Ho dunque abbandonato l'assedio, e ripiegata la tenda; non più marcie
forzate, nè speranze, nè timori, nè tutte le emozioni della lotta. Ho
battuto la ritirata, per riprendere la vita monotona del soldato di
guarnigione.
A vent'anni avevo già spasimato d'un amore ideale, e raccoglievo un
amaro disinganno; avevo tentato l'amore positivo, materiale, il frutto
vietato; e ne riportavo qualche ferita e un rimorso. In complesso erano
due fiaschi solenni coi quali inauguravo la mia esistenza, due fiaschi
che mi mettevano in uggia le ragazze e le donne.
Ora, a vent'anni, senza un amore che riscaldi il cuore, come si fa a
vivere in un gelido villaggio della Valtellina?...
La scuola?... me ne appello a tutti i maestri spregiudicati: la scuola,
tanto per chi insegna quanto per chi ascolta, non è che una fabbrica di
noia perfezionata. La tragedia?... essa giaceva abbandonata sul tavolo,
ogni ispirazione era svanita, il fuoco sacro s'era spento alla scomparsa
della Vestale; non avvi poesia senza musa, nè arte senza donna!...
L'orto?... era incolto, vi crescevano i cardi selvatici e le ortiche.
Senza famiglia non si hanno nè fiori.... nè legumi. L'uomo, solo, vive
di qua e di là, senza centro e senza circonferenza. Avrei potuto cercare
qualche divagamento nella coltura delle piante, ma ignoravo ancora
quest'arte, trovandomi sempre alle prime pagine dell'_Ortolano
dirozzato_.
Non sapevo più a che santi votarmi. Psiche, Venere e Melpomene mi erano
sfuggite di mano; del divino Olimpo non mi restava altro che Bacco. Mi
sono dato alla divozione del suo culto, e mi parve che mi si mostrasse
propizio.
Questo nume benefico agli infelici, esiliato dagli altari dell'umana
ingratitudine, andò vagabondo e ramingo sulla terra, arrestandosi di
preferenza sui clivi ridenti di vigneti, ove continua in modo
clandestino l'esercizio dei sacri suoi riti. Tutto il bene e il male del
mondo, l'amore o l'odio, le gioie e le lagrime, la poesia e i dolori
della vita umana, l'incenso profumato, e il fumo graveolente dei roghi,
tutto svapora, tutto sale all'empireo, tutto si confonde nell'etere. Le
meteore raccolgono tutte le emanazioni della terra, materiali e morali,
visibili ed invisibili; il vento le agita, il tuono le scuote, il
fulmine le riscalda, l'umidità le discioglie, e quando piove tutto
ricade sulla terra. Questo è il circolo eterno dello spirito e della
materia; nulla si perde nell'universo, tutto si rinnova. Colla pioggia
benefica ritornano al nostro globo gli elementi vitali del corpo e
dell'anima umana. Le piante assorbono quegli umori, li elaborano, ed
essi ritornano all'uomo cogli alimenti. Le pioggie benefiche apportano
la gioia; le grandini sono maledizioni retrocesse, le rugiade baci ed
amplessi che brillano nuovamente sulla superficie terrestre, e ingemmano
l'erbe ed i fiori colla loro comparsa. Per questo sulla terra
germogliano sempre le stesse piante e le stesse passioni, nascono gli
stessi animali, e si ripetono le medesime vicende.
Ogni pianta ha le sue facoltà assorbenti, non solamente per i principii
materiali che somministra la terra, ma altre pei principii spirituali
che oscillano nell'aria, riscaldati dal sole. Il frumento non assorbe
soltanto i fosfati, ma raccoglie dall'aria gli elementi confusi del bene
e del male; e l'uomo, nutrendosi di pane, inghiotte non solo un alimento
sostanzioso, ma altresì gli elementi delle gioie e dei dolori che si
manifesteranno nella sua vita.
Alcune piante godono lo speciale privilegio di non assorbire che un solo
principio. Se è il principio del male sono piante velenose, come la
cicuta, la belladonna, il giusquiamo; se è il principio del bene sono
piante benefiche, come la china del Perù, l'arancio, la vite. Le prime
uccidono, le seconde risanano l'uomo.
È certo che le dosi modificano la loro azione, potendo tornar giovevole
una piccola dose di veleno, e micidiale una forte dose di vino. Ma nel
mondo morale succede lo stesso: un eccesso di gioia uccide, un dolore
corregge un vizio.
La vite ha la specialità di non raccogliere colle sue radici, e di non
assorbire colle sue foglie altro che gli umori soavi ed esilaranti: lo
spirito, l'ilarità e l'entusiasmo. Ecco il motivo pel quale mi sono
votato a Bacco: mi pareva nelle mie critiche circostanze d'aver sommo
bisogno della particolare assistenza di questo dio. Infatti esso
distilla nel succo dei grappoli la quintessenza dell'umana felicità.
