando i fiori, allevando degli animali, e

rendendo tutti felici, uomini e bestie. Era convinta che non occorre

cercar la felicità da lontano, che sta dentro di noi, e che da per tutto

le buone mogli fanno i buoni mariti, e viceversa.

Non faccio per vantarmi, ma essa poteva dire di aver guadagnato al

lotto, sposando un galantuomo, che in fine dei conti non era nè un

allocco nè un povero, essendo milanese e nipote d'un zio canonico.

Io pure alla mia volta le feci le mie confidenze esplicite, franche ed

ingenue, senza restrizioni mentali. Le raccontai per filo e per segno il

mio amore petrarchesco per la contessa Savina, muto ma profondo come il

silenzio, e condensato come l'acqua bollente nelle caldaie a vapore;

alimentato dalla fiamma di due occhi più vivaci del sole. E non le

tacqui le mie ridicole illusioni intorno all'amore e alla gloria, nè le

feci mistero del mazzetto di fiori raccolto e del bacio respinto, e le

narrai fedelmente le mie follie, le lagrime versate, le ansietà e le

speranze, i disinganni e i dolori che furono le conseguenze di questo

errore giovanile.

Agata mi ascoltava attentamente richiedendomi sempre nuovi particolari,

e obbligandomi di disotterrare le minuzie insignificanti che stavano

sepolte nella mia mente sotto la motta degli anni. Poi si arrestava a

considerare tutti i motivi che potevano aver spinto la contessa Savina a

raccogliere il mio mazzolino di fiori, a mostrarsene soddisfatta, e poi

a non corrispondere al mio bacio. Analizzava con sottili argomenti il

cuore della fanciulla, e volendo giudicarla dai risultati, conchiudeva

accusandola di leggerezza, d'ambizione, di civetteria. Tale giudizio

sembrandomi ingiusto, la difendevo, forse con troppo calore, e allora

l'Agata mi guardava fisso e impallidiva... e io tacevo.

Talvolta voleva una esatta descrizione della persona e delle vesti, e

doveva spiegarle come era pettinata, quali fossero i suoi gioielli e i

colori preferiti, e tutto questo mi faceva ripensare a molte cose

dimenticate, e in fine si soffriva tutti e due.

Ero quasi pentito d'aver toccato un tasto doloroso; forse commettevo

un'imprudenza scoprendo una mina che non aveva scoppiato, ma mi sembrava

un dovere di coscienza non aver segreti per mia moglie, alla quale avevo

oramai dedicata tutta intiera la vita.

Siccome il cielo non può rimanere sempre sereno, ed anche nei climi

migliori si vedono delle nuvole, così la più onesta e felice esistenza

ha i suoi giorni burrascosi. La gelosia venne a intorbidare la nostra

pace, una gelosia retrospettiva, la peggiore di tutte; e perchè è

impossibile annullare il passato, e siccome è una passione cieca, che si

pasce di vani fantasmi, che si adombra del vuoto, così la ragione non

basta a calmarla, nè a premunirci contro le uggiose sorprese di questa

strega, che rode sè stessa e rende ingiusti e cattivi. Erano piccoli

attacchi, ma essendo immeritati, irritavano il mio carattere onesto, mi

toglievano la pace, e mi mettevano di pessimo umore.

Agata, prendendo nelle braccia la nostra bimba, mi diceva:

--Ti pare che rassomigli alla tua contessa?

La mia contessa!... questa parola mi urtava i nervi, e rispondevo con

troppa vivacità, o con sdegnosa ironia.

--Ecco!...--essa continuava,--non si può parlare di lei senza metterti

in agitazione.

--Ma non è perchè mi parli di lei, che mi fai dispetto, sibbene perchè

ne parli come non hai diritto!...

--Scusami se manco di rispetto... ad una civettuola.

Io prendevo il cappello e fuggivo, coll'intenzione di lasciarla sola un

paio d'ore per infliggerle una punizione e tenerla nell'inquietudine...

ma dieci minuti dopo tornavo indietro per darle un bacio e la trovavo

cogli occhi rossi.

