Per riparare almeno in parte i passati miei torti io visitai sovente il
povero infermo, portando il mio obolo al tugurio, e qualche dolciume ai
fanciulli che mi presero presto in amicizia. La loro ingenua affezione
mi tornava assai più grata di quella dei miei compagni di disordine, e
seduto su quei greppi colla bambina, mentre la capra rosicava le foglie
dei mirtilli e dei roveti, e Bitto vagava pel bosco alla caccia di tutto
quello che brulicava sulla terra e sugli alberi, io mi sentiva calmo e
predisposto a fare il bene; l'aria pura ed elastica della montagna mi
risvegliava teneri sentimenti ed elevati pensieri, l'esalazioni silvane
esilaravano il mio spirito, il silenzio solenne di quelle solitudini mi
facevano fantasticare gradevolmente, e mi pareva impossibile di aver per
qualche tempo abbandonato i miei passeggi e le mie contemplazioni per
vivere in cattiva società nell'afa dell'osteria, grave ai polmoni, che
esalta il cervello ed abbrutisce il cuore.
Uguccione della Fagiuola non era contento, e tentò, ma invano,
d'eccitarmi a non abbandonare gli amici e la partita, rinnovandomi il
suo panegirico del vino, e dicendomi che il soldato non deve mancare di
coraggio per una battaglia perduta. Gli risposi con fermezza
irremovibile che avevo rinunziato per sempre al giuoco ed all'osteria,
senza rinunziare per questo ai buoni amici e al buon vino, ma aggiunsi
che non stimavo buoni amici coloro che mi spogliavano mentre ero
ubbriaco, nè buon vino quello che mi faceva dormire sotto ai tavoli. In
quanto all'esempio del soldato, gli risposi che chi aveva la testa rotta
era autorizzato a passare agli invalidi, e che in quanto al coraggio, ce
ne voleva talvolta di più per sostenere una ritirata che per tornare
alla lotta. Io parlavo per esperienza, non potendo vantare nella mia
vita una sola vittoria, ma molte sconfitte.
Uguccione non si mostrava persuaso de' miei argomenti, ma non sapendo
che cosa rispondere, agitava furiosamente il suo cappellaccio in segno
di disapprovazione, ed essendo testardo ed organista ad un tempo, mi
risuonava continuamente lo stesso motivo, con poche e cattive
variazioni, fermandosi lungamente sopra una nota, come soleva fare
nell'organo. Il giuoco abbandonato lo crucciava più del dovere.
--Ma non volete nemmeno tentare una rivincita?--mi diceva.--Ma tentate
dunque una rivincita.... e vedrete i capricci della fortuna.
--La rivincita,--io rispondevo,--l'ho ottenuta il giorno che feci
solenne giuramento di non prendere più in mano una carta da giuoco; da
quel momento ho guadagnato tutto quello che avrei perduto giuocando,
senza tener conto del denaro risparmiato nel vino.... e nell'acqua che
vi si trova sovente commista, nè della salute perduta a forza di
disordini, nè della riputazione pregiudicata a mio danno.
A me, caro Tobia, basta una sola lezione, la perdita d'un solo orologio,
una sola notte funesta!...
Uguccione, vedendo impossibile il convertirmi, si metteva a ridere con
quella bocca sperticata, spalancando le sue labbra da Cafro con strani
sberleffi, ed accusandomi di subire le malvagie influenze del clero.
Questo Ghibellino arrabbiato aveva in parte ragione, perchè due giorni
dopo tal dialogo giungeva al villaggio mio zio, e l'arrivo del canonico
riconducendomi a visitare il parroco mi gettava nuovamente nelle braccia
dei Guelfi, capitanati dall'arcivescovo Giovanni.
Uguccione sghignazzava co' suoi amici sulla mia apostasia.... egli aveva
perduto il suo pollo.
Mio zio, che si recava ai bagni di Bormio, volle farmi il favore di
arrestarsi qualche giorno al villaggio; ond'io gli feci ammirare i
restauri del suo casino, la modesta agiatezza succeduta al lurido
disordine del mio antecessore, ed egli ne rimase soddisfatto.
L'accompagnai in casa Bruni per ringraziare quei buoni signori di tutte
le bontà che mi andavano prodigando. Essi diedero un pranzo in onore di
lui, e furono tanto cortesi non solo da tacere la mia condotta, ma anche
da farmi degli elogi.
Io era tutto contento di rivedere il mio vecchio zio, ambizioso di
fargli gli onori di casa, lieto di prodigargli le più delicate
attenzioni, e tutte le cure d'una ospitalità previdente.
