All'ora fissata v'andai. M'aspettavo una ramanzina in piena regola,
invece fui sorpreso che non parlassero nemmeno de' miei malanni. Mi
accolsero colla solita benevolenza, chiedendomi scusa d'avermi
incomodato; ma conoscendomi compiacente e gentile, le signore mi
pregavano di accompagnarle in un sito deserto della montagna, essendo il
signor Nicola impedito, e non osando avventurarsi sole con Martino in
quei greppi.
Partimmo subito, seguiti dal domestico che portava un cesto coperto, e
preceduti da Bitto che andava ad esplorare il terreno, ed abbaiava alle
pecore che pendevano dall'erta e ci guardavano passare con attenzione e
diffidenza. Pare che certe bestie non abbiano troppo buona opinione
dell'uomo.
La strada fu lunga e faticosa per l'ardua salita, ma la buona compagnia,
l'aria fresca ed elastica e l'aspetto pittoresco e variato del paesaggio
me la fecero sembrare agevole e breve. Strada facendo aveva chiesto dove
s'andava, e l'Agata mi aveva risposto:
--Andiamo a fare un po' di bene... ve ne dispiace?
--Ne sono contentissimo, e ne sento bisogno io che faccio tanto sovente
del male.
Non mi rispose, e poco dopo continuò:
--I nostri montanari hanno l'abitudine d'emigrare in lontani paesi per
sostentare le loro famiglie col lavoro e fare qualche risparmio.
Talvolta ritornano a casa ricchi o almeno ben provveduti, talvolta
affranti dagli stenti, dalle privazioni, ammalati e più poveri di prima.
Ecco il nostro caso. Si tratta di un padre di famiglia ritornato misero
e infermo.
Intanto eravamo giunti davanti una catapecchia affumicata che sorgeva
come una vedetta a picco della valle, in un angolo sporgente a diritta
della strada maestra. Eravamo ad una grande elevazione; si vedeva al
basso il torrente come un nastro azzurro, serpeggiante fra le piccole
colture frastagliate, poi come un anfiteatro a scaglioni ove verdeggiava
un magro frumento in piccoli spazi di terreno sostenuti da muricciuoli a
secco, qualche casupola sparsa e biancheggiante fra i cespugli, e più in
alto i pascoli interrotti dalle frane e dalle valanghe, sparsi di alcuni
castagni giganti che si aggrappavano ai crepacci colle grosse radici;
grandi e piccoli macigni franati dalle cime erano sparsi sugli strati
erbosi che giungevano al margine dei precipizi. In alto e da lontano le
aride giogaie erano spruzzate di neve, che brillava al sole e spiccava
sull'orizzonte turchino.
A sinistra della strada s'alzava un bosco di abeti, che secondando le
curve della montagna andava a perdersi fra le gole lontane. Sul margine
del bosco in cima al muraglione sostenente il terreno tagliato dalla
strada, pascolava una capra, vicino alla quale sedeva una bambina bionda
e ricciuta, bianca e rossa ch'era una bellezza a vederla.
Al nostro avvicinarsi la capra alzò la testa mandando un lungo belato, e
la bambina s'alzò in piedi per fuggire. Allora s'aperse l'uscio del
tugurio che stava dirimpetto, e comparve sulla porta una donna giovane
ancora, ma sparuta, solcata dalle rughe d'una precoce maturità, lacera
nelle vesti, scapigliata e affranta dalle veglie, squallida dalla
miseria.
Vedendo l'Agata alzò le mani e gli occhi al cielo esclamando:
--Benedetto Iddio!... ecco la Provvidenza!...
Agata l'interruppe interrogandola ansiosamente:
--Come va il povero Beppo?
--Sempre lo stesso, signora!... sempre la febbre... e i dolori. Ma se
vuole consolarlo si mostri sulla porta.
--Entriamo, entriamo,--disse l'Agata, e la povera donna c'introdusse
nella stanza dell'infermo.
