In alcuni passi, massime della storia della Germania, ove un solo

cenno di allusione a circostanze locali, a memorie e costumi notissimi

basta alla intelligenza dei lettori tedeschi, era necessaria pe'

lettori italiani qualche spiegazione di piú: e ve l'ho inserita, ma in

modo che non cambiasse l'intenzione dell'originale. Ho rettificate le

epoche ogni volta che per isbaglio, probabilmente di stampa, non erano

esatte. Ho emendati alcuni errori di fatto, evidentemente trascorsi

per incuria de' correttori. Ogni volta che l'esposizione mi pareva

intralciata, stentata e confusa nel suo andamento originale, ho

procurato di appianarla. Ho schivata la frequente monotonia de' lunghi

periodi del testo; perché ogni lingua ha la sua indole, e ciò, che

forse è tollerabile in Germania, riescirebbe in Italia un guazzabuglio

insoffribile, per l'ordine diverso con cui si concepiscono le idee. E

senza adoperare affettazioni sconvenienti all'uso comune d'oggidi, ho

cercato di mantenere nella lingua della traduzione una discreta

gastigatezza, che pur non mi parve di trovar sempre nella lingua del

testo.

Per giungere a tali risultati (se pure posso lusingarmi di esservi

giunto) ho dovuto spendere tempo assai nel fare ricerche d'erudizione

che nulla avevano di comune coll'impiego mio, ed occuparmi spesso in

ore straordinarie e fuori d'ufficio. Sarò fortunato oltremodo se con

ciò mi potrò meritare l'approvazione di lei, signor cavaliere

direttore, e, per di lei mezzo, i superiori riguardi.

Intanto la prego, signor cavaliere direttore, a volermi indicare

quando io debba recarmi alla imperial regia stamperia, onde

concertarmi con que' correttori, od assumere io stesso (se cosí le

piacerá) la correzione de' fogli, e fare in modo che la edizione

riesca piú purgata che non può mai essere un primo manoscritto.

Milano, li 6 settembre 1819.

[p.221]

II

|All'imperial regio governo|

Sulla traduzione dal tedesco di un _Libretto di nomi_.

Ho esaminata la traduzione italiana del _Libretto di nomi_

(_Nahmenbüchlein_) trasmessami da questo imperial regio governo; ed in

totale mi parve discretamente ben fatta. Vi sono, è vero, alcune

minuzie da emendare in quanto alla lingua ed allo stile; ma queste non

possono essere avvertite tutte da chi legge il manoscritto, e

sbalzeranno piú facilmente all'occhio della persona giudiziosa a cui

bisognerá affidarne, in caso di stampa, la correzione de' fogli:

__unico mezzo__ con cui poter ripulire questa traduzione. In alcune

cartelline da me inserite nel _Libretto_ stesso ho notato cosí a caso

qualcuna di tali mende; ma soltanto per farne conoscere all'imperial

regio governo la natura e per cenno, di cui potrá forse profittare chi

correggerá i fogli di stampa; non giá per indicare in alcuna maniera

la frequenza con cui esse ricorrono.

Duplice però essendo l'incarico datomi dall'imperial regio governo,

credo che inutili riusciranno le osservazioni fatte da me alla

traduzione, ove sieno accolte come opportune le altre che soggiungo

intorno al merito intrinseco del _Libretto_.

Per potere rispondere alla domanda: «se sia conveniente questo libro

anche alle scuole di Lombardia», ho stimato di dover cercare come vi

si supplisca ora, e d'istituir quindi un confronto tra di esso libro e

quello che, col titolo di _Alfabeto ed elementi d'istruzione

morale_, ecc. ecc., è in uso presentemente per le scuole infime de'

fanciulli. Mi si permetta dunque di riportare qui gli ultimi risultati

di detto confronto. Serviranno essi a manifestare il complesso de'

motivi onde muove la opinione che credo di dover sottoporre

all'imperial regio governo.

Nelle prime pagine, ove il lavoro è meccanico, e di null'altro

trattasi che dell'abbiccí e delle sillabe e dell'aumento progressivo

di esse, questi due libretti procedono di pari passo; e il [p.222]

tedesco non vince l'italiano che di prolissitá. Ma, allorché si

incomincia a presentare a' fanciulli molti interi vocaboli da leggere,

uno de' libri piglia una strada, l'altro ne piglia un'altra; e non par

dubbio che il tedesco s'abbia scelta la migliore.

Ecco quel che fa l'italiano. Butta la parole, quali sono suggerite dal

numero delle sillabe ch'ei vuole rappresentare e dall'ordine

alfabetico della prima lettera di esse, senz'altra intenzione veruna.

