XX.

Mio zio capitò nel mese di luglio, e gli feci quelle festose accoglienze

che meritava. In casa Bruni vi furono banchetti d'onore, brindisi, e

mille felici pronostici per gli sposi. Il buon canonico si fermò qualche

giorno al villaggio, esaminando e lodando i nuovi restauri della casa, e

tutte le mie disposizioni pel prossimo matrimonio. Doveva rimanere

convinto della mia perfetta conversione, tuttavia non mancò di

raccomandarmi di far giudizio, d'essere ragionevole, sodo e ponderato,

apparecchiandomi ad una vita positiva ed onesta, senza chimere nè sogni.

Io non avevo bisogno di tali consigli; amavo l'Agata teneramente, d'un

amore pieno di stima, avevo rinunziato spontaneamente ad ogni idea che

non avesse rapporto diretto col futuro mio stato, m'ero quasi

dimenticato il passato... o perchè dunque è venuto fuori a parlarmi di

chimere e di sogni?... Precauzioni balorde!... parlandomi di ciò che

avevo dimenticato, me l'ha fatto tornare in mente.

Mio zio canonico colle sue reticenze irritava il mio carattere,

suscitava i miei nervi, mi faceva l'effetto d'una mosca molesta, o d'un

indiscreto che con un fuscello stuzzica un uomo che dorme!... non ci può

essere di peggio!... Quando un cavallo cammina tranquillamente,

lasciatelo andare in pace per la sua strada; se lo toccate colla frusta,

imbizzarrisce, e forse vi trascina in un fosso!...

Esso evitava di parlarmi della contessa Savina.

Ma di che cosa aveva paura!... il mio prossimo matrimonio doveva

rassicurarlo pienamente. Qualunque notizia m'avrebbe trovato

indifferente; invece il suo silenzio provocava i miei sospetti e mi

faceva fantasticare.

Finalmente lo zio essendo partito pei bagni di Bormio senza rompere il

silenzio su tale soggetto, il mio umore se ne risentì, mi parve una

ingiusta diffidenza, me ne crucciai fortemente, e per qualche giorno mi

fu impossibile di nascondere l'uggia all'occhio chiaroveggente

dell'Agata.

Dovetti giustificarmi con pretesti che vennero accolti freddamente,

senza fiducia; ed ecco come un semplice vapore, sollevato dal fondo

d'una palude, s'innalza a poco a poco e diventa una nuvola capace

d'oscurare anche il sole, se non spira qualche brezza che la disperda.

Le dolci parole della mia fidanzata fecero l'ufficio della brezza: in

breve tempo dispersero ogni vapore, e l'animo ritornò sereno e

illuminato della luce benefica de' suoi sguardi.

Avendo dato termine anche in quell'anno alla scuola, e messo all'ordine

ogni cosa, al ritorno dello zio venne fissato il giorno delle nozze.

Agata manifestò il desiderio di partire dal villaggio appena compiuta la

cerimonia, per apparecchiarsi con qualche giorno di raccoglimento alla

nuova vita. I parenti approvarono tale divisamento, mio zio ci propose

un viaggio in Toscana, perchè non mi venisse l'idea di condurre la sposa

a Milano. Io propendeva per Venezia. Le mie letture m'avevano

affascinato, io vedevo quella città di marmo sulla laguna, coronata di

cupole, cinta di navi, adorna di monumenti insigni. Pensavo alla bruna

gondoletta che mi avrebbe condotto colla sposa attraverso quei canali

misteriosi, davanti quelle basiliche e quei musei, ove quattordici

secoli d'indipendenza e di gloria lasciarono traccie immortali. Sognavo

la voluttà di quelle notti rischiarate dalla luna riflessa dalle onde,

sentivo l'eco lontano delle serenate, immaginavo le gite sul mare, e il

mio cuore palpitava d'ammirazione....

Ma la scelta spettava di pieno diritto alla sposa. Senza esitare un solo

istante essa scelse la Svizzera.

La mattina del giorno solenne apersi per tempo la finestra dopo una

notte insonne, e respirai con voluttà l'aria refrigerante dell'aurora.

Era un bel giorno d'autunno, e mi pareva strano che tutti non

celebrassero la mia festa. I pastori uscivano al pascolo col gregge, il

belato delle pecore risuonava nella valle, unitamente al tintinnìo dei

campanacci delle capre.

Le povere donne colla gerla sulle spalle salivano ai monti, l'operaio si

metteva al lavoro, tutti seguivano le loro abitudini quotidiane.

Le abitudini non cambiavano che per me solo, io incominciavo una nuova

vita.

Indossati gli abiti da sposo, corsi in casa Bruni. Agata era pronta; il

pallore del suo volto, il languore de' suoi occhi, l'aspetto esitante

raddoppiavano la sua bellezza. Il velo nuziale, assicurato ai capelli da

qualche fiorellino d'arancio, le scendeva sulla candida veste,

avvolgendo l'elegante persona. Il suo sguardo, inumidito da una lagrima,

chiedeva pietà e tenerezza. Le baciai la mano tremante, col rispetto con

cui da fanciullo baciavo la Madonna. Essa, trattomi nel vano d'una

finestra, mi mostrò la medaglia di mia madre che teneva sul seno,

dicendomi con tremula voce:

--Essa ci accompagna... quando saremo davanti l'altare, tua madre ci

guarderà dal cielo... Daniele!... preghiamola insieme che ci benedica.

Il bacio della contessa Savina · 第 24 / 52 题