Mio zio ebbe la delicatezza di non ritornare a parlarmi nè de' suoi
progetti, nè de' miei amori, lasciando al tempo ed alla riflessione
l'incarico di accomodare ogni cosa. Intanto io passava giorni
malinconici e notti irrequiete, rotolandomi nel letto senza trovare
riposo. Mi sarebbe impossibile raccapezzare tutti i torbidi pensieri di
quelle notti insonni, che inauguravano la mia gioventù come le nuvole
burrascose dell'aprile annunziano la primavera. Ma il pensiero dominante
era questo:--mi ama o non mi ama?... Il dileggio e le riflessioni di mio
zio non avevano ottenuto altro risultato.
L'amore è sempre stato uguale sulla terra, ce lo dimostra l'adolescente
degli antichi, che porta le ali sul dorso, e la benda sugli occhi.
L'innamorato continua sempre i suoi voli senza saper ove vada; esso non
conosce gli ostacoli che quando vi batta sopra col capo, come le vespe
alle invetriate. L'amore non conosce ineguaglianze prodotte dalle
vicende o dalle leggi sociali: esso è un impulso della natura, è
un'aspirazione dell'anima che cerca il complemento di cui manca.
Io dunque non pensava più di prima nè alle mie tasche vuote, nè ai
milioni di casa Brisnago; io pensava semplicemente a questo:--mi ama o
non mi ama?--E sentivo dentro di me che mi amava, me lo diceva una voce
arcana, un senso inesplicabile, un fremito irresistibile che ricercava
tutte le mie fibre, non solo alla sua comparsa, ma semplicemente
all'udire il suo nome, o nel vedere un oggetto qualunque che le
appartenesse. Ma per convincere i profani, come mio zio, io sentiva il
bisogno d'una prova materiale, evidente, sicura. Uno sguardo, un
sospiro, un sorriso, una lagrima, sono prove sufficienti per
l'innamorato; ma il mondo? Il mondo domanda di più.--E il mazzetto di
fiori raccolto?--potrebbe essere un tratto di cortesia, di stima, di
deferenza, mettiamo anche di simpatia e d'amicizia... ma d'amore?
Nessuno potrebbe asserirlo. Ci vorrebbe qualche cosa di preciso, per
persuadere mio zio dell'amore di Savina, qualche cosa di decisivo anche
per me.
E se alla prova essa negasse l'amore... se osasse confermare l'accusa di
civetteria che le venne slanciata da mio zio!... I sospetti sono
contagiosi, ed io incominciava a dubitare di lei, di me stesso, d'ogni
cosa. Se mi fossi ingannato! Se si burlasse di me!--quale atroce
derisione! Eppure una ricca e bella signora può essa amare sinceramente,
candidamente un povero diavolo! un povero orfano senza pane!--E poi, se
ancora mi amasse, che cosa ne penserebbero i suoi parenti?--Forse
potrebbero sospettare che io fossi un ambizioso, spinto dall'avidità,
innamorato dei milioni!... Quale umiliazione! Ci avrà essa pensato!..
quali possono essere i suoi progetti? O mi ama come io l'amai sempre...
senza pensare ad altro che ad amare?... Quali dubbi, quali incertezze,
quanti sospetti mi entrarono nell'anima!... E se tali sospetti dovessero
mutarsi in realtà!.. partirei da Milano all'istante.--Ma se all'opposto
il suo amore fosse puro ed ingenuo come il mio, se avesse fiducia nella
mia fede, nel mio disinteresse, nel mio ingegno, che può offrirmi i
mezzi d'innalzarmi sino a lei, potrei io abbandonarla, tradire le sue
speranze, partire, lacerando la sua anima!.. no, mai!--Un'ultima prova è
dunque necessaria, deve essere franca e decisiva.
