IV.

Dopo lungo girovagare, avvicinandosi la notte e sentendomi stanco,

sfinito, rientrai nell'albergo. Nella gioventù le passioni più violente

tolgono l'appetito ed il sonno fino ad un certo punto, oltre al quale la

natura si rivolta e reclama i suoi diritti. Chiesi da pranzo, e subito

da bere, chè mi sentivo la gola inaridita. Mi servirono un vinetto

bianco che mi parve il néttare degli Dei, c'era qualche cosa in quel

vino che calmava l'anima agitata, esilarava lo spirito, sorrideva alle

illusioni, rinfrancava le speranze. Mangiai con sufficiente appetito per

un innamorato cotto, e mi sentii rinfrancato lo stomaco, ma oppresso

dalla stanchezza. Rientrato nella stanza mi coricai. La veglia della

notte antecedente, il viaggio mattinale, la fatica del lungo passeggio,

il cibo sostanzioso e il vino eccellente m'immersero in un sonno così

intenso, che non mi risvegliai che all'aurora. Era una deliziosa mattina

d'autunno, io mi sentiva rinvigorito dal riposo, consolato da una

speranza di gloria, e predisposto dall'amore a sentire le bellezze della

natura. A vent'anni non si possono trovare migliori condizioni per

godere quello stupendo spettacolo del lago di Como. Salito sul ponte del

battello a vapore io non sapeva ove arrestare gli sguardi, e quando

uscii dal porto la mia sorpresa sorpassò ogni aspettativa, e concentrò

tutta la mia attenzione.

Un cielo perfettamente sereno, un'aria leggera e trasparente

permettevano all'occhio di distinguere con precisione i monti più

lontani colle vette acuminate tinte in violetto dai raggi del sole, le

colline boscose che scendono fino al lago e si specchiano nelle acque,

colle loro ville sontuose e coi paesetti pittoreschi che torreggiano

sulle rive. Alcune barchette pavesate vagavano sulle acque calme, che

apparivano verdi o turchine secondo la luce del cielo o le ombre delle

rive.

Io osservava estatico quel delizioso paesaggio che varia lo spettacolo a

misura che si avanza, e sentivo che l'aspetto di una bella natura è

benefico agli afflitti, e infonde la rassegnazione e la calma. La

mestizia dei pensieri mi rendeva più attraente l'incanto di quelle

delizie che sembrano un sorriso di promesse e di gioia. La fantasia mi

riportava sovente a colei che stava in cima dei miei pensieri, e

l'immaginazione giovanile si piaceva dipingermi la vita al suo fianco in

una di quelle villette circondate da ombre misteriose di fitte piante, e

abbellite di fiori che eccitavano la mia ammirazione. E talvolta sognavo

che ella fosse divenuta la mia compagna, ch'io l'avessi lasciata per

qualche giorno e ritornassi alla nostra villa; e mi sembrava vederla

appoggiata ad una terrazza aspettando il mio arrivo, e mi sentivo il

bisogno di annunziarle la mia presenza, sventolando il fazzoletto.

Ma ciò che per me era un sogno, per altri era realtà. In ogni paesello,

ad ogni approdo, si vedevano dei volti sorridenti accogliere gli ospiti,

gli amici, i congiunti, o salutare i passaggeri. Io solo non avevo una

mano che si stendesse per mandarmi un saluto, io povero orfano andavo a

guadagnarmi il pane in un deserto villaggio delle montagne, e fuggivo

lontano da colei che avrebbe potuto fare la felicità della mia vita.

Fantasticando in tal modo sugli umani destini, il mio sguardo si

arrestava sopra le povere casupole dei pescatori, e pareva che una mano

misteriosa mi additasse quelle catapecchie per mostrarmi che dovunque si

vada la miseria sta al fianco della ricchezza, e talvolta si avvicendano

sulla ruota della fortuna; la miseria è sovente il prodotto

dell'ignoranza, come le ricchezze sono il frutto del lavoro e

dell'ingegno, e appunto molti di quei caseggiati sul lago rappresentano

il guadagno di grandi artisti che col loro genio seppero raggiungere la

celebrità e la fortuna.

Allora mi parve nuovamente che il _Lucchino Visconti_ dovesse aprirmi la

strada a lucrosi guadagni, che mi avrebbero permesso un giorno di

acquistare uno di quei deliziosi villini e di condurvi la contessa

Savina.

