Ell'è brignacca, bacalar cignato:
Disse colui ch'ebbe la moglie morta.
E questo fatto è fatto, ed è spacciato.
=Ell'è brignacca:= secondo il Ridolfi è modo di dire, come
sarebbe: =Cappita! l'è una piccola bagattella, l'è una
salignacca=.
=Bacalar cignato:= baccelliere coronato, laureato. Dicesi anche
per ironia, com'il Berni d'un gigante: =E fra se dice: sì gran
bacalare Un piede e mezzo bisogna scortare.= Orl. 2. 60. Onde
seguiterebbe il senso: L'è una fava, l'è una cosa da nulla!
Levai la quaglia, e 'l tozzo la ne porta;
E 'l Ghiucciole dall'aja no 'l farebbe:
Sentenzia bornia fu assai bistorta.
='L tozzo la ne porta:= invece di guadagnarci ci ho perduto;
come avviene al cacciatore, quando non sol gli fugge la preda, ma
gli porta via l'esca. Prov. =Andar per la decima e lasciarvi il
sacco=.
=No 'l farebbe ec.= nemmen messer Ghiucciole sarebbe stato tanto
babbano e tanto gnocco. =Dall'aja:= suol dirsi a' più goffi
villani; come =Cecco dall'aja=.
=Bornia:= cieca. Risoluzione presa alla cieca non riesce che
alla malora. =Se tu e gli altri che le gatte in sacco andate
comperando, spesse volte rimanete ingannati, niuno maravigliar se
ne dee.= Bocc. Lab. 264.
E la camicia il cul non toccherebbe:
Doh! ch'egli è un cotale uti nè puti;
Un male schiaffo, e una ceffata ebbe.
=La camicia ec.= modo basso, che dicesi d'uno il quale esulta per
contentezza. =Ella rimase facendo sì gran galloria, che non le
toccava il cul la camicia.= Bocc. 32.
=Uti nè puti:= ah! sì ch'egli è un baccellone, nè carne nè pesce;
e perciò gli fu sonata. =Male:= per malo.
Rozza petarda, lapi, nuti, e ciuti:
In india pastinaca m'impinzai;
Non son minciolfi, perchè sien zembuti.
=Rozza petarda:= cavallaccia che spetezza. Dicesi a talun per
disprezzo come =carogna=. Segue il disprezzo in =lapi, nuti,
e ciuti=, che son termini di niun senso, messi per dinotare lo
sciocco parlare della persona di cui si tratta. Ridolf.
=India pastinaca:= paese ideale come la =cuccagna=, che fingesi
d'un grasso sbardellato. =M'impinzai:= m'empiei a crepapancia.
Vuol dire: Io intanto me ne sto in guazzetto. Così il Bartoli:
=Intanto Cecco all'ombra d'un ontano Se la grogiola allegro a
pancia piena; E parmi giusto il prete di Pacciano.=
=Minciolfi:= furbesco travestimento di =minchioni=. =Zembuti:=
da =zembo=, che dice il Ridolfi suonar =gobbo= in alcune parti
d'Italia. Non ti credere d'averla a fare con mammalucchi, benchè
tu li vegga maltagliati e scontrafatti.
Al tuo pasqual servigio il culattai,
Ruscella; deh fa 'l tomo schiavonesco;
Sicchè noi siam da Bientina begnai.
=Il culattai:= s'usava in Firenze da' più anziani del negozio
condur sulla piazza il giovine, che andava la prima volta alla
bottega o al banco, e acculattarlo sopra un marmo; come se ciò
fosse un iniziarlo al servizio della bottega. Ridolf. =Pasqual:=
solenne, total servizio.
=Ruscella:= soprannome di persona allor cognita. Confessa poi il
Ridolfi non saper indovinare qual gergo si nasconda in questi due
versi. Similmente ne' Cant. Carnasc. 34. =Il tombol schiavonesco e
faticoso, Donne sì ben facciamo, Che senz'alcun riposo Tre volte e
quattro già fatto l'abbiamo.=
=Bientina:= lago tral Lucchese e il Fiorentino. =Begnai:= forse
=bagnai=, al dir del Ridolfi, per =bagnati=.
