XIV.

All'ora fissata v'andai. M'aspettavo una ramanzina in piena regola,

invece fui sorpreso che non parlassero nemmeno de' miei malanni. Mi

accolsero colla solita benevolenza, chiedendomi scusa d'avermi

incomodato; ma conoscendomi compiacente e gentile, le signore mi

pregavano di accompagnarle in un sito deserto della montagna, essendo il

signor Nicola impedito, e non osando avventurarsi sole con Martino in

quei greppi.

Partimmo subito, seguiti dal domestico che portava un cesto coperto, e

preceduti da Bitto che andava ad esplorare il terreno, ed abbaiava alle

pecore che pendevano dall'erta e ci guardavano passare con attenzione e

diffidenza. Pare che certe bestie non abbiano troppo buona opinione

dell'uomo.

La strada fu lunga e faticosa per l'ardua salita, ma la buona compagnia,

l'aria fresca ed elastica e l'aspetto pittoresco e variato del paesaggio

me la fecero sembrare agevole e breve. Strada facendo aveva chiesto dove

s'andava, e l'Agata mi aveva risposto:

--Andiamo a fare un po' di bene... ve ne dispiace?

--Ne sono contentissimo, e ne sento bisogno io che faccio tanto sovente

del male.

Non mi rispose, e poco dopo continuò:

--I nostri montanari hanno l'abitudine d'emigrare in lontani paesi per

sostentare le loro famiglie col lavoro e fare qualche risparmio.

Talvolta ritornano a casa ricchi o almeno ben provveduti, talvolta

affranti dagli stenti, dalle privazioni, ammalati e più poveri di prima.

Ecco il nostro caso. Si tratta di un padre di famiglia ritornato misero

e infermo.

Intanto eravamo giunti davanti una catapecchia affumicata che sorgeva

come una vedetta a picco della valle, in un angolo sporgente a diritta

della strada maestra. Eravamo ad una grande elevazione; si vedeva al

basso il torrente come un nastro azzurro, serpeggiante fra le piccole

colture frastagliate, poi come un anfiteatro a scaglioni ove verdeggiava

un magro frumento in piccoli spazi di terreno sostenuti da muricciuoli a

secco, qualche casupola sparsa e biancheggiante fra i cespugli, e più in

alto i pascoli interrotti dalle frane e dalle valanghe, sparsi di alcuni

castagni giganti che si aggrappavano ai crepacci colle grosse radici;

grandi e piccoli macigni franati dalle cime erano sparsi sugli strati

erbosi che giungevano al margine dei precipizi. In alto e da lontano le

aride giogaie erano spruzzate di neve, che brillava al sole e spiccava

sull'orizzonte turchino.

A sinistra della strada s'alzava un bosco di abeti, che secondando le

curve della montagna andava a perdersi fra le gole lontane. Sul margine

del bosco in cima al muraglione sostenente il terreno tagliato dalla

strada, pascolava una capra, vicino alla quale sedeva una bambina bionda

e ricciuta, bianca e rossa ch'era una bellezza a vederla.

Al nostro avvicinarsi la capra alzò la testa mandando un lungo belato, e

la bambina s'alzò in piedi per fuggire. Allora s'aperse l'uscio del

tugurio che stava dirimpetto, e comparve sulla porta una donna giovane

ancora, ma sparuta, solcata dalle rughe d'una precoce maturità, lacera

nelle vesti, scapigliata e affranta dalle veglie, squallida dalla

miseria.

Vedendo l'Agata alzò le mani e gli occhi al cielo esclamando:

--Benedetto Iddio!... ecco la Provvidenza!...

Agata l'interruppe interrogandola ansiosamente:

--Come va il povero Beppo?

--Sempre lo stesso, signora!... sempre la febbre... e i dolori. Ma se

vuole consolarlo si mostri sulla porta.

--Entriamo, entriamo,--disse l'Agata, e la povera donna c'introdusse

nella stanza dell'infermo.

