Toccami lo scoffone un tal cichino:
Catragimoro non ti venga mai;
E non star per ischeggia, piccenino.
=Scoffone:= voce Lombarda che val =calzerone=, usata qui
furbescamente per cosa men che onesta a spiegarsi. Rid. =Un tal
cichino:= un tantinetto.
=Catragimoro:= capogirlo. Falla da uomo, e non ti mostrare uno
sventato babilano privo di senso.
=Non star ec.= risentiti; fa vedere che son fatti tuoi, e che non
sei un pezzo di legno. =Scheggia:= è un ritaglio di legno atto
unicamente a riempiere un vuoto; perciò =star per ischeggia= sarà
lo stesso che star per ripieno, per un di più. Rid.
Una correggia allor forte tirai:
Un nuovo trespol disse allor ch'i' era:
in quell'i' l'ebbi aperto i crini affai.
=Trespol:= treppiè. Venni com'incumbente a parer un trespolo, che
posa su tre punti; oppure sembrai tale al dimenarmi, dicendosi che
sta =su' trespoli= una cosa che tentenna.
=L'ebbi aperto:= giacchè tanto bramosa bussava alla mia porta, io
glel'apersi; feci a suo genio: e =in quello=, e nell'atto stesso
=affai=, l'accaffai, l'acchiappai pe' capelli. Rid. Ma forse
=affai= è accorciativo d'=affaitati=, ornati in foggia meretricia.
Le aprii, le scompigliai il ben colto crine.
Di bramangier l'empiè la paltoniera:
L'acqua tra giugno, e maggio questa fune;
E per le cazzapinte fu maniera.
=Bramangier:= manicaretto appetitoso posto dal Boccaccio fra'
dilicati, e ch'il Salvini crede corrispondere al bianco-mangiare;
quasi =blamangier=. Equivoco voluttuoso. =Paltoniera:= comunemente
=paltonerìa=, appetito dissoluto; onde =paltoniere=, scostumato.
=L'acqua ec.= il caso cadde tanto opportuno, che parve proprio una
benefica pioggia =tra giugno e maggio=, quando le piante han più
bisogno d'umore e di sugo per la vegetazione allor più vigorosa.
=Fune:= volgar Fiorentino per =fu=; com'appresso =tune= per =tu=.
Il Salvini legge: =L'acqua tragugno, e mangio questa fune=.
=Cazzapinte:= composto di =cazza=, mestola; e di =pinta=, spinta.
=Maniera:= mansa, mansueta. =Il mulo diventò maniero.= Fior.
Pecor.
Giuccheri paccheri, disse allor: tune
Vien'oggi a manicar con esso noi.
Allor la baciucchiai in veste brune.
=Giuccheri paccheri:= parole esprimenti una follia di gioja, un
pazzo tripudio. Salv. Il Ridolfi legge: =Giuccherì paccherì=.
Manicar: mangiare; voce de' contadini, che dicono ancor
=manucare=. In premio di sua larga condiscendenza in esserle
ministro di tanta gioja, lo vuol seco a tavola.
=In veste brune:= sembra non potersi intendere se non che colei
fosse allor vestita di nero. Rid.
Trista sia io, senza mio danno (poi
Mi disse) s'io non fo: ch'avrem cornacchie?
E mantacando subito disse: ohi!
=Avrem cornacchie:= finalmente che abbiam da temere? che quattro
garrule cornacchie vadan gracchiando su' fatti nostri? Io non
le curo. =Cornacchia= dicesi uno che molto cicala di questo e di
quello.
=Mantacando:= ansando per la calda palpitazione con sì gagliardo
fiato, che quel sembrava d'un mantice o =mantaco=; come disser gli
antichi. Salv.
Allora la ciscranna fece macchie:
Tiensi doman la festa, disse; in quella
Dato ci fu ventisette batacchie.
=Ciscranna:= panca piegatoja, o scanno di letto. =Fece macchie:=
sentir fece la garrulità del suo cigolio. Così da indovino il
Salvini. Più naturale è l'intendersi che quindi cominciò l'amaro
di que' godimenti, come ne vien a turbare l'essersi adagiato sopra
una panca, rea di far =macchie= a danno de' vestimenti.
=Tiensi ec.= siamo alla vigilia di quella brutta festa, in cui sì
bel giuoco andò a finire in una furia di =(batacchie)= bastonate.
Si vede ch'altre volte il batacchio succedè a' suoi geniali
trastulli.