Io avevo dato alla Rosa le opportune istruzioni; abbandonare ogni
grettezza, procurarmi i cibi migliori, i vini più scelti, e far debiti
in caso di bisogno. Io sedevo a tavola dirimpetto a mio zio, lo servivo
con sollecitudine affettuosa, gli mettevo sul piatto i migliori bocconi,
e gli tenevo il bicchiere sempre ricolmo. Egli mi accennava di
arrestarmi, ma poi cioncava e stava allegro. Tutto procedeva a
meraviglia. La Rosa faceva miracoli, e Bitto lambiva le mani a mio zio e
gli faceva mille feste. Il cane ha un istinto che non l'inganna, egli
sente a usta gli amici e i nemici del padrone, mena la coda o abbaia
secondo il caso.
L'Agata, alla quale la Rosa s'era raccomandata per avere dei consigli
risguardanti la cucina, mandava invece dei cibi squisiti, belli e pronti
da mettersi in tavola. Ah se tutti i consiglieri facessero così!...
La Veronica m'aveva mandato per mezzo dello zio squisiti manicaretti
milanesi dei quali mi sapeva ghiotto, e così si faceva ogni giorno
baldoria, e si stava a mensa lungamente.
Io vedeva in mio zio non solo il più prossimo parente, il benefattore ed
il padre, ma bensì il mio liberatore dall'esilio di Valtellina, che mi
pesava assai e non aveva più scopo. La contessa Savina maritata, io
poteva ritornare a Milano. Questa era la mia ambizione e il mio sogno;
io mi proponevo di svolgere tutti gli argomenti possibili per persuadere
il mio buon zio a questo passo; e non avevo motivi che mi facessero
temere un rifiuto. Egli mi chiese conto naturalmente delle mie
occupazioni e de' miei studi; ed io gli risposi:
--Caro zio, la scuola rurale è un incubo, una penitenza, una espiazione.
La mia vita è un continuo sacrifizio, e mi è chiuso ogni adito ad una
carriera onorevole. A che cosa può condurmi l'insegnare l'abbicì ai
piccoli idioti delle montagne? Senza un avvenire in prospettiva, mi
manca anche il coraggio di studiare. Per lavorare bisogna avere una
meta, ogni studio ha bisogno di un fomite. Quivi non posso sperare
nessuna risorsa, nessun compenso alle mie fatiche.
Volendo evitare ogni allusione al passato, mostrai d'attribuire al mio
esilio il solo scopo di mettere in assetto l'amministrazione rurale
della piccola proprietà, e quello d'acquistare un titolo in qualità di
maestro, incominciando l'insegnamento dal primo scalino, e proseguii:
--Ora, avendo restaurata la casa, diventa più facile affittare
vantaggiosamente la terra; io ho fatto le prime prove nell'istruzione, e
posso aspirare ad un posto superiore. Quivi io non istudio, non imparo,
sono lontano dai superiori e dalle occasioni di farmi onore; mi
avvilisco, mi scoraggio, non vivo, ma vegeto!...
Mio zio mi ascoltava tacendo. Il suo silenzio mi urtava i nervi, i nervi
agitati fanno dire delle bestialità, ed io venni alla conclusione
seguente:
--Vuol dire che oziando, passeggiando e fumando il sigaro, aspetterò un
migliore avvenire dalla Provvidenza!
Non so se sia stata l'assurdità della frase o la Provvidenza invocata
che abbia scosso mio zio; ma il fatto sta che si scosse.
Certo era assurdo che la Provvidenza fosse tanto improvvida da
proteggere un ozioso che ne aspettava i benefizii passeggiando e
fumando; e mio zio, che per me rappresentava la Provvidenza, se ne
commosse.
--Hai torto di sragionare,--mi disse,--e di non apparecchiarti una
strada collo studio e la coltura, ma hai ragione di desiderare una sorte
migliore, e ti prometto che intendo occuparmene e soddisfarti. Puoi
credere quanto mi deva esser caro il tuo ritorno a Milano, non avendo
altri parenti vicini, che possano tenermi compagnia e sostenere la mia
vecchiaia. Abbi un po' di pazienza, non bisogna precipitare, ma al mio
ritorno mi darò premura di soddisfare i tuoi voti, e di trovarti un
collocamento a Milano, che ti permetta di farti conoscere.
Tale promessa mi ridava la vita; m'alzai, presi la mano di mio zio, la
copersi di baci, la bagnai di lagrime. Il pensiero di ritornare nella
mia cameretta di Milano m'aveva esaltato. Accorgendomi però che mio zio
mi guardava con qualche sorpresa, procurai di calmare il mio soverchio
entusiasmo per non destare sospetti, e poco dopo cambiai discorso.
