All'indomani Martino andò a Tirano a prendere il mio bagaglio,
dimenticandosi nell'ufficio della diligenza l'ombrello, che ho potuto
ricuperare qualche giorno dopo col mezzo d'un amico del signor Nicola.
Sono incalcolabili le noie e gl'imbarazzi causatici dagli imbecilli fra
le vicende della vita. Siccome non possono essere occupati che in cose
da nulla, e le fanno male, così ci obbligano a rifarle, annoiandoci in
frivole cure per le quali li avevamo pagati. Ma in tutte le condizioni
sociali siamo pur troppo condannati ad attraversare il pelago dell'umana
imbecillità, e questa navigazione desolante ci ruba delle ore preziose,
e quindi ci accorcia la vita. Maledetti gli imbecilli!...
Io ero capitato al villaggio appunto per distruggere l'ignoranza e
l'imbecillità, e mi ripromettevo grandi vantaggi da questa nobile e
santa missione, ed aspettavo l'apertura della scuola per gettarmi a
corpo perduto nelle cure della pubblica istruzione.
Intanto la prosa dell'_Ortolano dirozzato_ mi produceva ogni sera il suo
effetto infallibile, addormentandomi d'un sonno denso, tenace, profondo,
e talvolta facendomi vedere in sogno una testa bionda di donna col
sogghigno dell'ironia, fra un cavolo navone e un cavolo rapa.
Non mi ero degnato mostrarmi offeso della scelta del libro, e tacqui
fino a che un giorno l'Agata mi domandò se io facessi progressi
nell'orticoltura.
Allora gli dissi un po' risentito che non mi sentivo davvero chiamato a
quel genere di studi.
--Avete torto,--mi rispose.
--Che volete!... se preferisco Monti, Foscolo, Alfieri a Filippo Re, la
traduzione d'Omero, i Sepolcri e le tragedie ai poponi ed alle zucche,
non è mia colpa... i gusti son gusti.
--Non si tratta di preferenze,--essa insisteva--ma di assoluta
necessità. Ogni persona di buon gusto, dopo pranzo, preferisce un mazzo
di fiori ad un pezzo di pane; ma se i fiori sono vaghi, profumati e
deliziosi, non sono necessari come il pane. Per coltivare dei fiori
bisogna vivere, e per vivere bisogna mangiare, dunque il necessario deve
passare prima del dilettevole, i campi prima dei giardini, l'orto prima
della poesia. La poesia è cosa sublime, è un ornamento della vita, ma
per vivere bisogna lavorare sul positivo e sul sodo. La vita è cosa
seria, ha doveri e necessità dalle quali non si sfugge senza grave
danno. Sapete di quell'astronomo che camminando assorto nella
contemplazione degli astri è caduto in un pozzo. Sta bene guardare in
alto, ma non bisogna cadere nei pozzi, e ce ne sono tanti sulla terra.
Ci sono poi certi poeti che cercano le ispirazioni in aria, e rapiti dai
loro voli pindarici non vedono il bello che li circonda, non sanno
ammirare i pregi della natura che passa davanti i loro occhi, disdegnano
come volgarità la semplice poesia della vita. Io invece trovo la poesia
anche nel cortile e nell'orto, ove osservo tanti doni della natura che
crescono a beneficio dell'uomo, e mi rammentano i piaceri della mensa,
che, raccogliendo la famiglia e ristorando le forze, procura anche i
piaceri morali che provengono dallo scambio dei pensieri e degli
affetti.
Tali discorsi mi conducevano a serie riflessioni; io le chiedeva scusa
del mio sussiego, mi desolava delle mie idee storte, vane e confuse, e
mi battevo la fronte. Allora essa rideva, e lodando i miei gusti
letterari, incoraggiava i miei studi; e mi consigliava a ripartire il
mio tempo fra la prosa e la poesia, fra le cose positive e le amenità.
