CAPITOLO OTTAVO.

Di là dal mare sta mona Diambra,

E quivi sogna pur di bere aceto;

La qual mi fu rapita della zambra.

=Di là dal mare:= detto per luogo rimotissimo, quasi mondo

impenetrabile e sconosciuto. Brunetto motteggia chi gli volea dar

ad intendere l'assenza della sua donna, mostrando di non avervi

creduto; e spiegandosi in termini non dissimili a quel detto: =Più

su sta mona luna=; cioè ti capisco, tu non la dici giusta. Paoli

Mod. Tosc.

=Sogna ec.= piena la fantasia di meste immagini e dolorose. Oh

sì davvero! la se n'andò, non m'è stata tolta; e da me lontana la

poveretta si pasce di fiele per amor mio.

=Zambra:= camera; onde =zambracca=, femmina di piacere.

A crai la riveggio all'ontaneto,

Dov'eran zezze bizze amore e gigli:

Oro strabocco ne vien da Corneto.

=A crai:= al dimane; dal Lat. =cras=. =Ontaneto:= luogo piantato

d'ontani. Il Salvini appassionato pe' gerghi crede che significhi

il luogo, ov'ella s'intanava; cioè dove facea la sua segreta

combriccola.

=Zezze:= ultime; voce di contado. =Bizze:= sdegni, inimicizie.

=Gigli:= fiorini coll'impronta del giglio, com'oggi =gigliati=

i zecchini. Salv. Quivi cessavan le natie inimicizie fra' due

contrarj affetti d'amante e d'avaro; non potendosi quivi amar

senza spesa.

=Corneto:= paese di Romagna; qui in gergo per mestiere di donna,

che fa scorno al proprio marito. L'Ariosto: =Credendo andare a

Roma, andò a Corneto.= Salv. Una fonte d'oro perenne è siffatto

mestiere.

E sonvi l'arcaliffe per conigli,

E stanno pure a cogliere i chiovi;

Però che 'l mondo è pur fori e cavigli.

=Arcaliffe:= con arco in fronte, cioè cornute =(da Califfo=,

signor de' Saracini) moltiplicate come conigli. Salv. Ma

=arcaliffe= potrebbero esser le più famose nel mestiere; e conigli

un gergo anagrammatico, di cui simile nel Lib. Son. 79. =Pere

coniglie in farsettin di vajo, E pesche impiccatoje=.

=Cogliere ec.= è ben proprio di siffatte =arcaliffe= il far grata

accoglienza a quanti =chiovi= lor s'offeriscano. =Fori ec.= dacchè

il mondo non è ormai altro che =fori e cavigli=; nel senso del

Bocc. Concl. =Dico che più non si dee a me esser disdetto, che si

disdica agli uomini ed alle donne dir tuttodì foro e caviglia ec.=

Sempre mi sguaraguati se mi trovi:

E' sono a te come la forca al fieno.

No 'l dico per piaggiarti per Dio Giovi,

=Sguaraguati:= mi guardi e mi riguardi, mi vai con cento occhiate

squadrando da capo a' piedi. È discorso della donna trovata

=all'ontaneto=.

=Sono ec.= son costoro per te oggetto di rivalità e di rancore;

com'il fieno teme la forca, da cui venga infilzato.

=Per piaggiarti:= per parlare a seconda del tuo genio. Per Giove

ch'io non intendo addormentare i tuoi gelosi sospetti; ma pure ti

sarò buona compagna ne' geniali scherzi.

Il bambagio alla musa spaccereno;

Al tanto, a paralocco, alla bassetta:

O topo o vispistrel noi pur sareno.

=Bambagio:= trarre il bambagio è trarne l'ultimo sugo, e quasi

snervare. =Musa:= scherzi, giuochi. Per servirti farem gli ultimi

sforzi del genio.

=Tanto:= oggi =tantìo=, giuoco come la =bassetta= e il

=paralocco=. In osceno significato altresì ne' Cant. Carn. 6.

