Del resto, alcune brevi canzoncine del Santillana fanno fede ch'egli

avesse un cuore non del tutto prosaico. È un peccato dunque ch'egli

non intendesse il vero bello dell'antica poesia nazionale spagnuola. È

un peccato ch'egli non si desse a nobilitarla, secondando

industriosamente la tendenza ch'essa aveva spiegato ne' _Romanzi del

Cid_ e in tanti altri romanzi e canti popolari; tendenza che

muoveva, senza mistura di frivolezze scolastiche, dall'indole della

civilizzazione arabo-ispana, e principalmente da uno squisito

sentimento delle glorie e delle sventure della patria, da un culto

tributato all'onore come ad una religione. Ma purtroppo le cattive

scuole fanno contrarre cattive abitudini anche agli ingegni singolari!

E che altre abitudini potevano mai insegnare coloro che tutto

guastavano, fin anche la semplice idea del Dio a cui professavano di

servire?

Che se il Santillana non avesse sdegnato di uniformarsi all'indole ed

allo spirito di que' romanzi, gli sarebbe riuscito di dare una veste

piú poetica all'intendimento patriottico, col quale scrisse _El

doctrinal de privados_. Ove non sia una compiacenza estetica, è

almeno una compiacenza morale il vedere introdotta in quel poemetto

l'ombra di don Alvaro de Luna a raccontare le proprie colpe e le

proprie sciagure, onde l'esempio della trista sua fine (era don Alvaro

il favorito del re Giovanni secondo) servisse ad atterrire e stornare

dalle discordie civili i castigliani.

Se non che, questa lode è un nulla a paragone dell'altra, che è

meritata dal marchese di Santillana per una virtú piú rara e piú

cospicua della virtú letteraria; e davvero sarebbe scortesia il non

accennarla. Si perdonano volentieri al verseggiatore tutti i

traviamenti, allorché si pensa ch'egli visse in corte, e non adulò;

che fu amico d'un re, e gli rinfacciò il mal governo; e che, da

onest'uomo, abbandonò l'ospizio regio ogni volta che lo starvi non

giovava alla patria. Ci sia condonato l'esserci fermati piú che non

avremmo voluto sul discorso di lui: pareva conveniente il far

conoscere un uomo il di cui nome splende illustre nella storia civile

di Spagna.

[p.210]

Esente dalla comune febbre letteraria, l'invidia, il Santillana,

venuto in cognizione d'un altro ingegno che viveva nella oscuritá, gli

corse incontro spontaneo, lo trasse alla corte del re Giovanni secondo

e lo protesse con sincera e costante amicizia. Questi fu Giovanni de

Mena, la di cui facoltá poetica, ad onta d'una eccessiva stravaganza

di fantasia, è superiore a quella del Santillana. Il De Mena,

quantunque ingannato del pari che il suo protettore dalla universale

pedanteria e trasandato dietro ad essa, ottenne nella sua patria il

soprannome di «Ennio castigliano», forse per averle regalato un poema

di maggior mole che non quelli de' suoi predecessori. Un rispetto,

disceso per tradizione da padre in figlio, conserva a lui tuttora in

Ispagna quel soprannome: diciamo «rispetto di tradizione», da che le

opere del De Mena sono oggimai piú spesso nominate che lette. La piú

famosa di esse è un poema allegorico-storico, intitolato _El

labyrinto_. Eccone in breve l'argomento:

Il poeta si propone di contare le vicissitudini della fortuna. Sente

egli la difficoltá dell'impresa, ed è quasi smarrito innanzi

all'altezza del soggetto: chiama in soccorso Apollo e Calliope, manda

un'apostrofe calda alla Fortuna; nessuno risponde. Finalmente gli

appare la Provvidenza; gli fa da guida e da maestra, e lo introduce

ella nel palazzo della Fortuna. Prima di tutto egli vede da colassú la

terra, e ne fa la descrizione geografica; poi scopre le tre grandi

ruote che volgono i tempi, passati, presenti e futuri. Ogni ruota si

compone di sette circoli, emblemi allegorici dell'influsso de' sette

pianeti sulle inclinazioni e sulle sorti umane, secondo le misere

dottrine astrologiche d'allora. In ciascun circolo v'ha gente

infinita: i casti nel circolo della Luna, i guerrieri in quello di

Marte, i sapienti in quello di Febo, e cosí degli altri. La ruota del

tempo presente è in movimento; le altre due no. E quella del futuro è

coperta di tal velo, che, per quante forme ed immagini d'uomini vi

appariscano, non ne lascia distinguere alcuna.