--Se dovete vivere in campagna,--essa aggiungeva,--avete bisogno d'un
orto; se sapete coltivarlo ne caverete degli utili, e poi imparerete
anche a coltivare i fiori.
Le promettevo di occuparmene seriamente... ma quando aprivo il mio
_Ortolano dirozzato_, e leggevo quelle elucubrazioni sulla cultura dei
cavoli, il libro mi cadeva dalle mani, e contro mia volontà mi
addormentavo.
Il vecchio maestro era partito, il mio casino era in ristauro. Il signor
Nicola lo aveva consegnato ai muratori, falegnami, fabbri-ferrai, ed
ogni giorno andavamo insieme a visitarne i lavori. Io non vedeva che
martelli che battevano, seghe ed accette che dividevano e sgrossavano
legnami, pialle che spianavano tavole, lime, raspe, tanaglie che
rodevano e sconficcavano, cazzuole che muravano, pennelli che
imbiancavano, tutto ad onore della mia persona. Ma il signor Nicola
vedeva meglio di me che una screpolatura richiedeva un arpese, che un
muro faceva corpo, che le assi del solaio non erano ben commesse, e
raccomandava ai muratori l'economia della calce, ai manovali di
sgomberare i pavimenti dai rovinacci, di spazzare i trucioli che
volavano giù dalle scale. Esaminava l'intonaco, e le varie opere del
legnaiuolo, e faceva le sue osservazioni. Il giorno dopo si tornava a
vedere se i suoi ordini erano stati eseguiti, e se tutto procedeva
secondo le convenzioni stipulate cogli operai.
Poi facevamo lunghe escursioni visitando i boschi, i pascoli e le
cascine; il signor Nicola mi parlava di migliorie da introdursi, e dei
redditi aumentabili, ed io lo ascoltava guardando le belle vedute che si
stendevano davanti i nostri sguardi. Bitto ci seguiva dappertutto, e
andava avanti ad esplorare il terreno.
Una sera passeggiando con tutta la famiglia Bruni alle falde d'una
collina, io osservava attentamente il mio cane che correva dietro agli
uccelli svolazzanti sulle siepi, abbaiando furiosamente perchè non si
lasciavano prendere.
--L'ingenuità di Bitto vi sorprende....--mi disse Agata,--ma molti
uomini fanno come lui: vorrebbero volare senza ali e si lamentano di non
poter raggiungere coloro che s'innalzano perchè hanno forze superiori.
La guardai in faccia sospettoso, perchè mi parve alludesse al mio caso,
ma vidi che la sua fisonomia non indicava alcuna malizia, e pensando
d'altronde ch'essa non poteva conoscere le mie aspirazioni mi tacqui, e
meditai lungamente sulla rassomiglianza dei miei gusti con quelli del
mio cane.
Quando il mio casinetto mi parve in ordine, pregai le signore Bruni di
volerlo onorare d'una visita, anche per favorirmi i loro consigli sulle
ultime disposizioni. Accettarono con piacere la mia proposta, e
v'andammo insieme; ma mentre mi aspettava dei complimenti sul mio buon
gusto, dovetti invece subire le giuste critiche dell'Agata. Infatti fui
forzato di riconoscere che mi ero dimenticato le cose più indispensabili
agli usi domestici.
--Ecco i poeti!...--mi disse sorridendo la ragazza,--più fortunati di
Bitto hanno le ali per volare al disopra delle cose terrene, ma però,
meno positivi degli uccelli, si dimenticano gli agi del nido, che hanno
pur tanta parte nella poesia della vita.