E co' calzar del piombo sta in cagnesco;
E mi venne un cicato per lo teri:
Fatti un cristeo di foglie di pesco.
=Co' calzar ec.= con lenta gravità, con guardinga sostenutezza.
=Sta in cagnesco:= sta burbero, fa il muso torto.
=Un cicato ec.= un cieco per la limosina; gergo antico. =Teri:=
oggi il =tarì= è moneta Napolitana, già detta =terì=. Il Salvini
che va sempre alle radiche di primissima origine, dubita sia
=teri= per tergo.
=Foglie di pesco:= bisogna ch'esse siano solutive, com'in sommo
grado lo sono i fiori del pesco. Ridolf. Se questa poi fu la
limosina, fu molto squisita.
Ed in gazzurro stanno i ciabattieri;
Bàccito ti darà bombar, Ciampugio:
Dello smallato fanno i ciabattieri;
=Gazzurro:= zurro, allegria, galloria. Onde =gazzarra=, festoso
sparo di mortaretti.
=Bàccito=; crede il Ridolfi che sia un composto, come =màmmata=
per mamma tua, così =Bàccito= per Baccio tuo.
=Ciampugio:= Ciapo di Puccio, o Giacopuccio. Sta tu pure
allegramente, o Giacopuccio; che Baccio tuo ti darà del buon
bevere. Da =bombo=, voce fanciullesca per vino.
=Smallato:= spogliato della scorza. Far dello smallato è lo stesso
che =fare il dinoccolato=, fare il cascante.
A scornabecco la Ghisola, e Pugio.
Non t'affannare a gerla, Misingrino;
Mondagli l'orzo, ch'e' non è mattugio.
=A scornabecco:= si pongono scambievolmente in capo la corona, la
corona del becco. La =Ghisola= è pur presso Dante =(Inf. 18.)= una
femmina, che fe crescer gli splendori in fronte a suo marito.
=Gerla:= specie di corba per portare il pane. S'usa anche per
significare una gran quantità. =Dopo aver mille imbarazzi, Porta
addosso una gerla di ragazzi.= Malm. 12. 11.
=Mattugio:= denominazione d'una specie di passere, che son le più
avide del cibo. Il senso è dunque: Non gli avessi tu a portare
una gerla di pane: che anzi =mondagli l'orzo=, preparagli un
piattin gentile; mentre non è egli un divoratore, ma ma boccuccia
delicata.
Gnaffe, tu se' un nuovo Pagolino
A vederti i luccianti scerpellati;
Se non ti vendichi, esci baldovino.
=Pagolino:= v'è stato un cieco, detto Pagolino, e famoso in compor
canzonette.
=Luccianti scerpellati:= occhi stravolti, che poco vedono.
=Egli avevano quegli occhi scerpellini, sicchè e' vedevan poco o
niente.= Firenz. As.
=Esci baldovino:= ti fai vedere un asinaccio. Così d'un asino
l'Angiolieri: =Stando lo baldovino entro d'un' prato, Dell'erba
fresca molto pasce e 'nforna.=
Non frottolar, che tu gli hai trabaldati:
Quando l'asino ragghia, un Guelfo è nato:
Sì dice. E gli ebbe netti, e scuccolati.
=Non frottolar:= non ci vender frottole. =Gli hai trabaldati:= li
hai trafugati. Tu sei un fante lesto, e senza far mostra li hai
rubati.
=Quando l'asino ec.= M. Brunetto era Guelfo, Chi qui parla in
disprezzo de' Guelfi è un furbo che vuol farsi merito presso i
Ghibellini, e così trar da loro denari.
=Ebbe netti ec.= ebbe i quattrini pronti e sgusciati; cioè li ebbe
un sopra l'altro.
Per via s'acconcia soma a fare a fato:
Egli è un cerbacone, e connofica:
Coglier vuol questa tira, e scarcasciato.
=Per via s'acconcia ec.= anche operando =(a fato)= a sorte, va
talvolta un affare a mettersi da se stesso in buon essere nel suo
medesimo corso.
=Un cerbacone:= uno scioccone, un buon da nulla; e vien forse
da =cerbonea=, vin guasto e inservibile. =Connofica:= titolo
ingiurioso formato da due sinonimi del latino =cunnus=. Così
nell'8. dice ad uno: =Viso di conno infermo e di marmotta=.
