V.

Scendendo incontrai il signor Nicola che mi strinse la mano come ad un

vecchio amico di casa. Dopo colazione mi condusse a visitare i miei

possessi dispersi in tutti gli angoli del paese. Mi parvero siti

selvaggi, e li avrei ceduti per un sorriso della mia lontana divinità,

che avrebbe riso sicuramente se avesse veduto i miei feudi in dose

omeopatica.

La casa si componeva di due piani ed era circondata da un appezzamento

di terra mal coltivata, ove crescevano liberamente i cardi e le ortiche.

Il vecchio maestro mi venne incontro, come collega e vassallo ad un

tempo, lamentando le miserie dei maestri e quelle dei coltivatori. Il

signor Nicola per consolarmi mi parlava di riforme, di piantagioni, di

concimi, e di raddoppiati prodotti mediante le cure necessarie.

Introdotto nella mia futura dimora, mi parve scombussolata, rovinosa,

sporca, mi metteva tristezza. Il signor Nicola la trovava comoda, facile

a ripararsi con poca spesa; buone stanze ariose. Era cosa naturale:

quasi tutti i vetri erano rotti, e l'aria campeggiava liberamente. La

cucina appariva tutta adorna di casseruole.... dipinte sul muro col

carbone. Il salotto mostrava delle teste di guerrieri colla pipa in

bocca, opere tutte alla maniera dei tempi preistorici della pietra, che

rivelavano un artista primitivo. I pavimenti solcati, le pareti

bucherate e sparse di chiodi, i soffitti facevano ventre da per tutto; i

ragni s'erano impadroniti degli angoli, e le scope erano state bandite

con sentenza inesorabile.

E mentre il signor Nicola parlava col mio onorevole antecessore, io

girava per quelle stanze, pensando fra me stesso:--quale splendido

appartamento sarebbe questo per la contessa Savina Brisnago, e quale

giardino! e mi metteva le mani nei capelli.

In poche parole fummo d'accordo sulle condizioni dello sgombro, che era

assai facile; se ne usciva il vecchio maestro e le spazzature, la casa

poteva consegnarsi subito agli operai affinchè la rendessero abitabile

pel nuovo maestro e il suo cane. Ma per tale sgombero mi chiesero

quattro giorni, che gli vennero concessi. Allora credette opportuno di

farmi conoscere il sistema scolastico e le sue abitudini domestiche. Gli

scolari per turno gli tenevano in ordine la casa (come abbiamo veduto!),

lavoravano l'orto e andavano ad attinger l'acqua alla fontana. Pel vitto

s'era accomodato colla vicina famiglia dell'organista, uomo gioviale ed

onesto. Forse l'organista avrebbe accondisceso a continuare le sue

prestazioni, qualora ci fossimo intesi sulla relativa contribuzione.

--Va benissimo, parleremo di tutto questo con quiete, alle mie

donne,--disse il signor Nicola.

Ma quando il maestro si mise a parlare dell'insegnamento, del metodo,

della severità dei precetti, dei testi impiegati, il mio compagno

incominciò a tirarmi per le falde del vestito, e vedendo che s'annoiava,

feci i miei saluti a quell'uomo dabbene e ringraziandolo delle sue

informazioni ci congedavamo, per andare alla messa parrocchiale.

Le campane suonavano a festa, e l'eco si ripeteva confusamente intorno

la valle, riempiendo l'aria di onde sonore. I montanari scendevano dalle

alture, accompagnati dalle loro donne, vestite a varii colori. Era una

bella giornata d'autunno, e la popolazione raccolta sul sagrato della

chiesa dava un aspetto allegro al villaggio. Tutti mi guardavano con

curiosità, e salutavano rispettosamente il signor Nicola.

Agli ultimi tocchi comparve la signora Giovanna con l'Agata, ed al loro

passaggio tutti si levavano il cappello, e si vedeva chiaramente dalla

franca cordialità dei saluti che tutti volevano bene a quella famiglia.