Da una sola finestra vestita di carta entrava nello stambugio una luce

smorta. L'infermo smunto, giallognolo, colle occhiaie incavate e segnate

da un cerchio livido, cogli zigomi protuberanti, le labbra violacee, i

capelli rabbuffati, l'occhio semispento, stava seduto sul suo giaciglio

colle braccia distese sulle coltrici rattoppate, rotolando l'estremità

del suo lenzuolo di stoppa nelle scarne mani. Al comparire d'Agata

schiuse le labbra ad un sorriso, i suoi occhi parvero avvivarsi, poi due

grosse lagrime gli corsero sulle guancie. Ci salutò con un cenno del

capo accompagnato da un'alzata di mano, e ripeteva con voce fioca:

--Grazie... grazie... ho pregato per voi tutto il giorno... non posso

far altro, grazie pei poveri bambini... e per le donne... che per la

vostra carità non hanno più sofferto la fame!... Iddio salverà la vostra

famiglia dalle disgrazie, io confido in lui... per me sia fatta la sua

volontà... anch'Egli ha sofferto tanto per il bene, la giustizia e

l'umanità....--e così dicendo accennava colla mano un Cristo che pendeva

a capo del letto, un Cristo colla testa cadente incoronata di spine,

colle piaghe sanguinose, e i piedi insudiciati dai baci di varie

generazioni di devoti e di moribondi.

La povera moglie ci raccontò allora le lunghe sofferenze di suo marito.

Egli era partito con profondo rammarico dal suo tugurio, ove lasciava

quanto aveva di più caro sulla terra: la vecchia madre, la moglie, tre

bambini che gli saltellavano intorno, sempre allegri e contenti, e

volevano seguirlo dappertutto. La bambina, la sua delizia, lo

accompagnava sul monte nella stagione della falciatura del fieno, e

s'addormentava all'ombra. Egli la coricava sulla sua giubba e le copriva

il volto col fazzoletto per ripararla dagli insetti. Alla sera se la

portava a casa in braccio, contenti tutti e due. Lasciare tali

abitudini, tanti affetti di famiglia, e andar ramingo in lontani paesi

gli tornava amaro, doloroso, straziante. Ma mancava il lavoro, e quindi

il pane per tutti. Partì col cuore lacerato quando cadevano le foglie e

la cattiva stagione s'avvicinava a gran passi. Una mattina, preso sulle

spalle un piccolo fardello, baciò la madre e i bambini e seguito dalla

moglie uscì dalla sua capanna, ove avrebbe vissuto felice se avesse

potuto vivere. La sua donna lo accompagnò fin fuori della valle,

parlando dei loro interessi. Ma quando non vide più la sua dimora, fu

inquieto e la rimandò. Si lasciarono con un cenno del capo e della mano,

senza poter proferire una parola, nè l'uno nè l'altra: il dolore li

strozzava.

Durante l'inverno quei tapini rimasti alla capanna, quasi sepolti sotto

la neve, ricevettero qualche soccorso dall'estero. Il cursore comunale

portava le lettere, e la povera donna sfidando le intemperie scendeva

dal monte, trovava il danaro assicurato alla posta, faceva le sue

provviste al capoluogo, e rimontava lentamente colla neve fino al

ginocchio, e le spalle cariche della gerla piena. Ma sapeva almeno che

il marito stava bene e pensava a loro, e li sosteneva lontani; i bimbi

l'aspettavano sulla porta, battevano le mani all'arrivo di lei, facevano

mille feste alla comparsa di tante buone cose che portava, e la nonna

riceveva il tabacco e il pane, e tutti avevano da vivere in pace

aspettando la buona stagione. La solitudine, l'isolamento, il freddo in

mezzo a quei monti ricoperti di neve non ispaventavano quella povera

famiglia quando aveva della farina e del sale, del formaggio e del

latte. Il giorno, se brillava il sole in un cielo sereno, i bambini

giocavano sulla neve, vi facevano banchi, grotte, edifizi fantastici, e

quando imperversava la bufera, si raccoglievano colle donne intorno al

focolare, rannicchiati sotto la cappa del camino, come i pulcini sotto

la chioccia. Abbruciavano i rami odorosi dell'abete e del ginepro,

cuocevano le patate sotto la cenere, la fiamma viva li compensava del

sole assente, il gorgogliare della pentola li consolava dei sibili del

vento, e i vortici del fumo erano a loro meno molesti delle pungenti

ambizioni che agitano la società. Nè trovavano verun motivo di lamentare

la loro sorte, e non si sarebbero mai immaginati che a questo mondo si

possa desiderare di più!...