L'Agata era troppo buona per aver l'intenzione di pungermi sul vivo,
tuttavia ogni qual volta mi metteva al confronto cogli altri animali, io
figurava sempre al di sotto della bestia... Non potevo sopportare in
pace ogni attacco, nè dissimulare la mia stizza, ed essa, invece di
mostrarsi dolente del mio dispetto, pareva si godesse. Alla fine,
convinto dalle sue dimostrazioni che gli uomini hanno meno attitudine
delle donne per mettere in ordine una casa, la pregai di volermi
assistere come una buona sorella, incaricandosi di completare le mie
disposizioni e di compiere l'opera che sembrava troppo superiore alla
mia capacità. Avendo accettato cordialmente l'incarico col consenso dei
genitori, le consegnai il denaro che restava disponibile facendole ampia
procura di spenderlo secondo i suoi gusti e il suo giudizio. Due giorni
dopo essa partì per Sondrio, accompagnata dal padre, per fare le spese
necessarie, ed al suo ritorno venne spedito un carro a prendere gli
oggetti acquistati che giunsero in buon ordine, certo a motivo che
Martino non faceva parte della spedizione.
Allora l'Agata accordò la Rosa al mio servizio, e volle stipulata una
convenzione fra noi, cioè ch'io non entrassi più nella mia futura dimora
fino a che l'opera non fosse compiuta. Così, mentre l'Agata e la Rosa,
accompagnate dal signor Nicola, dalla signora Giovanna e da Martino,
andavano a lavorare a mio vantaggio, e si affaticavano a mettere a posto
ogni cosa, io non aveva altro incarico che di passeggiare dalla parte
opposta del paese col sigaro in bocca, come un vero sibarita.
In pochi giorni tutto fu messo in assetto, e finalmente ottenni il
permesso di visitare la casa. La trovai trasformata, e ne rimasi
sbalordito. Essa respirava una modesta agiatezza, piena d'attrattive. Si
vedeva dappertutto la mano della donna, si sentiva la sua influenza e il
suo intento. Ogni stanza aveva le sue tende, i mobili opportuni, puliti,
e collocati a dovere. Al pianterreno un allegro salottino, con un bel
tappeto davanti al canapè, un tavolo rotondo nel mezzo; uno studiolo
colla stufa, e gli scaffali pei libri, un tinello colla sua credenza a
invetriate ove si vedevano le stoviglie, le tazze, i cristalli che
brillavano per nitidezza; ed una cucina ben fornita di pentole e
pentolini, casseruole e girarrosto. Sugli scaffali si vedevano tutti gli
oggetti destinati agli usi domestici, ch'io aveva dimenticati, dal
macinino del caffè allo scaldaletto, dalle caffettiere alle lucerne, dai
piatti alle scodelle. Davanti al focolare due alti seggioloni a
bracciuoli invitavano a sedersi al fuoco. La catena e gli alari lucenti
stavano al loro posto. Dopo la cucina si entrava in una piccola dispensa
collocata a settentrione, fresca e ventilata per conservare le carni,
poi c'era un magazzino ad uso di legnaia e cantina, provveduto
dell'occorrente.
Al primo piano due belle stanze da letto, una per me, un'altra a
disposizione dello zio quando volesse arrestarsi andando ai bagni di
Bormio. Una stanzuccia per la Rosa, un'altra ad uso di guardaroba,
un'altra ancora disponibile e vuota.
Tutte le stanze avevano l'occorrente, ma quello che mi colpì di più
furono i quadretti appesi ai muri, e i vasi di fiori sui tavoli, e vari
altri piccoli oggetti da collocare i sigari e i fiammiferi. Nel
gabinetto da studio figuravano le più belle vedute di Milano, che mi
arrestai a contemplare con uno stringimento di cuore. Il tinello aveva
due bei panorami del lago di Como, e le pareti del salotto portavano i
ritratti di alcuni fra i più grandi benefattori del genere umano.
Sulla porta della cucina stava affisso il lunario, e un calendario
dell'ortolano, nel quale si leggevano i lavori e le semine da farsi ogni
mese.
Quella buona ragazza così sensata e positiva, visti i miei piccoli
mezzi, mi aveva dichiarato non occuparsi che del solo necessario; essa
aveva dunque trovato necessario coprire la nudità delle pareti, riposare
i miei sguardi sulle care memorie della patria, ricondurre il mio
spirito di quando in quando per le vie della mia cara Milano,
rammentando l'aspetto ridente della natura coi più bei siti contemplati
sul lago, e richiamandomi alla mente le grandi virtù dagli uomini che
onorano l'umanità.
