avesse un cuore non del tutto prosaico. È un peccato dunque ch'egli
non intendesse il vero bello dell'antica poesia nazionale spagnuola. È
un peccato ch'egli non si desse a nobilitarla, secondando
industriosamente la tendenza ch'essa aveva spiegato ne' _Romanzi del
Cid_ e in tanti altri romanzi e canti popolari; tendenza che
muoveva, senza mistura di frivolezze scolastiche, dall'indole della
civilizzazione arabo-ispana, e principalmente da uno squisito
sentimento delle glorie e delle sventure della patria, da un culto
tributato all'onore come ad una religione. Ma purtroppo le cattive
scuole fanno contrarre cattive abitudini anche agli ingegni singolari!
E che altre abitudini potevano mai insegnare coloro che tutto
guastavano, fin anche la semplice idea del Dio a cui professavano di
servire?
Che se il Santillana non avesse sdegnato di uniformarsi all'indole ed
allo spirito di que' romanzi, gli sarebbe riuscito di dare una veste
piú poetica all'intendimento patriottico, col quale scrisse _El
doctrinal de privados_. Ove non sia una compiacenza estetica, è
almeno una compiacenza morale il vedere introdotta in quel poemetto
l'ombra di don Alvaro de Luna a raccontare le proprie colpe e le
proprie sciagure, onde l'esempio della trista sua fine (era don Alvaro
il favorito del re Giovanni secondo) servisse ad atterrire e stornare
dalle discordie civili i castigliani.
Se non che, questa lode è un nulla a paragone dell'altra, che è
meritata dal marchese di Santillana per una virtú piú rara e piú
cospicua della virtú letteraria; e davvero sarebbe scortesia il non
accennarla. Si perdonano volentieri al verseggiatore tutti i
traviamenti, allorché si pensa ch'egli visse in corte, e non adulò;
che fu amico d'un re, e gli rinfacciò il mal governo; e che, da
onest'uomo, abbandonò l'ospizio regio ogni volta che lo starvi non
giovava alla patria. Ci sia condonato l'esserci fermati piú che non
avremmo voluto sul discorso di lui: pareva conveniente il far
conoscere un uomo il di cui nome splende illustre nella storia civile
di Spagna.
[p.210]
Esente dalla comune febbre letteraria, l'invidia, il Santillana,
venuto in cognizione d'un altro ingegno che viveva nella oscuritá, gli
corse incontro spontaneo, lo trasse alla corte del re Giovanni secondo
e lo protesse con sincera e costante amicizia. Questi fu Giovanni de
Mena, la di cui facoltá poetica, ad onta d'una eccessiva stravaganza
di fantasia, è superiore a quella del Santillana. Il De Mena,
quantunque ingannato del pari che il suo protettore dalla universale
pedanteria e trasandato dietro ad essa, ottenne nella sua patria il
soprannome di «Ennio castigliano», forse per averle regalato un poema
di maggior mole che non quelli de' suoi predecessori. Un rispetto,
disceso per tradizione da padre in figlio, conserva a lui tuttora in
Ispagna quel soprannome: diciamo «rispetto di tradizione», da che le
opere del De Mena sono oggimai piú spesso nominate che lette. La piú
famosa di esse è un poema allegorico-storico, intitolato _El
labyrinto_. Eccone in breve l'argomento:
Il poeta si propone di contare le vicissitudini della fortuna. Sente
egli la difficoltá dell'impresa, ed è quasi smarrito innanzi
all'altezza del soggetto: chiama in soccorso Apollo e Calliope, manda
un'apostrofe calda alla Fortuna; nessuno risponde. Finalmente gli
appare la Provvidenza; gli fa da guida e da maestra, e lo introduce
ella nel palazzo della Fortuna. Prima di tutto egli vede da colassú la
terra, e ne fa la descrizione geografica; poi scopre le tre grandi
ruote che volgono i tempi, passati, presenti e futuri. Ogni ruota si
compone di sette circoli, emblemi allegorici dell'influsso de' sette
pianeti sulle inclinazioni e sulle sorti umane, secondo le misere
dottrine astrologiche d'allora. In ciascun circolo v'ha gente
infinita: i casti nel circolo della Luna, i guerrieri in quello di
Marte, i sapienti in quello di Febo, e cosí degli altri. La ruota del
tempo presente è in movimento; le altre due no. E quella del futuro è
coperta di tal velo, che, per quante forme ed immagini d'uomini vi
appariscano, non ne lascia distinguere alcuna.