A poco a poco il lago si faceva più solitario e più grave. Alle villette

signorili succedevano i paeselli laboriosi e le nude roccie. È sempre

così nella vita: ai sorrisi della gioventù succedono i pensieri dell'età

matura, alla poesia che apre lo spettacolo dell'esistenza seguono le

gravi cure degli affari; la vita procede meno bella, ma più seria e più

utile; voltandoci indietro vediamo il cammino percorso, e guardando

avanti possiamo calcolare la breve distanza che ancora ci divide dal

porto.... infatti poco dopo il battello giunto davanti Colico si

arrestava, terminando così le mie divagazioni poetiche e il viaggio.

Ogni poeta diventa positivo davanti i fatti volgari della vita, ed io ho

dovuto abbandonare i miei sogni per correr dietro al mio bagaglio; ma

quando mi accorsi che bisognava scendere a terra, il ponte del battello

era già sgombro, e i viaggiatori s'erano precipitati sulla riva. Non

potevo staccare il mio sguardo da quel panorama del lago, e mentre il

mio occhio saliva dalle colline ai boschi, dai boschi alle nude roccie,

ed alle cime imbiancate dalla neve, i miei compagni di viaggio entravano

nel paese. L'ultimo facchino mi offrì i suoi servigi che accettai,

sbarcando colle mie valigie quando gli altri passeggieri erano già molto

lontani.

Fra le raccomandazioni di mio zio c'era anche quella di non fermarmi a

Colico per evitare il pericolo delle febbri palustri. Chiesi dunque

immediatamente un mezzo di trasporto.

--La diligenza parte in coincidenza col battello a vapore,--mi rispose

il facchino.

--Benissimo. Conducetemi alla diligenza.

--Ci siamo in due passi.

Mi fece camminare un quarto d'ora, e vi giungemmo che l'imperiale era

già carico; e i viaggiatori più accorti di me erano corsi ad assicurarsi

i posti migliori. Il _coupé_ era completo, e non restava che un solo

posto all'interno. Mi affaccio allo sportello e vedo cinque persone

stipate, che aspettavano l'ultimo compagno di sventura, come il ceppo

aspetta il cuneo che deve spezzarlo. Un'enorme matrona raccoglieva le

pieghe monumentali delle sue vesti per apparecchiarmi una tomba al suo

fianco. Retrocessi inorridito; la morte non mi spaventa, ma l'idea di

trovarmi sepolto vivo mi fa orrore!...

Lasciai partire la diligenza senza di me, e ne ebbi le benedizioni dei

viaggiatori, a me più grate della loro compagnia in condizioni

inaccettabili. Non mi restavano altri mezzi di trasporto che le mie

gambe, le quali a vent'anni sono ancora il migliore di tutti,

specialmente nelle regioni montuose ove l'aspetto della natura compensa

largamente la fatica. Consegnai all'ufficio della diligenza il mio

bagaglio da spedirsi l'indomani a Tirano, ove lo avrei fatto ricuperare

a mio comodo. Feci colazione da un trattore, e partii.

Mi ricorderò fin che vivo quel viaggio pedestre veramente meraviglioso

per un milanese che non era mai uscito dal nido. L'aspetto del lago di

Como aveva attirato la mia attenzione, come il soave preludio che apre

una sinfonia.

Io entrava per la prima volta nelle regioni sublimi delle montagne, a

passi lenti, e con rispettoso raccoglimento, come un devoto che penetra

nel tempio di Dio. Le valli ondulate chiuse fra eccelse rupi, i boschi

d'abeti che s'arrampicano sulle roccie fra i precipizii, le acque

rumoreggianti che saltavano di balzo in balzo fino al profondo torrente

arrestarono lungamente i miei sguardi incantati.

Solitario in quel sublime deserto, io restava colpito da voci e da suoni

ignoti, che mi eccitavano sorpresa e venerazione. Il vento aveva dei

sibili umani fra le chiome di quei boschi, le acque imitavano il fragore

del tuono, e gli uccelletti associavano i gorgheggi e le variazioni dei

loro canti a quei cupi fragori. Tutto eccitava la mia curiosità,

dall'orrido precipizio che si sprofondava negli abissi, al grazioso

fiorellino delle Alpi che smaltava le rive. E sentivo in me stesso che

la mestizia d'un amore infelice predispone l'anima soavemente

all'ammirazione della natura.