L'ora del pranzo era quella delle ciarle, delle confidenze, e
dell'espansioni. All'indomani mio zio mi raccontava le novità di Milano,
mi rendeva conto degli amici, dei conoscenti, dei vicini.
--A proposito,--diss'io con aria indifferente,--come va il matrimonio
della contessa Savina?
Mio zio mi guardò in faccia prima di rispondere. Io affettai una tale
bonarietà che dovette ispirargli fiducia, ed egli un po' esitante
rispose:
--Veramente.... se devo dire il vero.... non va troppo bene.
--È dunque un matrimonio infelice?
--Non dico questo.... ma non è troppo felice.
--Così presto!...--io esclamai. Poi volendo dissimulare la mia sorpresa
e l'emozione, mi versai da bere; procurai di mostrarmi freddo e
distratto, lasciai passare qualche tempo, cacciando giù un boccone per
forza, poi soggiunsi:
--Se non m'inganno, mi pareva che la contessa Savina avesse sposato un
signore....
--Sicuro, ha sposato un signore della più alta nobiltà, molto ricco, ma
scialacquatore.... un vizioso, un donnaiuolo, un beone.... un cattivo
soggetto.
--Diamine!... come mai ha potuto innamorarsi d'un tal personaggio?
--Innamorarsi,--disse mio zio, chiudendo gli occhi ed alzando le
spalle,--sai bene che i gran signori si maritano senza conoscersi,
guardano al nome ed alle sostanze e basta. Il conte Azzone di Montegaldo
aveva tutte le qualità richieste per fare un eccellente matrimonio.
Appartiene a famiglia ricchissima e d'antica nobiltà, ed avrebbe potuto
scegliere fra i migliori partiti; ma non ci pensava nemmeno, vivendo
gran parte dell'anno a Parigi, ove si dice che tenesse una famiglia....
illegittima. Sembra che gravi perdite al giuoco lo abbiano costretto a
cercare una dote, non essendogli possibile di trovare del denaro sugli
stabili coperti da ipoteche. Col suo matrimonio ha potuto pel momento
riacquistare il credito e chiudere le breccie.
Meno male se avesse fatto giudizio, ma si pretende a Milano ch'egli
continui la tresca, e non abbia abbandonato il giuoco, nè gli stravizii.
Intanto la povera moglie oltraggiata paga le spese.
--È un'infamia!...--io gridai;--questo non è un matrimonio, ma è
piuttosto la prostituzione legale della donna!... Se le leggi fossero
giuste per tutti, il conte di Montegaldo dovrebbe essere condannato
all'ergastolo, come coloro che tradiscono la buona fede e
l'innocenza!... come i ladri.... come i frodatori.... come i
sacrileghi....--e non sapendo più frenare la mia esaltazione, fuori di
me dalla indignazione, acciecato dalla collera, diedi un pugno così
potente sulla tavola, che feci saltare le stoviglie, le posate, i
bicchieri, e ruppi una bottiglia inondando la mensa di vino.
Mio zio rimase sbalordito, la Rosa accorse al rumore, io abbassai il
capo confuso e pentito della mia escandescenza.
Cercai ogni argomento possibile per giustificare tale esaltazione, ma
era troppo tardi. Mio zio aveva aperto gli occhi, e mi leggeva nel
cuore; io non dovevo più sperare sulle sue prestazioni per farmi
ritornare a Milano. Tutto era perduto!... Io conoscevo troppo gli
scrupoli di mio zio per poter dubitare un solo istante della sua
risoluzione. Certo egli mi condannava all'esilio perpetuo per salvarmi
dai pericoli, e per non portare sulla coscienza il rimorso d'aver
contribuito a facilitare un amore colpevole.
Io non potevo più contare che sopra me stesso, e il pensiero della
infelicità di colei che mi stava fissa nel cuore mi dava tanto coraggio
da tentare la mia emancipazione, ad ogni costo, senza il soccorso di
nessuno. Quando si è giovani ed innamorati tutto sembra facile;
guardando alla meta lontana non si prevedono gli ostacoli, l'amore è
cosa troppo elevata e sublime per occuparsi del denaro necessario ad
ogni impresa; e dopo pranzo, collo stomaco soddisfatto, non si pensa che
bisogna desinare ogni giorno.