Dietro questo pensiero generale il poeta, parlando di ciò che vede,
oppure conversando con la Provvidenza, dipinge tutti i personaggi
importanti de' quali ha notizia, ne descrive i caratteri, [p.211]
racconta i fatti celebri, ne assegna le cagioni, mette in mostra tutta
la propria erudizione e tutto quanto egli sa di filosofia naturale e
morale e politica, e a quando a quando ne ricava precetti giovevoli
alla vita individuale ed al governo de' popoli.
Non fa d'uopo d'occhiali per vedere nettamente che la lettura della
_Divina commedia_ di Dante e de' _Trionfi_ del Petrarca
risparmiò alla fantasia di Giovanni de Mena l'incomodo di creare il
disegno del suo poema. E che altro fece egli, a dir vero, se non che
tener dietro alla immaginativa de' due italiani, cambiando il luogo
della scena in cui collocò il suo mondo allegorico? Ma Dante (per
parlare di lui solo), Dante, essendo un ingegno di gran tratto
superiore al proprio secolo, trovò in se stesso di che arricchire il
suo tema di sentita e sublime poesia, e spesso anche di splendida
sapienza politica, di giusta morale civile. E per lo contrario il De
Mena, nato in tempi assai posteriori[7], quando per tutta Europa gli
studi erano piú avviati, anziché dare a divedere nel suo grottesco
poema un complesso d'idee che vantaggiasse tutte quelle de' suoi
contemporanei, non parve adeguasse il sapere de' piú ingegnosi fra
quelli.
Da qualunque lato tu consideri la mente di Dante, trovi in essa
ridotto a realtá l'ideale del vero poeta. L'originalitá è un bisogno
per lui: è l'esuberanza delle sue forze intellettuali, che sempre
gliela comanda. E fino in quei momenti, ne' quali vorrebbe farsi
credere imitatore d'altri poeti, egli smentisce col fatto la propria
asserzione. Il De Mena invece confessa co' fatti ciò che tace con le
parole.
Parrá forse a taluni essere un rigore, che senta del crudele, il
volere strascinare Giovanni de Mena ad essere confrontato con
Dante.--S'egli--diranno taluni--si fosse sentito capace di stare, come
il fiorentino, a capo del proprio secolo e di padroneggiarlo; se fosse
stato uomo da prevenire, come il fiorentino, con la propria sapienza
individuale, la civiltá a cui giunse in appresso quel popolo per cui
scriveva, egli [p.212] non avrebbe, no, tolte ad imprestito da altri
le invenzioni fantastiche. Ma si può essere valente poeta anche senza
pareggiar Dante. Non da tutti poi si vuole pretendere ciò che troviamo
negli intelletti straordinari.--Sí, crediamo noi pure che si possa
essere valente poeta anche senza pareggiar Dante; ma crediamo altresí
che il De Mena ne rimanesse tanto al di sotto da non meritare nome di
scrittore piú che mediocre.
Parlando di mediocritá, due sorta ne riconosciamo: quella di coloro
che, scevri da difetti al tutto grossolani, mancano poi affatto di
bellezze che non sieno dozzinali; e quella del De Mena, il quale,
quantunque alcuna rara volta brilli di qualche venustá non comune,
ridonda poi di gravissimi ed abituali errori e di sciocchezze, che
offuscano il merito delle rare sue fortune. Ora, è dettato vecchio che
la mediocritá non è mai condizione sopportabile nei poeti. E al
dettato vecchio noi aggiungeremo quest'altra proposizioncella, benché
ella sia per riuscire spiacevole a molti in Italia: __è
incomportabile in un critico la tolleranza di componimenti
mediocri.__ A siffatta tolleranza ci gioverebbe davvero di potere
essere pronti anche noi, da ch'ella in certo modo acquieta tutte le
coscienze e blandisce la vanagloria di chicchessia. Ma col venerare i
mediocri si viene avvezzando la gioventú ad una facile contentatura
ne' di lei studi, e quindi si perpetua dannosamente la mediocritá. Se
gl'italiani, a modo d'esempio, fossero meno corrivi ad esaltare ogni
minuzia poetica de' loro antenati, l'Italia non avrebbe tanti poeti
quanti sono i suoi scolarini, non avrebbe la vergogna de' suoi
centomila sonetti; e molti, che sciupano la vita canticchiando de'
versi, vedremmo, forse con piú profitto delle loro famiglie e della
patria, trattar la tanaglia o 'l compasso. La tolleranza è un dovere
religioso, è una virtú sociale; ma in materie poetiche non è comandata
da nessuna filosofia.