Alla sera si mettevano tutti in ginocchio, e dicevano le orazioni tutti

in comune. Pregavano per la famiglia, per gli assenti, i viandanti, gli

emigrati, gli infermi, ed invocavano la salute e le benedizioni del

cielo, e si raccomandavano alla divina Provvidenza che li proteggesse in

questa vita mortale, rendendoli degni di meritare nella vita eterna il

compenso delle sofferte afflizioni. Dicevano _requiem_ pei morti, e

ringraziavano il padre che sta nei cieli del pane quotidiano, lo

pregavano di perdonare i loro peccati, di difenderli dalle tentazioni,

di liberarli dal male. Poi indirizzandosi alla Madonna la supplicavano

della grazia di rivedere presto il loro padre, il marito, il figliuolo,

in buona salute... e intanto che il Signore lo benedica e difenda dalle

disgrazie. E si coricavano tranquilli, pieni di fede, di speranza, di

carità.

Finalmente venne la primavera, sempre gradita a tutti, ma specialmente a

chi ha vissuto sei mesi sotto la neve. I geli si disciolsero ai tiepidi

raggi del sole, e ricomparvero le foglie sugli alberi, e il verde

tappeto sui pascoli. Coll'arrivo delle rondini la madre di famiglia

attendeva il ritorno del marito assente, e molte volte al giorno gettava

un'occhiata sulla strada maestra, per vedere se da lontano si vedesse

comparire qualche viandante. I bambini pure aspettavano il babbo, e si

ripromettevano dei ghiotti bocconi, coi quali avrebbero celebrato il

sospirato ritorno. La nonna seduta al sole guardava parimente la strada,

aspettava e pregava tutto il giorno per lui. Ma le rondini libravano il

volo da lunghi giorni sulla valle cacciando gl'insetti, i nuovi nidi

erano già costruiti, le fronde s'addensavano, l'erba e il frumento

crescevano rigogliosi.... e l'emigrato non compariva. E non solo non si

vedeva di ritorno, ma non giungevano più nè lettere, nè danaro. I primi

giorni che oltrepassarono il termine supposto al rimpatrio si cercò

d'ingannare l'ansietà dell'aspettativa con argomenti immaginari. Un

lavoro impreveduto, un ritardo prodotto da necessità insuperabili,

strade cattive, tempi perversi, combinazioni che succedono in viaggio.

Ma mentre crescevano le inquietudini mancavano i viveri.

Fortunatamente nacque un capriolo, che venne portato al mercato, onde si

cambiò il danaro negli oggetti più necessari. Poi anche queste piccole

provvigioni si esaurirono, quantunque misurate a rigore, appena da non

morire di fame. Bisognava contentarsi d'un po' di polenta senza sale,

bagnata nel latte di capra. Pazienza anche questo, se almeno il cuore

fosse stato contento, ma l'amarezza profonda che dilaniava le viscere

delle povere donne condiva colle lagrime lo scarso alimento.

Alla fine giunse una lettera, scritta da un compagno di sventura, la

quale annunziava che il loro diletto languiva in uno spedale della

Germania. Le fatiche di un intenso lavoro, il clima incostante, le

privazioni imposte dalla necessità di assicurare il vitto all'amata

famigliuola, avevano stremate le forze dell'infelice, caduto vittima del

suo coraggio. La ripugnanza d'entrare allo spedale gli aveva fatto

consumare nei primordi della malattia tutti i suoi risparmi. Affranto

dal male, e mancante d'ogni mezzo dovette rassegnarsi ad entrare

all'ospizio. Così passarono due mesi d'incertezza, di terrori, di

patimenti aggravati dal patema d'animo che l'opprimeva.

Tali notizie gettarono nella desolazione le povere donne.--Forse non lo

vedremo mai più!... fu il loro primo pensiero, al quale s'aggiunse il

secondo:--Lontano, povero e infermo, e non abbiamo nessuna probabilità

di raggiungerlo, di mandargli dei soccorsi, di prodigargli la nostra

affettuosa assistenza!... noi qui nella miseria, egli più misero di noi

in mani straniere!... Morirà di crepacuore, e l'agonia non sarà

consolata da un solo sguardo dei suoi cari. Le donne pensavano queste

cose, e la moglie ce le raccontò come le fu possibile, col linguaggio

del cuore.