Dietro questo pensiero generale il poeta, parlando di ciò che vede,

oppure conversando con la Provvidenza, dipinge tutti i personaggi

importanti de' quali ha notizia, ne descrive i caratteri, [p.211]

racconta i fatti celebri, ne assegna le cagioni, mette in mostra tutta

la propria erudizione e tutto quanto egli sa di filosofia naturale e

morale e politica, e a quando a quando ne ricava precetti giovevoli

alla vita individuale ed al governo de' popoli.

Non fa d'uopo d'occhiali per vedere nettamente che la lettura della

_Divina commedia_ di Dante e de' _Trionfi_ del Petrarca

risparmiò alla fantasia di Giovanni de Mena l'incomodo di creare il

disegno del suo poema. E che altro fece egli, a dir vero, se non che

tener dietro alla immaginativa de' due italiani, cambiando il luogo

della scena in cui collocò il suo mondo allegorico? Ma Dante (per

parlare di lui solo), Dante, essendo un ingegno di gran tratto

superiore al proprio secolo, trovò in se stesso di che arricchire il

suo tema di sentita e sublime poesia, e spesso anche di splendida

sapienza politica, di giusta morale civile. E per lo contrario il De

Mena, nato in tempi assai posteriori[7], quando per tutta Europa gli

studi erano piú avviati, anziché dare a divedere nel suo grottesco

poema un complesso d'idee che vantaggiasse tutte quelle de' suoi

contemporanei, non parve adeguasse il sapere de' piú ingegnosi fra

quelli.

Da qualunque lato tu consideri la mente di Dante, trovi in essa

ridotto a realtá l'ideale del vero poeta. L'originalitá è un bisogno

per lui: è l'esuberanza delle sue forze intellettuali, che sempre

gliela comanda. E fino in quei momenti, ne' quali vorrebbe farsi

credere imitatore d'altri poeti, egli smentisce col fatto la propria

asserzione. Il De Mena invece confessa co' fatti ciò che tace con le

parole.

Parrá forse a taluni essere un rigore, che senta del crudele, il

volere strascinare Giovanni de Mena ad essere confrontato con

Dante.--S'egli--diranno taluni--si fosse sentito capace di stare, come

il fiorentino, a capo del proprio secolo e di padroneggiarlo; se fosse

stato uomo da prevenire, come il fiorentino, con la propria sapienza

individuale, la civiltá a cui giunse in appresso quel popolo per cui

scriveva, egli [p.212] non avrebbe, no, tolte ad imprestito da altri

le invenzioni fantastiche. Ma si può essere valente poeta anche senza

pareggiar Dante. Non da tutti poi si vuole pretendere ciò che troviamo

negli intelletti straordinari.--Sí, crediamo noi pure che si possa

essere valente poeta anche senza pareggiar Dante; ma crediamo altresí

che il De Mena ne rimanesse tanto al di sotto da non meritare nome di

scrittore piú che mediocre.

Parlando di mediocritá, due sorta ne riconosciamo: quella di coloro

che, scevri da difetti al tutto grossolani, mancano poi affatto di

bellezze che non sieno dozzinali; e quella del De Mena, il quale,

quantunque alcuna rara volta brilli di qualche venustá non comune,

ridonda poi di gravissimi ed abituali errori e di sciocchezze, che

offuscano il merito delle rare sue fortune. Ora, è dettato vecchio che

la mediocritá non è mai condizione sopportabile nei poeti. E al

dettato vecchio noi aggiungeremo quest'altra proposizioncella, benché

ella sia per riuscire spiacevole a molti in Italia: __è

incomportabile in un critico la tolleranza di componimenti

mediocri.__ A siffatta tolleranza ci gioverebbe davvero di potere

essere pronti anche noi, da ch'ella in certo modo acquieta tutte le

coscienze e blandisce la vanagloria di chicchessia. Ma col venerare i

mediocri si viene avvezzando la gioventú ad una facile contentatura

ne' di lei studi, e quindi si perpetua dannosamente la mediocritá. Se

gl'italiani, a modo d'esempio, fossero meno corrivi ad esaltare ogni

minuzia poetica de' loro antenati, l'Italia non avrebbe tanti poeti

quanti sono i suoi scolarini, non avrebbe la vergogna de' suoi

centomila sonetti; e molti, che sciupano la vita canticchiando de'

versi, vedremmo, forse con piú profitto delle loro famiglie e della

patria, trattar la tanaglia o 'l compasso. La tolleranza è un dovere

religioso, è una virtú sociale; ma in materie poetiche non è comandata

da nessuna filosofia.