In un sito incantevole presso Morbegno mi sedetti sulle sponde del

torrente Bitto, e rimasi lungo tempo in contemplazione. All'aspetto di

quei monti sormontati da altri monti lontani, più alti e scoscesi, in

quella solitudine completa io sentiva la piccolezza dell'uomo, e la

coscienza del mio isolamento attristava il mio cuore. Ignoto ai mortali,

lontano dalla società e dalle sue agitazioni, un solo filo mi teneva

legato alla terra, un filo invisibile che mi univa ad una lontana

finestra di Milano ove una fanciulla attendeva il mio ritorno, guardava

furtivamente il balcone della mia cameretta deserta, pensava tristamente

al mio abbandono, si avvedeva della mia partenza, e nascondeva una

lagrima. Quel filo invisibile era però tanto potente da tener legati due

pensieri lontani, da far battere all'unisono due cuori separati

violentemente da condizioni fatali; alle due estremità di quel filo

cadevano due lagrime per uno stesso dolore, prodotto dalla lacerazione

di due anime che la natura voleva congiunte, e che la società condannava

al distacco. Io non potevo sapere ciò che pensava in quel punto la

contessa Savina; eppure avrei messo pegno la vita, che essa pensava a

me, come io pensava a lei; la grande distanza non poneva ostacolo alla

nostra arcana corrispondenza, io la sentiva con una certezza che non

ammetteva dubbio. I presentimenti d'amore non sono che rivelazioni

profetiche. E mentre la mia stella mi attirava co' suoi raggi nell'unico

angolo dell'universo ove io poteva essere felice, io invece vagava

solitario per monti e per valli, in opposta direzione, abbandonando il

sicuro, per andare in traccia dell'ignoto!... Pur troppo, questo è

sovente l'umano destino. La mia compagna, quella che la natura mi aveva

destinato, mi attendeva invano; io era smarrito in un deserto, solo,

poveretto... solo al mondo!...

Questi erano precisamente i miei pensieri quando un lieve calpestio

sulle foglie secche cadute dagli alberi mi fece voltare la testa. Un

cane nero mi guardava con occhi pietosi dimenando la coda. L'osservai

dapprima con diffidenza, poi con simpatia. Egli s'avvide del

cambiamento, e mi si avvicinò lentamente, quasi interrogandomi sulle mie

intenzioni. Lo accarezzai, ed egli appoggiando le sue gambe anteriori

sui miei ginocchi, allungò il muso e si mise a lambirmi il viso, poi

seduto sulle gambe posteriori continuava a guardarmi. Allora pensando

che forse il suo padrone lo cercava, m'alzai e ripresi la strada, ed

egli mi seguì da vicino. Guardai lontano a diritta ed a sinistra, sui

dirupi del monte e sul pendìo della vallata, e non vidi nessuno. Allora,

additandogli il cammino verso Colico, gli dissi:

--Va', cerca il padrone, va' via.

Il cane, vedendo che lo minacciavo per farlo partire, si gettò a terra

sul dorso, colle gambe in aria, guardandomi con uno sguardo pietoso.

Dunque, dissi fra me, se non vuole andare verso Colico, è segno che il

suo padrone ha preso la direzione di Sondrio; dovendo io fare la stessa

strada, lo troveremo; e ripresi il viaggio. Il cane mi seguiva

tranquillamente. Ad una svolta della via m'incontrai in uno stradino che

acciottolava la strada e gli chiesi:

--Conoscete questo cane?

Egli lo guardò con indifferenza e mi rispose:

--Non l'ho mai veduto.

Allora mi decisi di abbandonarlo sulla via per non distrarlo dalla

ricerca del suo padrone, e presi un sentiero che salendo in fianco alla

strada s'inerpicava sulla montagna; ma egli mi seguì tranquillamente; mi

arrestai a contemplarlo, e pensai: esso è solo al mondo, povero cane, e

il suo istinto lo spinge a trovarsi un compagno. Era più brutto che

bello, ma aveva due occhi umani pieni di bontà, e guardandomi con

tenerezza pareva mi dicesse:

--Siamo soli tutti e due, non mi abbandonate, possiamo vivere in

compagnia.

Mi ricordai d'aver udito varie volte a raccontare che due uomini

essendosi incontrati per caso, ed entrati in intimità senza conoscersi,

ne derivarono poi gravi disordini, ruberie e disgrazie; ma non avendo

mai udito che simili conseguenze fossero derivate dall'intimità

dell'uomo col cane, mi decisi di conservare il mio compagno, almeno fino

a che avesse ritrovato il padrone. E supponendo possibile che fosse

digiuno da varie ore, m'arrestai davanti l'osteria di un villaggio che

aveva una baracca rizzata sulla via, coperta di paglia, con sotto al

rustico tetto un tavolo e sedili di rozze assi inchiodate sopra quattro

pali. Domandai pane, vino e dell'acqua.