Da una sola finestra vestita di carta entrava nello stambugio una luce
smorta. L'infermo smunto, giallognolo, colle occhiaie incavate e segnate
da un cerchio livido, cogli zigomi protuberanti, le labbra violacee, i
capelli rabbuffati, l'occhio semispento, stava seduto sul suo giaciglio
colle braccia distese sulle coltrici rattoppate, rotolando l'estremità
del suo lenzuolo di stoppa nelle scarne mani. Al comparire d'Agata
schiuse le labbra ad un sorriso, i suoi occhi parvero avvivarsi, poi due
grosse lagrime gli corsero sulle guancie. Ci salutò con un cenno del
capo accompagnato da un'alzata di mano, e ripeteva con voce fioca:
--Grazie... grazie... ho pregato per voi tutto il giorno... non posso
far altro, grazie pei poveri bambini... e per le donne... che per la
vostra carità non hanno più sofferto la fame!... Iddio salverà la vostra
famiglia dalle disgrazie, io confido in lui... per me sia fatta la sua
volontà... anch'Egli ha sofferto tanto per il bene, la giustizia e
l'umanità....--e così dicendo accennava colla mano un Cristo che pendeva
a capo del letto, un Cristo colla testa cadente incoronata di spine,
colle piaghe sanguinose, e i piedi insudiciati dai baci di varie
generazioni di devoti e di moribondi.
La povera moglie ci raccontò allora le lunghe sofferenze di suo marito.
Egli era partito con profondo rammarico dal suo tugurio, ove lasciava
quanto aveva di più caro sulla terra: la vecchia madre, la moglie, tre
bambini che gli saltellavano intorno, sempre allegri e contenti, e
volevano seguirlo dappertutto. La bambina, la sua delizia, lo
accompagnava sul monte nella stagione della falciatura del fieno, e
s'addormentava all'ombra. Egli la coricava sulla sua giubba e le copriva
il volto col fazzoletto per ripararla dagli insetti. Alla sera se la
portava a casa in braccio, contenti tutti e due. Lasciare tali
abitudini, tanti affetti di famiglia, e andar ramingo in lontani paesi
gli tornava amaro, doloroso, straziante. Ma mancava il lavoro, e quindi
il pane per tutti. Partì col cuore lacerato quando cadevano le foglie e
la cattiva stagione s'avvicinava a gran passi. Una mattina, preso sulle
spalle un piccolo fardello, baciò la madre e i bambini e seguito dalla
moglie uscì dalla sua capanna, ove avrebbe vissuto felice se avesse
potuto vivere. La sua donna lo accompagnò fin fuori della valle,
parlando dei loro interessi. Ma quando non vide più la sua dimora, fu
inquieto e la rimandò. Si lasciarono con un cenno del capo e della mano,
senza poter proferire una parola, nè l'uno nè l'altra: il dolore li
strozzava.
Durante l'inverno quei tapini rimasti alla capanna, quasi sepolti sotto
la neve, ricevettero qualche soccorso dall'estero. Il cursore comunale
portava le lettere, e la povera donna sfidando le intemperie scendeva
dal monte, trovava il danaro assicurato alla posta, faceva le sue
provviste al capoluogo, e rimontava lentamente colla neve fino al
ginocchio, e le spalle cariche della gerla piena. Ma sapeva almeno che
il marito stava bene e pensava a loro, e li sosteneva lontani; i bimbi
l'aspettavano sulla porta, battevano le mani all'arrivo di lei, facevano
mille feste alla comparsa di tante buone cose che portava, e la nonna
riceveva il tabacco e il pane, e tutti avevano da vivere in pace
aspettando la buona stagione. La solitudine, l'isolamento, il freddo in
mezzo a quei monti ricoperti di neve non ispaventavano quella povera
famiglia quando aveva della farina e del sale, del formaggio e del
latte. Il giorno, se brillava il sole in un cielo sereno, i bambini
giocavano sulla neve, vi facevano banchi, grotte, edifizi fantastici, e
quando imperversava la bufera, si raccoglievano colle donne intorno al
focolare, rannicchiati sotto la cappa del camino, come i pulcini sotto
la chioccia. Abbruciavano i rami odorosi dell'abete e del ginepro,
cuocevano le patate sotto la cenere, la fiamma viva li compensava del
sole assente, il gorgogliare della pentola li consolava dei sibili del
vento, e i vortici del fumo erano a loro meno molesti delle pungenti
ambizioni che agitano la società. Nè trovavano verun motivo di lamentare
la loro sorte, e non si sarebbero mai immaginati che a questo mondo si
possa desiderare di più!...