Questa si assimila al vino, entra nelle botti e nelle bottiglie, brilla
nei bicchieri come i rubini e i topazi d'oro, esala nell'aria gli
effluvi de' suoi aromi sottili. Buon vino e buon umore sono sinonimi, e
chi ne ha ne usi moderatamente per goderne a lungo, e chiuda le
bottiglie con tappi solidi di sovero di Spagna, e metta capsule
metalliche sul turacciolo per conservare scrupolosamente il profumo e lo
spirito dell'umana felicità distillata. Nel fondo d'ogni buona bottiglia
si trovano arcane consolazioni, affatto ignote a chi non beve che acqua.
Ma le passioni intemperanti spingono l'uomo ad abusare di tutto,
ond'egli avvelena l'aria destinata al suo respiro, intorbida le pure
sorgenti e guasta i migliori succhi della vite. Con alcuni buoni
pensieri si possono fare pessimi vini; la colpa è tutta dell'uomo, di
questo guastamestieri della natura.
Ma non basta fare il vino eccellente, bisogna anche saperne usare con
moderazione.
Che cosa è più soave negli ardori della canicola d'una immersione in un
bagno fresco? ma l'uomo non si contenta di tuffarsi nell'acqua fino al
collo, egli corre ove il fiume è più rapido, ove il mare è più profondo;
non si limita a nuotare alla superficie, ma vuole entrare sott'acqua
colla testa, e trova talvolta un pescecane che lo divora.... o un filo
d'erba che gli lega una gamba.... e l'uomo s'annega.
L'umana intemperanza riduce la vita ad un incubo insopportabile, quando
si potrebbe goderne come d'un sogno delizioso!
Così pure il vino subì la sorte di tante cose eccellenti e salubri
ridotte nauseanti e pericolose. Bacco ci offre un frutto che contiene le
dosi d'un elisire di lunga vita, e noi troviamo il modo di snaturare
l'essenza di questa divina materia per produrre un tossico ingrato e
micidiale! E i legislatori che condannano ai lavori forzati il falsario
delle monete, non trovarono la benchè minima pena per punire i
falsificatori del vino, che sono causa di gravi mali sociali, che
avvelenano i loro simili, che guastano gli stomachi e i cervelli, che
producono coliche e delitti!
L'oste del mio villaggio, come tutti gli osti che godono questa
impunità, aveva del vino buono e del cattivo. Dapprincipio preferii la
qualità alla quantità, e ne sentii gli effetti benefici al corpo ed
all'anima. Il buon vino mi facilitava la digestione e mi disponeva ad
una benevolenza universale: io sentivo un bisogno di perdonare le
offese, di tollerare le imposte più gravose, dimenticavo i mali
sofferti, speravo nell'avvenire. I più dolci pensieri danzavano nella
mia fantasia come sopra un tappeto di fiori, uno spirito di
conciliazione animava il mio cuore, e mi addormentavo contento e beato,
e sognavo che la contessa Savina mi dava un bacio, che la mugnaia me ne
dava due, e poi si baciavano fra loro, e ci abbracciavamo tutti e tre.
Erano visioni di paradiso!...
Ma io non ho saputo contenermi nei limiti prescritti dalla ragione, dal
buon senso e dall'onestà!
Tuttavia, prima di raccontare i particolari di questo nuovo errore della
mia gioventù, sento il bisogno di reclamare nuovamente le circostanze
attenuanti, anche a benefizio di Bacco, accusato ingiustamente di
connivenza ai miei falli.
No, il vino non è la causa della mia intemperanza, come l'acqua non è
responsabile dei suicidii che si commettono nel suo seno.
Non è l'uso del vino, è l'abuso che mi trascinò... sotto al tavolo.
La giustizia deve passare prima di tutto; nè il vino, nè l'oste sono
colpevoli; io solo devo subire la censura d'una condotta irregolare.
Se il vino lo avessi portato a casa, e me lo fossi bevuto a pranzo, mi
avrebbe fatto del bene. M'ha fatto male perchè ho sbevazzato
all'osteria, senz'ordine e senza misura.
Il vino è assolto.... veniamo all'oste.
L'oste, poveretto! quando s'accorse che il mio cervello divampava, ha
fatto la parte del pompiere, mettendomi dell'acqua nel vino, procurando
con sincera filantropia di moderare l'incendio che non poteva più
spegnere.
È verissimo che nel conto mi ha fatto pagare il vino annacquato come vin
pretto, ma anche questo è lodevole, tenuto conto dell'intenzione che
deve averlo guidato d'infliggere una multa alla mia intemperanza.--Ma
chi ha dato diritto all'oste di far pagare ai suoi avventori più di
quanto gli è dovuto?... Forse l'agente delle tasse, il quale
attribuendogli una rendita immaginaria, superiore alla vera, e
facendogli versare una imposta relativa, aperse la strada
dell'arbitrario, divenuto indispensabile per pagare l'ingiusto!--Dunque
si assolva anche l'oste.