Dopo messa andammo a far visita in Canonica, e venni presentato a don

Vincenzo Liserio parroco del villaggio, al quale consegnai la lettera di

mio zio. M'accolse cortesemente, come maestro e nipote d'un canonico, ma

con una certa solennità, da uomo che misura le parole per non

compromettere l'avvenire, guardandomi sott'occhio per istudiare la

fisonomia.

Mi fece tutte quelle offerte generiche che sono dell'occasione, ma non

incoraggiano a recare disturbi, perchè si capisce subito ciò che

valgono.

Ritornati in casa Bruni, entrammo nel salotto, e dopo breve

conversazione in famiglia, la Menica chiamò la signora Giovanna; e

Martino si presentò sulla porta.

--Che cosa vuoi?--gli chiese Nicola.

--C'è qui Giacomo che aspetta i vostri ordini.... fino da questa

mattina.

--Giacomo, chi?

--Giacomo, fratello di Perina, moglie di Pietro cognato di Battista....

quello che ha un figlio soldato.... e un altro che ha emigrato in

Germania il giorno che si andava a....

--Non lo conosco.

--Non si ricorda, che ieri sera mi ha ordinato di farlo venire con degli

uccelli?

--Ah! è l'uccellatore?

--Sicuro.

Il signor Nicola alzò i pugni stretti, ed aveva un volto da far paura.

L'Agata, che entrava in quel momento, dando un colpo d'occhio a suo

padre, gli fece mutare l'espressione della collera in uno sberleffo.

Uscì precipitoso dando uno spintone violento alla porta. Martino era

svignato. Il signor Nicola aveva un carattere impetuoso, e sul primo

momento avrebbe schiacciato un uomo come una mosca; ma per buona fortuna

il suo furore non durava che due minuti. Martino, che conosceva bene il

padrone, quando vedeva negli occhi di lui i primi lampi che annunziavano

l'uragano, spariva sul momento, e restava assente per cinque minuti. Il

padrone si gettava contro i muri, le porte, le sedie e quanto gli stava

davanti, e slanciava dei calci, che quegli oggetti inanimati non

sentivano.... e il domestico non li sentiva nemmeno....--E poi dicevano

che era un imbecille! Allora l'Agata mi spiegò che il signor Nicola,

nella sera antecedente, avendo ordinati degli uccelli per il pranzo,

l'uccellatore li aveva portati per tempo; ma Martino lo tenne varie ore

nella stalla ad attendere gli ordini del padrone che era uscito con me.

Intanto le signore aspettavano con impazienza l'arrivo del futuro

arrosto, il quale aspettava per essere apparecchiato chi non doveva

arrivare che per mangiarlo.

Si dovette ritardare il pranzo d'un'ora, richiamare il fuggitivo che

almeno venisse a spennare il corpo del suo delitto, e mentre il signor

Nicola e sua moglie erano occupati in altre faccende, l'Agata venne a

farmi compagnia nel salotto. Mi domandò con interesse molte cose di

Milano, ed io le descrissi le feste, i corsi, gli spettacoli della

città, l'eleganza delle signore, il lusso delle carrozze....

Essa mostrò di conoscere non solo i principali monumenti, ma bensì la

vita intellettuale ed artistica, e mi sorprendeva assai che una

fanciulla che si occupava de' suoi polli, parlasse di cose elevate con

non volgare giudizio. Mi disse che i suoi genitori l'avevano condotta a

Milano, quando era uscita dal collegio di Como, ove era stata in

educazione. Io arrossivo pensando d'essere stato a Como senza vederlo.

Poi per farmi passare il tempo aspettando l'ora del pranzo mi condusse a

visitare l'orto e il giardino. Nell'orto la mia ignoranza fece la sua

prima comparsa. Io non distingueva le piante delle patate dai pomidoro,

le carote dal prezzemolo, confondeva il rosmarino colla lavanda, le

zucche coi poponi. Essa rideva di cuore, e mi diceva:

--Eppure a Milano si trovano ogni sorta d'erbaggi; ne vidi di bellissimi

sul mercato.