Povera bestia, con quale ingordigia addentava i primi bocconi! Mangiammo

insieme pacificamente, poi gli diedi dell'acqua nel piatto, e bevette

con avidità. La più viva riconoscenza brillava nel suo occhio, nei suoi

movimenti, nel suo dimenar di coda.

Rifocillati per bene riprendemmo la via, e passammo l'intiera giornata,

camminando per la strada maestra, con alquante diversioni per boschi e

frane ove mi attirava o il bisogno di riposo, o il desiderio di

osservare una cascata, o un punto di vista pittoresco. All'ora del

tramonto giungemmo a Sondrio, ove avevo deciso di passare la notte.

Entrai in un albergo ove una folla di gente ingombrava il pianterreno e

il cortile, e in quella confusione non vidi più il cane. Pensai che

avesse trovato il suo padrone, e ne provai vero rammarico;--tanto è

facile a risvegliarsi l'affetto nelle anime solitarie, che sentono il

bisogno di un compagno nella vita.

Il cameriere mi serviva da cena nell'angolo d'una stanza, quando vidi il

cane nella sala vicina, inquieto ed ansante, che andava fiutando la

terra percorrendo il cammino che io aveva percorso. Esso cercava di me,

mi raggiunse poco dopo, e non potendo frenare la sua letizia mi saltò

addosso leccandomi le mani, e mugolando con acuti guaiti che esprimevano

il dolore d'avermi smarrito, e la gioia immensa d'avermi finalmente

ritrovato. Confesso la mia debolezza: la sua perdita mi aveva fortemente

attristato, il suo ritorno mi consolava come una felice ventura. Io

sentiva di non essere più solo al mondo, poichè avevo guadagnato

l'amicizia d'un cane.

Dopo d'aver cenato in compagnia, dormimmo nello stesso letto, essendosi

egli coricato ai miei piedi, come se fosse una vecchia abitudine.

Risvegliandomi al mattino, osservai ch'egli non dormiva più, ma mi

guardava immobile, per non disturbare il mio sonno. Quando vide che mi

mossi venne a darmi un saluto affettuoso. Io mi vestii e suonai il

campanello per chiedere il conto. Ma quando udì il cameriere che batteva

alla porta, il cane si mise ad abbaiare come un disperato, volendosi

anche dimostrare capace di difendermi.

Dopo una piccola refezione siamo usciti da Sondrio entrando in quella

strada pittoresca fiancheggiata dall'Adda, che conduce a Tirano. Questa

seconda giornata fu più felice della prima, a motivo della compagnia del

mio cane. Egli andava e veniva allegramente per la via. Talvolta saliva

sopra un sasso, ed osservava con attenzione gli oggetti sottoposti, poi

ritornava indietro facendomi ogni sorta di dimostrazioni affettuose, e

si vedeva chiaramente ch'egli era contento al pari di me d'aver trovato

un amico.

Una volta adottato il mio compagno, sentii la necessità di mettergli un

nome, e cercai lungamente. Sulle prime non mi sarei immaginato la

difficoltà che s'incontra a trovare il nome d'un cane, quando si voglia

evitare in pari tempo la volgarità e la pretesa. Per un cristiano il

lunario ci aiuta, e poi il nome dell'uomo non indica mai nulla, nè si

trova inconveniente che si chiami Candido un furbo, Amadio un ateo,

Leone un timido, Adone uno sciancato, Fedele un ladro e Felice un

ministro. L'uomo si classifica dalla sua condotta, dalla moralità,

dall'intelligenza, da tutti gli atti della vita, il suo nome è un caso;

ma per il cane non è così. Provate a chiamar Lesbino un molosso, o Turco

il cagnolino d'una signora. In esitanza mi sedetti sulle rive dell'Adda,

e chiesi al mio cane:

--Come devo chiamarti, caro amico?... Egli mi guardava

tranquillamente.--Fido?.. è troppo comune. Falco?.. non significa

niente.--Azor?... non mi piace. Egli stesso si mostrava insensibile a

questi nomi. Vorrei un nome che ci ricordasse il nostro felice incontro

sulle rive del torrente Bitto. Se ti chiamassi Bitto?... Bitto... Bitto,

gli dissi con voce carezzevole, vuoi che ti chiami il mio Bitto?...