Il zuccolo fu rotto alla Morella;
Col beccastrin giugnetti il bastracone;
E 'n su la foggia subito ricrella.
=Beccastrin:= zappa grossa e stretta. =Bastracone:= pezzo d'uomo
grosso e forzuto. =Quegli era un bastracone, ch'avrebbe gittato in
terra una casa.= Sacch. 110.
=Su la foggia:= sul berrettone, cioè sul capo. =Ricrella:= crede
il Ridolfi, che significhi mena un colpo appresso all'altro; e
forse è dal Franc. =criailler=, non far altro che strepito.
E' assaggiò di quella 'mbandigione?
Fischiandomi oltre mona Tessa disse;
Che Berto bea egli è pur di ragione.
=Fischiandomi:= susurrandomi all'orecchio con acerbo motto, mi
disse: Assaporò egli que' diletti, di cui tu gli fosti sì liberale
e sì larga. Or ben gli sta, se gli sconta sotto un bastone.
=Che Berto ec.= proverbio ch'assolutamente vale egli è giusto;
come dicesse: Ha mangiato? dunque è conveniente che beva.
La bufèra 'nfernal mai non s'affisse,
La qual'è febbre quartana contina:
Ch'ogni disamorato ne perisse.
=La bufera 'nfernal:= un turbine sì maledetto, suscitato
propriamente dal diavolo, parve eterno; tanto la durò egli menando
questo sconquasso. Imitato da Dante Inf. 5. =La bufèra infernal
che mai non resta=.
=La qual ec.= è perciò tale, da dirsi appunto una continua
quartana, ch'ammazza l'uomo. =Contina= anche da se val febbre
continua. =Cadde malato in Pisa, e d'una contina passò all'altra
vita=. M. Vill. Stor.
=Ch'ogni ec.= così la stessa ventura provasse chiunque sia nemico
d'amore, talchè ne perisse.
Ferza, donna, 'n sul cul: le corna! svina,
Che ti verrà orlando il cappelletto,
E poi 'ngorbierò la pedoncina.
=Ferza:= sferza. Risponde egli: Una buona frusta ne sta già dunque
pendente sopra le natiche. =Le corna!= canchero! =Svina:= svigna,
fuggi a gambe; voce contadinesca, come =sfratta=. Rid.
=Verrà ec.= altrimenti metterà in pompa di guarnizioni il tuo bel
cimiere; cioè più pompose renderà a' pubblici sguardi le corna
tue.
=E poi ec.= salvati ora, ch'avrem poi tempo pe' nostri congressi.
=Ingorbiare= è inzeppar nella =gorbia=, cioè in quel calzuolo
di ferro, in cui incastrasi la punta de' bastoncini di maneggio.
=Pedoncina:= pezzo degli scacchi; scherzoso equivoco come quello,
Sacch. 165. =Carmignano, vatti quella pedina?=
Tu palpi il copertojo fuor del letto;
Ed inghiarando qua e là ti vai:
Che hai tu sott'i piè? diss'io: calcetto.
=Tu palpi ec.= soggiunge ella: Tu con chi l'hai? In tanta paura
sembri tu uno sbalzato dal letto, che ne tasteggia =il copertojo=,
ma non ne gode.
=E inghiarando ec.= e fai nel tuo entusiasmo un tale sbatter di
piedi, che pare tu pesti ghiara e sassi.
Il gozzo volsi 'ndietro, e screpazzai:
Di mona Bruna crollava la testa:
Silenzio feci, e più non motteggiai.
=Screpazzai:= allora non mi potei più tenere; e scoppiai a ridere,
voltandomi colla faccia altrove per non riderle in volto.
Di còmpito non sarie, disse 'n questa,
Se non m'avessi dato tal baciozzo:
E poi si volse intorno: chi mi pesta?
=Còmpito:= quella quantità di lavoro, che s'assegna altrui in
proporzione della sua attività. Non sarebbe stata opera da par
mio, se almeno ec. =Compito= è anche un paese di Toscana, da
cui forse in dettato =esser da compito= per esser nelle sue cose
completo e perfetto.
=Chi mi pesta:= dicesi in prov. =dentro è chi la pesta=, il cuore
è il luogo delle mie pene. =Qua dentro è chi la pesta, Qui sono i
miei dolori=. Allegr. 43. Donde viene un tal mio disturbo?
E mona Belcolore e Andreozzo
In guardaspensa entraron quinciritta,
Mostrando 'l desioso e 'l berlingozzo.