Alla sera si mettevano tutti in ginocchio, e dicevano le orazioni tutti
in comune. Pregavano per la famiglia, per gli assenti, i viandanti, gli
emigrati, gli infermi, ed invocavano la salute e le benedizioni del
cielo, e si raccomandavano alla divina Provvidenza che li proteggesse in
questa vita mortale, rendendoli degni di meritare nella vita eterna il
compenso delle sofferte afflizioni. Dicevano _requiem_ pei morti, e
ringraziavano il padre che sta nei cieli del pane quotidiano, lo
pregavano di perdonare i loro peccati, di difenderli dalle tentazioni,
di liberarli dal male. Poi indirizzandosi alla Madonna la supplicavano
della grazia di rivedere presto il loro padre, il marito, il figliuolo,
in buona salute... e intanto che il Signore lo benedica e difenda dalle
disgrazie. E si coricavano tranquilli, pieni di fede, di speranza, di
carità.
Finalmente venne la primavera, sempre gradita a tutti, ma specialmente a
chi ha vissuto sei mesi sotto la neve. I geli si disciolsero ai tiepidi
raggi del sole, e ricomparvero le foglie sugli alberi, e il verde
tappeto sui pascoli. Coll'arrivo delle rondini la madre di famiglia
attendeva il ritorno del marito assente, e molte volte al giorno gettava
un'occhiata sulla strada maestra, per vedere se da lontano si vedesse
comparire qualche viandante. I bambini pure aspettavano il babbo, e si
ripromettevano dei ghiotti bocconi, coi quali avrebbero celebrato il
sospirato ritorno. La nonna seduta al sole guardava parimente la strada,
aspettava e pregava tutto il giorno per lui. Ma le rondini libravano il
volo da lunghi giorni sulla valle cacciando gl'insetti, i nuovi nidi
erano già costruiti, le fronde s'addensavano, l'erba e il frumento
crescevano rigogliosi.... e l'emigrato non compariva. E non solo non si
vedeva di ritorno, ma non giungevano più nè lettere, nè danaro. I primi
giorni che oltrepassarono il termine supposto al rimpatrio si cercò
d'ingannare l'ansietà dell'aspettativa con argomenti immaginari. Un
lavoro impreveduto, un ritardo prodotto da necessità insuperabili,
strade cattive, tempi perversi, combinazioni che succedono in viaggio.
Ma mentre crescevano le inquietudini mancavano i viveri.
Fortunatamente nacque un capriolo, che venne portato al mercato, onde si
cambiò il danaro negli oggetti più necessari. Poi anche queste piccole
provvigioni si esaurirono, quantunque misurate a rigore, appena da non
morire di fame. Bisognava contentarsi d'un po' di polenta senza sale,
bagnata nel latte di capra. Pazienza anche questo, se almeno il cuore
fosse stato contento, ma l'amarezza profonda che dilaniava le viscere
delle povere donne condiva colle lagrime lo scarso alimento.
Alla fine giunse una lettera, scritta da un compagno di sventura, la
quale annunziava che il loro diletto languiva in uno spedale della
Germania. Le fatiche di un intenso lavoro, il clima incostante, le
privazioni imposte dalla necessità di assicurare il vitto all'amata
famigliuola, avevano stremate le forze dell'infelice, caduto vittima del
suo coraggio. La ripugnanza d'entrare allo spedale gli aveva fatto
consumare nei primordi della malattia tutti i suoi risparmi. Affranto
dal male, e mancante d'ogni mezzo dovette rassegnarsi ad entrare
all'ospizio. Così passarono due mesi d'incertezza, di terrori, di
patimenti aggravati dal patema d'animo che l'opprimeva.
Tali notizie gettarono nella desolazione le povere donne.--Forse non lo
vedremo mai più!... fu il loro primo pensiero, al quale s'aggiunse il
secondo:--Lontano, povero e infermo, e non abbiamo nessuna probabilità
di raggiungerlo, di mandargli dei soccorsi, di prodigargli la nostra
affettuosa assistenza!... noi qui nella miseria, egli più misero di noi
in mani straniere!... Morirà di crepacuore, e l'agonia non sarà
consolata da un solo sguardo dei suoi cari. Le donne pensavano queste
cose, e la moglie ce le raccontò come le fu possibile, col linguaggio
del cuore.