Da che ci guidano princípi cosí severi, è impossibile per noi il

tributar gran lodi né al De Mena, né a chiunque non regge al tocco

della critica proclamata oggidí da un capo all'altro d'Europa dalla

crescente sagacitá de' filosofi. È acerba invero per molti l'austeritá

delle nuove leggi di cui ci facciamo propagatori; [p.213] e il cuor ce

ne piange per un sentimento di compassione, tanto piú vivo in quanto

che ci bisognerá esercitarlo primamente verso di noi medesimi. Ma,

d'altra parte, quella austeritá raddoppia nell'animo nostro il

giubbilo dell'ammirazione per que' rarissimi intelletti, che meritano

giustamente il nome di «poeti».

Or, per lasciare le glose e star fermi lá donde vorrebbe distoglierci

l'affluenza delle idee affini (che il volgo degli innocenti chiama poi

«disparate»), diremo che nel _Labirinto_ il lettore trova alcuni

passi, i quali, se non rammentano il pennello di Dante, lasciano pure

in qualche maniera scorgere da che pigliasse origine la stima

esagerata di cui il De Mena gode tuttavia i rimasugli presso la sua

nazione. Tale è, per citarne uno, quel passo ov'è descritta la morte

del conte di Niebla, famoso eroe della Spagna, il quale, mentremche

tentava di togliere a' mori Gibilterra, mal pratico del flusso e

riflusso della marea e soverchiato dalle onde, sdegnò di pensare a se

stesso e di salvare se solo, poiché vedeva perire miseramente in

quelle acque tutti i propri compagni.

Un poema, che raccontava i fatti piú memorandi della storia patria e

che a quando a quando era caldo della piú poetica delle passioni, il

patriottismo, non è maraviglia che venisse accolto da' contemporanei

con quell'entusiasmo, che è eccitato sempre dall'interesse e

dall'onore nazionale in un popolo che non sia corrotto od avvilito o

dormente. E questa, piú che tutt'altra, è la cagione che anche oggidí

si parli del _Labirinto_ come d'un fasto spagnuolo. Dall'apparire

di esso infino ai di presenti la Spagna, ad onta di alcune sue

sventure domestiche, ad onta della prepotenza d'altri Stati europei,

non ha perduta mai la sua libera esistenza politica. Però il

sentimento della nazionalitá deve render cara e gioconda a quel popolo

ogni memoria che ad essa si riferisca, ecc. ecc.

Qualunque, per altro, fosse l'ingegno del De Mena, maggiore dignitá

avrebbe egli derivato ai suoi canti, maggiore rispetto si sarebbe

conciliato, se, prendendo a narrare le cose pubbliche de' suoi tempi,

egli si fosse mantenuto in possesso della indipendenza individuale,

onde non far patto che con la veritá [p.214] piú rigorosa, unico patto

che dia importanza alle lettere. Ma, vivendo cortigiano, egli dovette

far sacrifici alla fortuna, e non lasciò sfuggire occasioni per lodare

il re che lo pasceva. E Giovanni secondo, sebbene ingordo e non mai

satollo di lodi, era tale nondimeno da non potere esser lodato che

dagli adulatori.

L'erudizione, secondo la moda del secolo, venne a mischiarsi tanto con

la poesia del De Mena, ch'egli, somigliante in ciò al Santillana ed

agli altri, intarsiava ogni tratto, anche nelle canzoni amorose,

allusioni e concetti eruditi; per modo che, parlando della passione

d'amore, pareva che non l'avesse sentita mai. Ed aveva pur letto e

riletto il _Canzoniere_ del Petrarca!

Oltre il Santillana e il De Mena, de' quali abbiamo diffusamente

parlato; oltre il Villena e gli altri, di cui abbiamo fatta piú sopra

una semplice menzione, voglionsi annoverare fra i verseggiatori piú

notabili del secolo decimoquinto Gomez Manrique, Giorgio Manrique di

lui nipote, Garci Sanchez de Badajoz, Rodriguez del Padron, Alonso de

Cartagena, e quel tanto celebre pe' suoi amori, quel Macias, il cui

nome (aggiuntovi l'appellativo di «_enamorado_») passò poi nella

lingua come modo proverbiale per indicare il sommo della passione

amorosa.