=Coglier ec.= vuol vincer questa gara; ed è =scarcasciato=, cioè
malconcio; da =scarcassato=, rallentato com'arco non teso.
E conoscoti, il cul disse all'ortica;
Andar io posso a far dell'erba a' cani,
Bontà di te, che se' muccia fatica.
=Conoscoti ec.= modo basso, con cui intendiamo d'esprimere, che
non c'è punto ignota la maligna qualità di taluno. Altrimenti: =Ti
conosco mal'erba=.
=Far erba a' cani:= applicarsi ad un mestiere di niun profitto;
perchè i cani non mangiando erba, tal fatica sarà perduta.
Similmente: =Fare il lava carboni=. Addio miei negozj, in grazia
tua =(bontà di te)= che sei un =(muccia fatica)= perditempo, uno
scansafatica.
Ecco l'avanzo del grosso Cattani;
Alle minonne perderei giucando
Decimole, peteri, e ani ani.
=L'avanzo del Cattani:= s'intende quello scapito sofferto dove
credeasi guadagno. Così =l'avanzo del Cazzetta=, che fecondo il
Menagio bruciava gli olivi per far buona cenere.
=Alle minonne:= giocare alle minonne o =alle minonnole= è
trattenersi in giuochi di niun interesse. Mi dice sì mal la sorte,
che perderei anche dove non si può perdere.
=Decimole ec.= tre termini significanti quelle più miserabili
bazzecole, in cui può consister la perdita di uno, che nemmen ha
che perdere. Decimole: da decimo, meschino. =Peteri:= da =peto=,
come crede il Ridolfi. =Ani ani:= voce delle contadine per chiamar
l'anitre.
Dicervellato vienlo mazzicando;
E metterai Petruccolo in Quaracchi:
E' tocca bomba, e va chicchirillando.
=Dicervellato:= ch'ha perduto il senno. Con una buona mazza vienlo
=(mazzicando)= a sonare il pazzo maledetto.
=Quaracchi=; villa vicina a Firenze, ove fa il peggior vino del
paese. Perciò la plebe al vin cattivo grida: =Quaracchi=. Ridolf.
Il senso: Lo metterai a mal partito.
=Tocca ec.= egli però corre a mettersi in sicuro; e va
=(chicchirillando)= prendendosi trastullo. =Bomba= è il luogo
privilegiato in quel giuoco de' fanciulli i in cui uno corre
dietro agli altri che gli scherzano intorno, e poi per non
esser presi scappano a toccar bomba; donde presto ripartono per
divertirsi del compagno.
Per abbiata sai tu, che tanto gracchi:
Un farsetto a Milano bianco io ho;
Alla canna di Ciolo vo t'attacchi.
=Per abbiata:= per prova. Si vede che ne sei maestro a tue spese,
dacchè tanto sfringuelli. Simile: =La lingua batte dove il dente
duole=.
=Canna di Ciolo:= è nota la favola di Celo o Cielo, padre di
Saturno. E il Ferrari dice che =ciolo= suona presso i Lombardi
=virilitatis argumentum=. Perciò precede: =Un farsetto a Milano
ec.=
Ma guarti coda del metal dondò:
Egli 'l farebbe alla benifatta,
Che fistol venga a chi 'n terra 'l cacò.
=Ma guarti:= ma guardati dalla =coda del metal dondò=, cioè della
campana, che è una fune. Ma salvo ti sia un capestro.
='L farebbe alla benifatta:= modo esprimente un animo pronto, se
gli venga bene, a far qualunque azion corta senza riguardo nè a
benefizj nè ad amicizia. Rid.
A questo tratto tu pur hai la gatta,
Che tonder non faretene a Capocchio.
Molta schinci! egli ha più d'una natta.
=A questo ec.= secondo il Salvini noi diremmo: =Hai tolta questa
gatta a pelare=. In sì intrigato affare ti sei impegnato, che non
basterebbe a svilupparlo nemmen =Capocchio=; il quale pensa il
Ridolfi esser soprannome d'un barbiere. Per verità ha da essere un
gran nodo quello, che col rasojo non si può sciogliere.
