XVI.

Il giorno seguente mio zio partiva pei bagni, lasciandomi travedere

d'aver modificato le sue idee sul mio conto, mostrandosi sempre meno

propenso a favorire il mio ritorno a Milano, e sempre più convinto che

la ferita che aveva colpito il mio cuore non fosse ancora perfettamente

cicatrizzata. Io cercavo di persuaderlo della mia completa guarigione,

ma egli mi ascoltava con diffidenza implacabile, dimenando la testa in

segno di dubbio, ed atteggiando le labbra ad uno spietato sorriso. Non

desidero a nessuno d'aver per giudice negli affari d'amore un canonico.

Dopo la partenza di mio zio incominciai a mulinare mille progetti, uno

più assurdo dell'altro. L'amore eccita l'immaginazione come le bevande

alcooliche, e suscita la pazzia. Ma ogni pazzia ha i suoi lucidi

intervalli, e quelli sono i peggiori momenti; infatti la ragione che

entra in un cervello malato produce l'effetto d'un raggio di sole che

entra negli occhi di chi soffre d'oftalmia. Nei momenti d'esaltazione

ero felice. Pensavo che un giovane coraggioso trova mille strade aperte

per far fortuna; basta muoversi, cercare, abbandonare la squallida

solitudine per gettarsi nella folla e nell'onda sociale. Maledetta la

bonaccia! essa tiene sempre immobile allo stesso posto, e lascia morire

di fame. Nella tempesta sono le grandi emozioni. La burrasca sommerge o

getta i naufraghi sulla spiaggia. Nel primo caso è finita presto ogni

pena, nel secondo si va a rompersi le ossa sopra uno scoglio o si arriva

in un'isola. Meglio morire sopra uno scoglio che in bonaccia; la morte

più rapida è la migliore. L'isola potrebbe essere abitata dai cannibali,

ma la cosa è incerta; in ogni caso è sicuro che in società chi non

mangia sarà mangiato, e quindi un povero diavolo non perde nulla cadendo

nell'isola dei cannibali.... Ma se fosse un'isola fortunata, gioconda,

aurifera, piena di tesori? Allora si conquista l'isola, si uccidono gli

abitanti, e si ritorna al paese ricoperti di gloria e di ricchezze!...

Le ricchezze sono la potenza universale; colle ricchezze si ottiene ogni

cosa.... Io ritornerò a Milano in carrozza a quattro cavalli, diventerò

l'amico del conte di Montegaldo, giuocherò i miei tesori per ottenere

d'essere presentato a sua moglie. Diventerò l'amico di casa, quello che

gode piena fiducia.... e potrò fuggire colla contessa Savina, fuggire

lontano dall'Europa corrotta, lontano da questa vecchia ed inferma

società che vaneggia inutilmente per legalizzare i suoi disordini, per

riparare le sue miserie, per trovare il bandolo di tante matasse!

Fuggiremo in un'isola di meravigliosa bellezza e fecondità come Taiti o

Madera, ridente come il golfo di Napoli.... rinnoveremo la storia del

Paradiso terrestre.... senza il serpente!

Tali erano le fantasie del mio cervello esaltato.... i momenti migliori

della mia vita!... un po' di poesia fra la prosa di tante volgari

realtà.

Nè certo sarei andato a cercare il dottore Canziani per farmi guarire

colle sue droghe del solo bene che m'era conceduto.... i miei sogni!

Gli uomini gravi diranno che tali pensieri erano divagazioni d'un pazzo,

io li credo invece l'unico conforto d'un infelice. Ma gli uomini gravi

non sono talvolta che vecchi panciuti e barbogi che si dimenticano

d'essere stati giovani leggeri.--Eppure ogni zucca ha avuto il suo

fiore!

Ciò che generalmente si chiama la ragione mi riconduceva pur troppo alla

vita positiva... al realismo. Allora svanivano le ridenti fantasie.

Povere fantasie giovanili!... che ci dipingono la vita più bella del

vero, che ci fanno sperare supreme felicità non esistenti sulla terra,

che ci lasciano credere alla gloria, all'amore, alla poesia, a tutte le

nobili aspirazioni!... E poi, più tardi, s'impara che la vita si compone

d'un'altra pasta!...