Da che ci guidano princípi cosí severi, è impossibile per noi il
tributar gran lodi né al De Mena, né a chiunque non regge al tocco
della critica proclamata oggidí da un capo all'altro d'Europa dalla
crescente sagacitá de' filosofi. È acerba invero per molti l'austeritá
delle nuove leggi di cui ci facciamo propagatori; [p.213] e il cuor ce
ne piange per un sentimento di compassione, tanto piú vivo in quanto
che ci bisognerá esercitarlo primamente verso di noi medesimi. Ma,
d'altra parte, quella austeritá raddoppia nell'animo nostro il
giubbilo dell'ammirazione per que' rarissimi intelletti, che meritano
giustamente il nome di «poeti».
Or, per lasciare le glose e star fermi lá donde vorrebbe distoglierci
l'affluenza delle idee affini (che il volgo degli innocenti chiama poi
«disparate»), diremo che nel _Labirinto_ il lettore trova alcuni
passi, i quali, se non rammentano il pennello di Dante, lasciano pure
in qualche maniera scorgere da che pigliasse origine la stima
esagerata di cui il De Mena gode tuttavia i rimasugli presso la sua
nazione. Tale è, per citarne uno, quel passo ov'è descritta la morte
del conte di Niebla, famoso eroe della Spagna, il quale, mentremche
tentava di togliere a' mori Gibilterra, mal pratico del flusso e
riflusso della marea e soverchiato dalle onde, sdegnò di pensare a se
stesso e di salvare se solo, poiché vedeva perire miseramente in
quelle acque tutti i propri compagni.
Un poema, che raccontava i fatti piú memorandi della storia patria e
che a quando a quando era caldo della piú poetica delle passioni, il
patriottismo, non è maraviglia che venisse accolto da' contemporanei
con quell'entusiasmo, che è eccitato sempre dall'interesse e
dall'onore nazionale in un popolo che non sia corrotto od avvilito o
dormente. E questa, piú che tutt'altra, è la cagione che anche oggidí
si parli del _Labirinto_ come d'un fasto spagnuolo. Dall'apparire
di esso infino ai di presenti la Spagna, ad onta di alcune sue
sventure domestiche, ad onta della prepotenza d'altri Stati europei,
non ha perduta mai la sua libera esistenza politica. Però il
sentimento della nazionalitá deve render cara e gioconda a quel popolo
ogni memoria che ad essa si riferisca, ecc. ecc.
Qualunque, per altro, fosse l'ingegno del De Mena, maggiore dignitá
avrebbe egli derivato ai suoi canti, maggiore rispetto si sarebbe
conciliato, se, prendendo a narrare le cose pubbliche de' suoi tempi,
egli si fosse mantenuto in possesso della indipendenza individuale,
onde non far patto che con la veritá [p.214] piú rigorosa, unico patto
che dia importanza alle lettere. Ma, vivendo cortigiano, egli dovette
far sacrifici alla fortuna, e non lasciò sfuggire occasioni per lodare
il re che lo pasceva. E Giovanni secondo, sebbene ingordo e non mai
satollo di lodi, era tale nondimeno da non potere esser lodato che
dagli adulatori.
L'erudizione, secondo la moda del secolo, venne a mischiarsi tanto con
la poesia del De Mena, ch'egli, somigliante in ciò al Santillana ed
agli altri, intarsiava ogni tratto, anche nelle canzoni amorose,
allusioni e concetti eruditi; per modo che, parlando della passione
d'amore, pareva che non l'avesse sentita mai. Ed aveva pur letto e
riletto il _Canzoniere_ del Petrarca!
Oltre il Santillana e il De Mena, de' quali abbiamo diffusamente
parlato; oltre il Villena e gli altri, di cui abbiamo fatta piú sopra
una semplice menzione, voglionsi annoverare fra i verseggiatori piú
notabili del secolo decimoquinto Gomez Manrique, Giorgio Manrique di
lui nipote, Garci Sanchez de Badajoz, Rodriguez del Padron, Alonso de
Cartagena, e quel tanto celebre pe' suoi amori, quel Macias, il cui
nome (aggiuntovi l'appellativo di «_enamorado_») passò poi nella
lingua come modo proverbiale per indicare il sommo della passione
amorosa.