=Molta schinci:= il vocabolario alla voce =natta= cita contro
il suo solito dimezzato questo verso: segno che non vuole
autenticarne le due prime parole, che scorrette crede il Ridolfi.
Egli però n'arguisce un senso ammirativo, come =poffare il mondo!=
Non stare in penna muda: che se' crocchio?
La treggia pur di Berta, e di Bernardo:
Tu m'hai per cazzavela, e per ranocchio.
=Penna muda:= È quel cambiar di penne che fan gli uccelli; cosa
che li rende chiocci e malaticci per la dissipazione de' cibi
organici, com'insegna il Signor de Buffon. Non te ne star sì
tapino: forse =se' crocchio=, stai poco bene?
=La treggia ec.= detto, che usasi qualor siamo attediati di udire
o di vedere sempre lo stesso; come dicessimo: =E siam sempre
lì=. Ridolf. La treggia è una specie di traino senza rote, che si
trascina da' bovi.
=Tu m'hai ec.= tu m'hai preso per un facchino. =Cazzavela:=
uccello di poco conto. Il Salvini crede che sia qui per
=cazzuola=, vile animaletto d'acqua.
Suo clientolo egli è, perch'è Lombardo;
Parole, che le son da cuocer accia
Tra ugiole e barugiole con giardo.
=Parole ec.= ti buttan certe parole, che ti son come quel ranno
bollente, con cui si cuoce l'accia. =Fatte ho lo tal bischenche,
Che chiamano i pajuoli e il ranno caldo=. Buon. Fier. 4.
=Tra ugiole e barugiole:= in tutto e per tutto. =Con giardo:= con
baje; sebben =giardo= sia propriamente quel gonfiore che vien a'
piè de' cavalli. Ridolf.
Non metton leppo, e l'uva sfarinaccia:
I' son già palagiato, e non vuol litti;
Ed a gambe rovescio fate a taccia.
=Leppo:= puzzo d'untume ch'abbrucia. =L'uva sfarinaccia:=
s'infracida; detto di chi va in rovina senzachè paja. Non fan
sentire il puzzo, non danno a divedere; ma intanto ti mandano in
malora.
=Palagiato:= da palagio, ov'è la corte del Potestà. =Metter uno in
palagio= significava in Firenze attaccargli una lite. Ridolf. Si
dice di non amar le liti; ma intanto io son citato al Potestà.
=A gambe ec.= sebben colla testa rotta, pur si finisca una volta;
si venga ad una tassa, ad una composizione. =Veggiam di fare un
taccio seco, e darli il manco che si può.= Cecchi Serv. 4.
Non ne fecion gran calamo, nè zitti
Tale, eh zi: chente trucci? scimunito,
Infaonato, e maceron rifritti,
=Calamo:= quasi =clamo=, cioè clamore, schiamazzo. =Non farne
zitto:= non farne motto.
=Tale ec.= modo di chiamar da lontano una persona, di cui non si
sappia il nome; quasi sibilando: =zi zi=. =Chente trucci?= Che
treschi, che fai? =Trucci= si dice agli asini. Rid.
=Infaonato:= livido. Si dice di piaghe invecchiate e incancrenite.
=Macerone:= erba poco buona, e pessima poi rifritta. Pensa il
Ridolfi che qui si parli d'amicizie rattoppate, di cui poco è da
fidarsi. O scimunito, sta pur sicuro che son piaghe vecchie, e
maceron rifritti.
Le calze egli ha tirate, ed è basito;
Ed ha rotto il bifolco, e la celloria;
E alla barba l'hai inuggiolito.
=Le calze ec.= tirar le calze, e =basire= valgon morire. Ha fatto
il colpo.
=Ha rotto ec.= egli è crepato. =Bifolco:= il ventre, per ischerzo,
quasi =biforco=; cioè quella parte, ov'il corpo umano si divide in
forca. =Che sta nel lago dalla forca in giuso.= Bern. Orl. 2. 4.
35. =Celloria:= la collottola.
=Inuggiolito:= inuggiolire far venir l'appetito di checchessia,
adescare. In sua malora =(alla barba)= l'hai posto in sugo, ce
l'hai fatto cadere.
Ecco susorno di questa baldoria:
Caccabaldole s'usa, e chicchirlò;
Scacco alla capra, che sete in galloria.
