Amore e sdegno risvegliarono la mia musa; il miraggio della gloria
ritornò a inebbriarmi, i sogni teatrali di Milano vennero nuovamente a
cullare le mie speranze, ripresi la tragedia, ispirato dalle diverse
passioni che mi agitavano l'anima innamorata e sdegnosa.
Scrivevo lunghe tirate di versi da perdere il fiato, volavo all'empireo
sull'ali dell'iperbole, vedevo gli uomini al basso piccini piccini che
si raggiravano come formiche intorno al formicaio, e la mia elevazione
mi lusingava di giungere agli astri.
Finalmente finito, corretto, messo in netto, declamato nella solitudine
della mia stanza, il mio _Lucchino Visconti_ mi parve un capolavoro.
Desideroso di farne una prima prova, senza esporre il mio nome, dissi di
aver ricevuto da un amico di Milano il manoscritto di una tragedia, e
pregai l'Agata di fare degli inviti per darne lettura.
Per tale trattenimento letterario venne fissata una domenica, si
apparecchiarono dei rinfreschi e si mandarono ad invitare i notabili del
villaggio e dintorni. Tutti coloro che senza saperlo mi avevano servito
di modello facevano parte del pubblico: il parroco, il medico e sua
moglie, il farmacista, l'organista, il signor Nicola, e per giunta i
miei colleghi del circondario, i curati delle vicine parrocchie, i
cappellani, i fabbricieri, i sagrestani, i segretari comunali e i
cursori.
Alla sera del giorno fissato io giunsi col mio manoscritto sotto il
braccio, e trovai la società raccolta che mi attendeva con grande
aspettativa. Il salotto era stato apparecchiato opportunamente, le sedie
formavano un semicerchio intorno d'un tavolo coperto d'un tappeto verde,
e munito d'un bicchier d'acqua e d'una lucerna. Il paralume,
concentrando la luce sul manoscritto, lasciava nella penombra gli
uditori, ch'io non vedevo. La lettura incominciata alle otto finì alle
dieci. Tutto concentrato in me stesso io declamava con passione, con
impeto, con ardore o con tenerezza secondo i casi. Alla fine d'ogni atto
mi riposava pochi istanti, ed allora scoppiavano degli applausi
clamorosi che raddoppiavano la mia forza.
Finita la lettura, il battere delle mani e dei piedi, le acclamazioni
iterate, le esclamazioni di sorpresa, gli elogi enfatici ed entusiastici
annunziarono un vero trionfo.
--È un capolavoro!... stupendo.... inarrivabile!...--dicevano in
coro,--è un'opera destinata ad uno strepitoso successo.... l'autore è un
genio.... altro che Alfieri!...
Incominciò il rinfresco; vini fini, pasticcerie, salumi, liquori, caffè,
una gozzoviglia improvvisata, ma abbondante e saporita; tutto si
consumava, tutto scompariva nelle bocche spalancate come voragini, i
tavoli forniti di squisiti manicaretti restavano spogli come le campagne
dopo il passaggio delle cavallette. Uguccione della Fagiuola, l'uomo più
mordace del paese, non aveva il tempo da biasimare la tragedia: la
maldicenza tace quando ha la bocca piena.
Calmato il primo furore dell'entusiasmo e dell'appetito, s'erano formati
dei gruppi secondo le condizioni e le tendenze delle persone, chi per
digerire in pace e tranquillità quanto aveva divorato, chi per sputare
sentenze, chi per udire modestamente le opinioni dei giudici più
competenti.
Il dottore, colla solita prosopopea, lisciandosi i capelli, alzando la
testa, accomodandosi i solini, circolava pettoruto e tronfio come un
diplomatico ad un ballo di corte, ascoltando le conversazioni con un
sorrisetto beffardo, alzando le spalle di tempo in tempo in aria di
canzonatura, con evidente desiderio d'essere invitato a dire il suo
reputato parere.
