XIII.

Ho dunque abbandonato l'assedio, e ripiegata la tenda; non più marcie

forzate, nè speranze, nè timori, nè tutte le emozioni della lotta. Ho

battuto la ritirata, per riprendere la vita monotona del soldato di

guarnigione.

A vent'anni avevo già spasimato d'un amore ideale, e raccoglievo un

amaro disinganno; avevo tentato l'amore positivo, materiale, il frutto

vietato; e ne riportavo qualche ferita e un rimorso. In complesso erano

due fiaschi solenni coi quali inauguravo la mia esistenza, due fiaschi

che mi mettevano in uggia le ragazze e le donne.

Ora, a vent'anni, senza un amore che riscaldi il cuore, come si fa a

vivere in un gelido villaggio della Valtellina?...

La scuola?... me ne appello a tutti i maestri spregiudicati: la scuola,

tanto per chi insegna quanto per chi ascolta, non è che una fabbrica di

noia perfezionata. La tragedia?... essa giaceva abbandonata sul tavolo,

ogni ispirazione era svanita, il fuoco sacro s'era spento alla scomparsa

della Vestale; non avvi poesia senza musa, nè arte senza donna!...

L'orto?... era incolto, vi crescevano i cardi selvatici e le ortiche.

Senza famiglia non si hanno nè fiori.... nè legumi. L'uomo, solo, vive

di qua e di là, senza centro e senza circonferenza. Avrei potuto cercare

qualche divagamento nella coltura delle piante, ma ignoravo ancora

quest'arte, trovandomi sempre alle prime pagine dell'_Ortolano

dirozzato_.

Non sapevo più a che santi votarmi. Psiche, Venere e Melpomene mi erano

sfuggite di mano; del divino Olimpo non mi restava altro che Bacco. Mi

sono dato alla divozione del suo culto, e mi parve che mi si mostrasse

propizio.

Questo nume benefico agli infelici, esiliato dagli altari dell'umana

ingratitudine, andò vagabondo e ramingo sulla terra, arrestandosi di

preferenza sui clivi ridenti di vigneti, ove continua in modo

clandestino l'esercizio dei sacri suoi riti. Tutto il bene e il male del

mondo, l'amore o l'odio, le gioie e le lagrime, la poesia e i dolori

della vita umana, l'incenso profumato, e il fumo graveolente dei roghi,

tutto svapora, tutto sale all'empireo, tutto si confonde nell'etere. Le

meteore raccolgono tutte le emanazioni della terra, materiali e morali,

visibili ed invisibili; il vento le agita, il tuono le scuote, il

fulmine le riscalda, l'umidità le discioglie, e quando piove tutto

ricade sulla terra. Questo è il circolo eterno dello spirito e della

materia; nulla si perde nell'universo, tutto si rinnova. Colla pioggia

benefica ritornano al nostro globo gli elementi vitali del corpo e

dell'anima umana. Le piante assorbono quegli umori, li elaborano, ed

essi ritornano all'uomo cogli alimenti. Le pioggie benefiche apportano

la gioia; le grandini sono maledizioni retrocesse, le rugiade baci ed

amplessi che brillano nuovamente sulla superficie terrestre, e ingemmano

l'erbe ed i fiori colla loro comparsa. Per questo sulla terra

germogliano sempre le stesse piante e le stesse passioni, nascono gli

stessi animali, e si ripetono le medesime vicende.

Ogni pianta ha le sue facoltà assorbenti, non solamente per i principii

materiali che somministra la terra, ma altre pei principii spirituali

che oscillano nell'aria, riscaldati dal sole. Il frumento non assorbe

soltanto i fosfati, ma raccoglie dall'aria gli elementi confusi del bene

e del male; e l'uomo, nutrendosi di pane, inghiotte non solo un alimento

sostanzioso, ma altresì gli elementi delle gioie e dei dolori che si

manifesteranno nella sua vita.

Alcune piante godono lo speciale privilegio di non assorbire che un solo

principio. Se è il principio del male sono piante velenose, come la

cicuta, la belladonna, il giusquiamo; se è il principio del bene sono

piante benefiche, come la china del Perù, l'arancio, la vite. Le prime

uccidono, le seconde risanano l'uomo.

È certo che le dosi modificano la loro azione, potendo tornar giovevole

una piccola dose di veleno, e micidiale una forte dose di vino. Ma nel

mondo morale succede lo stesso: un eccesso di gioia uccide, un dolore

corregge un vizio.

La vite ha la specialità di non raccogliere colle sue radici, e di non

assorbire colle sue foglie altro che gli umori soavi ed esilaranti: lo

spirito, l'ilarità e l'entusiasmo. Ecco il motivo pel quale mi sono

votato a Bacco: mi pareva nelle mie critiche circostanze d'aver sommo

bisogno della particolare assistenza di questo dio. Infatti esso

distilla nel succo dei grappoli la quintessenza dell'umana felicità.

