III.

Mio zio ebbe la delicatezza di non ritornare a parlarmi nè de' suoi

progetti, nè de' miei amori, lasciando al tempo ed alla riflessione

l'incarico di accomodare ogni cosa. Intanto io passava giorni

malinconici e notti irrequiete, rotolandomi nel letto senza trovare

riposo. Mi sarebbe impossibile raccapezzare tutti i torbidi pensieri di

quelle notti insonni, che inauguravano la mia gioventù come le nuvole

burrascose dell'aprile annunziano la primavera. Ma il pensiero dominante

era questo:--mi ama o non mi ama?... Il dileggio e le riflessioni di mio

zio non avevano ottenuto altro risultato.

L'amore è sempre stato uguale sulla terra, ce lo dimostra l'adolescente

degli antichi, che porta le ali sul dorso, e la benda sugli occhi.

L'innamorato continua sempre i suoi voli senza saper ove vada; esso non

conosce gli ostacoli che quando vi batta sopra col capo, come le vespe

alle invetriate. L'amore non conosce ineguaglianze prodotte dalle

vicende o dalle leggi sociali: esso è un impulso della natura, è

un'aspirazione dell'anima che cerca il complemento di cui manca.

Io dunque non pensava più di prima nè alle mie tasche vuote, nè ai

milioni di casa Brisnago; io pensava semplicemente a questo:--mi ama o

non mi ama?--E sentivo dentro di me che mi amava, me lo diceva una voce

arcana, un senso inesplicabile, un fremito irresistibile che ricercava

tutte le mie fibre, non solo alla sua comparsa, ma semplicemente

all'udire il suo nome, o nel vedere un oggetto qualunque che le

appartenesse. Ma per convincere i profani, come mio zio, io sentiva il

bisogno d'una prova materiale, evidente, sicura. Uno sguardo, un

sospiro, un sorriso, una lagrima, sono prove sufficienti per

l'innamorato; ma il mondo? Il mondo domanda di più.--E il mazzetto di

fiori raccolto?--potrebbe essere un tratto di cortesia, di stima, di

deferenza, mettiamo anche di simpatia e d'amicizia... ma d'amore?

Nessuno potrebbe asserirlo. Ci vorrebbe qualche cosa di preciso, per

persuadere mio zio dell'amore di Savina, qualche cosa di decisivo anche

per me.

E se alla prova essa negasse l'amore... se osasse confermare l'accusa di

civetteria che le venne slanciata da mio zio!... I sospetti sono

contagiosi, ed io incominciava a dubitare di lei, di me stesso, d'ogni

cosa. Se mi fossi ingannato! Se si burlasse di me!--quale atroce

derisione! Eppure una ricca e bella signora può essa amare sinceramente,

candidamente un povero diavolo! un povero orfano senza pane!--E poi, se

ancora mi amasse, che cosa ne penserebbero i suoi parenti?--Forse

potrebbero sospettare che io fossi un ambizioso, spinto dall'avidità,

innamorato dei milioni!... Quale umiliazione! Ci avrà essa pensato!..

quali possono essere i suoi progetti? O mi ama come io l'amai sempre...

senza pensare ad altro che ad amare?... Quali dubbi, quali incertezze,

quanti sospetti mi entrarono nell'anima!... E se tali sospetti dovessero

mutarsi in realtà!.. partirei da Milano all'istante.--Ma se all'opposto

il suo amore fosse puro ed ingenuo come il mio, se avesse fiducia nella

mia fede, nel mio disinteresse, nel mio ingegno, che può offrirmi i

mezzi d'innalzarmi sino a lei, potrei io abbandonarla, tradire le sue

speranze, partire, lacerando la sua anima!.. no, mai!--Un'ultima prova è

dunque necessaria, deve essere franca e decisiva.