=Belcolore ec.= io ed essa, quasi novelli Belcolore e Andreozzo.
Il Bocc. 82.
=Guardaspensa:= dispensa; qui per istanza apparecchiata a segreti
piaceri. =Quinciritta:= a diritto; dal Lat. =hinc recta=.
=Berlingozzo:= pasta coll'uovo in forma di torta fatta a spicchi;
perciò intesa qui dal Salvini pel sesso femminile, come pel virile
=il desioso=.
Al levar delle tende parve afflitta;
E stette marcassata pur baciando:
To to gli dissi; ed ella: gitta gitta.
=Al levar delle tende:= al levar mano dall'opera; tolto dal
costume de' soldati, che levan le tende quando sloggiano da una
terra.
=Marcassata:= pensa il Ridolfi esser lo stesso che stramazzata per
la stanchezza: quasi, soggiunge il Salvini, dal Lat. =marcida=.
=To to:= detto popolare con cui accompagnasi il porgersi alcuna
cosa; e val prendi.
Se pigne, non maligna tonfolando;
Nel culattaro letto parrà ch'abbia,
Per la gran giravolta scorteando.
=Se pigne:= sebben ardente si spinga oltre. =Non maligna:= non
vien però a farsi d'indole rea e nociva. =Tonfolando:= facendo il
=tonfo=, come chi cade in un pozzo.
=Culattaro:= scherzo come =culiseo e culisburgo; in cui parrà
ch'abbia letto=, cioè agiata capacità da starvi comodamente.
Un bel fancel è Arno, e mena rabbia,
E comincia a svernare a rigoletto:
Col cul in man già si trovò in gabbia;
=Fancel:= sincope di =fanticello=, garzoncello. Minaccia ella ora
il rivale di questi suoi amori, presa la similitudine dall'Arno,
piacevole nella sua origine e poi rovinoso.
=Rigoletto:= luogo appiè del monte di Falterona, ov'è la sorgente
dell'Arno. Rid. Meno sforzato è l'intendersi ch'in fin del verno
avanti di gonfiare per le sciolte nevi, sembra esso un ruscello;
dal Franc. =rigole=, canaletto d'acqua.
=Col cul in man:= deluso nelle sue speranze; dal volgar atto di
reggersi il deretano nel tapinarsi. =Già in gabbia:= altre volte
finì a trovarsi per me nelle peste o in una carcere.
Ma gli scappò, che non era soletto.
Così veggio vendetta de' crudeli,
Come si dice ch'è di Macometto.
=Che non era ec.= perchè avea de' compagni o degli appoggi, perciò
col loro ajuto gli venne fatto d'uscirne coll'ossa sane.
=Macometto:= si dice che questo celebre impostore morisse d'un
lento veleno, fattogli apprestare col mezzo d'una sua femmina.
Capruggine, canestri, e cazzaveli,
Tartufi bergamaschi, e pece greca!
Mal cresce chi non pèggiora, direli.
=Capruggine ec.= l'ho per un di que' modi ammirativi, come
=zoccoli! castagne! corbezzoli!= la cui forza dipende totalmente
dal soggetto del discorso e dall'uso. Quasi egli sul discorso di
lei esclamasse: Canchero! l'è piucchè mai furfante.
=Mal cresce ec.= intendesi d'uno, in cui la malizia sia così
passata in natura, che non possa far questa progressi se non su'
piedi di quella. =Direli:= gli direi; è da affibbiargli quel detto
ec.
Babbo, il farsetto va, disse 'l Suzzeca;
E misemi la pulce nell'orecchie,
Quando mi fè rimanere 'l manzeca.
=Il farsetto va:= perde il pelo, va a logorarsi. =Trarre la
bambagia del farsetto= vale snervare collo smoderato uso de'
piaceri. Sai che mi disse il furbo di cotesto =Suzzeca= per
impaurirmi, e così farmi messere? Mi disse ch'=il farsetto va=.
=Misemi ec.= metter una pulce nell'orecchio ad alcuno è
maliziosamente suggerirgli cosa, che debba porlo in apprensione.
=Manzeca:= cornuto; dall'Ebreo =manser=, adultero. Salv. Forse
sarà da radice meno straniera, cioè da =manzo=, bue.
Cascato egli è omai infra le vecchie;
E ben mi morse 'l granchio: a quella volta
Subito rinculai, dietro a parecchie
=Cascato ec.= è già invecchiato, non ne può più. Incalza
furbescamente il =Suzzeca=, e contesta che quindi anche il suo
=farsetto= già cascava a pezzi.