=Fare alla bassetta, E convien che l'uno alzi e l'altro metta.=

=O topo ec.= farem la parte nostra comunque sia. Allude alla

favola del pipistrello, che com'uccello si salvò dal gatto, come

topo dal falco. =E fanno appunto com'il pipistrello, Or figura di

topo ed or d'uccello=. Cort. Convert.

Mezza m'ha fatta pinza la bonetta;

E così va su vacca per vassojo:

Me' son i pedignon talor che fretta.

=Pinza:= piena. =Bonetta:= berrettino; per similitudine il

ventricolo o la borsa. Sappi però che quel mio amante m'ha

trattato assai bene.

=Va su vacca:= quand'uno dilapida il suo, e oggi una cosa impegna,

domani un'altra ne vende, soggiungesi =e va su vaggia, e va su

vacca.= Rid. =Vassojo:= conca di legno per uso de' manovali. Col

trattarmi sì bene s'è ridotto a dover vendere e impegnare per un

vassojo.

=Me' son ec.= oggi =chi va piano va sano=. =Pedignon:= male ch'il

freddo genera ne' piedi congelandovi il sangue. Per lusingar

Brunetto si protesta ella però di più pregiare un amante moderato

nello spender per le sue belle, che un altro troppo corrente e

inconsiderato.

Ma io ho posto un freno al menatojo,

Che io non mi darò mai più alle streghe,

Se voglia non mutasse il colatojo.

=Ma io ec.= replica di Brunetto, il qual dice d'essersi posto in

sì rigido sistema di continenza, che ec.

=Alle streghe:= darsi alle streghe è darsi alla disperazione, alle

furie; qui impazzar per amore.

=Colatojo:= figuratamente, come =menatojo=; cioè carne

incontinente e rubella.

Non credo che s'andasse cento leghe,

Ch'ella vorrà 'l peluzzo trarne tutto;

E non starà in calcole a far pieghe.

=Non credo ec.= sebben però vantasse ella di tanto piacerle la

moderazion dello spendere negli amanti, pur credo che molto non

passarebbe ec.

=Vorrà ec.= che non sarà contenta se non m'abbia pelato affatto,

facendo andare a scroscio i miei quattrini.

=Calcole:= certi regoli che calcan co' piedi le tessitrici,

alzandoli e abbassandoli. =Far pieghe:= dicesi per operar con

agio. Rid. =Onde non istar in calcole a far pieghe= è ben menar le

calcole; cioè adoprarsi con tutta possa a munger denari.

Gnanima, il suo sarà consiglio asciutto;

Che le son belle begole colui:

Dì quel che tu ne credi, e dì di botto.

=Gnanima:= per l'anima mia; specie di giuramento, come gnaffe per

mia fe. Salv. =Asciutto:= magro, sterile.

=Begole:= bubbole. Son poi belle chiacchiere; avrebbe ella a

trovar i messeri che ci credessero. =Colui:= riempitura per grazia

di lingua.

=Dì quel ec.= che ti pare? non è così in tua coscienza? Modo

d'esprimer la sicurezza in cui si è, ch'altri non discordi da'

proprj sentimenti.

Non lascerà, perch'ella dicess'uhi;

E castra qui, e rendimi l'avanza:

Che faranno allo sdrucciolo amendui.

=Non lascerà:= sicuro dell'altrui risposta e non aspettandola,

prosegue egli dicendo, che non lascerà ella l'antica pratica per

quante smorfie abbia dette.

=Castra ec.= parole che diconsi a dileggiamento di taluno, da cui

non si vuol essere impastocchiati; stendendosi nel dirle il pugno

verso di lui, spinto il dito grosso frall'indice e il medio: il

che volgarmente chiamasi =far le fiche o le castagne=.

=Sdrucciolo:= l'atto stesso di sdrucciolare. Ed egli ed essa

faranno a chi più sdrucciola nelle tresche antiche.

Che la ribeca fu menata a danza,

E fia miglior che la lega di Chianti.

E di luglio fo pepe a stranianza:

=Ribeca:= chitarra. La veglia è in pronto, nè s'ha da far altro

ch'entrar in ballo; e vuol dir allegoricamente di già veder le

disposizioni a riprender la tresca.