A voler tener dietro separatamente a' lavori di questi e de' molti

loro compagni (ci asteniamo dal darne qui la lista, che

oltrepasserebbe i cento nomi), fa d'uopo esser dotato di una pazienza

letteraria che abbia dello straordinario. Sia che scrivessero canti

sacri («_obras de devocion_»), sia che dettassero canti morali,

oppur canzoni amorose, tutti tutti parevano modellati a una foggia

sola. Pigliando in mano il _Cancionero general_, ed anche il

_Romancero general_ in quella parte che non contiene romanzi

epici, si viene presto ad accorgersi che vale per tutti un giudizio

solo.

Questa uniformitá in un tanto numero di scrittori deve riuscire piú

interessante per lo storico delle civilizzazioni, che non pel semplice

cercatore de' piaceri che l'animo umano domanda alle arti. Il primo

trarrá da essa un argomento sussidiario per istabilire con piú

certezza qual fosse allora il carattere generale della nazione

spagnuola; e, non distratto dalla varia espressione [p.215] de'

caratteri individuali de' poeti, godrá, leggendo i lor versi, di poter

dire:--Ecco dunque il modo universale di sentire a que' tempi, al di

lá de' Pirenei.--Il secondo, per lo contrario, patirá di noia innanzi

a tanta monotonia.

Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme

verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale,

esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come

sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti

declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide

e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita

a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non

misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema

assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un

orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e

questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni

tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera

orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la

pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá

nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli

scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere

emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer

savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe

circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante:

questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che

costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi

non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse

ch'ella non è fisonomia simpatica molto.

Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo

decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna

cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di

chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però

ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un

genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non

portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica

della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella

fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse

di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo

tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i

tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci

almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse

che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia

pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per

la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida

efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto,

giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per

noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.

E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che

possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il

tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che

abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori

sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a

scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli

di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii

delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime

sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di

Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente

aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica

liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nel

_Romancero general_ di che contentar di frequente il bisogno

estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si

manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti

veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da

negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e

ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua

e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una

rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della

loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono

come le _oasis_ incontrate dalla sitibonda carovana nel deserto.

Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a

palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché

universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro

canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá

qualche segno verace e bello della propria esistenza.

L'amore e il Macias sono due parole che ne suscitano nell'anima una

memoria di malinconia e di pianto. Il Macias era gentiluomo di camera

del gran maestro don Enrico de Villena. S'innamorò d'una delle dame

che servivano in palazzo del gran maestro; e, a sviargli quella

passione, non gli valse il vedere la donna amata sposarsi ad un altro,

non valsero le riprensioni del Villena, non i gastighi e la prigionia

a cui questi lo condannò. Al marito della donna non era ignoto anche

prima delle nozze quell'amore, e in lui la gelosia era precorsa al

sacramento. Vile! Egli si concertò col carceriere; e, venuto alla

torre in cui gemeva custodito il suo rivale, trovò modo di scagliargli

contro, da una finestra, la propria lancia. Il colpo fu assestato con

tale gagliardia, che traforò il Macias da parte a parte. Quel meschino

stava allora appunto cantando una canzone da lui composta per la donna

del suo cuore, e spirò col nome di lei sulle labbra.

|Grisostomo.|

[1] _Poesias selectas castellanas, desde el tiempo de Juan de Mena

hasta nuestros dias, etc.--Poesie scelte castigliane, dai tempi di

Giovanni de Mena fino ai giorni nostri raccolte ed ordinate da

don_ |Emanuele Giuseppe Quintana|. Madrid, ecc. ecc.

[2] «Quella [la collezione di poesie castigliane], che di poi fu

incominciata, ma non condotta a termine da don Giovambattista

Conti, eseguita per veritá con gusto squisito e con buona

disposizione, fu destinata principalmente a far conoscere agli

italiani il pregio della nostra poesia. E però all'autore di essa

collezione bastò dí pubblicare e tradurre in toscano i

componimenti lirici e buccolici piú segnalati del secolo decimo

sesto ed alcuni de' fratelli Argensola; ma non die' luogo nella

sua raccolta a veruna poesia di Balbuena, di Jauregui, di Lope, di

Góngora, né d'altri egualmente celebri nostri poeti, lasciando

cosí la collezione insufficiente in estremo e difettosa».

