Un buon sonno mi riposò di tutte le scosse morali del giorno. Il sonno è
lo spazio vuoto che divide le strofe del poema della vita. In quei
giorni nei quali hanno termine i più gravi avvenimenti finisce anche il
canto.
All'indomani del mio duello io cominciai dunque un altro canto colla sua
nuova serie di strofe, cioè ripresi la vita, colle sue note liete e
dolorose, colle sue rime obbligate e monotone, colla sua misura
prescritta dalla prosodia, positiva come il materialismo del verso.
Le note liete mi venivano dalla natura in fiore, che consolava la vista
coi sorrisi della primavera; le note dolorose erano l'eco del primo
amore perduto, delle speranze deluse, dei dolci sogni svaniti. La
monotonia la trovavo nella scuola, ove un gregge d'idioti imparava a
leggere per conoscere anche i mali passati, a scrivere per offendere la
grammatica, a far conti per ingannare il prossimo. Il lato positivo
della vita mi veniva rappresentato da quattro sacchi di farina che mi
pesavano sulle spalle, come all'asino del mugnaio!... Bitto, che non
aveva di questi pensieri, russava tranquillamente a' miei piedi,
aspettando l'ora del pranzo, che non gli sapeva di sale quantunque
andasse a chiederlo in casa altrui.
All'amore deluso avevo tempo da pensarci, la scuola andava avanti da sè,
ma la farina bisognava pagarla.
Mi decisi al taglio d'un boschetto che avrebbe aspettato con vantaggio
per qualche anno; ma quando si ha assoluta necessità di denaro, e si può
trovarlo in un bosco senza assassinare un cristiano, si assassina il
bosco, e si lasciano cantare i giornali, che deplorano il diboscamento
delle pendici, perchè non hanno boschi da tagliare... ma tagliano i
panni addosso ai galantuomini, come se fossero meno sensibili delle
montagne!
Venduta la legna e intascato il danaro, partii per pagare il mio debito
al mugnaio.
Il mulino è collocato in posizione pittoresca, alle falde d'una montagna
vestita d'abeti, sulle rive scoscese d'un torrente, alimentato da una
cascata.
Al cupo fragore della cascata, al gorgogliare delle acque spumanti che
s'infrangono sui macigni caduti dall'alto, e serpeggiano fra i sassi e
le ghiaie del torrente, si confonde il tonfo regolare delle ruote nella
gora, e i battiti dei palmenti. Tutti questi suoni formano un
accompagnamento grave e solenne al gorgheggio melodioso di qualche
uccello sugli alberi, e al cigolare degli assi di ferro che girano sui
perni asciutti. Questo è per l'udito. Per gli occhi, essi nuotano in un
tal lusso di colori da restarne inebbriati. Dal tenero arbusto che si
agita alla brezza sulla sponda del torrente, all'albero gigantesco colla
cima infranta dal fulmine che protende le antiche fronde sui crepacci
delle roccie ingombri delle sue tortuose radici, dal musco che copre di
velluto i legnami fradici del mulino alla vitalba vagabonda che
s'arrampica sulle piante vicine e ricade in festoni, dall'edera che
tappezza i vecchi muri crollanti alle cupe ramificazioni degli abeti che
ascondono i precipizi, si possono annoverare tutte le gradazioni del
verde, e le sue decomposizioni dal giallo bruno al dorato, dal più cupo
azzurro al turchino. Il candore delle spume del torrente illuminate dal
sole, la lucida trasparenza delle acque bianche e cilestri nel letto di
ciottoli, le nude roccie del fondo di colore cenerino contrastano colle
tinte forti dei vicini clivi boscosi, e colle dense ombre che confondono
l'acqua col terreno e le pietre, e il folto degli alberi coll'angolo
della casa.
La scena era stupenda, ma il personaggio ch'io andava a visitare mi era
antipatico come un creditore impaziente, come un orco che mi aveva
divorato un bosco. Ma quale non fu la mia sorpresa quando, avvicinandomi
al mulino, vidi comparire sul pianerottolo delle chiaviche la più bella
testa di donna che possa aspettarsi un pittore in cerca del suo modello
nella campagna di Roma. Era proprio uno di quei bei tipi della Sabinia
che si vedono sovente alle esposizioni sotto al vago costume romano.