=Lega di Chianti:= moltitudine fra se discorde, come =la compagnia

del ponte Arifredi=, pochi e mal d'accordo. E la tresca riuscirà

brillante e di genio. =Lega= son più paesi di contado soggetti a

un governo. =Chianti= è vicino a Firenze, rinomato pel vino.

=Di luglio:= far pepe è aggruppar le cinque dita in forma di cono,

il che non riesce quando le mani sono aggranchiate dal freddo.

Perciò =far pepe di luglio= è esser sì bravo da riuscir nelle cose

più goffe. =A stranianza:= con peregrina bravura. La parte intanto

che mi tocca a fare, è quella che farebbe ogni più gran minchione.

Del detto mese pulci e non contanti.

Perchè 'l granchio mi morse mangio 'l cucco,

E della guardanappa faccio guanti;

=Del detto ec.= da me che sperar ne potea? pulci quante n'ha

luglio; non denari, come dagli altri suoi amanti.

=Granchio:= esser morso dal granchio intendesi andar ristretto

nelle spese. =Cucco:= uovo; voce de' bambini: qui per cibo scarso.

Perchè lo spender m'è rincresciuto, gli altri trescano ed io

faccio astinenza.

=Guardanappa:= sciugatojo. E in uno straccio di sciugatojo mi

ravvolgo le mani, simile a un poveraccio piantato là sulle piazze

a scaldarsi al sole per non aver altro.

E allogliato talor mi pilucco.

Del diavol li scuffion! tornò la buffa

Che per lo stucco tinto vengo stucco.

=Allogliato:= chi ha mangiato pan di loglio, ch'il volgo crede

faccia infatuire. =Mi pilucco:= mi rodo di rabbia, mi tapino.

=Del diavol ec.= esclamazione energica da premettersi a cosa di

grave spavento. =Scuffion:= i rabbuffati crini, e le corna. Rid.

=Buffa:= visiera, qui per la faccia orribile di colei, ch'a guisa

di furia tornò in campo.

=Stucco:= il volto della donna. =Faccia di stucco= suol dirsi

appunto d'un volto liscio o dilavato. =Tinto:= illividito per

l'ira. =Com'Ilarcon la vide così tinta=. Ciriff. Calv. 3. 74.

=Vengo stucco:= rimango di gesso, mi gela il sangue.

Nier, Bindoli fu Neri a non dir truffa:

Chi tornò tosto? chi per l'acqua andone?

Il naso, se l'agogni, in cul li tuffa.

=Nier:= tronco di Ranieri. =Bindoli:= dice che questo =Neri=

piuttostochè Neri fu =Bindoli= di casato; volendo con tale scherzo

tacciarlo di bindolo e di raggiratore, e attribuirgli la colpa

dell'accaduto. =A non dir truffa:= per non dir peggio, cioè

truffajuolo.

=Chi tornò ec.= suol dirsi per proverbio che =chi presto vuol

la risposta, mandi l'ambasciata quando piove=; perchè il messo

allor cammina per non bagnarsi. Rid. Il senso: Credi tu ch'il più

sollecito messo sia quel che =va per acqua?= oibò; fu Neri per

andar a sparger zizzanie.

=Il naso ec.= e se vuoi meglio saperlo, metti là il naso a sentire

di qual verme è in lei questa bile. Seguo la correzion del Ridolfi

in questo verso, che suol leggersi: =Il naso se l'agogna, il cul

la tuffa=.

Poi quindavalle sì mi ciottolone:

Tu del porcel? così la mi digrigna;

E testa e viso mi fa di piccione.

=Quindavalle:= quindi a basso alla valle; voce de' contadini.

=Ciottolone:= all'uso pur de' contadini per =ciottolò=; mi tirò

de' ciottoli, de' sassi. Pittura di quella femmina inviperita.

=Tu del ec.= sai tu il costume del porcello quand'è inviperito,

come stride? Figurati che non altrimenti ella =digrignava=. Rid.

=E testa ec.= i colombi irati vanno un contro all'altro tronfi e

pettoruti; così ella venne contra di me. Salv.