[3] Il _Poema del Cid_ non va confuso coi _Romanzi del

Cid_, posteriori di un secolo, e pieni di ben altra poesia.

Somigliano questi in certo modo, per le loro forme esteriori, alle

antiche ballate inglesi, molte delle quali sono sí giustamente

apprezzate anche oggidí.

[4] Citiamo per modo d'esempio l'entrata del Cid in Burgos, quando

esiliato dal suo re:

«Il mio Cid Rui Diaz entrava in Burgos accompagnato da sessanta

insegne. Erano piene le vie e le finestre di cittadine e di

cittadini, bramosi di vederlo; ed era sí grande il loro dolore,

che versavano lagrime dagli occhi e dicevano tutti ad una

voce:--Oh Dio, che buon vassallo, se vi fosse un buon re!--Gli

avrebbero volentieri offerte le lor case; ma niuno ebbe coraggio

di farlo, per la grande ira concepita contro di lui dal re don

Alfonso, del quale innanzi al cader del sole era entrata in Burgos

una lettera chiusa con forti sigilli, dove si proibiva a tutti il

dare alloggiamento al mio Cid Rui Diaz sotto irremissibile pena di

perdere gli averi, gli occhi ed anche la vita stessa. Gran dolore

sentirono le genti cristiane, e s'ascosero dal mio Cid, perché non

ardivano di dirgli nulla», ecc. ecc.

[5] «_Quid rides?_», ecc. ecc.

[6] Questo secondo articolo è preceduto dalla seguente avvertenza:

«Proseguiamo il _Quadro storico_ della poesia castigliana,

incominciato nel n. 99 del _Conciliatore_. La memoria de'

lettori saprá rappiccare il filo tra l'articolo primo e 'l

seguente» [Ed.].

[7] Dante nacque del 1265 e morí del 1321. Il De Mena nacque del 1412

e morí del 1456.

[p.218][p.219]

XXIII

DUE RAPPORTI UFFICIALI AL GOVERNO AUSTRIACO

I

|Al direttore generale dei ginnasi|

Sulla traduzione dal tedesco degli _Elementi di storia degli Stati

d'Europa_.

Ho l'onore di presentarle in tre volumetti manoscritti la traduzione

degli _Elementi di storia degli Stati d'Europa_. Questo lavoro,

ordinatomi giá da qualche tempo dall'imperial regio governo, sarebbe

stato finito prima d'ora, se altri lavori ed altri doveri d'ufficio,

ben noti a lei, signor direttore, ed al governo medesimo, non mi

avessero occupato altrimenti, e se una recente ristampa

dell'originale, sopraggiunta quando la traduzione era pressoché

compiuta, non mi avesse obbligato a rifarla ed ampliarla in molte

parti. D'altronde io non voglio dissimulare che, trattandosi d'un

libro da stamparsi e da servir di testo per le scuole, ho creduto di

dover considerare l'incumbenza datami dal governo piú come letteraria

che come consentanea alla natura del mio impiego. Però mi sono

ingegnato di condurre l'opera con quella cura e con quell'impegno

letterario che mi parve dovere essere richiesto da chi me l'ordinava.

Non maggior zelo, bensì avrei desiderata maggiore abilitá, onde

corrisponder meglio alle intenzioni del governo.

Questi _Elementi di storia_, non essendo destinati che a servire

di additamento e di guida a' professori, per tesservi sopra piú ampie

lezioni, sono stati scritti dall'autore tedesco tanto compendiosamente

da riescire non di rado oscuri. Talvolta le circostanze d'un fatto

sono indicate da un solo epiteto, talvolta spiegate da una frase

oscillante e di vario significato. Per cogliere e rendere il giusto

valore, era necessario esaminare di [p.220] frequente carte

geografiche e trattati di pace, consultar libri, studiare lo spirito

delle diverse epoche storiche in opere voluminose. Questo ho fatto; e,

senza alterare menomamente il testo, spero di aver portato nella

traduzione qualche chiarezza maggiore.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 17 / 20 段