--È vero, ma io non li conosco che quando li vedo cotti....

Allora mi svelò l'estetica degli erbaggi facendomi osservare minutamente

l'eleganza e la varietà dei loro portamenti, l'increspatura, i

frastagli, le tinte differenti delle foglie, la bizzarria delle forme,

la singolarità dei profumi; mi faceva odorare il timo, la salvia, il

ramerino, il finocchio, il cerfoglio, il targone, la rucola, la

maggiorana, la menta, e mi diceva:--Vedete la grande varietà di aromi

indigeni coi quali possiamo condire le vivande senza il soccorso delle

droghe che andiamo a prendere alle Indie. Vi prego di considerare la

grazia d'un fiore di borragine, ma guardate se può darsi un turchino più

limpido, un bianco più puro, un nero più spiccato: e il frutto del

peperone, e la leggerezza dello sparagio quando si adorna delle sue

sementi rosse come coralli. Guardate le foglie glabre e frastagliate dei

carcioffi come sono ornamentali!... e il frutto? non ha esso servito

mille volte alle arti ed alle industrie? Le zucche e i meloni non sono

forse piante e frutti magnifici, e i fiori di tutti i legumi non sono

forse i più vezzosi?... Guardate i ceci, i fagiuoli, i piselli!

Credetemi, signore, chi non vede la bellezza della natura in un orto,

non la vede intieramente nemmeno sul lago di Como.... Nella natura come

nelle arti non basta apprezzare l'insieme, ma bisogna saper conoscere

anche i pregi d'ogni singola parte. Chi non ama che il frastuono d'una

sinfonia, e non gusta un motivo melodico, non può dire d'intendere la

musica; chi non ammira che la sublimità delle montagne e non ha mai

contemplato il fiorellino che cresce sui loro crepacci, non conosce la

natura. Le scene grandiose le vedono tutti, la musica rumorosa colpisce

tutte le orecchie, ma le anime delicate soltanto sanno scoprire il bello

nelle cose minute, e godere le delizie della natura e dell'arte davanti

gli oggetti impercettibili agli sguardi volgari.

Rimasi maravigliato de' suoi discorsi!... Passammo in giardino, e quivi

mi rinnovò la lezione, mostrandomi tutto quello che io ignorava delle

bellezze delle piante. Quivi, credendo opportuno di svelare finalmente

qualche cognizione, le dissi:

--Sono sicuro che conoscete il linguaggio dei fiori.

--Lo conosco,--mi rispose,--ma lo trovo puerile.

--E perchè?

--Perchè i fiori parlano un linguaggio che si intende da chi ama la

natura e vive nella sua intimità, senza bisogno di chiedere le loro

espressioni ad emblemi convenzionali. Un fiore qualunque, il più modesto

fiore del prato, parla al nostro cuore se ci rammenta un istante

memorabile della nostra esistenza, un paese, un amico, una parola, se la

sua vista risveglia la memoria assopita d'una persona lontana, o d'un

giorno felice.

Tali discorsi portavano naturalmente il mio pensiero al mazzetto gettato

alla contessa Savina, e pensavo: chi sa, se vedendo una rosa, delle

violette e degli eliotropi, essa rivolgerà la mente al povero esule che

non vede al mondo che lei!... e camminavo mesto e silenzioso per quel

giardino, seguito dall'Agata; avevamo l'aspetto di due ombre che vanno

vagando pei Campi Elisi. Quella conversazione e que' fiori che ci

stavano d'intorno m'aveano rapito in un'estasi poetica, quando Martino

venne ad annunziarci che il pranzo era servito. A questo mondo tutto

finisce in prosa!