Diavol! che filò Berta, cosa arcigna,

Per natalizia tu sentir potresti

In su le giugge, e 'n su la scarafigna.

=Che filò ec.= diavolo! che vuoi tu da me? Potrebbe esser che tu

avessi a provare =ciocchè filò Berta=; cioè buoni staffili fatti

di fune, ch'in verità, son =cosa arcigna= ed agra. Rid. Invettiva

di colei, la qual sorprendendolo lo minaccia che ne gli saran da

taluno pestate le polpe.

=Per natalizia:= pel santo natale; giuramento, con cui vuol

mostrare di parlar da senno e non per burla.

=Giugge:= forse da =giuggiare=, giudicare; e sarebber le

parti deretane, quasi costituiscano il giudice in tribunale.

=Scarafigna:= forse è parte polputa; vocabolo formato dal Lat.

=scarifieri=, esser inciso con taglio anatomico.

E la lancia alle reni gli tenesti,

Quando la carta ligia trasse fuori;

E dell'orto quel tal non cacceresti.

=La lancia:= tener la lancia alle reni ad alcuno è qui

stringersegli al fianco, quasi non se n'abbia paura.

=Carta ligia:= carta d'obbligo; figur. per qualunque pretensione.

Tu volesti far da bravo, quand'ei cacciò fuori le sue pretensioni.

=Dell'orto ec.= proverb. E poi sei sì dappoco, chi non ti darebbe

l'animo di =cavar un ragno da un buco di muro=.

E' sa metter a can gli zaraori;

E alle tre caval: noi averemo,

Squittendo in albagia, rimbrottatori.

=Metter a can:= metter su, attizzare. =Zaraori:= voce furbesca

simile a =zarei=, che presso i Romagnuoli val quanto i messeri;

seppur non equivale a =zarosi=, bravazzi.

=Alle tre ec.= e sebben tu la passi liscia per una o due volte; la

terza non falla, e le paga tutte. I Fiorentini dicono: =Alla terza

si corre il palio=; a cui è in tutto simile =alle tre caval.= Rid.

=Squittendo:= alzando voce acuta e stridente, com'i bracchi dietro

la fiera ch'inseguono. Padron mio, se troppo stuzzicheremo, non

mancherà chi ci stia a' denti.

Quand'io son con la landra molto alleno;

Il forse è forcelluto; e rimpennai

Sonno vegghiato: caddi poco meno.

=Landra:= donna di piacere. =Alleno:= perdo appoco appoco la

lena. Proseguendo egli la narrativa del fatto, dice di non essersi

perciò sdegnato; essendo piuttosto suo costume d'appiacevolirsi

colle donne.

=Il forse ec.= si sparte frall'incertezze del sì e del no, quasi

due punte a guisa di forca. Orsù, ripresi, non ci stiamo ora a

tormentare frall'incertezze di quel ch'avverrà.

=Sonno vegghiato:= ore del sonno passate in veglia. E quindi mi

volsi a rifarmi =(rimpennai)= de' perduti godimenti, come chi si

rifà del perduto sonno. =Il canto rimpenna l'anima che giaceva.=

Salv. Disc.

Con l'altra berza allora sostentai;

E poi ci scarmigliammo insieme alquanto:

Ma pur un nodo alla borsa fiaccai.

=Fiaccai ec.= sciolsi pur di nuovo un altro gruppo alla borsa. Sta

colla =landra=, e parla in gergo di quanto fu con lei prodigo e

largo.

E me lasciasti al grido, e diemmi vanto

Di non fare in tre mesi alle comare;

Perch'io uscii dell'erba tutto quanto.

=Lasciasti ec.= lasciar alle grida vale operare

inconsideratamente; da lasciar i cani al primo romore avantichè

sia scoperta la fiera. Il discorso par qui di volo rivolto al

rivale, della cui poca accortezza si ride in avergli dato campo di

ritrattar colla =landra=.

=Comare:= passatempo di fanciulle, le quali posta in un letto la

bambola, la visitano a guisa di parturiente, e le fan complimenti.