--Ma, santo Dio!... che cosa hai adesso?... Che cosa vai sognando per

intorbidare la nostra vita onesta e tranquilla?... Grazie al cielo

nessun dolore ci opprime, nessuna pena ci affanna, e tu vai cercando il

pelo nell'uovo!... Che cosa hai bisogno di andare a pescare in un

passato remoto... che è scomparso per sempre!...

--Per sempre!...--essa riprendeva,--chi ti assicura per sempre!... Puoi

tu conoscere quello che ci riserva l'avvenire?... Ho sempre udito dire

che il fuoco più pericoloso è quello che cova sotto la cenere... la

contessa è ancora giovane... e poi che può fare l'età?... gli anni

passano egualmente per l'uno e per l'altro, e così si resta eguali. Le

passioni più violente non sono le prime, ma le ultime... se poi sono le

prime, riprese dopo un desiderio infinito, allora ti voglio!...

--Ti prego in grazia, lasciami tranquillo; sei ingiusta e un po' troppo

caparbia!... non rispetti la mia onestà... e nemmeno l'evidenza... noi

siamo in Valtellina, e la contessa è a Milano... o forse altrove.

--Le montagne stanno ferme, ma gli uomini camminano.

--Insomma non mi seccare... e basta.

Essa abbassava il capo e taceva, ma si sentiva nella stanza la

temperatura della Siberia; io non mi potevo rassegnare, e saltava su

nuovamente.

--Dimmi, Agata... tu hai dunque perduto la stima di tuo marito?

--No... ma...

--Ma che cosa?

--Che so io?... ho sempre un pensiero molesto che mi tormenta, e che

cerco invano di soffocare... o almeno di rinchiudere in me sola....

--Qual è questo maledetto pensiero!

--Penso a quel bacio!...

--Ebbene quel bacio... che cosa significa quel bacio?... Allora io non

ti conoscevo, non avevo ancora vent'anni, ero un ragazzo senza testa...

ma libero delle mie azioni... ti ho confessato che ero innamorato...

come tutti i giovani della mia età... e non mi pare d'aver perpetrato un

delitto... irreparabile per aver mandato un bacio ad una ragazza... a

venti e più metri di distanza!... e che essa non ha nemmeno

restituito!...

--Si vede che te ne dispiace ancora!...

--Invece ti giuro che adesso non me ne importa affatto!

--Essa forse non pensa così!... e vorrà pagare il suo debito!

Per non cadere in escandescenza io fuggivo precipitosamente, chiudendo

le porte con violenza, e correvo attraverso i prati decapitando col mio

bastoncello tutti i fiori che alzavano la testa sugli altri e

maledicendo la sorte, il passato, il presente, ed avrei mandato a rotoli

il mondo.

--Come mai!...--io dicevo fra me,--come mai!... un marito fedele... una

moglie virtuosa, con una bimba diletta!... che si adorano, vivono

onestamente, non hanno disgrazie, e non possono essere felici!... Che

diavolo! il mondo è dunque una trappola, dove si trovano dei sorci

arrabbiati che si divorano fra loro?... ma l'onestà non è dunque altro

che un infame chiappoleria per ingannare i babbei!... e mandava

sospironi che minacciavano di convertirsi in bestemmie....

E meditando sul mio caso speciale io ritornava su quel misero bacio, un

bacio in aria, una puerilità, una bolla di sapone, scoppiata da tanti

anni! e quella inezia aveva la forza di farmi infelice! ma perchè?...

perchè mia moglie mi amava talmente, che era gelosa perfino del

passato!... Dunque era l'eccesso della mia felicità che mi rendeva

infelice! era la dolce sorgente d'amore che avvelenava i miei giorni,

era il miele che mi sembrava sì amaro!... era per un bacio e in mezzo a

due amori che io mi struggevo d'odio contro la vita!...

I paradossi mi riconducevano al domicilio coniugale, rassegnato a vivere

o a morire, secondo il destino.