A voler tener dietro separatamente a' lavori di questi e de' molti
loro compagni (ci asteniamo dal darne qui la lista, che
oltrepasserebbe i cento nomi), fa d'uopo esser dotato di una pazienza
letteraria che abbia dello straordinario. Sia che scrivessero canti
sacri («_obras de devocion_»), sia che dettassero canti morali,
oppur canzoni amorose, tutti tutti parevano modellati a una foggia
sola. Pigliando in mano il _Cancionero general_, ed anche il
_Romancero general_ in quella parte che non contiene romanzi
epici, si viene presto ad accorgersi che vale per tutti un giudizio
solo.
Questa uniformitá in un tanto numero di scrittori deve riuscire piú
interessante per lo storico delle civilizzazioni, che non pel semplice
cercatore de' piaceri che l'animo umano domanda alle arti. Il primo
trarrá da essa un argomento sussidiario per istabilire con piú
certezza qual fosse allora il carattere generale della nazione
spagnuola; e, non distratto dalla varia espressione [p.215] de'
caratteri individuali de' poeti, godrá, leggendo i lor versi, di poter
dire:--Ecco dunque il modo universale di sentire a que' tempi, al di
lá de' Pirenei.--Il secondo, per lo contrario, patirá di noia innanzi
a tanta monotonia.
Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme
verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale,
esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come
sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti
declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide
e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita
a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non
misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema
assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un
orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e
questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni
tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera
orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la
pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá
nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli
scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere
emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer
savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe
circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante:
questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che
costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi
non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse
ch'ella non è fisonomia simpatica molto.
Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo
decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna
cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di
chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però
ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un
genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non
portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica
della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella
fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse
di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo
tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i
tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci
almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse
che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia
pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per
la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida
efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto,
giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per
noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.
E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che
possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il
tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che
abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori
sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a
scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli
di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii
delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime
sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di
Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente
aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica
liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nel
_Romancero general_ di che contentar di frequente il bisogno
estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si
manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti
veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da
negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e
ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua
e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una
rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della
loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono
come le _oasis_ incontrate dalla sitibonda carovana nel deserto.
Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a
palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché
universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro
canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá
qualche segno verace e bello della propria esistenza.
L'amore e il Macias sono due parole che ne suscitano nell'anima una
memoria di malinconia e di pianto. Il Macias era gentiluomo di camera
del gran maestro don Enrico de Villena. S'innamorò d'una delle dame
che servivano in palazzo del gran maestro; e, a sviargli quella
passione, non gli valse il vedere la donna amata sposarsi ad un altro,
non valsero le riprensioni del Villena, non i gastighi e la prigionia
a cui questi lo condannò. Al marito della donna non era ignoto anche
prima delle nozze quell'amore, e in lui la gelosia era precorsa al
sacramento. Vile! Egli si concertò col carceriere; e, venuto alla
torre in cui gemeva custodito il suo rivale, trovò modo di scagliargli
contro, da una finestra, la propria lancia. Il colpo fu assestato con
tale gagliardia, che traforò il Macias da parte a parte. Quel meschino
stava allora appunto cantando una canzone da lui composta per la donna
del suo cuore, e spirò col nome di lei sulle labbra.
|Grisostomo.|
[1] _Poesias selectas castellanas, desde el tiempo de Juan de Mena
hasta nuestros dias, etc.--Poesie scelte castigliane, dai tempi di
Giovanni de Mena fino ai giorni nostri raccolte ed ordinate da
don_ |Emanuele Giuseppe Quintana|. Madrid, ecc. ecc.
[2] «Quella [la collezione di poesie castigliane], che di poi fu
incominciata, ma non condotta a termine da don Giovambattista
Conti, eseguita per veritá con gusto squisito e con buona
disposizione, fu destinata principalmente a far conoscere agli
italiani il pregio della nostra poesia. E però all'autore di essa
collezione bastò dí pubblicare e tradurre in toscano i
componimenti lirici e buccolici piú segnalati del secolo decimo
sesto ed alcuni de' fratelli Argensola; ma non die' luogo nella
sua raccolta a veruna poesia di Balbuena, di Jauregui, di Lope, di
Góngora, né d'altri egualmente celebri nostri poeti, lasciando
cosí la collezione insufficiente in estremo e difettosa».