Sogni vaporosi, nel mondo letterario non siete più di moda!... L'arte ha

le sue vicende come tutti i capricci della vita esterna. Ora all'ideale

succede il realismo, che non è il naturale ma l'evidente, l'uomo esterno

a piedi o a cavallo, in ufficio, a tavola, in letto; la donna coi

capelli posticci, i talloni alti, e le maniche larghe. Il positivo in

tutto. Ma come si fa quando in vita domina il negativo, quando il

tessuto d'una esistenza si compone con trame d'illusioni e con ordito di

sogni?... Per me la vita ideale, intima, invisibile fu tutto; il

positivo nulla. Lo so che sopprimendo il sentimento e il pensiero

riuscirei un fantoccio alla moda.... ma io preferisco comparire un uomo

alla vecchia, intiero e completo, aspettando che il mondo sazio di

racconti materiali ritorni a gustare le peripezie dell'anima umana.

Tuttavia, se avessi voluto seguire l'andazzo dell'arte moderna, non mi

sarebbe mancato il realismo!... Pur troppo!... e la Rosa me lo

rammentava ogni volta che la vita dell'anima me lo facea dimenticare.

Il realismo!... per me consisteva nel riscuotere mensilmente il modico

stipendio, che unito al ricavo delle patate, delle castagne e dei

fagiuoli mi serviva a pagare la farina al mugnaio, le polizze ordinarie

del beccaio e del pizzicagnolo, e le straordinarie del calzolaio e del

sarto.

Insegnare l'abbicì a idioti impuberi, e far di cappello a idioti virili,

vivere e conversare coi montanari maliziosi, cogli artigiani furbi e

viziosi, barcamenando cogli ambiziosi, gli astuti, gl'ipocriti d'ogni

condizione, lottando contro l'egoismo di tutti, privandomi spesso del

necessario, dimostrando di godere il superfluo per non umiliarmi cogli

avversi e non incomodare gli amici, restringendo infine i bisogni

numerosi e le idee infinite alla smilza figura del borsello: ecco il

realismo!... Ciascheduno ha il suo, dal villaggio alla borgata, dalla

città alla capitale; soltanto le passioni, i vizii e i delitti crescono

in proporzioni relative al numero degli abitanti, e si complicano in

ragione diretta della coltura. La rappresentazione letteraria di tali

complicazioni è una moda rifritta come tutte le altre; nulla è nuovo

sotto al sole; soltanto, quando il buono, il bello e il semplice

divengono stucchevoli pel lungo uso, si cerca la novità nel turpe, nel

brutto, nel complesso, e il mondo se ne compiace. Gli ottimi modelli non

sono d'ostacolo al traviamento. Bernini scolpisce gli svolazzi barocchi

delle sue statue presso le Veneri greche e il Mosè di Michelangelo. Dopo

l'Ariosto il Marini, dopo gli oratori vengono gli Accademici, dopo le

guerre l'Arcadia.

Io non intendo appartenere a nessuna scuola, a nessun sistema; io seguo

l'istinto che mi spinge a rivelare schiettamente le mie passioni, a

raccontare con pari ingenuità le avventure e i pensieri della mia vita.

Ritorno dunque ai miei sogni.

Essi svanivano sovente al tocco della realtà, ma mi restava sempre un

granello di speranza, come una semente pronta a germogliare in

condizioni favorevoli.

All'uragano che mi sconvolse colla prima notizia del matrimonio della

contessa Savina era succeduto quel freddo che segue la grandine. Poi le

mie illusioni erano cadute come le foglie d'autunno, e l'inverno m'era

penetrato nell'anima.

Quando le neve ricopre il terreno si crede che la natura sia morta, ma

alle brezze della primavera i germi assopiti si sviluppano ed una nuova

vegetazione incomincia.

Il racconto di mio zio, che mi svelò l'infelicità di quel matrimonio e

le condizioni funeste che amareggiavano l'esistenza della sposa, mi fece

l'effetto delle meteore d'aprile, che si risolvono in pioggia feconda, e

risvegliano la natura. Sentii il sangue scorrermi più rapido nelle vene,

agitando le mie speranze che rigermogliavano ai tepori del cuore....

Confesso che tali speranze erano colpevoli; secondo i principii sociali,

la società condanna ogni violazione della proprietà; ma se la legge

esaminasse a fondo i titoli d'ogni diritto, scoprirebbe sovente che esso

ha per base l'usurpazione fraudolenta, l'inganno od il furto. Io

premeditavo di rubare al ladro l'oggetto involato, e la natura m'avrebbe

assolto, perchè essa riconosce soltanto il diritto di reciproco

consenso, libero da ogni pressione sociale.