Qui figur. per non più trattar con donne, essendone sazio.

=Uscii ec.= simile, dice il Ridolfi, =a uscir del seminato=, cioè

spropositare. Perchè in quel dì mi sfrenai veramente. Ma forse è

metafora tolta dalle biade, quand'inaridiscono in paglia. Il senso

sarebbe il medesimo.

Seccaggine era all'uscio a tentennare;

Stato già fu' gran pezza, e vidi 'l bello,

Ed ebbilo cogliuto al trampalare.

=Seccaggine ec.= e ben sarei stato un babilano, un pezzo d'arido

legno, se fossi stato lì a baloccare.

=Vidi 'l bello:= m'accorsi della favorevole congiuntura. =Alza la

spada, e quando vede il bello, Tira fendente=. Malm. 11. 32.

=Ebbilo ec.= nè già sì bella occasione mi lasciai scappare; anzi

la colsi su' trampoli stessi, su cui si movea; cioè mentre veniva

con piè mal sicuro. Quindi =cosa strampalata=, improbabile.

Trafiggi e volgi, assaggiando caldello:

Un suo dì ha come l'oca vecchiccia

Di mona Bonda, e mostra paperello.

=Caldello:= in lingua gerga è il mosto. Rid. Quand'assaggi il vin

novello come fai tu? Infilzi nello spiedo e giri per aver pronto

l'arrosto. Così feci io in quell'assaggio di nuovo gusto: tutto fu

in ordine.

=Un suo dì:= i suoi anni però non le mancano. =Oche di mona Bonda=

si dicon dalla plebe quelli che nascondono gli anni loro, e si

lisciano per comparir =(paperello)= più giovani. Rid.

Salse di quinci 'l sorcio alla salsiccia;

Parlò francioso al topo musingrino,

Quand'era 'mpappolato alla paniccia.

=Salse ec.= e questo è il punto fatale, dove cominciarono i guai;

detto per similitudine, come =qui mi cadde l'asino=. Rid.

=Francioso:= insegnar a parlar francese dicesi per far altrui

alcun male, che gridar faccialo =uhi=; affermativa de' Francesi.

A siffatta voce è simile lo strido del sorcio colto all'inganno.

=Musingrino:= oggi =musacchino=, topo di muso acutissimo. Rid.

L'amico si sentì punto sul vivo, e strillò.

Allora empiessi 'l suo cattivellino:

Quell'altro scaccheniglio prese farro

Avvelenato; n'andò pe 'l giardino,

=Allora ec.= quel =musingrino=, cioè egli stesso, da cui fu

ficcata all'amico, lasciò che l'altro strepitasse a sua posta,

e badò a fare il fatto suo. =Il suo= corpo il cattivellino; o

=cattivellino= per pancia. Rid.

=Scaccheniglio:= forse da scaccharius, ladroncello. Du Fresn.

=Quell'altro=, cioè l'amico già detto, mangiò un boccon sì

bilioso, per cui ec.

E della mosca baco fè ramarro.

Però la lettera è pur forte cosa,

Che m'ha fatto inzigare, e però garro.

=Mosca baco:= mosca che nasce da piccol verme. Fece d'una freddura

un fatto strepitoso; come =far d'una mosca un lionfante=.

=La lettera ec.= quanto fa l'avere studiato! Fa ch'io possa

francamente =(inzigare)= stuzzicare altri, e contrastarmela.

Con la gabotta v'entrò la pastosa:

E da qual piè tu zoppichi ben saccio,

Con cerconcello 'n bocca tutt'ontosa.

=Gabotta:= inclinerei a derivarla dal Franc. =gavotte=, specie di

ballo, e crederei che =pastosa= fosse una qualche sonata, o altro

ballo. Quindi intenderti ch'a quel festino, cioè a quella sciarra,

niente mancò per renderla viva e strepitosa.

=Cerconcello:= erba ch'in se ha dell'acrimonia. =Ontosa:= piena di

dispetto. Con tutto l'amaro d'un livido labbro gli dissi: Io ben

conosco il tuo debole, e perciò so come sonartela.