[3] Il _Poema del Cid_ non va confuso coi _Romanzi del
Cid_, posteriori di un secolo, e pieni di ben altra poesia.
Somigliano questi in certo modo, per le loro forme esteriori, alle
antiche ballate inglesi, molte delle quali sono sí giustamente
apprezzate anche oggidí.
[4] Citiamo per modo d'esempio l'entrata del Cid in Burgos, quando
esiliato dal suo re:
«Il mio Cid Rui Diaz entrava in Burgos accompagnato da sessanta
insegne. Erano piene le vie e le finestre di cittadine e di
cittadini, bramosi di vederlo; ed era sí grande il loro dolore,
che versavano lagrime dagli occhi e dicevano tutti ad una
voce:--Oh Dio, che buon vassallo, se vi fosse un buon re!--Gli
avrebbero volentieri offerte le lor case; ma niuno ebbe coraggio
di farlo, per la grande ira concepita contro di lui dal re don
Alfonso, del quale innanzi al cader del sole era entrata in Burgos
una lettera chiusa con forti sigilli, dove si proibiva a tutti il
dare alloggiamento al mio Cid Rui Diaz sotto irremissibile pena di
perdere gli averi, gli occhi ed anche la vita stessa. Gran dolore
sentirono le genti cristiane, e s'ascosero dal mio Cid, perché non
ardivano di dirgli nulla», ecc. ecc.
[5] «_Quid rides?_», ecc. ecc.
[6] Questo secondo articolo è preceduto dalla seguente avvertenza:
«Proseguiamo il _Quadro storico_ della poesia castigliana,
incominciato nel n. 99 del _Conciliatore_. La memoria de'
lettori saprá rappiccare il filo tra l'articolo primo e 'l
seguente» [Ed.].
[7] Dante nacque del 1265 e morí del 1321. Il De Mena nacque del 1412
e morí del 1456.
[p.218][p.219]
XXIII
DUE RAPPORTI UFFICIALI AL GOVERNO AUSTRIACO
I
|Al direttore generale dei ginnasi|
Sulla traduzione dal tedesco degli _Elementi di storia degli Stati
d'Europa_.
Ho l'onore di presentarle in tre volumetti manoscritti la traduzione
degli _Elementi di storia degli Stati d'Europa_. Questo lavoro,
ordinatomi giá da qualche tempo dall'imperial regio governo, sarebbe
stato finito prima d'ora, se altri lavori ed altri doveri d'ufficio,
ben noti a lei, signor direttore, ed al governo medesimo, non mi
avessero occupato altrimenti, e se una recente ristampa
dell'originale, sopraggiunta quando la traduzione era pressoché
compiuta, non mi avesse obbligato a rifarla ed ampliarla in molte
parti. D'altronde io non voglio dissimulare che, trattandosi d'un
libro da stamparsi e da servir di testo per le scuole, ho creduto di
dover considerare l'incumbenza datami dal governo piú come letteraria
che come consentanea alla natura del mio impiego. Però mi sono
ingegnato di condurre l'opera con quella cura e con quell'impegno
letterario che mi parve dovere essere richiesto da chi me l'ordinava.
Non maggior zelo, bensì avrei desiderata maggiore abilitá, onde
corrisponder meglio alle intenzioni del governo.
Questi _Elementi di storia_, non essendo destinati che a servire
di additamento e di guida a' professori, per tesservi sopra piú ampie
lezioni, sono stati scritti dall'autore tedesco tanto compendiosamente
da riescire non di rado oscuri. Talvolta le circostanze d'un fatto
sono indicate da un solo epiteto, talvolta spiegate da una frase
oscillante e di vario significato. Per cogliere e rendere il giusto
valore, era necessario esaminare di [p.220] frequente carte
geografiche e trattati di pace, consultar libri, studiare lo spirito
delle diverse epoche storiche in opere voluminose. Questo ho fatto; e,
senza alterare menomamente il testo, spero di aver portato nella
traduzione qualche chiarezza maggiore.