Con tale determinazione io aspettava ansiosamente il suo ritorno,
discutendo in me stesso i diversi progetti che si presentavano al mio
spirito come i più opportuni alla prova fissata. Ma ogni piano
incontrava insormontabili ostacoli. Impossibile parlarle, difficile
farle pervenire uno scritto; e poi provavo un'insormontabile ripugnanza
a confidarmi ai domestici, e a comprometterla. Volevo qualche cosa che
non lasciasse traccia, un cenno davanti a Dio, senza altri testimoni.
Ho deciso finalmente, dopo maturo esame, di attendere il suo ritorno, e
di mandarle un bacio appena si presentasse alla finestra. E pensava: se
mi renderà il bacio, nessuno a questo mondo potrà mettere in dubbio il
suo amore. Allora il mio dovere sarà fissato,--meritare la sua
affezione, ed esserle fedele ad ogni costo. Siamo giovani entrambi e
possiamo aspettare; e col tempo e col lavoro si possono fare miracoli.
Si videro tanti poveri che coll'ingegno e col pertinace volere
raggiunsero le più cospicue posizioni sociali, che il ritentarne la
prova non può dirsi pazzia. Se mi ama davvero, ho trovato il punto
d'appoggio che domandava Archimede, e posso muovere il mondo!...
Se non mi ama, avrò almeno la forza di partire, e di secondare i
progetti di mio zio. Se non mi ama, che m'importa in quale angolo devo
portare le mie ossa?--Contessa Savina Brisnago, ecco un uomo in vostra
balìa; potete salvarmi od uccidermi. Se i vostri occhi non mi hanno
ingannato, voi mi amate. Se mi amate, vi domando un bacio a dieci metri
di distanza... ma un vostro bacio darebbe la vita anche attraverso
l'Oceano! Ritornate dunque alla vostra finestra, e decidete della mia
vita.
Alla mattina seguente mi affacciai al balcone, ma le imposte del palazzo
Brisnago erano sempre chiuse e le mie invocazioni disperse al vento.
Così passarono molti giorni. Mio zio mi osservava e taceva, io
dissimulava i miei pensieri, e si tirava avanti, egli per lasciarmi agio
a riflettere ai miei casi, io aspettando nell'ansia dei timori e delle
speranze il momento fatale che doveva decidere del mio avvenire.
Finalmente una mattina essendomi alzato per tempo, vidi molte finestre
aperte nel palazzo Brisnago. I domestici mettevano in ordine gli
appartamenti, e tutto annunziava il prossimo arrivo.
Quella giornata mi parve un lungo periodo di secoli, ogni minuto durava
un anno, un anno di pensieri, di sogni, di progetti, d'entusiasmo e di
pene! Guardavo l'orologio, e pensavo: forse ella sarà qui fra due ore, e
sentendo al pari di me gli impeti di una passione che trabocca, che dopo
lunga compressione domanda imperiosamente di espandersi, risponderà al
mio bacio ardente con un bacio modesto, ma soave come il profumo d'un
fiore suscitato dagli aliti estivi. Sentivo che quel rapido istante
avrebbe bastato ad infondere il genio nell'anima più fredda, era il
soffio creatore che dava vita alla mia creta, m'innalzava al disopra
degli altri mortali, m'illuminava di quella luce divina che eguagliando
l'uomo agli Dei, lo rese talvolta capace di creare di quelle opere che
eccitano la meraviglia dei secoli. E progredendo su questa scala, colla
accesa fantasia salivo fra le nuvole ove dopo i più strani pellegrinaggi
finivo all'apoteosi!.. compiuto il sogno riguardavo l'orologio, e non
erano passati che pochi minuti!.. ma dunque le lancette non
camminavano?... sì, camminavano come i cavalli da nolo, mentre il mio
cervello volava colla rapidità dell'elettrico.
Se fossi morto quella sera mi sarebbe parso di aver vissuto una lunga
esistenza. Dunque tutto è relativo nella vita, il tempo e lo spazio, la
miseria e la ricchezza, le tenebre e la luce.