Molti se ne avvidero, e finita la refezione, divorate perfino le
bricciole, e tracannata fino all'ultima goccia, egli venne pregato da
varie parti di presentare una critica assennata e sapiente di quel
lavoro letterario, lasciando da parte le opinioni volgari ed
incompetenti, pronunziando un giudizio definitivo e inappellabile. Dopo
essersi fatto pregare alquanto, colle solite giustificazioni della falsa
modestia, finse di cedere per cortesia al voto generale, e andò a
sedersi nel centro dell'uditorio, come un professore che deve dare la
sua lezione. Incominciò a soffiarsi il naso e a tabaccare con gravità,
poi chiuse gli occhi e si passò una mano sulla fronte, come per
raccogliere i reconditi pensieri che vagavano nelle cellule del suo
cervello, e finalmente, accennando di far silenzio, diede un'occhiata
all'intorno e incominciò in questi termini:
--Signore... e signori, è cosa ardua ed ardita ad un tempo il voler
giudicare un lavoro importante dopo una sola audizione. Tuttavia, senza
veruna pretesa, eccovi per sommi capi il mio giudizio: prima di tutto
questa produzione drammatica non può dirsi tragedia, a stretto rigore di
termine, e secondo le classiche tradizioni. Se gli antichi devono essere
maestri, essi ci fecero vedere che ogni catastrofe che non finisca col
ferro non ha diritto di vestire il coturno....
Siccome la maggior parte dell'uditorio non intendeva niente alle
elucubrazioni dottrinarie del dottore, così le trovava sublimi. Per
gl'idioti il sublime sta nell'ignoto. Egli continuava con sussiego
magistrale:
--Il brando e il pugnale sono i soli arnesi degni degli eroi da
tragedia, il veleno è cosa volgare, buono pei drammi prosaici dei teatri
diurni. La tragedia vuol sangue!... sangue, non droghe!... Lucchino
avvelenato fa la figura d'un marito babbeo vittima di un farmacista!...
Qui scoppiarono delle risa da varii punti della sala, il farmacista
fremeva, la signora Pasquetta si dimenava sulla sedia come se fosse
seduta sulle spine. Soddisfatto dell'effetto prodotto, il dottore
sorrise alla sua volta, e poi riprese il discorso:
--L'intervento della farmacia mi guasta la tragedia, il decotto fa
nausea, il tiranno colla colica diventa ridicolo.
Allora le risa ripresero con maggior forza di prima, e l'oratore dovette
subire una lunga interruzione. Egli stesso cercava invano di frenare la
ilarità che lo invadeva, e non riusciva che a singhiozzi interrotti.
Finalmente si giunse a ristabilire il silenzio ed egli riprese:
--Se il tiranno è un babbeo, suo fratello, l'arcivescovo Giovanni,
lasciato in disparte negli affari di Stato, fa la figura d'un idiota!...
--È giusto....--disse il parroco don Vincenzo Liserio.
--Ed Uguccione della Fagiuola,--soggiunse il dottore,--è un
imbecille!...
--Verissimo!--esclamò Tobia.
--Ma ciò che toglie all'azione ogni dignità, ciò che fa cadere il fatto
principale a livello degli intrecci comici di Pulcinella, si è la
balordaggine del protagonista che non s'avvede d'essere tradito dalla
moglie....
La signora Pasquetta diventò pallida, il farmacista si fece rosso, il
pubblico non osava fiatare, e il dottore imperturbabile proseguì:
--Per me dichiaro apertamente che _Lucchino Visconti_ non merita gli
onori della tragedia, la quale non deve occuparsi che degli eroi... o
degli scellerati, e lasciar da banda i minchioni. L'eroe, tradito
nell'onore, immerge la spada fino all'elsa nel cuore dei traditori!...
La signora Pasquetta diede un guizzo dal raccapriccio, ma uno sguardo
rassicurante del farmacista parve calmarla.... Il pubblico rideva sempre
di più.
--Avete ragione di ridere,--continuava il dottore,--i mariti ignoranti
non sono fatti per la tragedia, ma per la commedia. Lucchino è una
vittima come se ne vedono tante! La moglie infedele lo rende ridicolo
facendolo morire nel suo letto per mezzo di un farmacista, dopo
d'avergli gettato nel fango la corona ducale, e d'avergli messo sulla
testa la corona... del martire!...
A questo punto le risa sbardellate divennero convulse, non si sentivano
che gemiti e guaiti, pareva che subissasse la camera, anzi la casa; la
mimica che accompagnò le ultime parole del dottore era riuscita
irresistibile. Bisognava ridere o morire.
Il critico ebbe un successo molto superiore a quello ottenuto dal
tragico; così alla tragedia promessa era succeduta una farsa
impreveduta, e lo spettacolo fu completo.