Egli scodinzolava in segno di assentimento, io gli feci una carezza

affettuosa, egli venne a lambirmi la mano, e così gli diedi, ed egli

accettò cordialmente il nome di Bitto.

Quel giorno pranzammo lietamente a Tirano, e usciti dal paese, prendemmo

un'oretta di riposo sull'erba all'ombra d'antiche piante sui confini

d'un bosco.

Il villaggio di X** al quale io era diretto trovandosi fra Tirano e

Bormio, mi mancavano poche miglia per arrivarvi, ed avevo deciso di

giungervi sull'imbrunire per evitare la noia dei curiosi che mi

avrebbero molestato coi loro sguardi indiscreti.

Ripresa la via, e sentendo avvicinarsi il luogo destinato al mio esilio,

io provava quell'inquietudine che nasce dall'ignoto, e mi doleva

d'essere al termine di un viaggio pittoresco. Colla sola compagnia del

mio cane e dei miei pensieri non mi sarei stancato di percorrere il

mondo. Ma ogni viaggio che incomincia deve in qualche maniera finire.

Pur troppo è così, ed ogni viaggio ci rammenta la vita umana. Una volta

incominciato il pellegrinaggio, ogni ora che passa ci avvicina alla

meta....

Con tali pensieri malinconici vidi per la prima volta da lontano il

campanile acuminato, le casupole e le capanne di X**. Entrai nel

villaggio quando il sole scendeva dietro i monti tingendo in rosa le

nuvolette spezzate.

Le mandre rientravano dai pascoli salutando la sera con lunghi muggiti.

I passeri si raccoglievano sugli alberi cinguettando, e raccontandosi i

loro pettegolezzi del giorno.

I camini fumavano, le famiglie si raccoglievano per la cena. Tirai fuori

dal mio portafogli la lettera di raccomandazione di mio zio all'egregio

signor Nicola Bruni, e domandai della sua dimora al primo venuto.

--È quel palazzino bianco, isolato, sulla collina a diritta con molte

adiacenze e varie cataste di legna intorno.

--Vi ringrazio.

Presi la strada indicata sulla salita, e giunto all'uscio picchiai. Un

ragazzotto mi aperse la porta.

--È in casa il signor Nicola Bruni?

--Che cosa dice?

--Se il signor Nicola Bruni è in casa?

--Signor no... non è in casa... se fosse in casa non sarebbe in

cortile... ma è in cortile....

Una voce tonante interruppe il dialogo.

--Imbecille... perchè tieni la gente sulla porta?

--Ecco il signor Nicola che mi chiama,--disse il ragazzo,--è dunque

entrato in cucina... se vuole parlargli, eccolo qui.

In quel momento vidi un uomo ben tarchiato che veniva verso di noi, con

un cappello a larghe falde, una giubba di fustagno e calzoni simili che

entravano negli stivali. Mi venne incontro con faccia aperta dicendomi:

--Di chi domanda?

--Del signor Nicola Bruni.

--Sono io.... Venga avanti.

--Io sono Daniele Carletti, nipote di Monsignor Giusep....

Non mi lasciò finire, ma gettandomi le braccia al collo mi baciò sulle

due gote, colla più cordiale espansione.

--Bravo per Dio!... Caro signor Daniele... benissimo; venga avanti, e si

accomodi... ma non sarà solo forse?

--No, signore, sono in compagnia del mio cane.

--Ma vengano avanti tutti due... ma dov'è il bagaglio?... La vettura, il

cavallo?--Martino, su via, presto, corri ad aprire il cancello del

cortile, fa entrare la vettura che ha condotto il signore... animo,

corri....

Non era possibile interromperlo, e Martino era già corso ad aprire,

quando ho potuto dirgli ch'ero venuto a piedi, spiegandogli il motivo.

--Oh per Bacco!... quale fatalità! Se mi avesse scritto, avrei mandato a

prenderlo coi nostri cavalli. Io pure, veda, non posso soffrire le

diligenze.

Lo assicurai che mi ero divertito moltissimo, e che quel viaggio era

stato per me un sommo piacere.

--Benissimo.... Benissimo... bravo da senno.--Andò poi a' piedi della

scala e gridò a piena gola:--Giovanna.... Agata.... Marta... venite

subito abbasso, ma presto.