Finalmente uno scalpito di cavalli, un rumore di carrozze che si
arrestarono mi scossero dal letargo. Mi slanciai alla finestra, e vidi i
grandi cancelli del palazzo Brisnago che si aprivano, e gli equipaggi
che entravano. Risoluto all'atto solenne, mi appoggio al balcone ed
aspetto. Pochi istanti dopo odo un rumore di porte, e vedo un'ombra
lontana che si avanza... era lei!...--Ancora col cappellino sul capo
veniva sorridente alla finestra, a darmi il saluto del ritorno. Ebbe
appena il tempo di vedermi, che io deponendo un bacio ardente sulle
estremità delle dita della mano diritta raccolta davanti le labbra,
glielo gettava in faccia, come un oggetto che potesse realmente caderle
sul viso. Essa spalancò gli occhi sbalordita, e fuggì....
La sua repentina scomparsa mi rese immobile per qualche tempo, e quasi
asfissiato nel vuoto, e cieco come un uomo, che abbagliato dalla luce
istantanea, rientra immediatamente nelle tenebre.
Illusioni, speranze, amore, tutto era svanito: la vita mi sembrava
un'ironia atroce, un inganno, un supplizio!
Mi trascinai fino ad una sedia, caddi colla testa sul tavolino e le
braccie penzoloni. Non so quanto tempo rimanessi in quella posizione, ma
quando alzai la testa era notte.
Presi una risoluzione assoluta, corsi dallo zio, gli annunziai l'arrivo
della famiglia Brisnago e la mia partenza per l'indomani.
Mi applaudì, e s'accinse subito ad apparecchiarmi le lettere di
raccomandazione, mentre io corsi ad assicurarmi la vettura, ed a
prendere le necessarie disposizioni.
Alla sera tutto era pronto, Veronica aveva fatto la mia valigia, e
collocato in un baule i libri, le carte, i vestiti e quanto mi
apparteneva. Mio zio mi consegnò il denaro necessario al viaggio ed al
mio assetto, con le lettere pel parroco, don Vincenzo Liserio, ed il
signor Nicola Bruni, aggiungendo istruzioni e raccomandazioni infinite,
sugli affari della casa e dei campi, e sulla mia condotta morale. Poi
colle lagrime agli occhi mi diede la sua benedizione e mi congedò, non
volendo alla mattina alzarsi prima dell'alba, per non rompere tutto
l'ordine della giornata.
Io gli baciai la mano teneramente, assicurandolo della mia riconoscenza
per tutti i benefizi ricevuti, della mia ferma volontà di camminare
sulla via dell'onore, e lo lasciai balbettando le ultime parole
strozzate dall'emozione.
Mi coricai colla testa sconvolta, e piansi tutta la notte. Alle quattro
del mattino accesi il lume e mi alzai. Presi la medaglia che stava da
tanti anni appesa al mio letto, le diedi un bacio, e mi parve di sentire
la benedizione di mia madre. Mi posi in tasca quella santa reliquia con
religioso rispetto. Era il solo retaggio di famiglia del povero orfano,
che ritornava a trovarsi solo sulla terra!...
Apersi il balcone quando le stelle incominciavano ad impallidire alla
luce del crepuscolo. La finestra dicontro era chiusa; la contemplai
lungamente, e sentivo di non poter distaccare qualche cosa di me stesso,
forse un lembo dell'anima che rimaneva attaccato a quel palazzo.
Intanto ella dormiva certamente d'un sonno tranquillo sotto le candide
cortine del suo letto, e mentre nell'alcova elegante aleggiavano dei
sogni color di rosa, il povero orfano, ferito mortalmente, abbandonava
il tetto ospitale, e andava incontro all'ignoto, disingannato di quegli
sguardi fatali che gli promettevano il cielo, e poi lo abbandonavano
ramingo sulla terra.
Veronica entrò nella stanza, portandomi del caffè e latte caldo, del
pane abbrustolato e del burro, volendo che non partissi digiuno. Cure
affettuose d'una povera donna che non mi doveva nulla, e che pure ebbe
sempre tanti delicati riguardi per me.