Bruni i capelli e la pelle, l'occhio grande e vivace sotto due lunghi
sopraccigli; un busto rigoglioso, due braccia ben tornite che finivano
con una mano pienotta, un complesso di donna vigorosa e fresca, ecco
l'aspetto della mugnaia. Un fiore di geranio rosso collocato
leggiadramente sui capelli armonizzava cogli orecchini che le pendevano
dalle orecchie, e con un filo di corallo che le cingeva il collo. Una
leggierissima velatura di farina copriva quella deliziosa apparizione, e
dava al suo viso il vellutato delle pesche non ancora spiccate
dall'albero. È certo che l'aspetto d'una bella mugnaia deve aver
ispirato la moda della cipria sui capelli e sulla pelle. Pareva che un
nume propizio volesse ricompensarmi a misura di carbone dell'esile
brunetta perduta a Milano, mettendomi davanti una bruna raddoppiata, e
incipriata per giunta. Sorrisi della bizzaria del caso, e se mi fossi
contentato di ammirarla da lontano come la prima, non ci sarebbe stato
nulla di reprensibile... ma un pensiero infernale attraversò la mia
mente, come una tentazione del diavolo!.. Se mi vendicassi?.. io
pensai... ah! l'uomo che ha ricevuto le lezioni dell'amore impara a
vivere, dissi fra me... e passati i vent'anni l'amor platonico non è più
di stagione... Io non intendo,--ripetevo a me stesso,--io non intendo
passare la vita adorando le donne a venti metri di distanza... perchè si
burlino poi di me, e mi voltino le spalle... E meditando l'abbandono
della contessa Savina... e pensando alla offesa ricevuta dal mugnaio...
mi passò per la mente questa idea infernale: se mi vendicassi con una
vendetta complessiva degli oltraggi dell'amore... e della farina?...
della contessa... e del mugnaio?...
Come se la contessa Savina fosse obbligata ad amarmi per forza... ed il
mugnaio a fornirmi la farina per amore!... Ma la natura perversa
dell'uomo gli fa confondere sovente il desiderio col diritto, ed esso
scompiglia la società per tradurre i suoi desiderii intemperanti in
fatti compiuti. Fatto sta che l'aspetto della mugnaia fomentava le mie
cattive inclinazioni, provocando in me un vile desiderio di
rappresaglie. Non era un nuovo amore incipiente che mi spingesse verso
di lei; era l'amore deluso, che m'indicava una vittima sulla quale
potevo esercitare la mia vendetta. Pareva che la sorte offrisse
un'occasione di sfogo ai miei rancori. Una brunetta m'era sfuggita di
mano, un marito mi tormentava per cavarmi del denaro... eccomi una bruna
forte... e forse una moglie debole... che poteva saziare la mia avidità
di vendetta.... Bisogna conquistare quella mugnaia, come la più bella
delle vendette possibili!... Con tali atroci sentimenti entrai nel
mulino.
Io sperava che il mugnaio fosse assente, ma avevo fatto i conti senza
l'oste.
Egli se ne stava in cucina, e tenendosi un marmocchio sui ginocchi, gli
dava la pappa.
--Cospetto!...--dissi,--sor Zaccheo, siete nel pieno esercizio delle
vostre funzioni di balio....
Mi guardò sorridendo, e continuando tranquillamente il suo ufficio, mi
rispose:
--Che vuole! dopo le fatiche ho diritto anch'io di godere qualche
consolazione, l'affetto del mio bimbo; e la sua gioia quando gli dò la
pappa è il massimo dei miei piaceri... veda come mangia con appetito!
--È un vero Gargantua, un lupo cerviere....
--Ha la buona salute di sua madre... poveretto...--poi rivolto al
marmocchio gli diceva:--Mangia, mangia, il mio bimbo, che la fatica di
guadagnarti il pane mi è più cara dell'ozio del milionario che non ha
figli.
Io interruppi le considerazioni patetiche del mugnaio per dirgli:
--Sor Zaccheo... sono venuto a pagare il mio debito.
--Ha voluto proprio disturbarsi a fare questa gita... poteva farmi
avvertire....
--Ho fatto la passeggiata con vero piacere... ora eccovi il denaro.
--Prenda una sedia e s'accomodi,--mi rispose;--poi si mise a chiamare:
Giustina.... Giustina.... Giustinaaa.
La bella moglie comparve sulla soglia colla testa alta, le mani sulle
anche, i gomiti sporgenti.