=Susorno:= fumo. =Baldoria:= fuoco d'allegria. =Caccabaldole= e
=chicchirlò:= parole e facezie lusinghevoli, ma vane e fallaci.
Ecco dove la festa va a finire: in trappole ed inganni.
=Scacco ec.= tratto insidioso per trarre alcuno in precipizio.
=Che sete in galloria:= giacchè in tempo di bagordo è facile il
coprir la cattiva intenzione, e far il colpo.
E valicato egli ha la merla il Po:
E buon sarai allor che marzo in culo
Ti pioverà, o che Berta filò.
=Valicato ec.= significa esser fuggita la favorevole occasione,
come (dice il Tassoni) avviene al cacciatore, quando l'inseguito
merlo gli va di là dal Po, ch'a lui è impossibil d'attraversare.
=Buon sarai ec.= non t'aspettar più bene. Aspettalo quando marzo
ti faccia fiorir le fave =in culo=, o quando torni il tempo =che
Berta filava=; tempi, che non verran mai. Vedi Paoli Mod. Tosc.
Ma cresci pure in quel che mostra il mulo,
In unghie, ed in capelli; a diebus ille:
Egli ha legato l'asino il cuculo.
=Cresci pure ec.= puoi pur crescere mulo grosso quanto tu vuoi;
la fortuna non ti dirà mai più. =Capelli:= per peli. =Mulo= val
bastardo; e si suol dire: =Egli è proprio bastardo=, cioè gli
van tutte le cose bene. =Tu come mulo, traditor ribaldo, hai la
protezion de' Saracini=, Bern. Orl. 1. 28. 10.
=A diebus ille:= uh! son cose degli antichi secoli fortunati; non
è più da sperarci. Noi: =Temporibus illis=.
=Ha legato l'asino:= ci ha preso sonno, non ci pensa più. =E fatto
un chiocciolin sull'altro lato, Le vien di nuovo l'asino legato.=
Malm. 1. 12. Detto dal costume del villano, che assicurato il
giumento, si mette spensierato a dormire.
Ucci col pepe! v'è di piè d'anguille,
Il guadagno di Berto alla ciriegia;
E teronti a ragion tre volte mille.
=Ucci:= accorciamento di cappucci. Suol dirsi per enfatica
espressione di maraviglia: =Cappucci!= l'aggiunto =col pepe= non
è che un determinativo del tal cavolo; quello cioè ch'è buono a
condirsi col pepe. Ridolf.
=Piè d'anguille:= cosa che non esiste, come la materia prima
degli Scolastici. V'è da sguazzar nel grasso; v'è copia di piè
d'anguille, che non ne hanno.
=Il guadagno ec.= oggi si dice: =Avanzi di Berta Ciregia=, che
disfacea i muri per vendere i calcinacci. Paoli.
=Mille:= si dice =star sul mille=, e vale spiegar Una certa
grandezza superiore al proprio stato. Ben a ragione puoi farla da
grande, ricco di piè d'anguille, e de' guadagni di Berto.
Del Feo buffetto io ebbi da Vinegia,
E vo, che voi empiate le bonette:
Esch'io di questa cappa, ch'è di Liegia;
=Feo:= fello, cattivo. Salv. Dico doversi intendere =buffetto
del Feo=, ed esser nome di qualche famoso panattiere, come =Feo
Belcari= fragli antichi verseggiatori. =Buffetto:= aggiunto di
pane; bianco, fino. =Noi sappiam fare ancora il pan buffetto Più
bianco che non è 'l vostro ciuffetto.= Cant. Carn. 34. =Vinegia:=
osteria di Firenze.
=Le bonette:= le berrette, che s'usavano in que' tempi invece de'
cappelli; dal Franc. =bonet=.
=Esch'io ec.= si suol dire =cavarne cappa o mantello=; e vale
trarsi destramente fuora d'un intrigo meglio che si può. =Di
Liegia:= di panno di Liegi. Il Ridolfi legge =dileggia=; e spiega
che già rompendosi fa far trista figura a chi la porta.
Perchè cacare, e otto fanno sette.
S'i' scappo, in vita mia non vi rincappo.
Scazzica, mozziconi, e le civette!