Meno male per la società che ci stava di mezzo un canonico, deciso di

difendere ad ogni costo i diritti ecclesiastici e civili riconoscendo la

legalità dei fatti compiuti.... e tanto peggio per me!...

Mentre con tali argomenti io andava fantasticando in balìa del più

sfrenato idealismo, mio zio, in preda del più crudo realismo, si cavava

le calze rosse, spogliava le vesti sinodali ed anche quelle che vi

stanno sotto, e libero d'ogni indumento ecclesiastico e civile, ridotto

in costume adamitico, entrava in un bagno d'acqua minerale di Bormio.

Così, deplorando altamente le mie inclinazioni naturali e volendomi

schiavo dei doveri sociali, egli abbandonava ogni scrupolo, deponeva le

sacre vesti sacerdotali e ritornava in seno della natura per

riacquistare la perduta salute.

Ma è lecito invocare le Najadi e non Cupido!... Realismo incompleto....

Mio zio tuffandosi nelle onde salutari colla voluttà d'un pagano,

restava teologo per congiurare contro un povero nipote, giudicandolo

gravemente affetto da un male clandestino dei più perniciosi,

condannandolo ad espiare colla deportazione colpe non perpetrate, e

facendo dipendere un'intiera esistenza da un amore tacito, ignoto,

inoffensivo, innocente!

Tale era mio zio!... inflessibile come il destino, uomo eccellente nel

fondo, ma canonico fino al midollo!...

Al suo ritorno dai bagni mi significò il decreto d'esilio da Milano, e

il domicilio coatto in Valtellina. Nessun ragionamento, nessuna promessa

valsero a smuoverlo dal suo crudele proposito. Era una sentenza

inappellabile. A questa condizione soltanto mi assicurò del suo affetto

e della sua protezione, minacciandomi di completo abbandono qualora

avessi osato emanciparmi.

In tale circostanza ho imparato a conoscere la libertà. Essa venne

definita in maniere diverse; io offro la mia definizione per quello che

può valere.

Eccola:--La libertà è un filtro composto d'oro e salute. Con tal filtro,

l'uomo è libero in qualunque paese del mondo, senza questo filtro può

credere di esser libero, ma tenta invano di muoversi. Taluno grida, si

agita, combatte e rovescia un governo dispotico per conquistare la

libertà, poi dopo di aver fondata la repubblica, mancando d'oro o di

salute si trova più schiavo di prima. Che cosa deve fare allora?... La

sola cosa possibile: abbassare il capo e rassegnarsi al destino! È

quello che ho fatto io stesso, non potendo fare altrimenti.

Mio zio, volendo in qualche modo ricompensare la mia obbedienza, mi

regalò una piccola somma per far fronte ai bisogni del verno vicino,

colla quale ho potuto pagare i miei debiti, vestirmi, e comperare un

orologio migliore di quello che avevo perduto al giuoco nella notte

memorabile che Bacco mi precipitò nelle braccia di Morfeo, senza

concedermi il tempo di raggiungere il letto.

E il buon canonico accompagnò il dono con un predicozzo, che mi trovava

favorevolmente disposto dall'argomento dell'esordio.

--Daniele,--mi disse,--se questo denaro non bastasse a procacciarti il

benessere d'una vita agiata, non aver riguardo di scrivermi, sono

disposto a fare maggiori sacrifizii, compatibilmente al mio stato, pur

di vederti felice, nei limiti delle cose lecite e oneste. Procura di

star sano ed allegro, cerca le distrazioni permesse, e fa ogni sforzo

per correggere il tuo carattere capriccioso, leggero, eccitabile,

fantastico.... e cocciuto nel voler l'impossibile. Avvezzati a prendere

il mondo come sta; Dio l'ha creato così ne' suoi imperscrutabili

disegni, e gli uomini si travagliano invano per riformarlo: l'uomo è

impotente a modificare l'opera di Dio! Cammina dritto per la tua strada,

non desiderare nè la roba nè la donna d'altri, non fidarti al prestigio

del frutto proibito che ha perduto i nostri progenitori, contentati di

quello che puoi raggiungere senza sforzi, nè frode, nè violenza, nè

colpa. Chi esce dalla propria via per gettarsi nelle avventure non trova

che precipizi. Domina le tue passioni colla ragione, non chiuderle in

seno come una mina pericolosa. Non essere ambizioso, non aspirare alla

conquista del vello d'oro; credi alla mia vecchia esperienza, tutto è

vanità sulla terra.... vanità delle vanità!... Infine dei conti i

piaceri leciti sono i migliori: una stanza calda l'inverno e fresca

l'estate, un buon letto, una buona cucina, una cantina ben fornita,

vivere nella calma onestà, guidati sempre dalla coscienza

tranquilla....--

Discorsi da canonico!... Io diceva fra me, ascoltandolo con rispettosa

attenzione. Lo ringraziai del dono e delle offerte, e gli promisi di

fare il possibile per contentarlo. Ma io vedevo la vita proprio tutto il

contrario di lui. Questione di lenti!... Io guardavo le cose attraverso

la gioventù, ed egli attraverso la vecchiaia.