Con tale determinazione io aspettava ansiosamente il suo ritorno,

discutendo in me stesso i diversi progetti che si presentavano al mio

spirito come i più opportuni alla prova fissata. Ma ogni piano

incontrava insormontabili ostacoli. Impossibile parlarle, difficile

farle pervenire uno scritto; e poi provavo un'insormontabile ripugnanza

a confidarmi ai domestici, e a comprometterla. Volevo qualche cosa che

non lasciasse traccia, un cenno davanti a Dio, senza altri testimoni.

Ho deciso finalmente, dopo maturo esame, di attendere il suo ritorno, e

di mandarle un bacio appena si presentasse alla finestra. E pensava: se

mi renderà il bacio, nessuno a questo mondo potrà mettere in dubbio il

suo amore. Allora il mio dovere sarà fissato,--meritare la sua

affezione, ed esserle fedele ad ogni costo. Siamo giovani entrambi e

possiamo aspettare; e col tempo e col lavoro si possono fare miracoli.

Si videro tanti poveri che coll'ingegno e col pertinace volere

raggiunsero le più cospicue posizioni sociali, che il ritentarne la

prova non può dirsi pazzia. Se mi ama davvero, ho trovato il punto

d'appoggio che domandava Archimede, e posso muovere il mondo!...

Se non mi ama, avrò almeno la forza di partire, e di secondare i

progetti di mio zio. Se non mi ama, che m'importa in quale angolo devo

portare le mie ossa?--Contessa Savina Brisnago, ecco un uomo in vostra

balìa; potete salvarmi od uccidermi. Se i vostri occhi non mi hanno

ingannato, voi mi amate. Se mi amate, vi domando un bacio a dieci metri

di distanza... ma un vostro bacio darebbe la vita anche attraverso

l'Oceano! Ritornate dunque alla vostra finestra, e decidete della mia

vita.

Alla mattina seguente mi affacciai al balcone, ma le imposte del palazzo

Brisnago erano sempre chiuse e le mie invocazioni disperse al vento.

Così passarono molti giorni. Mio zio mi osservava e taceva, io

dissimulava i miei pensieri, e si tirava avanti, egli per lasciarmi agio

a riflettere ai miei casi, io aspettando nell'ansia dei timori e delle

speranze il momento fatale che doveva decidere del mio avvenire.

Finalmente una mattina essendomi alzato per tempo, vidi molte finestre

aperte nel palazzo Brisnago. I domestici mettevano in ordine gli

appartamenti, e tutto annunziava il prossimo arrivo.

Quella giornata mi parve un lungo periodo di secoli, ogni minuto durava

un anno, un anno di pensieri, di sogni, di progetti, d'entusiasmo e di

pene! Guardavo l'orologio, e pensavo: forse ella sarà qui fra due ore, e

sentendo al pari di me gli impeti di una passione che trabocca, che dopo

lunga compressione domanda imperiosamente di espandersi, risponderà al

mio bacio ardente con un bacio modesto, ma soave come il profumo d'un

fiore suscitato dagli aliti estivi. Sentivo che quel rapido istante

avrebbe bastato ad infondere il genio nell'anima più fredda, era il

soffio creatore che dava vita alla mia creta, m'innalzava al disopra

degli altri mortali, m'illuminava di quella luce divina che eguagliando

l'uomo agli Dei, lo rese talvolta capace di creare di quelle opere che

eccitano la meraviglia dei secoli. E progredendo su questa scala, colla

accesa fantasia salivo fra le nuvole ove dopo i più strani pellegrinaggi

finivo all'apoteosi!.. compiuto il sogno riguardavo l'orologio, e non

erano passati che pochi minuti!.. ma dunque le lancette non

camminavano?... sì, camminavano come i cavalli da nolo, mentre il mio

cervello volava colla rapidità dell'elettrico.

Se fossi morto quella sera mi sarebbe parso di aver vissuto una lunga

esistenza. Dunque tutto è relativo nella vita, il tempo e lo spazio, la

miseria e la ricchezza, le tenebre e la luce.