Eravamo entrati in un salotto terreno. Bitto s'era accovacciato in un

angolo, e ansava colla lingua pendente. Il signor Nicola mi fece sedere

sul canapè, e incominciò a chiedermi notizie della salute dello zio, e

degli effetti provati dopo la cura dei bagni. Quando entrò la signora

Giovanna seguita dall'Agata, egli si alzò per le presentazioni, e mi

disse:

--Mia moglie... mia figlia...--poi rivolto a loro,--il signor Daniele

Carletti, nipote di monsignor Canonico, e futuro maestro del nostro

villaggio.

Io feci le mie riverenze, e le signore i soliti complimenti; e sedemmo

tutti in circolo a parlare di mille cose.

Il signor Nicola aperse la finestra che guardava sul cortile, e chiamò:

--Martino?

--Eccolo....--rispose il domestico avvicinandosi.

--Che cosa fai?

--Ho aperto il cancello.

--E non hai veduto che non ci sono vetture?

--Ho veduto.

--Ebbene, ora che fai?

--Aspetto la vettura....

--Come?... Vuoi che le vetture che conducono i viaggiatori arrivino dopo

di loro?... Chiudi il cancello... chiama la Menica... accendi il

fuoco... corri... imbecille!...

--Sì, signore!...

Il signor Nicola chiuse la finestra e mi disse:

--Caro signor Daniele, non dovete giudicare il paese dal campione che

vedeste. Abbiamo una popolazione intelligente e laboriosa, il mio

domestico è un asino, ma non ne ho trovati di migliori. I nostri

montanari sono pronti e svegliati, ma preferiscono la vita avventurosa

dell'emigrazione alle cure servili ed alle meschine risorse del

villaggio. Tutti gli uomini validi se ne vanno a cercar fortuna, la

coscrizione porta via la gioventù, e non ci restano che gl'imbecilli per

farci servire. Non si trovano più buoni domestici!...

La signora Giovanna alzava gli occhi al cielo, confermando coi moti del

capo e delle spalle le asserzioni di suo marito; la signora Agata

rideva.

Agata era una ragazza bionda cogli occhi chiari, ma per me una bionda

non era una donna, od era una donna incompleta ed incolore. Avevo sempre

presente come unico modello di bellezza femminea la contessa Savina, co'

suoi capelli neri, cogli occhi e i sopraccigli corvini. L'Agata non

poteva piacermi, e per giunta era vestita come una bambola di

Norimberga, senza grazia nè moda, e non poteva reggere al confronto

delle signorine eleganti di Milano, alle quali erano avvezzi i miei

occhi.

Essendosi fatta notte, la vecchia Menica venne a deporre sul tavolo

un'antica lucerna d'ottone che mandava una luce rossastra, ed avendo

fatto cenno alla padrona, questa la seguì accompagnata da sua figlia.

Bitto uscì egli pure dalla stanza, attirato forse dall'odore della

cucina, ed io rimasi solo col signor Nicola, che mi mise al corrente di

quanto poteva interessarmi.

Il signor Nicola Bruni, antico amico di mio zio, che desso pure era

oriundo di Valtellina, era diventato da tanti anni l'amministratore

onorario del piccolo patrimonio del Canonico, consistente nella casetta

appigionata al maestro, con poca terra annessa, e l'aggiunta d'un altro

ettaro di terreno diviso in sei appezzamenti sparsi per la montagna.

Pagate le imposte e gli ordinari ristauri della casa, la terra rendeva

circa l'uno e mezzo per cento del suo valore. Per altro quell'ettaro di

terra così frazionato si sarebbe venduto senza la casa, un quattordici o

quindicimila lire sonanti, tanto si apprezza in quelle montagne il

diritto di proprietà. La terra era data a mezzeria, e produceva

castagne, patate, legna, fieno, fagioli, e un po' di vino. Potevo

calcolare in media sopra una rendita di circa dugento lire l'anno. Lo

stipendio al maestro essendo fissato a lire settecento, e non mancando

gl'incerti, consistenti nei regali dei parenti degli scolari, e qualche

gratificazione comunale, poteva contare sopra una rendita fissa di

novecento lire annue, e l'abitazione gratuita.

--Da vivere onestamente....--conchiuse il signor Nicola.