Questa si assimila al vino, entra nelle botti e nelle bottiglie, brilla

nei bicchieri come i rubini e i topazi d'oro, esala nell'aria gli

effluvi de' suoi aromi sottili. Buon vino e buon umore sono sinonimi, e

chi ne ha ne usi moderatamente per goderne a lungo, e chiuda le

bottiglie con tappi solidi di sovero di Spagna, e metta capsule

metalliche sul turacciolo per conservare scrupolosamente il profumo e lo

spirito dell'umana felicità distillata. Nel fondo d'ogni buona bottiglia

si trovano arcane consolazioni, affatto ignote a chi non beve che acqua.

Ma le passioni intemperanti spingono l'uomo ad abusare di tutto,

ond'egli avvelena l'aria destinata al suo respiro, intorbida le pure

sorgenti e guasta i migliori succhi della vite. Con alcuni buoni

pensieri si possono fare pessimi vini; la colpa è tutta dell'uomo, di

questo guastamestieri della natura.

Ma non basta fare il vino eccellente, bisogna anche saperne usare con

moderazione.

Che cosa è più soave negli ardori della canicola d'una immersione in un

bagno fresco? ma l'uomo non si contenta di tuffarsi nell'acqua fino al

collo, egli corre ove il fiume è più rapido, ove il mare è più profondo;

non si limita a nuotare alla superficie, ma vuole entrare sott'acqua

colla testa, e trova talvolta un pescecane che lo divora.... o un filo

d'erba che gli lega una gamba.... e l'uomo s'annega.

L'umana intemperanza riduce la vita ad un incubo insopportabile, quando

si potrebbe goderne come d'un sogno delizioso!

Così pure il vino subì la sorte di tante cose eccellenti e salubri

ridotte nauseanti e pericolose. Bacco ci offre un frutto che contiene le

dosi d'un elisire di lunga vita, e noi troviamo il modo di snaturare

l'essenza di questa divina materia per produrre un tossico ingrato e

micidiale! E i legislatori che condannano ai lavori forzati il falsario

delle monete, non trovarono la benchè minima pena per punire i

falsificatori del vino, che sono causa di gravi mali sociali, che

avvelenano i loro simili, che guastano gli stomachi e i cervelli, che

producono coliche e delitti!

L'oste del mio villaggio, come tutti gli osti che godono questa

impunità, aveva del vino buono e del cattivo. Dapprincipio preferii la

qualità alla quantità, e ne sentii gli effetti benefici al corpo ed

all'anima. Il buon vino mi facilitava la digestione e mi disponeva ad

una benevolenza universale: io sentivo un bisogno di perdonare le

offese, di tollerare le imposte più gravose, dimenticavo i mali

sofferti, speravo nell'avvenire. I più dolci pensieri danzavano nella

mia fantasia come sopra un tappeto di fiori, uno spirito di

conciliazione animava il mio cuore, e mi addormentavo contento e beato,

e sognavo che la contessa Savina mi dava un bacio, che la mugnaia me ne

dava due, e poi si baciavano fra loro, e ci abbracciavamo tutti e tre.

Erano visioni di paradiso!...

Ma io non ho saputo contenermi nei limiti prescritti dalla ragione, dal

buon senso e dall'onestà!

Tuttavia, prima di raccontare i particolari di questo nuovo errore della

mia gioventù, sento il bisogno di reclamare nuovamente le circostanze

attenuanti, anche a benefizio di Bacco, accusato ingiustamente di

connivenza ai miei falli.

No, il vino non è la causa della mia intemperanza, come l'acqua non è

responsabile dei suicidii che si commettono nel suo seno.

Non è l'uso del vino, è l'abuso che mi trascinò... sotto al tavolo.

La giustizia deve passare prima di tutto; nè il vino, nè l'oste sono

colpevoli; io solo devo subire la censura d'una condotta irregolare.

Se il vino lo avessi portato a casa, e me lo fossi bevuto a pranzo, mi

avrebbe fatto del bene. M'ha fatto male perchè ho sbevazzato

all'osteria, senz'ordine e senza misura.

Il vino è assolto.... veniamo all'oste.

L'oste, poveretto! quando s'accorse che il mio cervello divampava, ha

fatto la parte del pompiere, mettendomi dell'acqua nel vino, procurando

con sincera filantropia di moderare l'incendio che non poteva più

spegnere.

È verissimo che nel conto mi ha fatto pagare il vino annacquato come vin

pretto, ma anche questo è lodevole, tenuto conto dell'intenzione che

deve averlo guidato d'infliggere una multa alla mia intemperanza.--Ma

chi ha dato diritto all'oste di far pagare ai suoi avventori più di

quanto gli è dovuto?... Forse l'agente delle tasse, il quale

attribuendogli una rendita immaginaria, superiore alla vera, e

facendogli versare una imposta relativa, aperse la strada

dell'arbitrario, divenuto indispensabile per pagare l'ingiusto!--Dunque

si assolva anche l'oste.