Finalmente uno scalpito di cavalli, un rumore di carrozze che si

arrestarono mi scossero dal letargo. Mi slanciai alla finestra, e vidi i

grandi cancelli del palazzo Brisnago che si aprivano, e gli equipaggi

che entravano. Risoluto all'atto solenne, mi appoggio al balcone ed

aspetto. Pochi istanti dopo odo un rumore di porte, e vedo un'ombra

lontana che si avanza... era lei!...--Ancora col cappellino sul capo

veniva sorridente alla finestra, a darmi il saluto del ritorno. Ebbe

appena il tempo di vedermi, che io deponendo un bacio ardente sulle

estremità delle dita della mano diritta raccolta davanti le labbra,

glielo gettava in faccia, come un oggetto che potesse realmente caderle

sul viso. Essa spalancò gli occhi sbalordita, e fuggì....

La sua repentina scomparsa mi rese immobile per qualche tempo, e quasi

asfissiato nel vuoto, e cieco come un uomo, che abbagliato dalla luce

istantanea, rientra immediatamente nelle tenebre.

Illusioni, speranze, amore, tutto era svanito: la vita mi sembrava

un'ironia atroce, un inganno, un supplizio!

Mi trascinai fino ad una sedia, caddi colla testa sul tavolino e le

braccie penzoloni. Non so quanto tempo rimanessi in quella posizione, ma

quando alzai la testa era notte.

Presi una risoluzione assoluta, corsi dallo zio, gli annunziai l'arrivo

della famiglia Brisnago e la mia partenza per l'indomani.

Mi applaudì, e s'accinse subito ad apparecchiarmi le lettere di

raccomandazione, mentre io corsi ad assicurarmi la vettura, ed a

prendere le necessarie disposizioni.

Alla sera tutto era pronto, Veronica aveva fatto la mia valigia, e

collocato in un baule i libri, le carte, i vestiti e quanto mi

apparteneva. Mio zio mi consegnò il denaro necessario al viaggio ed al

mio assetto, con le lettere pel parroco, don Vincenzo Liserio, ed il

signor Nicola Bruni, aggiungendo istruzioni e raccomandazioni infinite,

sugli affari della casa e dei campi, e sulla mia condotta morale. Poi

colle lagrime agli occhi mi diede la sua benedizione e mi congedò, non

volendo alla mattina alzarsi prima dell'alba, per non rompere tutto

l'ordine della giornata.

Io gli baciai la mano teneramente, assicurandolo della mia riconoscenza

per tutti i benefizi ricevuti, della mia ferma volontà di camminare

sulla via dell'onore, e lo lasciai balbettando le ultime parole

strozzate dall'emozione.

Mi coricai colla testa sconvolta, e piansi tutta la notte. Alle quattro

del mattino accesi il lume e mi alzai. Presi la medaglia che stava da

tanti anni appesa al mio letto, le diedi un bacio, e mi parve di sentire

la benedizione di mia madre. Mi posi in tasca quella santa reliquia con

religioso rispetto. Era il solo retaggio di famiglia del povero orfano,

che ritornava a trovarsi solo sulla terra!...

Apersi il balcone quando le stelle incominciavano ad impallidire alla

luce del crepuscolo. La finestra dicontro era chiusa; la contemplai

lungamente, e sentivo di non poter distaccare qualche cosa di me stesso,

forse un lembo dell'anima che rimaneva attaccato a quel palazzo.

Intanto ella dormiva certamente d'un sonno tranquillo sotto le candide

cortine del suo letto, e mentre nell'alcova elegante aleggiavano dei

sogni color di rosa, il povero orfano, ferito mortalmente, abbandonava

il tetto ospitale, e andava incontro all'ignoto, disingannato di quegli

sguardi fatali che gli promettevano il cielo, e poi lo abbandonavano

ramingo sulla terra.

Veronica entrò nella stanza, portandomi del caffè e latte caldo, del

pane abbrustolato e del burro, volendo che non partissi digiuno. Cure

affettuose d'una povera donna che non mi doveva nulla, e che pure ebbe

sempre tanti delicati riguardi per me.