--Ohè... che c'è di nuovo?..--e quando mi vide seduto in un angolo, mi
fece una riverenza.
--È il signor Daniele Carletti....
--Ah... benvenuto, signor maestro, sta bene?--mi chiese come se fosse
una vecchia conoscenza.
--Grazie, sto benissimo....
--Tanto meglio... la salute è la prima cosa di questo mondo... chi ha
salute ha denaro... perchè quando si sta bene si lavora... e si
mangia...--soggiunse, guardando con compiacenza il suo marmocchio che
spalancava la bocca, dimenando allegramente le braccia, e le gambe,
mentre Zaccheo prendeva la zuppa col cucchiaio di legno, vi soffiava
sopra, l'avvicinava alle labbra per sentire se scottava, poi coll'indice
l'accompagnava lentamente nella voragine di suo figlio.
--Giustina,--disse il mugnaio,--puoi fare il conto al maestro, che si è
disturbato venendo in persona a pagarlo.
--Come?--essa domandò con sorpresa,--ella è venuto in questi greppi
deserti per tale bazzecola?.. è una stradaccia rotta e faticosa.
--Non me ne sono accorto,--risposi.--Sono siti che mi piacciono assai,
ho percorso un cammino delizioso, per giungere in un eden... ove si
vedono le più belle cose del mondo!--e così dicendo la guardavo con un
sorriso significante... ma essa non intendeva nulla, e rimase
indifferente, anzi sorpresa del mio entusiasmo, talchè mi rispose
ridendo:
--Tutti i gusti son gusti... ma questi orridi siti piacciono a poca
gente... nessun viandante s'arresta fra i nostri burroni... anche i
pastori vi passano in fretta per condurre le pecore sulle cime. Sono
boschi e montagne senza paesi... buoni solo pei mugnai, che hanno
bisogno d'acqua per far girare il mulino.
--A me sembrano siti deliziosi... incantevoli... vi passerei volentieri
la vita....--e le lanciai una occhiata assassina... Ma che! fu come se
avessi scagliato un uovo in una roccia!... quella donna era un
macigno!... Essa alzò le spalle ridendo, e concluse:
--Se venisse qui al tempo della neve e del ghiaccio, scapperebbe via
spaventato.
Non c'era verso di persuaderla; intanto il marmocchio avea vuotata la
scodella della zuppa e piangeva. Zaccheo se lo prese in braccio, e
cullandolo leggermente gli disse alcune parole senza significato, ma
carezzevoli tanto che lo calmarono.
Allora la donna prese da uno scaffale un libraccio infarinato, un vero
dizionario della crusca, perchè conteneva tutti i conti del mulino, ove
si registravano i tesori della lingua: il pane e la polenta che
alimentano la popolazione. Deposto il volume sul tavolo, si sedette
gravemente, e sfogliandone le sacre pagine andò a cercare il mio nome
fra i debitori morosi. Il marito si teneva in piedi dietro di lei col
bimbo fra le braccia; io, sedutole vicino mentre essa calcolava il mio
debito, contemplavo la fina lanugine che ombrava leggermente il suo
labbro superiore, e pensavo che le avrei dato volentieri molto più di
quanto mi domandava....
Contatole il denaro, se lo pose in tasca, intinse una penna di tacchino
in un calamaio di legno, e con solenne gravità prese nota del pagamento.
Allora si parlò e si rise sopra varii argomenti. Io canzonavo Zaccheo
sulle funzioni muliebri, egli accarezzava il bimbo, mi rispondeva che i
giovinotti si burlano di ciò che non conoscono, che il cuore non ride
mai... che nelle affezioni si confondono i sessi e le età, che il padre
è come la madre, il nonno è come il nipote.
Mi disse che sua moglie era occupata negli affari, che fra l'uno e
l'altro bisognava aiutare la barca. In tal modo presi conoscenza del
loro sistema di famiglia, nel quale la donna primeggiava col pensiero e
l'uomo con l'opera manuale; la prima ordinava, dirigeva, registrava le
entrate e le spese, il secondo la serviva come un famiglio, andava a
prendere il grano per le case dei villaggi vicini, lo gettava nella
tramoggia, e ne riportava la farina. Infatti la moglie aveva la suprema
direzione degli affari, il marito e l'asino facevano il resto.