=Perchè ec.= troppo ci si scapita; com'al disotto si troverebbe
ne' conti, chi bilanciar volesse l'introito della bocca coll'esito
del ventre, che sempre meno restituisce di quello ch'introitò.
=Scazzica ec.= tre enfatiche esclamazioni, esprimenti
l'alterazione e lo sdegno dell'animo. Ridolf.
Mogio mogio e' scendea, e sparadrappo;
Col fuscellin caendo oggi t'andai:
Tu mi fai castrafica per carappo.
=Sparadrappo:= stracciapanni; come =sparapane= per uno che par
voglia divorarti cogli occhi; e s'intende d'un bravazzo. Se ne
veniva locco locco; ma gli giravan pel capo de' cattivi fumi, e
disse: Te appunto volea.
=Caendo:= cercando; che prima si disse =chaendo= dal Lat.
quærendo. =Cercar una cosa col fuscellino= è cercarla colla più
minuta diligenza.
=Tu mi fai ec.= tu mi rendi mal per bene; essendo =castrafica= un
atto ingiurioso, e intendendosi =carappo= per uno scherzo o una
carezza amorosa. Rid.
Il niffol tu hai levato sempremai:
Deh non ti paja puzza; o tu, o io
Mancinocolo se'; l'epa pinza hai.
=Il niffol ec.= hai arricciato il niffo, il naso, come chi sente
cosa che puzza. Dee esser la risposta della persona trovata.
=Mancinocolo:= guercio dall'occhio mancino. =Lumine læsus, Rem
magnam præstas Zoile, si bonus es=. Martial. 12. 54. =L'epa pinza
hai=; hai piena la pancia, sei briaco.
Più che la pazza il figliuol va ratìo:
Fatt'è il becco all'oca, e salda e bella;
Vin da tre V fa pipita stantio.
=Va ratìo:= il bell'imbusto scappa via ratto e veloce piucchè un
pazzo.
=Fatt'è il becco all'oca:= il negozio è finito, la cosa è fatta.
=Non v'è rimedio; è fatto il becco all'oca=. Lalli En. 3. 64.
Diede origine al detto la novella d'un'oca artificiale, servita ad
un giovine per introdursi ad una donzella. Minuc. Malm. 2. 13.
=Vin da tre Vec:= vino di tre Vendemmie, cioè di tre anni, fa
cattivi effetti; essendo appunto la pipita un male causato a'
polli da bevanda stantia. Par che voglia dire, che non è mai utile
il rimestar un antico affare già tranquillato.
Mala fistiggine è di chi rappella:
Cambiato io ho per certo muschio a gallo.
Ve' l'avola lassù, vedi la stella.
=Fistiggine:= dubita il Salvini che sia in luogo di
=fastidiosaggine=. Chi torna a riappellare s'aspetti i più molesti
e penosi taccoli.
=Cambiato ec.= in quanto a me non mi son curato di ricever galla
per muschio, purchè non avessi ad entrar in liti.
=Ve' l'avola ec.= teme qui il Ridolfi di qualche scorrezione. Il
Salvini rimarcandoci =stella= per =tramontana=, detta =sido= dal
Burchiello; pago di sì interessante scoperta ci lascia al suo
solito.
Del fango ha tratto 'l cul, ch'era vassallo.
La gichera potresti ben sonare:
Tu se' troppo ghignoso, orezzi al ballo.
=Del fango ec.= s'è tirato fuora dagl'imbarazzi, o dalla miseria.
=Era vassallo:= ci stava sotto. Mi parrebbe che si potesse
riferire alla =stella=, e intendersi esser già sorta la stella
mattutina; ed esser tempo di far con suoni e balli le =mattinate=,
come segue appresso.
=La gichera:= la giga, stromento musicale, molto usato da'
giocolieri; dal Franc. =giguer=, danzare. Quindi =gicheroso=,
festevole.
=Se' troppo ghignoso:= troppo ti piace lo stare in festa; da
=ghigno=, riso. =Orezzi:= aneli, sospiri; da =orezzo=, venticello.
Qui scorgo un dialogo di due persone, una delle quali invita
all'allegria, l'altra la riprende.