Il dottore assaporava il successo con ebbrezza, vedeva in lui l'uomo
felice, e a chi gli faceva degli elogi, egli rispondeva:
--Ecco, io son fatto così!... non ho riguardi per nessuno... a chi tocca
tocca... io intendo la critica in questo modo... tanto peggio per le
vittime... non c'è merito... la franchezza del mio carattere è un dono
di natura.
Così finì allegramente quella serata, con grandissima soddisfazione
degli intervenuti, e specialmente del dottore, che ritornandosene a casa
a braccetto della moglie, gongolava del suo trionfo e ripeteva al
farmacista che li accompagnava:
--Dite la verità, Gaspare, vi pare che io abbia sfoderato dello
spirito?... Non voglio adulazioni, ma dovete confessare che ero in vena.
È inutile, ci vogliono delle occasioni favorevoli per farsi conoscere.
Io era nato per il fôro e la tribuna!... sarebbe la mia passione
demolire gli avversari. Povero _Lucchino Visconti_, l'ho
polverizzato!... Ma è un fatto positivo: il tempo delle tragedie è
finito!...
All'indomani, entrando in casa Bruni, il signor Nicola mi venne incontro
dicendomi:
--Ti prego per carità di non venirmi più a leggere delle tragedie, se
non vuoi farmi morire dal ridere... mio Dio! Dopo iersera mi duole
ancora la milza!...
Io corsi dall'Agata per sentire il suo parere, essendomi stato
impossibile di chiederglielo la sera antecedente.
--Avrei due cose da dirti in proposito,--mi rispose,--ma non posso
dirtene che una sola.
--Bene, intanto sentiamo questa.
--Tu sei l'autore della tragedia.
--È vero. Chi te l'ha detto?
--L'ho sentito dentro di me. Oramai ti conosco, e quando si conosce
l'albero, si conoscono le frutta.
--Questa è un'idea... orticola. Ma nelle lettere non è così: l'arte
copia la natura, o crea degli esseri immaginari che non hanno verun
rapporto coll'indole dell'autore.
--Scusami, ma io scopro sempre l'autore nel libro, qualunque sia il suo
prodotto.
--Dunque tu credi che un autore che racconta una storia di briganti
omicidi abbia nell'anima qualche cosa dei delitti de' suoi personaggi?
--È tutto il contrario. Io credo invece che i briganti assassini d'un
racconto abbiano sempre qualche cosa dell'autore... che li ha messi al
mondo. Per esempio: un'anima mite e serena non è capace, non solo
d'inventare, ma nemmeno di copiare esattamente dal vero personaggi
turbolenti e feroci; nè una mente fiera, esaltata, rabbiosa sarebbe
capace di creare tipi delicati ed angelici.
--Potrei citarti mille esempi contrari a quanto asserisci....
--Contrari in apparenza, ma in realtà no... sarebbe assurdo; dovresti
provarmi che in un libro manca l'autore... L'uomo non vede che la
superficie, e quando tiene in mano un bel pomo non si immagina che
dentro vi sia un verme che lo divora. Il crogiuolo per fondere le anime
non è ancora trovato, quindi non è possibile scoprire ciò che si mescola
a questa parte ignota dell'uomo; però sappiamo che la natura ha le sue
armonie, e possiamo dedurre dal noto all'ignoto che, come ogni rosa ha
le sue spine, ogni limpido ruscello il suo fango, così può anche darsi
che nell'anima dell'uomo più mite ed onesto si nasconda qualche punto
nero che sfugge ai nostri sguardi, come nell'anima dell'uomo tenebroso
si rifletta qualche raggio di luce.
--Potrebbe essere così, ma nel caso concreto della mia tragedia io non
vedo che un marito tiranno, un rivale ribaldo, una moglie infedele, un
amante insidioso... o vuoi forse farmi figurare sotto le spoglie
dell'amante insidioso?
--Non dico questo... lo vedremo in seguito; finora veramente non ti
posso ravvisare sotto quel triste soggetto.
--Dunque ove mi vedi?...
--Ti vedo e non ti vedo... ti sento piuttosto, mi pare di scorgerti fra
le linee, dietro i punti e le virgole. Tu cerchi di nasconderti nei
vani... dietro una parentesi... ti metti in maschera... ma io ti
conosco, e sento il tuo alito.
--Il tuo occhio inquisitore mi fa paura!
--Non fare il male... e non abbi paura.
--In ogni modo, questa è una teoria affatto nuova....