Non poteva staccarmi dalla mia cameretta, muto testimonio di tanti

sogni, e girava gli occhi intorno, quasi salutando quelle pareti che per

tanti anni mi avevano ricoverato, e veduto crescere, amare, soffrire e

vivere d'illusioni.

Ma essendo giunta da un pezzo la vettura, dovetti risolvermi, e scendere

le scale, accompagnato dalla Veronica che singhiozzava. Giunto alla

porta, mi fu impossibile dirle alcuna cosa, le strinsi la mano, essa mi

gettò le braccia al collo.... ci siamo baciati piangendo e partii.

Attraversando le vie di Milano, sentivo di amare teneramente tutte le

case, i selciati, gli alberi, i banchi di pietra della mia città; li

conosceva tutti, mi ricordavo di averli veduti tante volte e mi pareva

impossibile di poterli lasciare; ma ero trascinato dal destino,

rappresentato da una vetturaccia da nolo e da un rozzone coi sonagli.

Pochi momenti dopo, essendo uscito dalla città ed avviato per la strada

postale da Milano a Como, mi nicchiai nell'infausto veicolo, e chiusi

gli occhi per meditare con pieno raccoglimento sulle mie sventure.

Non conosco l'intensità del dolore che accompagna il viaggio degli

esiliati in Siberia, ma non posso persuadermi che le loro ambascie

giungano a superare gli affanni che ho provati in quel giorno. Al pari

di loro io perdeva la patria, la famiglia, le affezioni e le speranze

della vita, e mi avanzava verso le fredde regioni dell'esilio e della

solitudine.

Era il mio primo viaggio, non essendo mai uscito da Milano che a piedi e

per poche miglia. Altre volte l'idea d'un viaggio mi avrebbe acceso

d'entusiasmo, allora invece mi metteva spavento; le montagne della

Valtellina mi si presentavano alla mente come l'estremo lembo del mondo;

chiuso nel mio dolore io non sentiva nemmeno il bisogno di osservare le

campagne che fiancheggiavano la via, e i vari paesi che si

attraversavano. Il vetturale si arrestava ad ogni osteria, il cavallo

non andava mai avanti, e arrivammo a Como dopo la partenza dei battelli

a vapore.

Essendo costretto di attendere l'indomani per continuare il viaggio,

avrei potuto visitare la città e i suoi monumenti, e percorrere quei

deliziosi contorni che attirano l'ammirazione dei viaggiatori. Invece mi

chiusi in una stanza d'albergo coi miei pensieri.

Il primo disinganno è forse il massimo dei dolori, perchè non siamo

ancora avvezzi a soffrire. Le tinte rosee che abbellano l'orizzonte

all'aurora della vita, come il firmamento all'alba d'un giorno sereno,

se si mutano all'improvviso nelle tetre nubi d'un temporale, incutono lo

spavento che presentano tutti i disordini della natura. Però tanto nella

primavera quanto nella gioventù l'orizzonte cambia sovente d'aspetto, e

talvolta un raggio di sole attraversa le nuvole dell'uragano. Questo

raggio di sole comparve al mio spirito sotto la forma d'un

dubbio!...--Se ella non avesse osato corrispondere al mio bacio?... Io

mi era preparato con lunga premeditazione a quell'atto decisivo; ma essa

fu colta improvvisamente dalla sorpresa. È naturale che la mia audacia

insolita ed inaspettata l'abbia gettata nello sgomento. E poi chi sa

quale aspetto presentava il mio volto agitato e sconvolto da

un'esaltazione febbrile sopportata per varie ore!... forse le ho fatto

paura.... E poi una fanciulla che non s'adombra ad un tale atto ha

oramai perduto il fiore più soave della gioventù.... Essa ignorava

completamente le varie peripezie che mi trascinarono a tale tentativo,

essa giungeva calma e tranquilla dalla campagna, desiderosa di vedermi,

e me ne dava una prova presentandosi immediatamente alla finestra.