Poi salta a dirittura ad infilzare dettati e proverbi morali da servir

di lettura al ragazzo, che li legge senza intenderli e senza

profittarne, perché le idee astratte, di cui sono composti, ei non sa

raccoglierle, non sa applicarle a' casi concreti. Costituito cosí mero

pappagallo e niente piú, il fanciullo lo si fa camminare alle favole;

le quali sono altre idee astratte, intorbidite ancor piú dal velo

dell'allegoria, e gli presentano, nuotanti in un mar di menzogne,

alcune magre veritá morali, non proporzionate né al suo intendimento

né alle occorrenze della sua freschissima vita. Che dagli apologhi

l'uomo giá adulto, ed avvezzato a riconoscere le relazioni tra cose e

cose, possa qualche volta ritrarre diletto insieme ed utilitá, non è

da negarsi. Ma che il fanciullo debba astenersi dall'invidia per lo

spavento d'averne veduta crepare una rana, chi 'l può credere in buona

coscienza? Del resto, i piú savi scrittori intorno a siffatte materie

hanno giá gridato tanto contra il mal uso delle favole nell'educazione

de' ragazzi, e il discredito n'è ora sí generale, che il piú dirne

sarebbe un lanciar sassi contra un cadavere.

Dopo le favole vengono nel libro italiano le regole della civiltá; e

su queste non ha luogo censura di rilievo, salvo che potrebbono essere

meno aride e piú rivolte alla vera decenza morale che non all'esterna

decenza delle abitudini.

Il restante del libro contiene il catechismo, la formola delle

preghiere, l'abbaco, e per ultimo il modo di servire la messa secondo

il rito romano e secondo il rito ambrosiano.

Per lo contrario, veggasi ora quel che si faccia dall'autore tedesco.

Mirando egli non solo ad esercitare meccanicamente nella lettura il

fanciullo, ma ben anche ad arricchirgli a poco a poco la mente di

nozioni utili, facili e dipendenti in certo modo le [p.223] une dalle

altre, fa succedere al solito congegnamento delle sillabe una specie

di vocabolarietto (pagina 14 e seguenti), ove registra sotto separati

capi ora le diverse parti del corpo umano, ora le diverse parti d'una

casa, e le diverse suppellettili, e le parti del vestito, e cosí via.

Codesta enumerazione ei la interseca, mettendo in moto i verbi che

indicano l'uso o determinano l'azione di chi adopera tale o tal altro

oggetto, di chi si giova di tale o tal altra circostanza. Col

progredire delle pagine cresce la complicazione delle idee, fino a

condurre il fanciullo a descrivere ciò ch'ei fa in casa, ciò che fa in

iscuola, come ei si comporta co' suoi parenti, come col maestro, come

co' superiori, cogli uguali, co' dipendenti: dal che si trae occasione

d'istillargli la conoscenza e, per quanto il comporta la tenera mente

sua, anche il sentimento della convenienza de' propri doveri. Cosí,

senz'essere sbigottito dalla mistica severitá de' precetti, il ragazzo

si trova in mezzo ad una morale applicata, che di certo è piú efficace

di quante massime teoriche gli possono aggravar la memoria. Poi

all'insipidezza degli apologhi sono sostituite altre nozioni esatte di

cose e di fatti, come a dire notizie intorno i pesi e le misure,

intorno le stagioni e i diversi lavori de' campi, e descrizioni delle

varie arti e de' vari mestieri che piú cadono sott'occhio al

fanciullo; e, per rallegrarlo anche alcun poco, la descrizione

discende fino a' soliti giuochetti e trastulli della fanciullezza,

scaltramente insinuando a quali sia da darsi la preferenza, e perché.

Poi anche qui sono proposte molte massime morali e di civiltá, ma

tutte convenienti all'etá prima, ma coordinate in modo che

l'applicazione alle circostanze reali della vita del fanciullo sia o

giá fatta, o facilissima a farsi da lui stesso. Ed in una storietta

che il maestro racconta, ed in altre sentenze ch'egli detta a'

fanciulli, contengonsi alcune idee piú elevate di morale civile e

religiosa, nelle quali, quantunque non si possa dissimulare il

consueto peccato delle idee astratte, pure il vizio può dirsi minore

che non nel libro italiano, essendosi dal tedesco qui almeno fatto

qualche sforzo per inclinarle al concepimento puerile. Nel rimanente

del libro stanno le regole del compitare e della buona pronuncia.

[p.224]

Ora il solo paragone tra il libro italiano attualmente in uso e quello

mandato da Vienna parmi sufficiente a determinare in favor dell'ultimo

la preminenza. E tale è l'opinione mia, ove non d'altro si parli che

dell'idea e del piano generale dell'opera. Né da questa opinione mi

sconforta la mancanza nel libro tedesco d'un preciso catechismo, delle

precise formole delle preghiere e del modo di servir la messa secondo

i due riti, poiché nelle nostre scuole è provveduto a ciò

bastantemente da chi è incaricato dell'istruzione religiosa.