=Mi morse ec.= esser morso del granchio, è comunemente usato
per esser di mano avara. Qui credo che parli d'una certa arida
contrazion di potenza rapporto a' piaceri: che perciò subito
=rinculò=, rispondendo con beffe al fischio =(squilletta)= di
=parecchie=, che l'invitavano.
Pisciar su la squilletta. Ed io: ascolta;
Allor mi misi la coda fra gambe;
E sperperato mi misson in volta.
=Mi misi ec.= lo stesso avvenne a me pure, ripiglia egli per
restituirgli la burla; e perciò feci a somiglianza de' cani, i
quali quand'han paura si metton la coda fralle gambe, e fuggono.
Tra 'l piovano e la scotta fu' intrambe;
Perch'io ancora nespole non mondo,
Cucendo le gavarchie con le strambe.
=Piovano:= burlescamente per pioggia; onde =andar col piovano=,
andar quando piove. =Scotta:= siero. =Intrambe:= una cosa di
mezzo. Rid. Pur troppo fui anch'io in uno stato di consumazione,
paragonabile a quello che di te tu racconti; com'il siero più o
men se la batte coll'acqua piovana.
=Nespole:= non mondar nespole vale trovarsi a un dipresso nelle
circostanze, ch'un altro di se stesso descrisse.
=Gavarchie:= ci convien confessar col Ridolfi di non saperne
indovinare il significato. =Strambe:= funi fatte d'erba.
Povero 'n canna son col capo biondo;
Son più leggier d'un can di ventott'anni:
Or non avess'i' peggio all'altro mondo.
=Povero ec.= son sì macilento da sembrare un di quegli squallidi
pezzenti, che van mendicando per le terre con =canna= in mano:
eppur son giovine, =col capo biondo=.
=Leggier ec.= e son sì secco ed asciutto, che più non posso le
quoja come cane di 28. anni; il quale se si desse, sarebbe affatto
consumato dalla decrepitezza. Salv.
A caricarli 'l basto tu t'ammanni:
Tu hai maggior ragion, ch'i quarteruoli,
E gongoli tu stesso de' tuoi danni.
=A caricarli ec.= risponde la donna: A quel ch'io veggio tu
=(t'ammanni)= ti vai bel bello preparando a farlo rimaner un
asino.
=Quarteruoli:= monete d'ottone, che servono di memoria in un
conto. =E ragion fate senza quarteruoli=. Sacch. Rim. Sai sì ben
fare i tuoi conti, che tu sei a te stesso un calcolo più sicuro
de' quarteruoli.
=Gongoli ec.= perciò quel che ti dovea esser di rammarico e di
danno, divien per te argomento di felicità e di tripudio.
A Lunata impiccati i bugiarduoli:
E per lo fummaiuol tu te n'andrai,
Scoprendosi le torte romagnuoli.
=A Lunata ec.= rammentati però della fine che fanno a Lunata i
bugiardi. =Lunata:= terra del dominio Lucchese; nè altra notizia
abbiamo.
=Andrai:= ti ridurrai al niente, squaglierai com'il fumo che
sbocca da' fumajuoli di sopra a' tetti.
=Romagnuoli:= suol intendersi per astuti. Venendosi a scoprire i
tuoi furbeschi pasticci, e i tuoi raggiri.
Paura guarda vigna sempre mai,
Dice 'l proverbio, e non mala famiglia.
E zara vaglia, tosto confermai.
=Paura ec.= il timor d'un male che possa avvenire, ne guarda dal
male stesso: tu al contrario ti sei fidato sopra =mala famiglia=,
cioè su raggiri e furberie.
=Zara:= giuoco di dadi; e propriamente zare si dicon que' punti,
che per esser di caso assai raro non s'hanno in conto. Orsù,
riprende egli, il mio caso è un po' strano; ma ci scommetto ha da
valer questa =zara=.
La botte piena, e la moglie ebra piglia:
E dormirà pe 'l sugo del sermento,
Mal non pensando, se fia da Corniglia.
=La botte ec.= cose incompassibili; cattivo amministratore e
prosperità d'affari. Tant'è la zara è questa: sarà il bersaglio
de' miei raggiri, e si crederà d'andar molto bene.
=Sugo del sermento:= il vino. Lo farò dormir lunghi sonni
nell'oblio di sestesso, quasi immerso nell'ubriachezza.