Non ho potuto mai sopportare lungamente i musi lunghi, ho sempre

preferito l'odio al rancore, la morte ai tormenti; perciò dopo le lotte

fui sempre il primo a presentare i preliminari di pace, e siccome

l'avversario aveva quasi sempre consumate le munizioni e bruciate tutte

le polveri, così si andava presto d'accordo. A poco a poco il barometro

segnava il sereno, ed il termometro indicava una temperatura più calda.

Ma le vicissitudini dell'atmosfera e i quarti di luna esercitano

realmente una costante influenza sul carattere della donna: e mi era

impossibile di realizzare sotto al piccolo tetto domestico la felicità

della pace perpetua, sognata da certi filosofi per l'umanità tutta

intiera.

Un nonnulla dava soggetto talvolta alle nostre beghe; uno scherzo

degenerava in alterco, o finiva in considerazioni melanconiche.

Un giorno, passeggiando in giardino, l'Agata venne a posarmi un fiore

nell'occhiello dell'abito. La ringraziai con un bacio sulla fronte, ed

essa mi disse:

--Te lo pongo a credito... ma a condizione che se l'altra paga, io

sospendo i pagamenti.

--Che cosa vuoi che paghi?...--io risposi con qualche

impazienza,--nessuna donna ha debiti verso di me.

--Sta zitto!...--riprese,--non negare almeno che sei in credito d'un

bacio!...

--È una strana pretesa davvero,--io soggiunsi,--la tua gelosia ti

esagera di molto il diritto degli innamorati. Essi non tengono conto nè

scrittura doppia dei crediti e dei debiti delle loro passioni, nè

possono esigere la liquidazione di partite abbandonate da un pezzo.

--Eppure scommetto cento contro uno che la contessa desidera pagarti il

suo debito.

--Prima di tutto questo è un oltraggio che offende gratuitamente una

persona onesta, ma è il solito della gelosia. In secondo luogo ti ripeto

per la millesima volta che la contessa non ha verun debito verso di

me... io non le ho fatto cambiali, e se un bacio è una cambiale, essa

non l'ha pagata alla scadenza, io non le ho fatto in tempo il protesto,

e quindi non ho più diritto all'esazione. Metti che sia fallita, e

finiamola.

--Io conosco dei falliti galantuomini,--essa riprese,--che sono andati a

far fortuna in America, e al loro ritorno hanno soddisfatto interamente

ai loro impegni.

--Consolati, sono casi tanto rari,--io le risposi,--che non hai nulla a

temere.

Ed essa di rimando:

--Ciò che è raro non è impossibile!...--e dopo una lunga pausa, quando

io sperava che fosse caduto il discorso, essa esalò un profondo sospiro

e riprese:--le donne hanno una seconda vista e presentimenti che non

fallano. Io sento dentro di me che un giorno tu riceverai un bacio dalla

contessa Savina!...

--No... no... mille volte no, nè essa vorrebbe darmelo, nè io vorrei

riceverlo; i nostri cuori vennero separati per sempre, noi non siamo più

liberi, siamo onesti, abbiamo figli e famiglia che non vorremmo tradire,

e sante affezioni che c'impongono dei doveri....

--I doveri cedono sovente alle passioni... che sono più forti della

volontà. Verrà un giorno!...--e qui alzava il braccio in aria fatidica,

quando io le chiusi la bocca con una mano, e con l'altra arrestai il

gesto minaccioso, dicendole:

--Basta così... Agata, tu metti troppo a cimento la mia pazienza, e la

tua ostinazione nelle accuse ingiuste e irritanti potrebbe condurci

nostro malgrado a ciò che vogliamo e dobbiamo fuggire!... basta così.

La nostra bambina col suo celeste sorriso comparve tra i fiori, come un

angelo disceso dal cielo a calmare le nostre anime, raddolcite

dall'amore... e amareggiate dalla gelosia.

Il bacio della contessa Savina · 第 26 / 52 题