Lo squallore del volto del mugnaio, aumentato dalla velatura di farina
che avvolgeva tutta la sua persona, contrastava grandemente colla
freschezza della moglie, la cui rara avvenenza era rilevata da una
salute così vegeta che sforzava le cuciture.
Osservandola attentamente io andava sempre più confermandomi nel
sinistro progetto di farne la conquista, e per facilitarmi le operazioni
dell'assedio trovai necessario di prendere alcune precauzioni,
predisponendo le cose in modo che gli approcci alla fortezza non
riuscissero sospetti. Dissi che mi dilettavo di pittura, occupando le
ore che mi restavano libere dopo la scuola a riprodurre le più belle
vedute del paese. Mostrai il desiderio di copiare quella stupenda
cascata; e questo primo stratagemma mi riuscì a meraviglia. Mi rispose
ch'io non ero il primo che mandasse ad effetto tale divisamento, avendo
già veduto varii artisti seduti per intiere giornate sotto un albero
disegnando il paesaggio. Mi offersero anzi l'ospitalità, se avessi
bisogno di riposo, e la loro ingenua cordialità avrebbe dovuto farmi
subito desistere dalla mia scellerata macchinazione.
Non intendo giustificare un attentato che ora risveglia i miei rimorsi e
mi fa arrossire di vergogna, ma credo d'aver diritto di reclamare le
circostanze attenuanti. Se la bellezza della greca Frine la fece uscire
dall'Areopago assolta da ogni accusa, io sono convinto che all'aspetto
della mugnaia i miei giudici non potrebbero essere più severi dei vecchi
senatori d'Atene e dovrebbero giudicare con indulgenza un giovane di
vent'anni che aspirava alla conquista della Frine del mulino.
Fatto sta che alcuni giorni dopo la prima visita volli eseguire alcune
ricognizioni nei dintorni della fortezza, per conoscere i movimenti del
nemico, e riuscii a scoprire le ore precise delle uscite giornaliere del
presidio.
Il presidio nemico si concentrava naturalmente nel mugnaio, ed io,
nascosto dietro una roccia, lo vidi varie volte alla solita ora
comparire sopra il suo asino, sul vertice d'una collina dietro la quale
s'ascondeva il mulino. E dopo tanti anni mi pare ancora di vederlo.
L'asino, il sacco ed il mugnaio formavano un gruppo d'una mezza tinta
uniforme come il marmo piramidale secondo le leggi scultorie, e spiccava
pittorescamente sul verde scuro del bosco che formava il fondo del
quadro. Mi riuscì dunque agevole impadronirmi del mulino in un momento
opportuno, e gettare qualche razzo incendiario, in via d'esperimento.
Tentativo fallito!... La minaccia d'una vigorosa risposta mi consigliò
subito a battere la ritirata, aspettando una migliore occasione per
ritornare all'assalto.
L'assedio procedeva regolarmente, con tutte le regole indicate
dall'arte. Al mattino andavo a disegnare la cascata: era una finta
necessaria per ingannare il nemico sui miei movimenti; più tardi
rientravo al bivacco, cioè facevo colazione al mulino coi commestibili
che portava meco per alimentare la truppa all'assedio. Talvolta mi
procacciai qualche ghiotto boccone, e dell'ottimo vino... sperando di
prenderla per la gola, ma i miei tentativi riuscirono vani. La mugnaia
accettava cordialmente le mie offerte, se le divorava senza cerimonie, e
colla stessa semplicità mi obbligava di prendere i suoi frutti secchi,
il pesce fritto e la polenta del mulino. Era uno scambio di cortesie
leali e nulla più. Io approfittava di quei momenti per avanzarmi di
qualche passo, colle parallele del sentimento, ma essa mi rispondeva con
un'artiglieria che distruggeva le mie operazioni preparatorie, e rendeva
vane anche le piccole scaramuccie.
Stanco e annoiato di perdere tanto tempo senza frutto, un giorno, con un
rapido movimento, girando la posizione di fronte per l'ala sinistra,
volli tentare di prendere la piazza con un ardito colpo di mano. Ma
anche questa sorpresa ebbe un esito infelice... e pericoloso. Sono
sfuggito per miracolo ad un rovescio, che mi avrebbe causato delle gravi
perdite, se avessi mancato di quel genio che guidava il principe Carlo
d'Austria nelle sue ritirate davanti l'impeto degli eserciti del primo
Napoleone.