I veri colpevoli furono i falsi amici e i cattivi compagni. Alla testa

di tutti pongo Uguccione della Fagiuola, il quale avendo scoperto in me

i germi d'una nuova passione, che si andavano sviluppando, invece di

mostrarmi i pericoli a cui andavo incontro, mi fece coraggio a

persistere nelle prave abitudini. Egli era molto più vecchio di me, e

l'esperienza doveva tenergli luogo d'educazione. Avrebbe potuto dirmi

amichevolmente:--Bada, Daniele, a quello che fai; tu sei costantemente

innamorato delle cose pericolose, e trapassi con inconcepibile

leggerezza dall'amore della donna all'amore della botte. Sta in guardia,

non fidarti troppo nè dell'una nè dell'altra; entrambe ci lusingano da

principio con prestigiose illusioni, entrambe producono soavi emozioni,

brillano ai nostri occhi con ismaglianti colori, sorridono ai nostri

sguardi, ai primi baci esaltano il nostro spirito, ci promettono la

suprema felicità!... ma poi!... a misura che la passione si riscalda,

esse abusano della loro fatale influenza, intorbidano la nostra mente,

ci espongono a mille pericoli, e ci fanno smarrire la ragione ed il

senno!... Daniele, non fidarti nè della donna nè della botte; tu non sai

quanto il loro profumo sia ingannatore, tu ignori gl'istinti malvagi che

ascondono in seno, e i funesti veleni che circolano nel loro sangue.

Fuggi la donna e la botte. Se m'avesse detto così, io andava frate, e

tutto sarebbe stato finito; rinunziando alle gioie terrene mi assicuravo

almeno il paradiso per l'altro mondo, ma Uguccione tenne un altro

linguaggio.

--Bevi, bevi,--egli mi diceva,--il vino consola di tutto, la vita non ha

che disinganni e dolori, in fondo della bottiglia si trovano le

illusioni e le gioie: bevi e cerca l'oblio dei mali nel bicchiere, esso

ti farà dimenticare la miseria e i tradimenti, gli amori infelici, le

noie della solitudine, le amarezze del destino; bevi e sarai felice.

Ed io bevevo... ma bevevo come un sifone....

Egli mi faceva compagnia, e si stava allegri. Poi, per tenermi più a

lungo all'osteria, mi mise in mano le carte. Dapprincipio giuocavo con

indifferenza, ma a poco a poco m'entrò la passione dei fanti e dei

cavalli, delle spade e delle coppe; gli assi mi mettevano in

convulsione, avrei dato cento scudi per un dieci di danari, mi pareva

impossibile che l'uomo potesse vivere senza le carte, ci pensavo il

giorno e la notte, e le vicende del giuoco unite al liquore di Bacco mi

agitavano il sonno terribilmente. Le giornate mi parevano più lunghe, la

scuola sempre più noiosa; io attendeva con ansietà il momento di fare la

partita, e quando all'ora della mia passeggiata Bitto voleva condurmi

per la campagna a respirare l'aria pura e serena, io obbligava la povera

bestia a rinunziare a questo esercizio salutare per accompagnarmi

all'osteria a passare la sera in quell'afa infetta di vivande, di vino e

di tabacco. Le carte non rispettano le affezioni più sacre, non

riconoscono amici, nè credono ad altri piaceri all'infuori di quelli del

tavolino.

Così in breve tempo divenni giocatore e beone.

Pare impossibile come è facile diventare viziosi quando il cammino della

virtù riesce tanto faticoso! Eppure l'esperienza insegna che l'uomo non

può essere felice se non ha la coscienza tranquilla. Tutti vogliono

essere felici, ma molti fallano la strada, cercando da lontano e per vie

remote ciò che si trova da vicino, anzi dentro di noi.

Io giuocavo e bevevo gran parte della notte; le perdite al giuoco mi

animavano a raddoppiare le partite, e il vino mi eccitava la sete.

Uguccione della Fagiuola colle carte, e l'oste col conto mi pelavano

penna a penna, come si farebbe d'un pollo. Io era sempre pronto ad

essere spiumato da tutti e due; giuocavo come una ruota, bevevo come una

spugna, ed alla notte soffiavo come un mantice.

Una sera giuocando e bevendo, bevendo e giuocando, ho perduto tutto il

denaro che doveva bastarmi per vivere un mese; poi non avendo più

denaro, e volendo prendere la rivincita, ho perduto l'orologio, poi la

giubba, poi la cravatta... poi il cervello e le gambe, e sono andato a

finirla sotto al tavolo!...