Essendo il tempo delle vacanze autunnali, m'offersi di accompagnarlo

fino a Como; ma egli non volle accettare la mia compagnia che fino a

Colico; e giunti colà, mi diede un abbraccio cordiale e mi obbligò a

retrocedere. M'avvidi che entrambi avevamo pensato agli incontri

fortuiti sui battelli a vapore del lago nella stagione d'autunno. Colla

differenza però ch'egli diceva:

--Guai!...--ed io....--Magari!...

Rifacendo la strada pensavo alle delizie che il mondo m'offriva, ed alle

misere condizioni che mi obbligavano a rinunziarvi. Io avevo le ali....

come i polli, che la natura ha forniti di questi organi che potrebbero

innalzarli al disopra dell'uomo, ed essi si lasciano prendere

bonariamente, e mettere allo spiedo!

Sentivo dentro di me un bollore di sensazioni diverse, mille desiderii

confusi, aspirazioni e bisogni contrari, e dovevo rinunziare ad ogni

cosa.

Amori sublimi ed eterei.... amplessi positivi e terreni, idealismo e

realismo.... contessa e mugnaia, tutto m'era interdetto.

La prima era troppo alta.... la seconda troppo bassa!... e così la sorte

mi condannava a girare intorno al mio asse, sempre ad eguale distanza

dal sole e dalla luna, perduto negli abissi dell'universo come un

bolide.

Venni assalito da una profonda melanconia, che si alzava nel mio animo

come la nebbia d'autunno che ci asconde gli oggetti. La vita ha bisogno

d'uno scopo; vivere per vivere è la cosa più sciocca del mondo.

Andavo vagando colle mani in tasca, il sigaro in bocca, il cappello da

una banda, e il naso in aria, aspettando che cadesse qualche cosa dal

cielo per rompere la monotonia della mia vita.

E dopo una lunga aspettativa cadde, finalmente.... la neve.

Di tutte le cose che si attendono, le sole che non mancano mai

all'appuntamento sono le stagioni. Il mondo gira colla scrupolosa

precisione di mio zio canonico, ed entrambi hanno il segreto di trovare

la varietà nella monotonia.

Le disgrazie non vengono mai sole, e quando giunse la neve a chiudere

gli armenti nelle stalle, io dovetti aprire la scuola per accogliere i

miei scolari.

La neve e la scuola mi privarono dei passeggi, grave inconveniente,

perchè le gambe che camminano giovano assai ad un cervello che trotta, e

quando sono costrette a fermarsi, nasce un disquilibrio: la mente si

affatica e il corpo riposa, e da tale sconcerto di funzioni fisiche e

morali nasce come naturale conseguenza la noia, la malinconia, la

paturna, lo _spleen_ degl'Inglesi.

Dopo la lezione mi chiudevo nello studio, aprivo un libro, ma guardavo

fuori dalle finestre leggendo in aria tutto quello che sta scritto nel

firmamento, nelle meteore, nello spazio, nel tempo. La solitudine, il

silenzio, il cielo nuvoloso, la terra ricoperta dalla neve, come feretro

d'una fanciulla del candido tappeto simbolico, portavano i miei pensieri

alle più tetre considerazioni. Meditavo sulla morte della natura, e

sulla probabilità d'una prossima fine del mondo, quando la Rosa mi

consegnò una lettera di mio zio che mi annunziava il parto felice della

contessa Savina, che aveva dato alla luce un bel maschio. Ecco ancora il

realismo!... Il mondo non era disposto a finirla.--«Il nobile neonato,

mi scriveva mio zio, promette meraviglie, poichè appena venuto al mondo

ha assunto le funzioni di giudice conciliatore.» Credevo che mio zio

diventasse matto, ma invece faceva lo spiritoso, continuando in questi

termini: «Infatti bastò la sola comparsa di questo rampollo per far

sparire ogni dissenso fra gli sposi, che dimenticate le passate

discordie, si sono riconciliati nella gioia del grande avvenimento. Vi

furono splendide feste, rinfreschi, confetti, e un codazzo di carrozze

alla porta.» E qui con un lirismo declamatorio, mio zio mi andava

annoverando le consolazioni materne che compensano largamente le pene

d'una moglie onesta, la nobile missione di allevare un figlio che porti

con onore il nome illustre, e contribuisca coll'avito censo al lustro

della casa e al decoro della patria.