Io pensava in quel punto ai milioni di casa Brisnago, ed alla mia

intenzione di ritornare una volta o l'altra a Milano a rinnovare il

tentativo del bacio. Intanto col mio ingegno doveva studiare il modo di

pareggiare la differenza fra le mie rendite e quelle della contessa

Savina!.. ma ero innamorato stracotto e la parola _impossibile_ non si

trova nel dizionario degli innamorati. E poi avevo sul telaio il mio

_Lucchino Visconti_, e nessuno poteva indovinare ove mi avrebbe condotto

una tragedia.

--La casa,--continuò il signor Nicola dopo una breve pausa,--la casa ha

bisogno di qualche ristauro, ma l'annata è stata buona, ed io ho fatto

dei risparmi che il vostro buon zio mi ha autorizzato di spendere per

mettere in assetto conveniente la vostra dimora.

--Non basta,--io soggiunsi,--tengo anche un gruzzoletto d'oro che il

povero vecchio mi ha consegnato al momento della partenza, per il

viaggio, i primi bisogni e gli arredi di casa.

--Allora siete un signore addirittura,--disse il signor Nicola,--e con

un po' di economia e di giudizio, in queste montagne si vive da papi.

Tutto sta nel non avere delle idee superiori alle forze, contentarsi del

proprio stato, non aspirare a quelle grandezze che non si possono

raggiungere....

Voltai la testa, tirai fuori il fazzoletto, e mi soffiai il naso tanto

da nascondere la mia confusione; perchè mi pareva proprio che il signor

Nicola mi leggesse i pensieri sul viso. Per buona fortuna entrò la

Menica, che si mise a distendere sulla tavola una bianca tovaglia di

bucato, poi distribuì i tovagliuoli, i piatti, le posate, e apparecchiò

in ordine ogni cosa. Il signor Nicola tirò fuori da un armadio parecchie

bottiglie, dicendomi:

--Ecco il vino di Sassella, onore della nostra Valtellina; ed

assaggerete anche degli altri vini dei nostri monti che non sono privi

di merito.

Poco dopo entrarono le signore portando ciascheduna qualche cosa.

Osservai che Bitto, il quale non aveva idee preventive riguardo alle

donne, seguiva la signora Agata con qualche dimostrazione di simpatia,

ed essendomi venuto vicino continuava ad osservare i movimenti di lei,

poi mi guardava in un certo modo che pareva volesse dire:

--Sta attento, se hai fame, questa è una buona ragazza; e si leccava i

baffi.

Finalmente la Menica venne a portare in mezzo alla tavola una famosa

zuppa di polli, fumante, che spandeva un odore appetitoso.

Ci sedemmo tutti in circolo intorno la tavola: alla zuppa seguì un

arrosto eccellente di beccaccie, del prosciutto, del formaggio, della

frutta, e con quest'agape domestica venne lautamente celebrato il mio

arrivo. Il signor Nicola mi versava continuamente da bere, l'Agata

accarezzava Bitto e gli dava dei buoni bocconi, egli divorava ogni cosa,

e continuava a guardarmi con gioconda espressione, quasi volesse dirmi:

--Bravo Daniele, hai trovato una casa ove si fanno le cose per bene.

Dopo cena il discorso si fece animato. Io raccontai gli episodi del mio

viaggio, omettendo od aggiungendo quello che mi pareva opportuno, od

interessante per gli ospiti. La mia ammirazione per le montagne produsse

un effetto eccellente.

--Vedrete... vedrete tutto a suo tempo,--mi ripeteva gongolando il

signor Nicola,--in genere di montagne abbiamo delle meraviglie; dalle

più ridenti alle più orride, dal pingue pascolo agli arridi burroni,

alle nude roccie, erte, diritte, scoscese, coperte d'eterne nevi!

Vedrete le nostre mandre, le nostre vigne, i nostri boschi di castagni e

d'abeti: e pareva ch'egli fosse felice d'aver trovato un ammiratore del

suo paese.

Narrai anche il mio incontro con Bitto, e la gioia reciproca dei due

poveri vagabondi che si fecero buona compagnia, consolandosi a vicenda

della solitudine, ma dovetti tagliar corto al racconto, perchè mi parve

di scorgere sul volto della ragazza dei segni non equivoci d'emozione,

ed io non intendeva d'intorbidire la festa facendo versare delle

lagrime. Mi sorprese però che una donna incolore potesse mostrarsi

sensibile per così poco.