In tale frangente bisognava pensare ai bambini che avevano fame,

bisognava ingegnarsi in qualche modo, e lavorare coll'anima lacerata dal

dolore e col corpo affranto dagli affanni, dalle veglie, dai patimenti

d'ogni fatta.

La misera donna raccoglieva della legna secca nei boschi, col pericolo

d'essere arrestata dai guardiani e condotta in prigione, poi la portava

da lontano sulle spalle attraversando burroni e precipizii, coi piedi

insanguinati dai frammenti delle roccie. Venduta la sua fascina,

riportava un po' di pane alla famiglia per incominciare da capo

all'indomani le stesse tribolazioni.

Quanti stenti, quanta miseria, e quanti dolori!... Nelle città non si

hanno idee di tali patimenti umani.... E quella povera famiglia si

prostrava a terra, ogni sera, per ringraziare Iddio d'averla fatta

campare, offrendo le sue pene, le angoscie e la fame in espiazione dei

peccati. E supplicava tutti i santi di muoversi a pietà di tante

sventure. I tre bambini pregavano colle manine giunte e gli occhi

rivolti al cielo come la madre e la nonna, perchè il dolore si sente a

tutte le età; esso fa maggiorenni i pupilli prima del tempo legale.

Una sera, mentre stavano tutti ginocchioni davanti il Cristo, videro

aprirsi la porta e comparire sulla soglia uno spettro che traballava

sulle gambe... Era lui.

--Grazie, Iddio!...--egli disse con voce sepolcrale....--Grazie, Iddio!

che mi avete conceduto di venir a morire sul mio letto.

Le donne saltarono in piedi, e giunsero in tempo di sostenerlo fra le

loro braccia, mentre cadeva privo di sensi.

Il desiderio di rivedere la sua famiglia gli aveva somministrato le

forze sufficienti per alzarsi dal letto dell'ospitale, dissimulare ai

medici le sue sofferenze, protestare contro la loro insistenza di

volerlo curare, e chiedere come un sommo favore di tornarsene a casa.

Non ci fu verso di persuaderlo che sarebbe morto per via: volle partire.

Senza forze, senza danaro, e colla febbre indosso aveva fatto il viaggio

a piedi, chiedendo la elemosina per via, e dormendo sulla nuda terra,

quando al suo aspetto spaventoso i contadini si rifiutavano di lasciarlo

passare la notte sul fieno.

Un pensiero lo sosteneva nei disagi: abbracciare ancora una volta i suoi

cari. Egli varcò i monti barcollando, trascinandosi a piccole giornate,

salendo talvolta sopra qualche carro sul quale veniva raccolto dai

carrettieri mossi a pietà del suo stato.

L'energia della sua volontà vinse gli ostacoli, lo sostenne nel suo

proposito, fu più forte del male, e potè trascinarlo fino alla porta del

suo tugurio. Steso sul letto, lo credettero morto; ebbe un lungo

svenimento, ma rinvenne. L'aspetto dei volti che stavano contemplandolo

piangendo lo compensò dello sforzo sovrumano del viaggio. Egli aveva

raggiunto la meta, si beava in quegli sguardi amorosi, e si lasciava

morire in pace.

Ma appena riavuto, le donne si misero in traccia di quanto potevano

offrire al diletto infermo. Santo Dio! mancavano di tutto, non avevano

da offrire al moribondo che acqua!... Ma era l'acqua del suo torrente,

l'acqua che scorreva ai piedi del monte che lo vide nascere, quella che

bevevano sua madre, sua moglie, i suoi bambini; era più che un'acqua

medicinale... era un'acqua santa!