--Ebbene, domanderò il brevetto d'invenzione, col privilegio di tenerlo
a mio vantaggio per un decennio.
--Siamo intesi.... Ora ritorniamo alla tragedia, e dimmi francamente la
tua opinione.
--Questa è la seconda parte... che non posso dire.
--Cattivo segno!... vedo che non ti piace.
--Ti prego di dispensarmi da un giudizio... io non so mentire... e temo
che l'esser sincera mi faccia torto.
--Nulla può farti torto nel mio cuore; anzi la tua sincerità mi sarà
grata, come una nuova prova della rettitudine del tuo carattere.
--Ebbene, poichè vuoi assolutamente che ti dica la verità, devo
confessarti che la tragedia in generale non piacque....
--Ma e gli applausi?
--Meno poche eccezioni, dormivano tutti. Quando alla fine dell'atto non
intendevano più il suono della tua voce, si svegliavano ed applaudivano
con frenesia, per far credere che ascoltassero. Gli applausi più
clamorosi li udisti alla fine, e volevano dire: finalmente è finita la
noia, e incomincerà la refezione. È vero che i più intelligenti
ascoltavano, ma non potevano dissimulare interamente la fatica; a certi
punti tragici ridevano per alcune analogie trasparenti....
--E il dottore non li vedeva ridere?
--Sai bene che il dottore non vede niente!
--Ma dimmi finalmente la tua opinione.
--Giudica dall'effetto generale... la tragedia riuscì a tutti noiosa.
--Ma io non faccio caso di quel pubblico... idiota. Tu sei più
intelligente di tutti coloro... e tu non dormisti.
--Non tieni conto del mio affetto?... ogni tuo lavoro non può che
interessarmi assai... ma altro è l'interesse dell'affezione... altro un
giudizio imparziale e spassionato.
--Dunque il tuo giudizio imparziale si è che la mia tragedia è noiosa?
--In complesso è noiosa... è inutile farsi illusioni. Vi sono però varie
parti interessanti. Per esempio, quando parli d'amore vi sono
espressioni vere, sentite profondamente, veramente ispirate e
sublimi!... ma il resto è troppo lungo, prolisso... insomma noioso.
--Ti ringrazio,--io conchiusi,--apprezzo il valore della tua sincerità,
e saprò trarne partito.
--Ma figurati!... nemmeno per sogno!--e parlammo d'altro.
Ora confesso che non solo m'ero offeso, ma dentro di me avevo giudicato
l'Agata una saccentina sconclusionata, incapace di dare un giudizio
apprezzabile sopra un simile lavoro. Dissimulai la stizza dell'amor
proprio oltraggiato, e presi le mie misure in segreto per ottenere un
giudice competente.
Avendo saputo che c'era a Sondrio in quel momento un capocomico
generalmente stimato come uomo esperto nell'arte sua non solo, ma
altresì di molto merito letterario, gli mandai il manoscritto pregandolo
di leggerlo, e di dirmene francamente la sua opinione.
Pochi giorni dopo mi restituì la tragedia, con una lettera cortesissima,
ma sincera. Mi diceva in poche parole: «Non voglio ingannarvi, nè
adularvi, sarebbe far torto a chi non lo merita. Si vede in voi un
giovine ingenuo ed onesto, esaltato da una passione che gl'ispira
pensieri elevati, sogni poetici, qualche buon verso. Tutto il resto non
ha valore.
«Non siete chiamato pel teatro, ne ignorate completamente l'arte, e
tutti gli amminicoli che assicurano il buon successo, e vi manca la
scintilla che rischiara la via. Smettete l'immane sforzo che deve
costarvi un lavoro letterario; e pensate che la mediocrità si affatica
invano per arrivare alla gloria, riservata al solo genio.
«Attribuite la mia severità al desiderio d'esservi utile. Una indulgente
reticenza che vi lasciasse nel dubbio potrebbe nuocere al vostro
avvenire. Basta talvolta una vana speranza per mantenerci sulla via
dell'errore.
«Credendo di saper nuotare, l'uomo s'affoga; invece di fargli animo a
proseguire con nuovi tentativi è meglio prenderlo addirittura pei
capelli, e gettarlo sulla riva. Il vostro lavoro rivela un intelletto
ricco di molti doni di natura. Ogni uomo intelligente e laborioso può
raggiungere una meta che ricompensi le sue opere. Voi avete fallato
indirizzo, siete entrato in una foresta piena di triboli. Uscite di là,
cercate altrove la vostra strada, e vivete felice.»