Le zarle mi mostrò, non mugiolare;
E fece una baruffa co' gagliuoli;
Pascibietola se' col tuo belare.
=Non mugiolare:= lascia una volta di piagnuccolare; egli mi fece
vedere quanto gli valga il dente. =Zarle:= zanne; a supposizion
del Ridolfi.
=Gagliuoli:= per interiori d'agnelli o simili; da =gaglio=,
secondo il Ridolfi. Del resto =gagliuolo= è baccello. =Fece una
baruffa:= ne fece una mangiata; come direbbesi: =S'è arruffato con
un piatto di maccheroni=.
=Pascibietola ec.= e tu co' tuoi piagnistei =(belare)= sarai
sempre un bietolone, un pappalardo.
Deh ghigna un poco, e mostrami i fagiuoli,
Al tempo farò ben delle magliate,
Quando le micce saran cavriuoli.
=Fagiuoli:= i denti, che si mostran ridendo. =Magliate:= azioni
da bravo, smargiasserie; in lingua furbesca. Salvin. Anch'io,
soggiugne l'altro, farò le mie; ma aspetta ec.
=Quando ec.= aspetta che l'asine diventin capriuoli; cosa che non
sarà mai.
E sonvi le madonne aggrovigliate;
E le traveggole ha il più malemme;
E culibando fanno mattinate.
=Madonne aggrovigliate:= i divoti del Salvini intendano =matasse
arruffate=; e tirino al proposito il prov. =arruffar le matasse=
per fare il ruffiano. A me sembra che senza gergo possa intendersi
di vere donne raccolte in lieto gruppo per le già dette feste.
=Le traveggole:= allucinamento. =Malemme:= mal uomo. =Chi nel viso
degli uomini legge _Omo_, Ben avria quivi conosciuto l'emme.=
Dant. Purg. 23. Il briccone in mezzo a tante madonnine perde il
lume dagli occhi.
=Culibando:= culettando, sculettando, che presso il volgo
significa =ballando=. Ridolf. =Mattinate:= quel sonare e cantare
che gli amanti fanno o fanno fare sul mattino sotto la finestra
dell'innamorata; siccome =serenata=, quel della sera.
Cavando sempre d'alfabeto l'emme,
Non m'insegnar sott'ombra roder cece,
Dicendo: i' son di que', ch'aman Buemmme.
=Cavando ec.= facendo il goffo, il semplice; mentre la gente
grossolana suole nelle parole latine non far sentire in ultimo
questa lettera, e dir per esempio: =Pane nostru=. Rid.
=Insegnare ec.= voler copertamente far da maestro nell'atto stesso
d'affettar ignoranza e sciocchezza.
=Dicendo ec.= sempre con una studiata smorfia ripetendo tu
d'essere un ignorante. =Avere studiato in Buemme= (in Boemia dal
Franc. ant.) si dice in gergo per non saper niente; com'=esser
dotto in Buezio=.
Molte pollezze di queste non grece,
Che fè già per tre oche il detto loro,
Ma non a que' che l'uno e l'altro fece.
=Pollezze ec.= il senso e l'ordine della terzina è: Questo lor
parlare, che =(fè molte pollezze)= fu capace d'ingarbugliar
parecchi; non potè però mai burlare chi tutto vede. =A me
non ficcherann'eglino questa pollezzola dietro=. Lasc. Gelos.
=Pollezzola= son propriamente le tenere cime delle piante.
=Per tre oche:= suppongo che valga per chi è tre volte babbocchio.
Un cotale potea restarci minchionato. Così: =Dar fieno a oche=.
=Ma non a que' ec.= il Petrarca disse: =Che creò questo, e
quell'altro emispero=; cioè Dio.
Porrebbe intervenir che 'l fiero toro
Più tosto caderìa, che 'l cicco agnello,
Quando volesse quel che diè martoro
=Potrebbe ec.= mentre chi sa? non mancherà un tempo, in cui chi
vuol soverchiare resti al disotto: basta che lo voglia quel Dio,
che sa punire i Caini. Contro i testi del Ridolfi e del Salvini
che leggono =cieco agnello=, correggo =cicco agnello=; essendo
=cicco= voce contadinesca, che s'usa co' fanciullini e vale
piccolino.
A quel che sparse lo sangue d'Abello.