I veri colpevoli furono i falsi amici e i cattivi compagni. Alla testa
di tutti pongo Uguccione della Fagiuola, il quale avendo scoperto in me
i germi d'una nuova passione, che si andavano sviluppando, invece di
mostrarmi i pericoli a cui andavo incontro, mi fece coraggio a
persistere nelle prave abitudini. Egli era molto più vecchio di me, e
l'esperienza doveva tenergli luogo d'educazione. Avrebbe potuto dirmi
amichevolmente:--Bada, Daniele, a quello che fai; tu sei costantemente
innamorato delle cose pericolose, e trapassi con inconcepibile
leggerezza dall'amore della donna all'amore della botte. Sta in guardia,
non fidarti troppo nè dell'una nè dell'altra; entrambe ci lusingano da
principio con prestigiose illusioni, entrambe producono soavi emozioni,
brillano ai nostri occhi con ismaglianti colori, sorridono ai nostri
sguardi, ai primi baci esaltano il nostro spirito, ci promettono la
suprema felicità!... ma poi!... a misura che la passione si riscalda,
esse abusano della loro fatale influenza, intorbidano la nostra mente,
ci espongono a mille pericoli, e ci fanno smarrire la ragione ed il
senno!... Daniele, non fidarti nè della donna nè della botte; tu non sai
quanto il loro profumo sia ingannatore, tu ignori gl'istinti malvagi che
ascondono in seno, e i funesti veleni che circolano nel loro sangue.
Fuggi la donna e la botte. Se m'avesse detto così, io andava frate, e
tutto sarebbe stato finito; rinunziando alle gioie terrene mi assicuravo
almeno il paradiso per l'altro mondo, ma Uguccione tenne un altro
linguaggio.
--Bevi, bevi,--egli mi diceva,--il vino consola di tutto, la vita non ha
che disinganni e dolori, in fondo della bottiglia si trovano le
illusioni e le gioie: bevi e cerca l'oblio dei mali nel bicchiere, esso
ti farà dimenticare la miseria e i tradimenti, gli amori infelici, le
noie della solitudine, le amarezze del destino; bevi e sarai felice.
Ed io bevevo... ma bevevo come un sifone....
Egli mi faceva compagnia, e si stava allegri. Poi, per tenermi più a
lungo all'osteria, mi mise in mano le carte. Dapprincipio giuocavo con
indifferenza, ma a poco a poco m'entrò la passione dei fanti e dei
cavalli, delle spade e delle coppe; gli assi mi mettevano in
convulsione, avrei dato cento scudi per un dieci di danari, mi pareva
impossibile che l'uomo potesse vivere senza le carte, ci pensavo il
giorno e la notte, e le vicende del giuoco unite al liquore di Bacco mi
agitavano il sonno terribilmente. Le giornate mi parevano più lunghe, la
scuola sempre più noiosa; io attendeva con ansietà il momento di fare la
partita, e quando all'ora della mia passeggiata Bitto voleva condurmi
per la campagna a respirare l'aria pura e serena, io obbligava la povera
bestia a rinunziare a questo esercizio salutare per accompagnarmi
all'osteria a passare la sera in quell'afa infetta di vivande, di vino e
di tabacco. Le carte non rispettano le affezioni più sacre, non
riconoscono amici, nè credono ad altri piaceri all'infuori di quelli del
tavolino.
Così in breve tempo divenni giocatore e beone.
Pare impossibile come è facile diventare viziosi quando il cammino della
virtù riesce tanto faticoso! Eppure l'esperienza insegna che l'uomo non
può essere felice se non ha la coscienza tranquilla. Tutti vogliono
essere felici, ma molti fallano la strada, cercando da lontano e per vie
remote ciò che si trova da vicino, anzi dentro di noi.
Io giuocavo e bevevo gran parte della notte; le perdite al giuoco mi
animavano a raddoppiare le partite, e il vino mi eccitava la sete.
Uguccione della Fagiuola colle carte, e l'oste col conto mi pelavano
penna a penna, come si farebbe d'un pollo. Io era sempre pronto ad
essere spiumato da tutti e due; giuocavo come una ruota, bevevo come una
spugna, ed alla notte soffiavo come un mantice.
Una sera giuocando e bevendo, bevendo e giuocando, ho perduto tutto il
denaro che doveva bastarmi per vivere un mese; poi non avendo più
denaro, e volendo prendere la rivincita, ho perduto l'orologio, poi la
giubba, poi la cravatta... poi il cervello e le gambe, e sono andato a
finirla sotto al tavolo!...