La bevette con voluttà, e parve che ne sentisse sommo benefizio perchè

potè dormire per alcune ore. Ma compiuto lo sforzo della natura, il male

riprendeva il suo vigore. Tuttavia benediceva Iddio, lo ringraziava del

sommo favore ottenuto, e sperava nella divina misericordia. Colui che

aveva fatto il miracolo di ricondurlo a casa avrebbe potuto anche

salvargli la vita, e assistere la famiglia durante la sua infermità. E

di fatti fece anche questo. La moglie corse a chiamare il dottore

Canziani, il quale, esaminato il malato, udita la storia dolorosa,

veduta tanta miseria, raccomandò la povera famiglia all'Agata, avendo

esperimentato altre volte quanto avesse giovato ai miseri il patrocinio

di quella pietosa fanciulla.

Agata mandò subito i primi soccorsi, poi volendo conoscere la povera

moglie, se la fece venire in casa, le somministrò gli oggetti più

indispensabili ai malati, e i viveri per la famiglia. Finalmente si

decise di visitare in persona l'infermo e vi andò con suo padre, carica

di nuovi doni.

Uditi i miei stravizii, pensò che l'aspetto delle umane sofferenze

potesse essere un farmaco salutare a chi cade in errore senza aver

l'animo guasto, e colse questa occasione per procurare un doppio

beneficio, giovando a due malati in una volta, uno colpito nel fisico,

l'altro nel morale, soccorrendo d'un tratto la miseria e la corruzione.

Ecco il motivo della nostra gita, che l'Agata voleva dissimulare, ma che

mi venne rivelato dalla coscienza. Lo scopo era raggiunto: io mi sentiva

commosso fino al fondo del cuore, sentivo il rimorso della mia condotta,

pensando che mentre un uomo laborioso languiva nello squallore d'uno

spedale straniero e lontano, mentre una povera moglie desolata, una

vecchia impotente, dei bambini innocenti soffrivano il freddo e la fame

sotto la neve, io scialacquavo in una notte sbevazzando e giuocando, in

crapulosa compagnia, ciò che avrebbe bastato a coprire quei miseri, a

farli campare per molto tempo, a soccorrere un infermo, a pagare una

vettura che lo avrebbe ricondotto alla sua famiglia senza disagio.

Chi spreca il danaro in vizio dovrebbe rammentarsi talvolta che al mondo

non mancano mai miserie da soccorrere, nè sventure da riparare.

Intanto ch'io facevo tali considerazioni, Martino vuotava il cesto, e ne

uscivano provvigioni d'ogni fatta. Le benedizioni di quegli infelici

erano largo compenso all'animo gentile delle signore, che frenavano a

stento le lagrime.

Usciti dalla camera dell'infermo incontrammo gli altri due figliuoli che

rientravano colla nonna, portando delle erbe per la cena, e della legna

da fuoco. La madre presentò alle benefiche donne i ragazzi e la vecchia

rugosa e ricurva, che piangeva dalla consolazione in vederle, mentre la

bambina ricciuta, superata la sua timidezza in forza della curiosità,

scendeva tranquillamente dal monte colla sua capra, e veniva a

completare la famiglia, ed a ricevere i bomboni dell'Agata e i nostri

baci.

Il sole era tramontato quando partimmo, onde giungemmo al villaggio a

notte inoltrata. La strada, meno faticosa per la discesa, ci parve anche

breve, perchè i pensieri che occupavano la nostra mente ci facevano

passare il tempo con rapidità. Giunti alla porta di casa Bruni, salutai

la signora Giovanna, e dissi alla ragazza:

--Vi ringrazio, Agata, della buona sera che mi avete fatta passare.

Sapevo che la beneficenza è un dovere, ma ignoravo che fosse uno dei

sommi piaceri della vita, di quei piaceri che entrano nell'anima e vi

lasciano una dolce ricordanza. Vi ringrazio anche della lezione!... essa

non sarà perduta. Dal rimorso al ravvedimento non c'è che un passo. Vi

prometto che non avrò mai più ad arrossire della mia condotta.

--Vostra madre vi ascolta!...--mi rispose, e fissandomi con uno sguardo

significante si ritirò dietro sua madre.

Io rientrai in casa, cenai con appetito, perchè avevo il corpo stanco e

l'animo lieto, e quando Bitto, secondo il suo costume, mi fece molte

carezze, sentii che quel giorno non ero indegno dell'affezione del mio

cane.

Il bacio della contessa Savina · 第 18 / 52 题