E rosecchiando a Crema un grande straccio

Veggiam fu Prete e non si ordinò:

Talora a piazza ride 'l più tristaccio.

=Veggiam:= par che l'altro ripigliasse in aria sprezzante:

Oh! questo poi aspetteremo a crederlo, quando lo veggiamo. Ed

ei replicasse con ira: Che veggiamo e veggiamo? Veggiam fu di

Crema, ove rosicava stracci, e fu Prete senz'ordinarsi; cioè non

concludea un fico, come tu farai. Rid.

Per di cazza 'l catino imbratterò:

Ed il battaglio per lo corpo diemmi;

E cica di metal già non trovò.

=Di cazza:= colla mestola; e quella è propriamente, con cui

schiumasi la pignatta. =Catino:= vaso di creta, in cui lavansi le

stoviglie di cucina.

=Diemmi:= mi diedi. Rimangansi qui ne' lor sozzi veli ravvolte le

sporche metafore di questo e de' seguenti terzetti.

=Cica ec.= niente di metallo; perchè qui non si parla di ferro e

di campana, se non per metafora.

E rintrillando, bramito giugnemmi:

Non nuoce, ch'e' non è ben grandileo.

Per una donna pregna riscotemmi;

=Rintrillando:= replicando quello il suo =trillare=, cioè quel

tremulo dibattimento, proprio del suono della campana. Rid.

=Bramito:= suonò stridulo. Il Ridolfi legge =tranudo=, piucchè

nudo.

=Non nuoce ec.= fu questo il suon che gli giunse all'orecchio.

=Nuocemi= legge il Ridolfi. =Grandileo:= grande, ma di malfatta

grandezza. Rid.

=Pregna:= piena, corpacciuta. Talmente m'elettrizzai, che me la

sarei veduta con un colosso di donna.

E dileggiato fu il prospiteo.

Viso di conno 'nfermo e di marmotta,

Non ci mostrar la luna, e 'l culiseo.

=Prospiteo:= il prospetto, la facciata davanti. Equivoco tratto

da' gerghi della lingua furbesca.

=Viso ec.= sembran parole di uno che se la prende contro al

fatto racconto, dichiarandosi d'averlo per incredibile e troppo

glorioso.

=Non ci mostrar ec.= non ci contar fole e millanterie sì

sfacciate. =Mostrano a' mariti la luna per lo sole=. Bocc. 72.

=Culiseo:= maraviglia, o come dicesi, =il bel di Roma=.

La zeba tu cavalchi, e pur mal trotta,

Colleppolando indarno; della Nente

Non t'avverrà come Tristan d'Isotta.

=Colleppolando:= gongolando, esultando per gioja; ma =indarno=,

perchè è =(zeba)= capra che =mal trotta=.

=Tristan:= personaggio della =Tavola Ritonda=. Egli amò =Isotta=,

e felice fu nel suo amore che lo rendette famoso. Ma lo stesso non

avverrà a te, amando la =Nente=.

Se Nencio tuo e la Boba non mente,

D'altro ti pascerai a gran gualdoro;

E questo disse 'l lupo: allegramente.

=D'altro ec.= allude alla favoletta del lupo, ch'uscito a far

preda di pecore, dovette anzi salvar se stesso da' cani; sicchè

tornato digiuno si consolava con dire: =D'altro ti pascerai

allegramente=, ossia =a gran gualdoro=. Quindi ne derivò il dirsi

fra' contadini da chi mal fesse i suoi assegnamenti: =Come disse

il lupo=. Rid.

E non torrai 'l nome a pinca d'oro,

Che non saresti un icchese di gatta,

Perchè da San Donato fai dimoro.

=Pinca d'oro:= uomo che brilli per ricchezza e per genio. Il

Boccaccio chiamò =pinca da seme= uno sciocco, un tronco di carne

solamente buono per razza.

=Icchese ec.= sgraffio, sberleffe. Mentre non sei capace d'un

jota, non potrai contrastar il posto a tal amante.