La parola franca ed onesta di quell'uomo dabbene fece svanire
intieramente il sogno de' miei trionfi e della fortuna chimerica che
aveva illuso la mia gioventù, e risparmiò al pubblico dei teatri quelle
noie alle quali è condannato sovente dalla caparbietà dei mediocri, che,
prendendo per genio la loro boria, si ostinano a voli ripetuti, i quali
finiscono in vergognose cadute.
Icari della scena, colle ali saldate a cera, e che, per uscire dal
labirinto sociale, vanno a cadere nel mare drammatico; gente cui torna
più caro un biasimo che la classifica fra le persone in marsina, di un
elogio che la metta colle giacchette; vogliono essere piuttosto autori
seccanti e fischiati che onesti pizzicagnoli: aristocrazia della
democrazia!...
Ma non si deve disputare dei gusti.
Io invece ringraziai il capocomico con pari sincerità della sua, ed ho
avuto mille occasioni di benedirlo. Senza la sua leale franchezza, chi
sa di quanti piaceri mi sarei privato nella vita, di quanti ameni
passeggi mattinali pei campi, di quante buone letture sul canapè!... per
abortire qualche sconcia tragedia, o qualche dramma turpe e
sonnifero!--Benedetto il capocomico che mi ha aperto gli occhi,
tenendomi abbassato il sipario.
Cadutomi il velo che mi offuscava la vista e riconosciuto l'acume che
avea guidato l'Agata nel suo giudizio, le confessai francamente la
colpevole diffidenza che mi spinse al nuovo tentativo; manifestandole in
pari tempo l'effetto ottenuto e chiedendole scusa del mio stolto
orgoglio, le giurai che la mia prima tragedia sarebbe stata anche
l'ultima.
--Ho tracannato un fiasco solenne!...--le dissi,--e ne sono morto. I
fiaschetti ubbriacano, i fiasconi uccidono addirittura. Se almeno mi
fossi contentato del tuo giudizio!... ma la vanità si ribella alle
critiche sincere e benevole; l'orgoglioso si ostina a credersi un
destriero, fino a che un giudice competente gli dica chiaro: sei un
ciuco!... Ho avuto torto! e ti ringrazio della tua sincerità....
--Ho preferito il coraggio di dirti il vero, quantunque amaro, alla
viltà d'una menzogna,--essa mi rispose; e dopo breve pausa, riprese:--ho
sempre pensato che questa deve essere la norma costante di coloro che
vogliono vivere insieme onestamente, formando una famiglia proba e leale
fino allo scrupolo... Del resto,--essa aggiunse,--se ti manca
l'attitudine a scrivere pel teatro, ti confesso alla mia volta che non
ne sono troppo dolente, e mi pare, da quello che ne dicono i libri e i
giornali, che dietro le scene non si tenga scuola di morale, e piuttosto
si celino dei pericoli per la pace delle famiglie, che è miglior cosa
evitare.
--Saresti forse gelosa?
--Sì.... sono molta gelosa, te lo dichiaro. Chi non teme non ama. Non
ambisco se non a ciò che ho diritto d'ottenere, ma non ammetto
restrizioni ai miei diritti: ad un affetto leale e santo esigo
condizioni pari. Le doppiezze e l'inganno nella vita domestica mi paiono
delitti; il giorno in cui il cuore vacilla è meglio dirlo francamente, e
dividersi subito: preferisco la più atroce lacerazione all'onta d'una
finta carezza; la morte non mi fa paura, ma l'oltraggio si!...--Tutto o
niente!... ecco il mio motto... se non sai custodire il pensiero...
siamo ancora in tempo... puoi scegliere altrove altra moglie.
Le baciai la mano con effusione d'affetto, dicendole:
--Ti prometto sull'onore che divido perfettamente le tue idee su questo
punto. Ho sempre detestato ogni inganno, ma nel matrimonio lo trovo
obbrobrioso. Se il cuore esce di casa, uscite con lui... ma uccidere col
ridicolo chi porta il vostro nome, è peggio che uccidere col
coltello.... No, mai... te lo giuro: sarò fedele per la vita.... e caso
mai.... caso impossibile.... ma lo noto per rassicurarti.... caso mai
non mi sentissi più degno di te.... non mi vedrai più!... saprò
scomparire dalla terra.... Non ti domando nemmeno se il tuo cuore sarà
costante....