Ho passato una notte d'inferno, raggirandomi smanioso nel letto senza
trovare riposo. Io vedevo la contessa Savina infelice, derelitta,
immersa nelle lagrime, e pensavo al modo di vendicarla, di consolarla.
La nostra santa affezione, inspirata dalla naturale simpatia, ci avrebbe
resi felici in tutte le condizioni della vita. Le ricchezze erano la
prima cagione della sua infelicità, come la miseria era il solo ostacolo
che mi tenesse lontano da lei. Se fossi ricco! io pensavo, andrei a
stabilirmi a Milano, troverei una finestra dirimpetto al palazzo
Montegaldo, e un bel giorno le comparirei davanti come al tempo felice
che dalla casa di mio zio stavo in adorazione davanti al palazzo
Brisnago. Ma cambiate le circostanze, e avendo imparato dall'esperienza
a che giovi l'amor platonico, questa volta il nostro amore prenderebbe
un'altro indirizzo... questa volta, se non rispondesse al primo bacio,
non vorrei disertare dal posto senza aver tentato il secondo.... e il
terzo.... e il quarto.... ed avrei parole e mezzi per ottenere sicuro il
bacio della contessa Savina, quel bacio che certo non vorrebbe negarmi,
del quale io prelibo la voluttà.... come l'Arabo assetato fra le aride
sabbie del deserto quando pensa alla fresca fontana dell'oasi.
Con tali pensieri m'addormentai verso il mattino; all'ora che il
crepuscolo apporta un po' di calma a chi ha passato la notte agitata.
Dapprima divagai in sonni confusi, poi mi parve di vedere chiaramente la
contessa Savina ad una finestra bassa d'un palazzo in una strada
deserta. Io la contemplavo assorto in estasi, quando mi fe' cenno
d'avvicinarmi. Giunto sotto al balcone, le mandai un lungo bacio
amoroso. Essa mi guardò con un mesto sorriso e scomparve. Io rimasi
estatico al mio posto, non so quanto tempo, senza perdere la speranza di
rivederla.
Essa ricomparve, vestita di bianco, pallida, come una fidanzata che
aspetta lo sposo per recarsi alla cerimonia nuziale. Io congiunsi le
mani in atto di preghiera, essa mi guardava fisso, e pareva che mi
dicesse: t'aspetto.
Le feci cenno che sarei ritornato, e andai non so dove a prendere una
scala di corda. La scala aveva da un lato due ganci, che gettai sul
balcone. La contessa Savina non si prestò, nè si oppose; essa aspettava
sempre pallida e immobile. Io tremavo come una foglia, la scala era
assicurata, ed io incominciai a salire. Ad ogni scalino che mi
avvicinava al balcone distinguevo più chiaramente i lineamenti della
contessa. I suoi occhi leggiadri mi guardavano con affettuosa
espressione, le sue labbra si atteggiavano ad un mesto sorriso.... ed io
salivo sempre. Le giunsi tanto vicino che vidi il suo seno agitato dai
moti violenti del cuore... stavo per afferrare la meta, quando d'un
tratto si ruppe la corda ed io precipitai nella strada.
Il colpo violento mi risvegliò. Volli dormire nuovamente per riprendere
il filo del sogno.... impossibile!... Perfino il sonno si rifiutava alla
mia felicità!...
M'alzai conturbato. Mio zio, vedendomi sofferente, s'accorse che avevo
passata una cattiva notte.
--Povero Daniele!...--mi disse con affezione,--tu pensi sempre alla
contessa Savina!...
--Nemmeno in sogno!...--gli risposi, temendo quasi che potesse scoprire
i misteri della notte, e soggiunsi:--Tutto è finito.
--Finito di sicuro,--osservò mio zio, al quale premeva togliermi ogni
speranza;--finito per varii motivi: primo, perchè bene o male maritata
essa appartiene per sempre a suo marito; secondo, perchè è donna onesta
e virtuosa fino allo scrupolo, e questo te lo diranno tutti; terzo,
perchè se la natura ti aveva spinto verso di lei con tanta violenza,
vuole onestà che tu faccia ogni sforzo per starle lontano, evitando ogni
pericolo che possa aggravare la sua infelicità, e renderti colpevole di
maggiori sventure.
--Le ripeto che non ci penso nemmeno,--risposi,--e che anche se fossi
tanto pazzo da pensarci, credo di essere un galantuomo, e di non aver
mai fatto dubitare della mia condotta.
Lo zio si mostrò soddisfatto della mia dichiarazione, ma io credo che
egli realmente prestasse poca fede alle mie parole, come io stesso non
era convinto che fra me e la contessa Savina tutto fosse finito.