Non tardai parimente ad avvedermi che l'Agata era la delizia di tutti:

sua madre la contemplava con tenerezza, suo padre le sceglieva i

bocconcini più ghiotti, e glieli offriva con compiacenza, la Menica

girando intorno la tavola l'ammiccava con un sorriso, Martino la serviva

con diligenza e premura, Bitto non si distaccava più dal suo fianco, ed

era cane di buon naso. Io solo non sapevo trovarle veruna attrattiva. I

miei occhi non vedevano che una bruna fanciulla, resa eterea dalla

distanza; il mio cuore aveva sete d'un bacio non restituito, del quale

sentivo d'essere in credito. Quella sera la veglia fu prolungata da

mille discorsi animati da copiose libazioni che mi diedero un alto

concetto enologico della Valtellina. Io che a Milano m'immaginava queste

montagne come le gelide regioni del polo nord e del mar glaciale, fui

ben sorpreso la prima sera del mio arrivo di trovare la temperatura del

Senegal, andando a letto tanto caldo che soffiavo come un mantice, e non

potevo sopportare le coltri.

Il mattino seguente, che era una domenica, mi alzai per tempo, apersi la

finestra, e respirai a pieni polmoni la brezza mattutina, contemplando

lo stupendo panorama delle Alpi che mi stava davanti, e volando colla

fantasia attraverso la strada percorsa da Tirano a Sondrio, per

Morbegno, Colico, Como e Milano. Vedevo come in sogno lo zio canonico

che andava a dir messa, il gatto di casa che miagolava fregandosi alle

sottane di Veronica, mentre essa apparecchiava la colazione, entravo

nella mia cameretta deserta, aprivo il balcone, e stavo aspettando che

la contessa Savina comparisse alla finestra dirimpetto, per pagare il

suo debito, restituendomi il bacio.

A farmi cadere dalle nuvole non ci voleva altro che il confuso pigolìo

che saliva dal sottoposto cortile. Abbassai gli occhi e vidi l'Agata

accoccolata che sminuzzava della polenta chiamando i polli. Alla sua

voce il gallo, le galline, le chioccie e i pulcini accorrevano da tutte

le parti saltellando, svolazzando e cantando, le saltavano d'intorno

festosi, rubandosi i bocconi dalle mani. Essa parlava con loro,

incoraggiando i timidi, sgridando gli sfrontati, correggendo

gl'indiscreti; ed io la guardava dall'alto con sorpresa, senza farmi

vedere. Poco dopo comparve la Menica colle sottane rilevate fino al

ginocchio, le gambe nude, gli zoccoli di legno, e le maniche della

camicia rimboccate fino al gomito, portando un mastello di lavature,

dentro le quali gettò una manata di crusca, e poi aperse il porcile.

Allora ne uscì un mostruoso maiale, che saltellando goffamente mandava

grugniti nervosi, e immergendo il grugno in quella poltiglia lo tirava

fuori tutto imbrattato e gocciolante, ne spandeva da ogni parte, e

pareva che se ne ridesse, quell'imbecille....

Ahimè! come ero lontano da Milano, dal corso, da quelle strade pulite,

da quella vita elegante!... Sentivo una profonda tristezza, e in pari

tempo un certo orgoglio della mia patria, e della nobile missione che

andavo ad intraprendere, apportando la civiltà a quelle rozze

popolazioni di montanari. Immaginarsi una ragazza che s'alzava

mattiniera per dedicarsi a quelle occupazioni scurrili!... I polli mi

facevano ridere, il maiale mi faceva ribrezzo. Io non ne aveva mai

veduto, o solamente qualche testa pulita, rasa, incoronata di mortella,

nelle vetrine dei nostri salumai, e non mi sarei immaginato l'immondo

animale che mi stava davanti, servito da due donne, come un signore.

Agata consigliava la Menica, entrava ed usciva; finalmente si mise a

chiamare Martino. Alla sua voce, Bitto, che dormiva saporitamente ai

piedi del letto, alzò la testa, e ascoltò attentamente.

--Martino.... Martino....--essa ripeteva.

Bitto diede un guizzo, saltò a terra, si mise a gemere presso la porta,

raspando colle zampe, guardandomi, ed abbaiando. Gli apersi, ed egli in

due salti fu abbasso. Bisognava vedere le smorfie che quel vile

adulatore faceva alla ragazza! L'attaccamento, l'affezione, la

riconoscenza verso chi dà da mangiare sono le virtù delle bestie, e

specialmente dei cani. L'uomo invece conserva la sua indipendenza,

dimentica il beneficio, e mostra la dignità dell'ingratitudine.

Il bacio della contessa Savina · 第 8 / 52 题