Dopo un sonno profondo mi svegliai indolenzito, ammaccato, scapigliato,
sconcio, colla testa pesante e la borsa leggiera, in maniche di camicia.
Ero sotto il tavolo, all'oscuro, dimentico d'ogni cosa, sbalordito.
Chiamai la Rosa. Bitto venne a leccarmi il volto con affezione inquieta,
e pareva che volesse parlarmi. Non sapevo ove fossi, strepitai tanto che
finalmente vidi comparire l'oste in mutande e pantofole, con un fanale
in mano.
--Ha chiamato, signor maestro?
--Altro che chiamato!...
--Ebbene come va?
--Ma!.. mi pare che la vada malissimo... che non potrebbe andar peggio.
Ditemi un po' che cosa faccio qui in questo arnese... e in questo letto
un po' duro, ma a padiglione?
--Eh, quando si ha un buon sonno si dorme da per tutto.
--Benissimo... che ora è?
--Incomincia il crepuscolo.
--E perchè mi avete lasciato in terra tutta la notte?
--Per non farle male... gli ubbriachi bisogna rispettarli.
--Vi ringrazio dell'onore... ma come mi trovo qui?
--Vedo che la cotta è stata proprio solenne, se non si ricorda più
nulla! Ecco come passarono le cose: ha giuocato e bevuto fino a che ha
potuto reggersi in piedi, poi ha scivolato sotto al tavolo. I suoi
compagni volevano accompagnarlo a casa, ma erano cotti fino alle
midolle; ho pensato che andrebbero a dormire in un fosso. Ho detto fra
me: vadano pure, essi sono veterani avvezzi alle bastonate, ma un
coscritto non bisogna abbandonarlo. Se si rompe la testa possono darmene
la colpa, e così mi sono fatto scrupolo di disturbarla. Dormiva tanto
bene che pareva morto.... L'ho lasciato in pace al posto naturale scelto
dalla natura... ed io pure sono andato a dormire.
--Nel vostro letto.
--S'intende... nel mio letto.
--Fortunato mortale!... Ed ove sono i miei panni?
--Li ha giuocati e perduti, con l'orologio... povero maestro!
--Ora mi rammento benissimo... pazienza... è stato il fante di spade che
mi ha tradito!.. Mi dispiace che non avendo più un soldo nè in tasca nè
in casa, non posso pagarvi il mio debito prima d'aver trovato i
contanti.
--Di questo non si dia pensiero, signor maestro, mi pagherà un altro
giorno. Intanto vada a casa a vestirsi finchè le strade sono deserte; e
non si perda di coraggio per così poco. E mi aperse la porta.
Uscii con Bitto, che vedendomi mezzo spoglio mi guardava con
compassione.
Io mi vergognavo davanti al mio cane.
Spirava una fresca brezza mattutina, il cielo era sereno, l'aurora
tingeva i monti d'un roseo dorato. Il sorriso della natura mi faceva
male. Avevo in saccoccia la chiave di casa, entrai come un ladro,
penetrando con precauzioni infinite nella mia stanza per non essere
sorpreso in quello stato miserevole dalla Rosa. Il sole si alzava quando
io poggiava sul cuscino la mia povera testa pesante, e grave di pensieri
dolorosi ed umilianti.
All'indomani tutto il villaggio parlava della mia avventura. Uguccione
della Fagiuola l'aveva raccontata in piazza, il campanaro in canonica,
il cursore in ufficio, le donnette ai mariti. Le autorità civili ed
ecclesiastiche censurarono altamente la condotta scandalosa del maestro,
tutti ciarlavano, commentavano, infioravano, esageravano il fatto e
ridevano.
Se la coppa dell'amore appressata due volte alle labbra mi lasciò sempre
deluso, anche in mezzo ai fiaschi... ho fatto fiasco!... Tre delusioni
successive era troppo! Avrebbero bastato a schiacciare un gigante; io,
che non era che un insetto, mi trovai polverizzato addirittura.
Più di tutto mi crucciava il pensiero di ciò che avrebbe pensato la
famiglia Bruni de' miei stravizii, e mandai la Rosa con un pretesto per
esplorare il terreno. Al suo ritorno le andai incontro per abbreviare la
mia ansietà.
--Ebbene, che cosa pensano di me?...--le chiesi.
--Dicono,--mi rispose,--che siete un buon ragazzo, onesto e dabbene,
vittima degli astuti, degl'intriganti, degli arruffoni, che abusando
della vostra bonarietà vi rendono tributario dei loro disordini, dei
loro vizii, e poi vi denigrano e vi mettono in ridicolo.... La signora
Agata vi aspetta dopo pranzo per fare una gita con sua madre, non
potendo il signor Nicola accompagnarle a motivo delle sue occupazioni.