Durante il desinare venne in campo il discorso del mio prossimo sgombero

e del sistema di vita che mi sarebbe convenuto. Il signor Nicola accennò

al consiglio che mi venne dato dal vecchio maestro, di accomodarmi

coll'organista pel vitto, e rivolto all'Agata le disse:

--Che te ne pare?

--Il vecchio maestro,--essa rispose,--si trovava in condizioni diverse;

la defunta sua moglie era sorella di Tobia l'organista, i legami di

famiglia facilitavano le loro relazioni; ma non so se ciò che conveniva

a due vecchi cognati di Valtellina possa offrire gli stessi vantaggi ad

un giovane milanese avvezzo ad altro sistema. Poi il signor Daniele non

conosce Tobia, non l'ha ancora veduto... è un buon diavolo, ma

originale.... ed ha la lingua un po' troppo lunga. I due cognati

andavano d'accordo in molti punti, per esempio nel giudicare l'ordine e

la nettezza come cose di lusso; ne sia prova l'abitudine del maestro di

farsi servire dagli scolari, che gli mettevano la casa a soqquadro e ne

facevano un letamaio.

--Allora,--soggiungeva il signor Nicola,--bisogna pensare ad altro. Ci

permettete, non è vero, Daniele, di trattarvi in amicizia e di occuparci

dei vostri affari?...

--È il massimo favore che possiate farmi....

--Orbene, che ne pensi, Agata?

--Mi pare,--ella soggiunse,--che si potrebbe trovare una buona donna di

servizio pel maestro, che gli tenesse in ordine la casa, e che sapesse

fargli da pranzo e il bucato. In fine dei conti la spesa sarà eguale, se

non minore, la salute se ne troverà meglio, e in caso che fosse

indisposto non sarà solo.

Mi pareva strano che una persona che si occupava di polli e dell'orto

potesse avere tanto buon senso. Io approvai intieramente il suo piano e

tutti i consigli che vi aggiunsero i genitori, tanto solleciti del mio

bene.

--E chi potrà trovare facilmente una donna che mi convenga?--io chiesi.

--La troverò io,--soggiunse l'Agata, e mi mostrò tanta bontà premurosa,

e mi spiegò con tanta grazia che cosa dovessi fare, e come contenermi

per i miei piccoli interessi di casa, che davvero, se non fosse stata

troppo bionda, l'avrei forse trovata anche bella.

Essendo giorno festivo, non fu possibile mandare a Tirano a prendere i

miei bagagli, ma quell'ottima famiglia non mi lasciò mancar nulla che mi

fosse necessario, mettendo a mia disposizione la più bella biancheria

del signor Nicola. Una sola cosa mi faceva difetto: un libro per la

sera. Essendo avvezzo da lunghi anni a leggere a letto, e privo da tanti

giorni d'un tal piacere, ne sentivo vivamente il bisogno; onde mi feci

animo, e dissi all'Agata:

--Siete tanto buona, che vorrei domandarvi un nuovo favore da aggiungere

agli altri.

--Tutto quello che abbiamo è a vostra disposizione.

--Come siete gentile!... vorrei pregarvi di favorirmi un libro da

leggere.

--Ben volentieri.... Volete storia, romanzi, viaggi, drammi, poesie?...

--Ve ne lascio la scelta... ben sicuro che mi darete il libro che mi

conviene di più.

--Benissimo... farò il possibile per scegliervi una lettura utile e

piacevole.

--E di vostro gusto.

--E di mio gusto.

Alla sera dopo cena mi consegnò il libro; io la ringraziai caldamente, e

salii tutto contento nella mia stanza. Appena entrato mi avvicinai al

lume per guardare il frontispizio del volume, e ne rimasi sorpreso e

pensieroso. Era sincerità od ironia?... era un atto d'ingenuo interesse

od una lezione arguta?... Profondo mistero!... Il fatto sta che quel

libro era _l'Ortolano dirozzato di Filippo Re_.

Il bacio della contessa Savina · 第 9 / 52 题