--Il mio cuore!... è tuo per sempre....
--E pel tuo amore io rinunzio a tutto!...
--No, questa sarebbe un'ingiusta pretesa,--soggiunse,--e non l'accetto.
Se hai un'attitudine qualunque che possa renderti utile alla società e
alla famiglia, non posso che incoraggiarla, e desiderarti la migliore
riuscita. La buona moglie divide col marito le pene e gli onori. Studia,
lavora, e se ti senti inclinato alle lettere, scrivi dei libri.
--Veramente non ne sento proprio il bisogno. I clamorosi successi del
teatro mi sorridevano con abbagliante prestigio. Mi elettrizzavo
all'idea della folla plaudente in massa, e vedevo in sogno delizioso il
bagliore delle faci, lo splendore delle gemme e dei fiori sulle donne
eleganti, commosse alle mie parole. Dopo il trionfo, la fama porta il
nome dell'autore da un capo all'altro del paese e racconta a tutti
quella notte di entusiasmo che fece palpitare il cuore di mille persone,
raccolte e frementi davanti la scena.
--Il libro non mi presenta tali attrattive. Dopo le lunghe fatiche che
costa la sua composizione, esso si presenta modestamente nelle vetrine
dei librai, confuso co' suoi confratelli di tutti i colori, taluno anche
più vistoso di lui. La folla passa, e non se ne cura. Chi lo guarda il
povero libro?... qualche raro letterato con pochi soldi in saccoccia,
che esamina le novità, e che vorrebbe anche comperarne taluna, se lo
stomaco non fosse più esigente del cervello, e il trattore più
indispensabile del libraio. Il giornalista non parla che degli amici, il
critico volgare non esamina che i libri che gli vengono offerti in dono,
l'artigiano vuol leggere a macca, e trova nelle biblioteche popolari,
come nelle cucine economiche, da saziare la fame.
Il ricco ha altro per la testa! il lusso dei libri è l'ultimo della
casa; esso vien dopo gli arredi, la cucina e la stalla, meno le
eccezioni delle famiglie veramente distinte per solida e completa
educazione, che sono tanto rare. Come farà dunque il povero libro a
farsi largo tra la folla, a farsi conoscere, ad entrare nelle famiglie,
e cadere sul tavolo degli sfaccendati, a penetrare nello studio del
marito e nel salotto della dama?... Ci vuol altro!... è una lotteria;
per essere fortunati, bisogna avere un buon numero; ma molti sono i
chiamati e pochi gli eletti.
Intanto i nuovi volumi cadono come valanghe sul dorso del povero libro
in aspettativa, e il libraio, costretto di far posto ai nuovi venuti, lo
relega negli ultimi scaffali della bottega, all'ombra, sotto la polvere
e le ragnatele, ove non uscirà dalla nicchia se non per mano d'un
modesto bibliofilo, che si contenta di conservarlo intonso nelle sue
collezioni; o per bocca d'un ardito sorcio che lo riduce in frantumi.
In conclusione, se la scena m'invitava alle sue lotte, la vita solitaria
del libro mi spaventa. Ce ne sono anche troppi, e non so a che cosa
potrà un giorno servire tanta carta imbrattata d'inchiostro. Bando
dunque anche ai libri.... cioè ai miei libri!...
--Hai torto di preferire la vampa alla cinigia. Essa è luminosa come una
meteora, ma abbaglia più che non riscaldi, è una baldoria che presto
passa, scottando gl'imprudenti, e non lasciando talvolta che
l'impressione del fumo.... e dopo la sua scomparsa l'aria sembra più
fredda di prima....
Al contrario la cinigia, più modesta, non abbaglia, è vero, ma non
nuoce, nè incomoda, e col blando calore, riscalda lungamente.... Con ciò
intendo dire che il trionfo d'un dramma può essere clamoroso, ma
effimero. Talvolta un'arte sottile lo impone alla folla che cerca forti
emozioni, ma il suo rapido effetto non dura. I lumi non sono ancora
spenti, la folla plaudente non è ancora dispersa, e già nuovi pensieri
la occupano, nuove correnti la travolgono, nuovi piaceri la chiamano.
Del dramma non resta altro che una debole memoria, misurata alla stregua
d'un'ora perduta.
Il libro invece non fa tanto chiasso, anzi fugge dai luoghi clamorosi,
ma, modesto e tranquillo, va a trovare chi lo accoglie come un amico.