Ma applicar questo libro, tal qual è, alle scuole minori di Lombardia

è cosa ch'io reputo non troppo conveniente. Scritto per la Germania,

esso ha relazioni a trastulli, a costumanze, ad abitudini che non

sempre sono uguali alle nostre; e vi domina, a dir vero, troppa

monotonia in quanto alle forme dell'esposizione. Lo studiare è giá per

se stesso una noia a' poveri fanciullini, sicché il raddoppiarla loro

coll'eterna ripetizione degli stessi modi e delle stesse uscite de'

verbi e della stessa architettura de' periodi ed enunciazioni, parmi

né caritatevole né destro consiglio per un buon maestro.

E però, ritenuta l'idea generale, lo scopo e 'l materiale di questo

libretto, credo che, a volerlo applicare alle nostre scuole, sia

d'uopo non di tradurlo esattamente, ma di modificarlo e rifonderlo,

per cosí dire, alcun poco. Nella stessa maniera che l'autore tedesco

si è manifestamente giovato d'altri libri consimili inglesi e

francesi, giovisi nel suo lavoro il compilatore italiano di que'

soccorsi che l'arte dell'educazione ha resi abbondanti a' dí nostri;

e, conservato tutto il buono che pure è molto del libretto tedesco, vi

tolga e vi aggiunga quel tanto ch'è necessario a renderlo veramente

vantaggioso alla prima istruzione de' ragazzi. Il libro sia pur sempre

lo stesso in quanto allo spirito ed al metodo in totale; ma, se le

circostanze diverse vogliono in esso diverse modificazioni, il negar

d'apportargliele prima d'accoglierlo sarebbe un voler l'utile solo per

metá.

Ristrignendo quindi il discorso, parmi, se pur non m'inganno, che si

possa stabilire queste due proposizioni:

[p.225]

I. Il _Libretto di nomi_, tal qual è presentemente, non può

essere applicato con vantaggio alle scuole di Lombardia.

2. Modificato in alcune parti, lo si potrá applicare ad esse con molto

profitto dell'educazione.

In questo secondo caso, l'incarico della ricompilazione (a cui

servirebbe di fondamento la traduzione italiana giá fatta)

bisognerebbe che venisse affidato ad una persona, la quale, vissuta

qualche tempo tra le scuole, non soltanto fosse intendente delle

teorie di educazione, ma avesse pratica molta dell'indole de'

fanciulli, delle diverse fasi del loro sviluppo mentale, delle

abitudini piú comuni della loro vita e de' metodi d'insegnamento

approvati nelle scuole di Lombardia.

Ciò è quanto ho l'onore di sottoporre all'imperial regio governo, in

obbedienza alla venerata lettera 20 corrente, n. 198210/2840 P. Questa

risposta al quesito, fattomi giá da qualche tempo, non avrebbe tardato

di tanto, se, confuso accidentalmente con altre carte, il libro, che

ora restituisco, non mi fosse sfuggito affatto dalla memoria; del che

prego d'essere scusato.

Milano, li 28 luglio 1821.

[p.226][p.227]

XXIV

DISCORSO AI TOSCANI[1]

Toscani!

L'entusiasmo vivo, spontaneo, col quale salutate i fatti dell'eroica

Milano, onora voi e onora quelli che se lo sono meritato col sangue. A

nome de' miei concittadini io ve ne ringrazio con tutta la pienezza

del cuore.

A me, lombardo, disdirebbe il vantare a voi le angustie e le prodezze

de' miei lombardi. La storia, libera dai ritegni della modestia, le

tramanderá alle future generazioni; e questo basti.

Bensí con voi, toscani, mi sia lecito congratularmi di voi e del

vostro sentire oggi tutta l'importanza del gran fatto di Milano e del

vostro gioirne con l'Italia tutta.

Mirabile risorgimento invero questo nostro, al quale ciascuno de'

popoli d'Italia ha apportato la parte sua! Roma l'amnistia e

l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli le

costituzioni, Piemonte il forte esercito tutelatore, e Milano la

indipendenza; la indipendenza, senza della quale né riforme né

costituzioni possono aver vita intera.

Artefici tutti del pari di questo stupendo edificio, spetta a voi

tutti, o italiani, il compirlo e il consolidarlo per sempre. Contenti

delle vostre libertá, che sono pienissime, se sapete virilmente

giovarvene, stringetevi tutti, popoli e principi, in una [p.228]

assoluta concordia d'instituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte

in armi a dare aiuto all'esercito di Carlo Alberto, perché spazzi

affatto gli austriaci fuori delle terre nostre. Afferrate questa bella

occasione, fattavi miracolosamente da Dio, e salvate in eterno dalla

dominazione e dalla presenza dello straniero ogni campo, ogni villa

dove si parla italiano. Lá, nella gran valle del Po, vi chiama la

patria. Guerra, guerra agli austriaci, è il solo pensiero, il solo

bisogno del momento. Lá, nella gran valle del Po, è d'uopo che si

componga un grande Stato, saldo e compatto, il quale serva

d'antemurale a qualunque invasione straniera, da qualunque parte essa

venga. Cosí l'Italia tutta sará salva e secura per sempre; e, a farla

salva e secura, vi gioverá gloriarvi, o toscani, d'aver contribuito

anche voi.