Con destrezza insuperabile ho salvata la testa! le difficoltà si
facevano sempre più gravi, la fortezza presentava una resistenza
insormontabile, ed io rientrava sovente nei miei quartieri ferito
nell'orgoglio, e talvolta anche altrove, ma spinto da ogni nuova ripulsa
a tentativi più arditi.
Una sera me ne tornavo dall'attacco rimuginando col pensiero qualche
astuzia guerresca, quando sentii Bitto da lontano che abbaiava
allegramente, come soleva fare incontrando gli amici. Infatti alla
svolta del monte vidi una brigata di persone che avanzava dalla mia
parte. Era la famiglia Bruni, e il dottore con sua moglie che facevano
una passeggiata vespertina.
Quando mi furono dappresso, m'avvidi che si scambiavano delle occhiate
d'intelligenza, e che ciascheduno aveva un sorriso o un sogghigno sulle
labbra.
--Oh... quale sorpresa!--esclamò il signor Nicola,--il maestro Daniele
da queste parti... a quest'ora....
--Nessuna sorpresa...--io risposi...--perchè vedo che mi siete venuti
incontro.
--Sì... no... è vero... non è vero,--tutti volevano dissimulare la
verità, ma colla franchezza della mia risposta io avevo gettato il
disordine nel campo nemico.
--Infatti,--soggiunse il signor Nicola,--è lecito sapere che cosa vi
attira da queste parti?...
--Perbacco,--io risposi,--vogliono che io faccia dei misteri?... vado a
studiare una cascata....
--Ah!... ah!... ah!... benissimo... è ben trovata,--osservò il signor
Nicola.
--Va a prendere delle doccie....--proseguì il medico.
--Ha ragione, signor maestro, fin che è giovane si diverta,--continuò la
signora Pasquetta, che si mostrava sempre indulgente pei peccatuzzi
dell'umana fragilità.
--Eppure,--riprendeva il signor Nicola,--quella cattiva lingua di Tobia
pretende che abbiate degli interessi al mulino.... e siate infarinato a
dovere!...
--Ahimè, povero Zaccheo!...--replicava il dottore levandosi il cappello,
e simulando colle dita sulla testa certi ornamenti animaleschi, che
facevano arrossire la signora Pasquetta fino al bianco degli occhi.
Vedendo il dottore a fare quegli scherzi, non ho potuto trattenere le
risa, e diedi in uno scroscio sgangherato accompagnato dai singulti del
signor Nicola, che scoppiava nella pelle. La signora Giovanna rideva
essa pure, ma il dottore rideva più di tutti.... Agata era andata avanti
con Bitto, e gettava dei sassi, che egli correva a prendere, riportava e
depositava a' suoi piedi, abbaiando con insistenza per ottenere che la
ragazza li gettasse nuovamente.
Intanto noi si rideva allegramente vedendo il dottore contento come una
pasqua dell'effetto irresistibile prodotto da' suoi scherzi; egli,
incoraggiato dal buon successo, continuava a burlarsi di Zaccheo,
malgrado le preghiere di desistere che gl'indirizzava la moglie,
divenuta pavonazza dalla tortura.
Essendoci accorti che la signora soffriva davvero, abbiamo abbandonato
il soggetto scabroso, cambiando discorso.
Era l'ora del tramonto, e volendo rientrare al villaggio prima di notte
abbiamo abbandonata la strada maestra, prendendo una scorciatoia per un
sentiero tortuoso fra due siepi.
La viuzza angusta non permetteva il passaggio che a due sole persone di
fronte. Io precedeva la comitiva insieme con l'Agata, poco dopo seguiva
il signor Nicola colla signora Pasquetta, ed ultimi il dottore colla
signora Giovanna. Bitto andava avanti e indietro, su e giù per l'erta,
come sogliono fare i cani... e gl'innamorati.
Il sole, dardeggiando i suoi ultimi raggi dietro la montagna, tingeva di
porpora e d'oro le nuvolette increspate che vagavano pel firmamento.
--Come sono stupende queste scene della sera fra i monti!...--io
osservava.
--Soltanto dopo un giorno sereno....--mi rispondeva l'Agata.--Ma i
giorni burrascosi hanno un tetro tramonto, senza luce, senza splendore,
con un corteggio di nuvoloni neri, minacciosi.... Avete mai pensato alla
rassomiglianza fra il periodo d'un giorno e l'intiero corso della nostra
vita?