In tale frangente bisognava pensare ai bambini che avevano fame,
bisognava ingegnarsi in qualche modo, e lavorare coll'anima lacerata dal
dolore e col corpo affranto dagli affanni, dalle veglie, dai patimenti
d'ogni fatta.
La misera donna raccoglieva della legna secca nei boschi, col pericolo
d'essere arrestata dai guardiani e condotta in prigione, poi la portava
da lontano sulle spalle attraversando burroni e precipizii, coi piedi
insanguinati dai frammenti delle roccie. Venduta la sua fascina,
riportava un po' di pane alla famiglia per incominciare da capo
all'indomani le stesse tribolazioni.
Quanti stenti, quanta miseria, e quanti dolori!... Nelle città non si
hanno idee di tali patimenti umani.... E quella povera famiglia si
prostrava a terra, ogni sera, per ringraziare Iddio d'averla fatta
campare, offrendo le sue pene, le angoscie e la fame in espiazione dei
peccati. E supplicava tutti i santi di muoversi a pietà di tante
sventure. I tre bambini pregavano colle manine giunte e gli occhi
rivolti al cielo come la madre e la nonna, perchè il dolore si sente a
tutte le età; esso fa maggiorenni i pupilli prima del tempo legale.
Una sera, mentre stavano tutti ginocchioni davanti il Cristo, videro
aprirsi la porta e comparire sulla soglia uno spettro che traballava
sulle gambe... Era lui.
--Grazie, Iddio!...--egli disse con voce sepolcrale....--Grazie, Iddio!
che mi avete conceduto di venir a morire sul mio letto.
Le donne saltarono in piedi, e giunsero in tempo di sostenerlo fra le
loro braccia, mentre cadeva privo di sensi.
Il desiderio di rivedere la sua famiglia gli aveva somministrato le
forze sufficienti per alzarsi dal letto dell'ospitale, dissimulare ai
medici le sue sofferenze, protestare contro la loro insistenza di
volerlo curare, e chiedere come un sommo favore di tornarsene a casa.
Non ci fu verso di persuaderlo che sarebbe morto per via: volle partire.
Senza forze, senza danaro, e colla febbre indosso aveva fatto il viaggio
a piedi, chiedendo la elemosina per via, e dormendo sulla nuda terra,
quando al suo aspetto spaventoso i contadini si rifiutavano di lasciarlo
passare la notte sul fieno.
Un pensiero lo sosteneva nei disagi: abbracciare ancora una volta i suoi
cari. Egli varcò i monti barcollando, trascinandosi a piccole giornate,
salendo talvolta sopra qualche carro sul quale veniva raccolto dai
carrettieri mossi a pietà del suo stato.
L'energia della sua volontà vinse gli ostacoli, lo sostenne nel suo
proposito, fu più forte del male, e potè trascinarlo fino alla porta del
suo tugurio. Steso sul letto, lo credettero morto; ebbe un lungo
svenimento, ma rinvenne. L'aspetto dei volti che stavano contemplandolo
piangendo lo compensò dello sforzo sovrumano del viaggio. Egli aveva
raggiunto la meta, si beava in quegli sguardi amorosi, e si lasciava
morire in pace.
Ma appena riavuto, le donne si misero in traccia di quanto potevano
offrire al diletto infermo. Santo Dio! mancavano di tutto, non avevano
da offrire al moribondo che acqua!... Ma era l'acqua del suo torrente,
l'acqua che scorreva ai piedi del monte che lo vide nascere, quella che
bevevano sua madre, sua moglie, i suoi bambini; era più che un'acqua
medicinale... era un'acqua santa!