=Corniglia:= città di Brettagna; equivoco dal Franc.
=Cornouaille=. Nè penserà perciò se la sua donna venga intanto a
fargli scorno.
E non pensando male, sarà spento
Ogni peccato in lei; e 'n vita eterna
N'andrà diritta con poco tormento.
=Non pensando ec.= nè di ciò sospettando, la crederà egli incapace
di male; quasi estinto in lei fosse lo stesso fomite del peccato,
e quasi colomba da volar dritta in paradiso.
Però usa chiarello la taverna:
Amore ha nome l'oste; un soldo rotto
Spendi, e non bere acqua di citerna.
=Chiarello:= in gergo vale acqua. Perchè non sospetta di sua
donna, nè guardala con gelosia, perciò può star bene nè saper
come; aver cattiva merce e molto spaccio.
=Amore ec.= amore è quel che la fa da oste e vi chiama la folla
de' concorrenti; un misero soldo che tu spenda, là bei e ti
diverti.
E del culo menate ben diciotto:
I' non ci metto se non culo e denti;
E 'l peto 'n cul mi ritorna di botto.
=Ben diciotto:= assai, quanto ti piace. Così =tener l'invito
del diciotto= per esser loquace quantomai. E strombettate pur da
dietro quanto v'aggrada per farvi beffe di me. Il Ridolfi legge
=delle culmonate=, altri =delle culmenate=.
=I' non ec.= poco mi costa il rendervi la pariglia, e beffarmi di
vostra beffe; una stretta di denti, un'allargata di fondo, ed è
fatto.
=E 'l peto ec.= anzi me ne vedo bene. =Riavere il peto= è un modo
basso, che significa rinvigorirsi. =Appoggiò lietamente il corpo
al desco. E come si suol dir, riebbe il peto=. Malm. 9. 6.
San Biagio è oggi, disson più di venti;
E minaccia madama di gran quello.
Tal cul ta' brache, e sarete contenti.
=S. Biagio:= festa in Firenze aspettata da' ragazzi. =Sa a quanti
dì è S. Biagio= dicesi d'un ragazzo da non potersi burlare, ben
sapendo quando gli tocca a far festa. Paoli Mod. Tosc. =Deh non mi
far dire; tu intendi, ed io intendo; ed ognuno di noi sa a quanti
dì è S. Biagio=. Macch. Cliz. 2. 3.
=Gran quello:= gran che; oppur =molte quelle=, cioè molte smorfie.
Quasi dicesser costoro: Tu non ci burli; ben sappiamo il carattere
di madama.
=Tal cul ec.= replica egli: Adattatevi al suo naturale; conforme
ha il piede, così le ponete la scarpa.
I' ho male campane, e non ti uccello,
Benchè sta notte sentii la tregenda:
E nel ventriglio ho l'asso, e nel cervello;
=Ho male campane:= sono un po duro d'orecchio. Risponde fra tutti
Buchino: Poco ci sento; cioè quel che tu dici non mi suona.
=Benchè ec.= spiega com'abbia =male campane=, non perchè non
ci senta in realtà, avendo pur sentito passar =la tregenda=; ma
perchè non gli va a fagiuolo quel ch'egli dice. Si finge esser =la
tregenda= una processione di notturni fantasmi, che vada attorno
con lumicini.
=Nel ventriglio ec.= di chi è molto dedito al giuoco dicesi aver
=l'asso nel ventriglio=. Lo spasso mi piace sì, ma questa volta
non ti sento.
Una meta di bue fu la merenda:
Va che ti buchi, mi disse Buchino:
Iddio per tutti, e ciascun per se spenda.
=Meta:= coll'e stretto è una scaricata di ventre. Forse si dovrà
legger =metà=, essendo insolito ne' manoscritti l'uso degli
accenti. Salv. Par ch'alluda al costume de' fanciulli Toscani,
ch'apparecchiano la sera la merenda alla befana =(o tregenda)= per
esser ben da essa trattati. Quasi dicesse; Buoni pasti abbiam già
dati a cotesta befana di donna; abbastanza ha mangiato alle nostre
spalle.
=Ti buchi:= è volgar detto che la befana buchi il corpo a'
bambini, e perciò le balie se ne servono accortamente per
ispauracchio de' medesimi. Salv. Se da cotesta befana te la vuoi
far ficcare, buon pro ti faccia; a me non me la ficca certo.