--Ci ho pensato sovente....--io soggiunsi,--e se dipendesse da me,
vorrei che ogni giorno fosse sereno, ogni vita felice, ogni tramonto
bello come quello di questa sera....
--Il giorno bisogna prenderlo come ci vien dato dalla natura.... ma
dipende da noi che la nostra vita sia calma o burrascosa, senza macchie,
senza rimorsi, senza nuvole al tramonto, come una giornata serena.
La guardai in volto tacendo, e mi parve grave e severa.
Camminavo in silenzio dopo qualche istante, quando un magnifico falco
attraversando la valle ci passò rapidamente davanti gli occhi,
penetrando nel bosco vicino, dal quale dopo uno stormire di fronde
s'intese un confuso cinguettìo, e si videro uscire alcuni uccelletti
spaventati.
--Un bel falco!...--dissi io.
--Bello, ma crudele!...--essa mi rispose.--La bellezza è un dono della
sorte, non è un merito; e,--proseguì,--se la bellezza non è accompagnata
da buon cuore e da onestà, io la compiango. Quando vedo un falco, non
penso alla sua bellezza, ma al dolore dei poveri uccelletti che avranno
il nido invaso e insanguinato dal rapitore, che, portandosi via la madre
a tradimento, mette il padre in disperazione, e lascia i piccini
nell'abbandono.... Mio Dio! quante vittime per una preda!...
Io sentiva che i colpi venivano al mio indirizzo.... e che erano
meritati.
Pensai seriamente alla colpevole leggerezza che mi valeva quella severa
lezione. Anch'io come il falco grifagno tentava rapire la pace ad una
onesta e tranquilla famiglia... che nel suo eremo, ai piedi delle Alpi,
non era ancora abbastanza riparata dalla rapacità d'un cuore
spietato.... Ma almeno il falco cercava una preda per vivere.... io
invece facevo il male per soddisfare un vano capriccio.... per saziare
un desiderio colpevole.... per distrarmi da un dolore profondo con una
insidia.... per vendicarmi contro persone innocenti dei mali prodotti
dalla mia dabbenaggine!... ed ecco che come al solito io compariva
peggiore della bestia.... più crudele del falco.... e meno fortunato di
lui, perchè non avevo nè la sua destrezza per cogliere la preda, nè le
ali per fuggire dalle maledizioni delle vittime!...
Io invidiava la sorte di quell'uccello di rapina, che dopo il delitto
poteva almeno volare in lontane regioni, ove si ignoravano le sue
prodezze sanguinose!... io invece non potevo nascondere la vergogna
davanti al mio giudice.
Tuttavia sentivo il bisogno di rispondere qualche cosa; ma misurando i
miei torti non trovavo giustificazioni ammissibili, e mi sentivo così
aggravato, che proruppi in queste parole:
--Agata, avete ragione, disprezzatemi, io sono un uomo abbietto!.... se
fossi vicino ad un precipizio, mi vedreste scomparire dai vostri
sguardi....
--Con un delitto non si ripara una colpa....--mi rispose freddamente.
Allora mi venne il pensiero ch'essa mi credesse forse più colpevole che
in fatto non era, e volli giustificarmi.... per non essere condannato in
contumacia.
Le confessai ingenuamente la mia ammirazione per la bellezza plastica
della moglie di Zaccheo, assicurandola però che tale ammirazione non
ebbe altro effetto che alcune visite senza conseguenza.... Tacqui
dell'assedio tentato invano, della resistenza valorosa e
dell'artiglieria formidabile della mugnaia, e promisi che avrei
abbandonato per sempre il mulino, e gli studi delle cascate!...
--Me lo promettete seriamente?...--mi chiese.
--Ve lo prometto sulla mia parola d'onore.
--Accetto la promessa in nome di vostra madre,--ella mi rispose,--della
quale m'avete impartita l'autorità.--Così dicendo mi sporse la mano.
Io gliela strinsi coll'animo commosso e le chiesi umilmente:
--E mi perdonate?...
--Vi perdono,--mi rispose,--a condizione che siate galantuomo...
ricordandovi che chi ruba la donna altrui è un ladro più infame di chi
invola il denaro... Il denaro rapito può lasciare le vittime nella
povertà... ma la donna che tradisce il marito lo lascia nel disonore,
che è peggior cosa d'ogni miseria!...
Eravamo giunti al villaggio e dopo i soliti saluti rientrammo nelle
nostre case.