Esso racconta, istruisce, diverte, riposa dalle gravi fatiche del
giorno, fa dimenticare le lunghe sere del verno alla famiglia raccolta,
consola il solitario e il derelitto, riempie gradevolmente le notti
insonni, distrae l'ammalato da' suoi dolori, il convalescente dalla
noia, porta fuori del carcere il prigioniero, fa sopportare al soldato
il tedio della vita di guarnigione, al viaggiatore gl'incomodi del
viaggio, alle donne la vita casalinga! Onorato dalle lagrime, dai
sorrisi, dalla simpatia dei suoi amici, il libro li accompagna dovunque,
e sovente riposa con loro sotto al capezzale. Le impressioni che
produce, essendo più prolungate, sono maggiormente durevoli di quelle
del dramma, e se ha saputo meritarsi la nostra stima e la nostra
riconoscenza per le buone ore che ci ha fatte passare, vien legato in
pelle con fregi d'oro come un gioiello, e conservato con cura.
Finalmente, il libro rappresenta l'autore che sopravvive a sè stesso; è
una parte della sua anima che rimane sulla terra dopo la morte, è il suo
pensiero che vola attraverso i tempi, e manifesta ai venturi una voce
del passato!
Daniele, essa concluse, dovresti fare un buon libro.
--Preferisco,--io risposi,--passare la vita in pace al tuo fianco,
lavorare per la famiglia, contento di sopravvivere nei figli, e di
rivivere nell'eternità indiviso dalla mia compagna.
--Così,--ella mi disse,--potrai un giorno servir di modello a qualche
autore che voglia descrivere il tipo d'un marito perfetto.
--Non c'è pericolo!... non si scrivono che le vite degli uomini
illustri.... e quelle dei bricconi.
--Se fosse possibile scrivere la vita d'ogni persona, io credo che molti
terrebbero una diversa condotta, per non passare alla posterità come
cattivi arnesi.
--Non lo credo. La pubblicità delle cause celebri non ha impedito un
solo assassinio. In quanto al gusto dei lettori, è positivo che le gesta
degli assassini vengono sempre preferite a quelle dei galantuomini, e
lette col più vivo interesse. Nella vita sociale il galantuomo è
stimato, ma in letteratura riesce noioso. Io sono convinto che la vita
veramente felice d'un uomo possa raccontarsi in una mezza pagina, in
istile epigrafico o telegrafico. Si dicono fortunate quelle nazioni che
non hanno storia; io credo parimente fortunate quelle famiglie che non
hanno romanzi.... o avventure romanzesche.
--È ben vero!... il turbinìo delle passioni mi spaventa.... mi piace
meglio l'idillio....
--È un genere falso, ma molte volte è preferibile al vero. Non ti
ricordi la nostra lettura sulla rivoluzione francese? Le scene pastorali
di Trianon erano false e mi piacevano tanto!... Maria Antonietta,
vestita da pastorella, distribuiva il latte delle sue cascine, pescava
nello stagno, leggeva sotto l'ombre profumate del parco fra i figli e il
marito... una regina che preferisce la vita rustica agli splendori del
trono!... è falso!... ma a me piaceva quella falsità. La prigione, gli
insulti d'una plebe selvaggia, i processi, il patibolo... furono veri...
e mi fecero raccapriccio.
--Prendiamo la vita come viene,--io dissi,--senza forzarne gli
avvenimenti. Non sarà nè un idillio, nè un romanzo, ma avrà giorni lieti
e tristi come al solito.... sarà una vita naturale.... senza artifizii.
--E nemmeno questo mi piace,--rispose con vivacità.--Non faremo nè
romanzi, nè idilli, ma dobbiamo fuggire il male con fermezza, volere il
bene con energia e pertinacia, e prendere per guida d'ogni azione la
virtù....
--E l'amore....--io soggiunsi.
--Siamo intesi;--e con dolce sorriso mi porse la mano, ch'io baciai con
tale tenerezza ch'ella fu costretta di ritirarla.
E così facevamo sovente lunghe conversazioni, con divagazioni
interminabili, e le ore volavano rapide, mentre stavamo predisponendo a
modo nostro l'avvenire... l'avvenire sempre incerto, che dipende in
parte da forze superiori alla nostra volontà, e ci apparecchia soventi
volte sorprese imprevedute.