Il parto della contessa aveva messo in vena mio zio canonico, che s'era

sgravato alla sua volta di tutti i luoghi comuni accumulati da tanti

anni nel suo cervello dai quaresimali del Duomo, accompagnati da uno

scialacquo di rettorica. La sua lettera era tutta ingemmata di dilemmi,

sillogismi, metafore, tropi, pleonasmi ed iperboli, e tutto questo lusso

di figure per persuadere un nipote spiantato ad abbandonare ogni più

lontana velleità di affezione verso una contessa milionaria, moglie d'un

dissoluto, convertito a miglior vita in virtù d'un giudice conciliatore

neonato!... Egli si diffondeva prolissamente sulla deplorabile insania

di chi spera nella colpa, sulla atrocità degli attentati alla pace e

all'onore delle famiglie, sulla imperdonabile depravazione di chi aspira

alla donna degli altri!... e conchiudeva: «Fortunata la contessa Savina

d'aver ottenuto dalla Provvidenza il dono prezioso d'un figlio che la

consola di ogni amarezza, riconduce il marito al focolare abbandonato,

rende la famiglia completa, e la difende dai pericoli e dalle tentazioni

del diavolo.»

Presi in mano la penna, per confutare la lettera di mio zio scrissi d'un

fiato dieci pagine assurde, piene di sarcasmi, di cinismo, d'invettive,

di bestemmie contro l'amore e il matrimonio, la fede e la virtù, i

neonati e la rettorica, le donne, i canonici e il diavolo. Poi le

rilessi, le lacerai, e gettandole sul fuoco accesi il sigaro, e mi misi

a correre sulla montagna attraverso la neve. Il freddo a sei gradi sotto

zero mi riuscì sempre giovevole come calmante dell'amore e della

collera. L'aggiunta di qualche bicchiere di vino scelto ha contribuito

vantaggiosamente ad ottenere l'effetto. Il ghiaccio ed il vino, cioè

l'antitesi, mi riesce l'antidoto degli eccessi. L'esperienza m'aveva

insegnato la dose, limitandomi all'uso, e schivando l'abuso, lasciandomi

il convincimento che una bottiglia di vino buono sia un farmaco

eccellente contro i dolori morali. Con tale sistema non sono morto

disperato, e all'indomani d'una batosta stavo ancora in piedi. Chi sa

quante vittime del suicidio avrebbero rinunziato al progetto di

togliersi la vita, se invece di due pistole si fossero trovate nelle

mani due bottiglie!

Confesso che il matrimonio dapprima, e poi il parto della contessa

Savina mi gettarono due volte alla disperazione, eppure io non avevo

diritto di sperare nè al suo celibato nè alla sua sterilità; essa non

poteva nè correre in Valtellina a chiedermi il favore di divenire mia

sposa, nè una volta maritata rimaner senza figli; quello che era

succeduto doveva naturalmente succedere; ma l'uomo si dispera sovente

non solo di ciò che succede d'impreveduto, bensì dei fatti naturali o

sociali che stanno nell'ordine delle cose. Chi giuoca si dispera di

perdere!... e quanto più siamo fantastici, tanto più dobbiamo aspettarci

di soffrire, perchè oltre alle perdite positive, che sono pur tante,

avremo anche a deplorare la scomparsa delle illusioni, delle chimere e

dei sogni.

Ma la speranza è un fiore bizzarro della vita, che sovente si pasce di

vento, eppur vive e ci consola col suo olezzo; simile a certe orchidee

delle regioni tropicali, le quali, appese in panierini nelle serre, si

nutrono d'aria e di vapori, e tuttavia vegetano rigogliose e producono

fiori stupendi, ed esalano soavi profumi. Mio zio coll'uragano della sua

rettorica aveva tentato di schiantare la mia orchidea, ma il cuore

l'aveva assicurata contro i danni della grandine, ed essa viveva

ancora.... quantunque appesa ad un filo....

Il bacio della contessa Savina · 第 20 / 52 题