Dopo un sonno profondo mi svegliai indolenzito, ammaccato, scapigliato,

sconcio, colla testa pesante e la borsa leggiera, in maniche di camicia.

Ero sotto il tavolo, all'oscuro, dimentico d'ogni cosa, sbalordito.

Chiamai la Rosa. Bitto venne a leccarmi il volto con affezione inquieta,

e pareva che volesse parlarmi. Non sapevo ove fossi, strepitai tanto che

finalmente vidi comparire l'oste in mutande e pantofole, con un fanale

in mano.

--Ha chiamato, signor maestro?

--Altro che chiamato!...

--Ebbene come va?

--Ma!.. mi pare che la vada malissimo... che non potrebbe andar peggio.

Ditemi un po' che cosa faccio qui in questo arnese... e in questo letto

un po' duro, ma a padiglione?

--Eh, quando si ha un buon sonno si dorme da per tutto.

--Benissimo... che ora è?

--Incomincia il crepuscolo.

--E perchè mi avete lasciato in terra tutta la notte?

--Per non farle male... gli ubbriachi bisogna rispettarli.

--Vi ringrazio dell'onore... ma come mi trovo qui?

--Vedo che la cotta è stata proprio solenne, se non si ricorda più

nulla! Ecco come passarono le cose: ha giuocato e bevuto fino a che ha

potuto reggersi in piedi, poi ha scivolato sotto al tavolo. I suoi

compagni volevano accompagnarlo a casa, ma erano cotti fino alle

midolle; ho pensato che andrebbero a dormire in un fosso. Ho detto fra

me: vadano pure, essi sono veterani avvezzi alle bastonate, ma un

coscritto non bisogna abbandonarlo. Se si rompe la testa possono darmene

la colpa, e così mi sono fatto scrupolo di disturbarla. Dormiva tanto

bene che pareva morto.... L'ho lasciato in pace al posto naturale scelto

dalla natura... ed io pure sono andato a dormire.

--Nel vostro letto.

--S'intende... nel mio letto.

--Fortunato mortale!... Ed ove sono i miei panni?

--Li ha giuocati e perduti, con l'orologio... povero maestro!

--Ora mi rammento benissimo... pazienza... è stato il fante di spade che

mi ha tradito!.. Mi dispiace che non avendo più un soldo nè in tasca nè

in casa, non posso pagarvi il mio debito prima d'aver trovato i

contanti.

--Di questo non si dia pensiero, signor maestro, mi pagherà un altro

giorno. Intanto vada a casa a vestirsi finchè le strade sono deserte; e

non si perda di coraggio per così poco. E mi aperse la porta.

Uscii con Bitto, che vedendomi mezzo spoglio mi guardava con

compassione.

Io mi vergognavo davanti al mio cane.

Spirava una fresca brezza mattutina, il cielo era sereno, l'aurora

tingeva i monti d'un roseo dorato. Il sorriso della natura mi faceva

male. Avevo in saccoccia la chiave di casa, entrai come un ladro,

penetrando con precauzioni infinite nella mia stanza per non essere

sorpreso in quello stato miserevole dalla Rosa. Il sole si alzava quando

io poggiava sul cuscino la mia povera testa pesante, e grave di pensieri

dolorosi ed umilianti.

All'indomani tutto il villaggio parlava della mia avventura. Uguccione

della Fagiuola l'aveva raccontata in piazza, il campanaro in canonica,

il cursore in ufficio, le donnette ai mariti. Le autorità civili ed

ecclesiastiche censurarono altamente la condotta scandalosa del maestro,

tutti ciarlavano, commentavano, infioravano, esageravano il fatto e

ridevano.

Se la coppa dell'amore appressata due volte alle labbra mi lasciò sempre

deluso, anche in mezzo ai fiaschi... ho fatto fiasco!... Tre delusioni

successive era troppo! Avrebbero bastato a schiacciare un gigante; io,

che non era che un insetto, mi trovai polverizzato addirittura.

Più di tutto mi crucciava il pensiero di ciò che avrebbe pensato la

famiglia Bruni de' miei stravizii, e mandai la Rosa con un pretesto per

esplorare il terreno. Al suo ritorno le andai incontro per abbreviare la

mia ansietà.

--Ebbene, che cosa pensano di me?...--le chiesi.

--Dicono,--mi rispose,--che siete un buon ragazzo, onesto e dabbene,

vittima degli astuti, degl'intriganti, degli arruffoni, che abusando

della vostra bonarietà vi rendono tributario dei loro disordini, dei

loro vizii, e poi vi denigrano e vi mettono in ridicolo.... La signora

Agata vi aspetta dopo pranzo per fare una gita con sua madre, non

potendo il signor Nicola accompagnarle a motivo delle sue occupazioni.

Il bacio della contessa Savina · 第 17 / 52 题