La bevette con voluttà, e parve che ne sentisse sommo benefizio perchè
potè dormire per alcune ore. Ma compiuto lo sforzo della natura, il male
riprendeva il suo vigore. Tuttavia benediceva Iddio, lo ringraziava del
sommo favore ottenuto, e sperava nella divina misericordia. Colui che
aveva fatto il miracolo di ricondurlo a casa avrebbe potuto anche
salvargli la vita, e assistere la famiglia durante la sua infermità. E
di fatti fece anche questo. La moglie corse a chiamare il dottore
Canziani, il quale, esaminato il malato, udita la storia dolorosa,
veduta tanta miseria, raccomandò la povera famiglia all'Agata, avendo
esperimentato altre volte quanto avesse giovato ai miseri il patrocinio
di quella pietosa fanciulla.
Agata mandò subito i primi soccorsi, poi volendo conoscere la povera
moglie, se la fece venire in casa, le somministrò gli oggetti più
indispensabili ai malati, e i viveri per la famiglia. Finalmente si
decise di visitare in persona l'infermo e vi andò con suo padre, carica
di nuovi doni.
Uditi i miei stravizii, pensò che l'aspetto delle umane sofferenze
potesse essere un farmaco salutare a chi cade in errore senza aver
l'animo guasto, e colse questa occasione per procurare un doppio
beneficio, giovando a due malati in una volta, uno colpito nel fisico,
l'altro nel morale, soccorrendo d'un tratto la miseria e la corruzione.
Ecco il motivo della nostra gita, che l'Agata voleva dissimulare, ma che
mi venne rivelato dalla coscienza. Lo scopo era raggiunto: io mi sentiva
commosso fino al fondo del cuore, sentivo il rimorso della mia condotta,
pensando che mentre un uomo laborioso languiva nello squallore d'uno
spedale straniero e lontano, mentre una povera moglie desolata, una
vecchia impotente, dei bambini innocenti soffrivano il freddo e la fame
sotto la neve, io scialacquavo in una notte sbevazzando e giuocando, in
crapulosa compagnia, ciò che avrebbe bastato a coprire quei miseri, a
farli campare per molto tempo, a soccorrere un infermo, a pagare una
vettura che lo avrebbe ricondotto alla sua famiglia senza disagio.
Chi spreca il danaro in vizio dovrebbe rammentarsi talvolta che al mondo
non mancano mai miserie da soccorrere, nè sventure da riparare.
Intanto ch'io facevo tali considerazioni, Martino vuotava il cesto, e ne
uscivano provvigioni d'ogni fatta. Le benedizioni di quegli infelici
erano largo compenso all'animo gentile delle signore, che frenavano a
stento le lagrime.
Usciti dalla camera dell'infermo incontrammo gli altri due figliuoli che
rientravano colla nonna, portando delle erbe per la cena, e della legna
da fuoco. La madre presentò alle benefiche donne i ragazzi e la vecchia
rugosa e ricurva, che piangeva dalla consolazione in vederle, mentre la
bambina ricciuta, superata la sua timidezza in forza della curiosità,
scendeva tranquillamente dal monte colla sua capra, e veniva a
completare la famiglia, ed a ricevere i bomboni dell'Agata e i nostri
baci.
Il sole era tramontato quando partimmo, onde giungemmo al villaggio a
notte inoltrata. La strada, meno faticosa per la discesa, ci parve anche
breve, perchè i pensieri che occupavano la nostra mente ci facevano
passare il tempo con rapidità. Giunti alla porta di casa Bruni, salutai
la signora Giovanna, e dissi alla ragazza:
--Vi ringrazio, Agata, della buona sera che mi avete fatta passare.
Sapevo che la beneficenza è un dovere, ma ignoravo che fosse uno dei
sommi piaceri della vita, di quei piaceri che entrano nell'anima e vi
lasciano una dolce ricordanza. Vi ringrazio anche della lezione!... essa
non sarà perduta. Dal rimorso al ravvedimento non c'è che un passo. Vi
prometto che non avrò mai più ad arrossire della mia condotta.
--Vostra madre vi ascolta!...--mi rispose, e fissandomi con uno sguardo
significante si ritirò dietro sua madre.
Io rientrai in casa, cenai con appetito, perchè avevo il corpo stanco e
l'animo lieto, e quando Bitto, secondo il suo costume, mi fece molte
carezze, sentii che quel giorno non ero indegno dell'affezione del mio
cane.