Di quella povera casa, così deserta, tacita, e nuda, essa aveva fatto
una dimora piacevole, comoda, popolata di ricordi, eloquente
d'insegnamenti, fornita di graziose opere d'arte, un rifugio tranquillo
e sereno, che invitava alla pace ed allo studio.
Commosso e riconoscente, non sapevo in qual modo dimostrarle la mia
gratitudine. Essa aveva apparecchiato il nido al povero esule, s'era
studiata di rendergli meno squallida la vita solitaria. Come una buona
sorella aveva prodigate le cure più affettuose nell'allestimento d'ogni
stanza, usando gli accorgimenti più delicati, le previsioni più sottili.
Io andava pensando a qualche regaluccio che le provasse la mia piena
soddisfazione, ma mi trovavo nell'impossibilità di poter acquistare un
oggetto qualunque al villaggio.
Mi si presentò il pensiero di offrirle la medaglia di mia madre.
Era quanto io possedessi di più prezioso, e vi tenevo tanto che dapprima
respinsi tale idea come una tentazione. Non sapevo risolvermi a privarmi
di quella santa memoria; respingevo il progetto, e lo riprendevo
esitante e sconvolto da mille diversi pensieri, quando la Rosa venne a
dirmi che l'Agata mi attendeva ansiosa di conoscere l'effetto prodotto
dalle sue disposizioni.
Dovetti risolvermi a partire colla medaglia o colle mani vuote; o quella
o niente!... In tale dolorosa alternativa, piuttosto di passare per un
ingrato ho preferito lacerarmi le fibre del cuore, presi la medaglia
deciso e rassegnato al dolore di privarmi dell'ultimo residuo della
famiglia, dell'unico segno che mi rammentasse mia madre, e corsi a casa
Bruni.
L'Agata era nel suo giardinetto aspettando il mio ritorno, quando io le
comparvi dinanzi tutto sconvolto dall'interna lotta delle mie
sensazioni. Vedendomi ne rimase confusa, temendo di non avere incontrato
il mio gradimento. La rassicurai piuttosto coi gesti che colle parole,
perchè mi mancava la voce. Poi le presentai la medaglia dicendole:
--Questo è l'oggetto più prezioso che posseggo, è l'unico ricordo che mi
rimane della mia povera madre; vogliate accettarlo come un pegno della
mia viva riconoscenza.
Fece un moto di sorpresa e rifiutò: una grossa lagrima scese sulle sue
guancie, indi mi rispose:
--La vostra soddisfazione mi ricompensa largamente del poco che ho
fatto. L'allestimento della casetta è stato per me un vero divertimento,
il dono che vorreste farmi mi prova che sono riuscita al di là delle mie
speranze, io ne sono contentissima e non desidero altro.
--Non rifiutate, vi supplico, di accettare questo piccolo segno della
mia gratitudine.
--Ma nemmeno per sogno, caro Daniele, io sarei ben crudele se vi
privassi d'una tale santa memoria!
--Eppure, Agata, sento dentro di me una ispirazione che mi spinge ad
insistere, sento come la voce di mia madre che mi ordina di mettere
questa medaglia nelle vostre mani, come un sacro deposito....
rifiuterete la preghiera di una povera madre morta?
Allora, vedendomi umiliato e dolente della sua esitanza, stese la mano
dicendomi:
--Come semplice deposito l'accetto.--Prese la medaglia, la guardò
attentamente, le diede un bacio, se la pose in seno, ed aggiunse:--Essa
mi darà il diritto di trattarvi come fratello.... fin che saremo vicini.
--Mia madre vi ascolta a vi benedirà,--risposi.
Le baciai la mano con affetto fraterno, mi ritirai nella mia stanza,
perchè sentivo bisogno di trovarmi solo, per piangere in libertà.