Dapprima io doveva mostrarmi grato alla sua bontà, riconoscente della

sua cortesia, e poi a poco a poco condurla, trascinarla per gradi a

quella dimostrazione decisiva. Invece con un atto brusco ed acerbo ho

precipitato la catastrofe, ho commesso un'azione grossolana e volgare,

ingiustificabile, che doveva produrre un effetto contrario al

desiderato. Che cosa prova dunque la sua fuga?... poteva essa fare

altrimenti?... Io non sono che uno sciocco, ho scalzato le fondamenta

d'un edifizio, e poi mi sorprendo che la fabbrica crolli. Io sono un

imbecille.... ecco la verità! Quella simpatia irresistibile, alimentata

dalle assidue contemplazioni che andava sempre maggiormente prendendo

l'aspetto d'una passione sincera, rivelata da lunghi e profondi sguardi,

e da mille prove che non isfuggono al giudizio acuto di chi ama, quella

passione che progrediva lenta, ma tenace nel suo cammino, e già

dimostrava d'avere resistito alla lontananza ed alle varie distrazioni

di un'intiera stagione, quella passione soave io l'ho troncata con un

atto violento, imprudente, inesplicabile, io stesso l'ho obbligata ad

arrestarsi, a misurare il pericolo, a fuggire spaventata!...

Imbecille!... ed ho disertato il mio posto al primo rovescio, senza

riparare il mio fallo, senza tentare una nuova prova! All'indomani avrei

potuto dimostrare il mio pentimento, e mi avrebbe perdonato. Calmata la

prima impressione, ella stessa forse pensa di riparare la troppo brusca

ripulsa, forse il suo cuore le spiega l'arcano, ed essa mi attende alla

finestra, per consolarmi con uno sguardo divino del suo rifiuto!...

Oh! non è possibile esitare un istante di più, io devo ripartire

immediatamente per Milano, e riparare il torto della mia fuga

precipitosa, una risoluzione insensata non deve decidere la sorte di

tutta la vita.... Con tali pensieri uscii dall'albergo per correre in

traccia d'una vettura.

Vagai lungamente per le vie senza sapere ove andassi, lottando fra gli

opposti pensieri. Che cosa avrei detto a mio zio per giustificare il mio

ritorno? Come mi avrebbe egli accolto? aveva io il diritto di

scialacquare il denaro ch'egli aveva destinato al mio viaggio ed alla

mia dimora mostrandomi leggiero, capriccioso, vano, insensato? Una volta

entrato nella via delle riflessioni non mi mancarono argomenti per

persuadermi che era tempo di finirla colle pazze fantasticherie, e di

pensare in sul sodo. D'altronde, ritornandomi in mente le savie

osservazioni del mio benefattore, coll'accompagnamento delle risa

convulse, mi si risvegliava quel senso di dignità che l'amore aveva

assopito. Pensai che i grandi favori della fortuna non bisogna

chiederli, ma meritarli, pensai che nella solitudine che mi attendeva

avrei forse trovato nuove forze per tentare la prova letteraria che mi

restava ancora come un filo di speranza per l'avvenire. Allora mi parve

nuovamente che il mio _Lucchino Visconti_ rivelasse tale novità e

altezza di concetti da aprirmi l'adito ad una splendida vita letteraria.

Tale fiducia nell'avvenire mi spinse a tentare nuove prove, e decise

della mia sorte.--Partirò per la Valtellina, dissi fra me; alcuni mesi

di lavoro basteranno a completare la mia tragedia ed a perfezionarla.

Ritornerò a Milano col mio tesoro nel sacco; e quando avrò raccolto la

palma del trionfo, quando tutti i giornali avranno proclamato l'immenso

successo del _Lucchino Visconti_.... mi presenterò alla finestra....

rinnoverò la prova.... allora la gloria mi darà diritto all'amore....

forse potrò sperare d'aver meritato un bacio dalla contessa Savina.

Il bacio della contessa Savina · 第 7 / 52 题