=Iddio ec.= lascialo a Dio il pensar a tutti; tu pensa a te,
perchè a noi ci pensiam da noi stessi.
Chi prende moglie, e non ha del fiorino,
Non fia di meglio; e non fia canajuola,
Quando per lui non volgesse 'l mulino.
=Chi prende ec.= chi senza denari s'accasa, com'ha fatto il marito
di lei, ha da far così per istar bene; lasciar a carico della
moglie il far grasso quanto più può.
=Canajuola:= specie d'uva che piace a' cani, i quali di lei si
sfamano quando loro manca il biscotto. Qui dice ch'alla fame di
lui non si troverà risorsa fuor della moglie.
Il piè nell'O non gli hai, nè pur le suola;
Lascialo andar, ch'egli ha nome giuntone,
Perch'ha pregna la mamma e la figliuola.
=Nell'O:= nel sedere. =Avere un piè nel sedere ad alcuno= è
esserselo guadagnato in modo di poter disporre della sua volontà.
Rid. Dopo averlo tanto ingrassato che credi tu di cavarne? Sgarbi,
e nient'altro. =Nè pur le suola:= men ch'il piede.
=Giuntone:= nome fantastico d'un mal uomo, creduto dal volgo
corruttore della figlia e della madre; da =giuntare=, ingannare.
Quindi aver =nome giuntone= è presso la plebe essere un indegno
ingannatore. Rid.
Quel bene avrò a calen di mattone
Da quel che visse, solo da mia vaga,
Che per Enea la Reina Didone.
=Quel bene ec.= quel conforto che Didone ottenne da Enea, io dalla
=mia vaga= l'avrò solamente dopo =calen di mattone=; anzi tanti
anni dopo quanti son già gli anni della vita di lei. =Calen di
mattone:= calende d'un mese che non vien mai, o verrà dopo il dì
del giudizio.
=Enea:= è noto per l'epica di Virgilio il fatto della famosa
spelonca, in cui la sorte d'una procella recò Enea a Didone.
E come 'l fregio sul palio s'adaga,
Ch'è pertugiato volte più di mille,
che l'un dall'altro niente si smaga:
=Fregio:= ornamento di guarnizione. =S'adaga:= s'adatta, si
soprappone; forse da =adagiare=.
=Niente si smaga:= non si stacca punto. Come sta =il fregio=
strettamente attaccato al panno, a cui è ben cucito; così io ec.
Così fuss'io con le dolci mammille.
Ma credo ch'altri s'avrà tal diletto;
Ma drommi pace, se non mi ritrille.
=Ritrille:= quasi =titille=; cioè se nuovo solletico non sorga in
me a turbar la mia pace. Salv.
Ch'i' credo ben, che fusse maledetto
Il punto l'ora e 'l dì ch'i' nacqui al mondo;
Come chi è in pergamo interdetto.
=In pergamo ec.= come chi è scomunicato; secondo il costume di
pubblicarsi sul pergamo le scomuniche.
Cicutrennola stammi sempre a tondo,
Ed un putito, e quindici merdosi:
E 'l duol della marsupia sta facondo
=Cicutrennola:= è la =cicutrenna= uno stromento da sonare simile
al zufolo. =Zufolo= usasi per minchione. =Sì che tu resterai
zufolo zufolo=. Cecch. Il Salvini arbitra d'intender =cutrettola=,
uccello ch'ha parte negl'incantesimi; e dicesi di donnicciuola dal
menar la coda.
=Putito:= puzzolente, che spira cattivo odore come becco
graveolente.
=E 'l duol ec.= i dolori della =(marsupia)= borsa, inferma per
esser vuota, son dolori facondi; cioè che rendono al cercare
eloquenti gli stessi =chiozzati ec.=
A' chiozzari, guascorti, ed acetosi.
E vannomi le cose tutte bieche,
Per modo ch'io contento gl'invidiosi:
=Chiozzati:= pieni di =chiozze=, di gomme, e di piaghe, com'i
lebbrosi. Rid. =Guascorti:= guaschi in furbesco val gentiluomini.
Salv. Perciò sarà composto di =guaschi= e di =corti=, gentiluomini
di quattro soldi. =Acetosi:= acidi di stomaco; che perciò spesso
paton la fame.
Ed una Beca non mi fa due Beche.
=Beca:= accorciatura di =Menica= o di =Domenica=. Rid. Le cose mi
van sì male, com'a povero disgraziato ch'avesse una donna nemmen
buona a tanto di far due femmine per servizio almen della casa.