=San Donato:= chiesa popolare di Firenze. Tu stai a S. Donato;

cioè sei di quelli che pigliano sì, ma mai non danno. Bello è

l'altro riportato dal Ridolfi: S. =Donato ha rotto il capo a S.

Giusto=; i donativi han dato in collo alla giustizia.

Degli Amerati i' ho nome lo 'mbratta,

Che 'n piazza 'l vidi al pozzo toscanelli.

Dimmi magogo: che cos'è la patta?

=Lo 'mbratta:= il vitupero, lo sporcafamiglia degli Amerati.

Risposta del rimprocciato. =Guggio Imbratta= è presso il Boccaccio

il nome d'un babilano. Salv.

=Pozzo ec.= pozzo denominato dalla casa de' Toscanelli, sulla cui

piazza stava a pubblico uso.

=Magogo:= uomo grossolano. =Patta:= epatta, numero di giorni

aggiunti all'anno lunare per pareggiarlo col solare. Quindi

=patta= per pari.

E' mi rispose: piaccionti i baccelli?

Allora i' asseccai; e la sciverza

L'ha trasportata di cazzi in crivelli.

=Piaccionti ec.= modo di non rispondere a tuono, simile all'altro

del popolo: =Dove vai? Le son cipolle. Quanto al cento? Io vo a

Firenze.=

=Asseccai:= restai lì senza più saper che dirmi, come chi dà nel

secco. =Sciverza:= a congettura del Ridolfi è sciarra, contesa.

=Trasportata ec.= e così col risponder sì male a proposito gli

riuscì di svolgere e troncar la contesa. Crede il Ridolfi che

debba leggersi =di cassi in crivelli=, usatosi =casso= dagli

antichi per cassa in cui riporsi le biade. Come dicesse: Si

trattava di casse, ed ei saltò a crivelli.

Chi con le mani o con parole scherza,

Infinta oltraggeria non usi mai:

E' farà corpacciata in su la terza.

=Infinta:= di doppio aspetto, affin di far male e poi per

iscusarsi poter dire io burlava. Non fondi alcuna speranza sopra

siffatta doppiezza.

=Corpacciata:= dar in terra una corpacciata vuol dire cader di

botto in terra. Se pur la prima e la seconda gli vada bene, alla

=terza= ci darà di muso.

E questo alle mie spese già provai;

Ed il gavocciol venne ad un'ampolla;

E 'l mascalzon dicea: non dormirai.

=Il gavocciol ec.= il tumore venne a =(ampolla)= suppurazione.

Venne il tempo di pagarne la pena; o com'or diciamo =il nodo venne

al pettine=.

E muggiolando dicea: molla molla.

A spizzicone il naso un tal miccino

Egli tirò: allor tutta si crolla.

=Muggiolando ec.= con voce lamentevole io gli replicava: =molla

molla=, cioè ammollisciti, lasciami andare; metafora tolta da'

muratori quando cercano che s'allentino i canapi. Salv.

=A spizzicone:= a mala pena, a stento. =Un tal miccino:= un

pocolino. =Tirar il naso= l'intendo per quel fregarsi colla mano

il naso, quasi stirandolo; atto solito di taluni nel momento di

chiamar in se stessi all'esame la risoluzione che debban prendere.

=Tutta:= crederei ch'avesse a leggersi =tutto si crolla=; cioè

si dimena movendo il capo in qua e in là, come chi pensa per

risolvere.

Credetti allor vedere un bel monnino,

E rivoltando vidi una bizzoca:

E quand'i' voglio un asso e' vien duino,

=Allor ec.= cominciai allora a sperarne bene; ma vane furon le mie

lusinghe. Quest'è il sentimento di tutto il quartetto. =Monnino:=

bambino.

=Bizzoca:= una femmina. Mi trovai com'uno ch'aspetta un maschio, e

gli nasce una femmina.

=Duino:= punto de' dadi, quand'entrambi mostrano il numero del

due. =Tenendo ec.= sempre fondando in vano le mie speranze, come

chi crede tener in pugno una cosa che non esiste.

Tenendo sempre 'n man pur cazzo d'oca.

Pataffio - Tesoretto · 第 22 / 66 题