Non poteva staccarmi dalla mia cameretta, muto testimonio di tanti
sogni, e girava gli occhi intorno, quasi salutando quelle pareti che per
tanti anni mi avevano ricoverato, e veduto crescere, amare, soffrire e
vivere d'illusioni.
Ma essendo giunta da un pezzo la vettura, dovetti risolvermi, e scendere
le scale, accompagnato dalla Veronica che singhiozzava. Giunto alla
porta, mi fu impossibile dirle alcuna cosa, le strinsi la mano, essa mi
gettò le braccia al collo.... ci siamo baciati piangendo e partii.
Attraversando le vie di Milano, sentivo di amare teneramente tutte le
case, i selciati, gli alberi, i banchi di pietra della mia città; li
conosceva tutti, mi ricordavo di averli veduti tante volte e mi pareva
impossibile di poterli lasciare; ma ero trascinato dal destino,
rappresentato da una vetturaccia da nolo e da un rozzone coi sonagli.
Pochi momenti dopo, essendo uscito dalla città ed avviato per la strada
postale da Milano a Como, mi nicchiai nell'infausto veicolo, e chiusi
gli occhi per meditare con pieno raccoglimento sulle mie sventure.
Non conosco l'intensità del dolore che accompagna il viaggio degli
esiliati in Siberia, ma non posso persuadermi che le loro ambascie
giungano a superare gli affanni che ho provati in quel giorno. Al pari
di loro io perdeva la patria, la famiglia, le affezioni e le speranze
della vita, e mi avanzava verso le fredde regioni dell'esilio e della
solitudine.
Era il mio primo viaggio, non essendo mai uscito da Milano che a piedi e
per poche miglia. Altre volte l'idea d'un viaggio mi avrebbe acceso
d'entusiasmo, allora invece mi metteva spavento; le montagne della
Valtellina mi si presentavano alla mente come l'estremo lembo del mondo;
chiuso nel mio dolore io non sentiva nemmeno il bisogno di osservare le
campagne che fiancheggiavano la via, e i vari paesi che si
attraversavano. Il vetturale si arrestava ad ogni osteria, il cavallo
non andava mai avanti, e arrivammo a Como dopo la partenza dei battelli
a vapore.
Essendo costretto di attendere l'indomani per continuare il viaggio,
avrei potuto visitare la città e i suoi monumenti, e percorrere quei
deliziosi contorni che attirano l'ammirazione dei viaggiatori. Invece mi
chiusi in una stanza d'albergo coi miei pensieri.
Il primo disinganno è forse il massimo dei dolori, perchè non siamo
ancora avvezzi a soffrire. Le tinte rosee che abbellano l'orizzonte
all'aurora della vita, come il firmamento all'alba d'un giorno sereno,
se si mutano all'improvviso nelle tetre nubi d'un temporale, incutono lo
spavento che presentano tutti i disordini della natura. Però tanto nella
primavera quanto nella gioventù l'orizzonte cambia sovente d'aspetto, e
talvolta un raggio di sole attraversa le nuvole dell'uragano. Questo
raggio di sole comparve al mio spirito sotto la forma d'un
dubbio!...--Se ella non avesse osato corrispondere al mio bacio?... Io
mi era preparato con lunga premeditazione a quell'atto decisivo; ma essa
fu colta improvvisamente dalla sorpresa. È naturale che la mia audacia
insolita ed inaspettata l'abbia gettata nello sgomento. E poi chi sa
quale aspetto presentava il mio volto agitato e sconvolto da
un'esaltazione febbrile sopportata per varie ore!... forse le ho fatto
paura.... E poi una fanciulla che non s'adombra ad un tale atto ha
oramai perduto il fiore più soave della gioventù.... Essa ignorava
completamente le varie peripezie che mi trascinarono a tale tentativo,
essa giungeva calma e tranquilla dalla campagna, desiderosa di vedermi,
e me ne dava una prova presentandosi immediatamente alla finestra.
Dapprima io doveva mostrarmi grato alla sua bontà, riconoscente della
sua cortesia, e poi a poco a poco condurla, trascinarla per gradi a
quella dimostrazione decisiva. Invece con un atto brusco ed acerbo ho
precipitato la catastrofe, ho commesso un'azione grossolana e volgare,
ingiustificabile, che doveva produrre un effetto contrario al
desiderato. Che cosa prova dunque la sua fuga?... poteva essa fare
altrimenti?... Io non sono che uno sciocco, ho scalzato le fondamenta
d'un edifizio, e poi mi sorprendo che la fabbrica crolli. Io sono un
imbecille.... ecco la verità! Quella simpatia irresistibile, alimentata
dalle assidue contemplazioni che andava sempre maggiormente prendendo
l'aspetto d'una passione sincera, rivelata da lunghi e profondi sguardi,
e da mille prove che non isfuggono al giudizio acuto di chi ama, quella
passione che progrediva lenta, ma tenace nel suo cammino, e già
dimostrava d'avere resistito alla lontananza ed alle varie distrazioni
di un'intiera stagione, quella passione soave io l'ho troncata con un
atto violento, imprudente, inesplicabile, io stesso l'ho obbligata ad
arrestarsi, a misurare il pericolo, a fuggire spaventata!...
Imbecille!... ed ho disertato il mio posto al primo rovescio, senza
riparare il mio fallo, senza tentare una nuova prova! All'indomani avrei
potuto dimostrare il mio pentimento, e mi avrebbe perdonato. Calmata la
prima impressione, ella stessa forse pensa di riparare la troppo brusca
ripulsa, forse il suo cuore le spiega l'arcano, ed essa mi attende alla
finestra, per consolarmi con uno sguardo divino del suo rifiuto!...
Oh! non è possibile esitare un istante di più, io devo ripartire
immediatamente per Milano, e riparare il torto della mia fuga
precipitosa, una risoluzione insensata non deve decidere la sorte di
tutta la vita.... Con tali pensieri uscii dall'albergo per correre in
traccia d'una vettura.
Vagai lungamente per le vie senza sapere ove andassi, lottando fra gli
opposti pensieri. Che cosa avrei detto a mio zio per giustificare il mio
ritorno? Come mi avrebbe egli accolto? aveva io il diritto di
scialacquare il denaro ch'egli aveva destinato al mio viaggio ed alla
mia dimora mostrandomi leggiero, capriccioso, vano, insensato? Una volta
entrato nella via delle riflessioni non mi mancarono argomenti per
persuadermi che era tempo di finirla colle pazze fantasticherie, e di
pensare in sul sodo. D'altronde, ritornandomi in mente le savie
osservazioni del mio benefattore, coll'accompagnamento delle risa
convulse, mi si risvegliava quel senso di dignità che l'amore aveva
assopito. Pensai che i grandi favori della fortuna non bisogna
chiederli, ma meritarli, pensai che nella solitudine che mi attendeva
avrei forse trovato nuove forze per tentare la prova letteraria che mi
restava ancora come un filo di speranza per l'avvenire. Allora mi parve
nuovamente che il mio _Lucchino Visconti_ rivelasse tale novità e
altezza di concetti da aprirmi l'adito ad una splendida vita letteraria.
Tale fiducia nell'avvenire mi spinse a tentare nuove prove, e decise
della mia sorte.--Partirò per la Valtellina, dissi fra me; alcuni mesi
di lavoro basteranno a completare la mia tragedia ed a perfezionarla.
Ritornerò a Milano col mio tesoro nel sacco; e quando avrò raccolto la
palma del trionfo, quando tutti i giornali avranno proclamato l'immenso
successo del _Lucchino Visconti_.... mi presenterò alla finestra....
rinnoverò la prova.... allora la gloria mi darà diritto all'amore....
forse potrò sperare d'aver meritato un bacio dalla contessa Savina.