Viva l'Italia! Viva la cacciata degli austriaci!

[1] Letto il 27 marzo 1848 a Firenze, sotto le logge degli Uffizi, da

Giuseppe Massari, in luogo del Berchet, presente, al popolo reduce

da un solenne _Te Deum_ cantato in duomo, per celebrare la

vittoria dei milanesi nelle Cinque giornate. [Ed.].

[p.229]

XXV

AI LOMBARDI

(14 maggio 1848)

Lombardi!

Il governo provvisorio della Lombardia ha dovuto finalmente

persuadersi che, in mezzo alla precipitazione degli eventi, i quali

d'ogni parte ne travolgono e ne sospingono, lo starsene piú a lungo

immobile a custodire la propria neutralitá era un tradire la patria.

Quindi egli ha pubblicato il suo decreto del 12 corrente, con cui

chiama l'intiera popolazione a dare il suo voto intorno alla

risoluzione da prendersi per uscire dalla triste situazione nostra,

che ogni dí, ogni ora piú si fa pericolosa.

Lombardi! voi dovete essere grati al governo di questa sua

determinazione. Tocca adesso a voi di giovarvene tutti alacremente, e

di provvedere cosí alla vostra salvezza. Che voi siate deliberati a

farlo con tutto lo zelo, con tutta quella sagace ponderazione ch'è

richiesta dal supremo momento, chi può dubitarne? Non io, di certo. E,

se mi fo lecito d'indirizzarvi una breve parola, non è menomamente

perché io creda necessario d'infiammarvi e di stimolarvi

all'adempimento di un dovere, ma soltanto per rischiarare un'apparente

oscuritá, che a taluno parrá forse di ravvisare nella enunciazione dei

due quesiti postivi dal governo provvisorio.

Se nella scrupolosa sua onoratezza il governo ha creduto di dovere

accondiscendere financo ad alcune esigenze o astute [p.230] o

meticolose, e di dover financo deviare dallo stesso andamento logico,

ponendovi ad un tratto due quesiti, voi, o lombardi, dovete rispettare

in esso il buon volere, ma stare altresí bene all'erta e non lasciarvi

abbindolare da quei sofistici arzigogoli, che, sotto la finta larva

d'una legalitá mal definita e mal definibile, potrebbono essere

susurrati all'orecchio vostro.

Nel primo quesito, __il piú prolisso__, vi è domandato se volete

__immediata fusione__ col Piemonte, usando, in far ciò, di tutte

quelle cautele che pongono in sicuro il piú ampio godimento della

libertá da voi conquistata.

Nel secondo quesito, il __meno prolisso__, v'è domandato se voi

volete continuare nello stato presente fino __a guerra finita__.

Farei troppo torto, o lombardi, al vostro buon senso, se perdessi

tempo a dimostrarvi che la salute vostra sta nel rispondere

francamente di sí al primo quesito.

Per poco che voi ci pensiate, vi sbalzerá evidentissima alla mente

l'inconseguenza del secondo quesito, il quale, contraddicendo a tutte

le conseguenze logiche dei motivi del decreto, v'invita a lasciar

stare le cose come le stanno, vale a dire nell'anarchia,

nell'agitazione, nell'impotenza a difendervi dai tanti pericoli che da

tante parti vi minacciano; il che non a altro riuscirebbe da ultimo se

non a far ridere in cuor dell'Austriaco l'agognata vendetta ed a

trascinar voi alla totale rovina, alla distruzione di quella

indipendenza che avete comperata col sangue e colle barricate della

generosa Milano, di Milano, l'audacissima delle cittá battagliere.

Lombardi, all'erta; ve ne scongiuro! Raccogliete tutta l'anima vostra,

consultate l'intimo amor vostro per la patria, mettetevi seriamente la

mano sul petto; e poi, nel recarvi a deporre il vostro «sí» ne' libri

parrocchiali, fate quello che la coscienza vi detta. Interrogatela

questa vostra coscienza senza passioni e senza pregiudizi; ed allora

il primo quesito, quello che propone __l'immediata fusione__, è

certo del trionfo, perché, viva Dio, il vero trionfa sempre sul falso

nel cuore dell'uomo onesto. So che alcuni pochi di voi, nel

contribuire a quel trionfo, faranno de' segreti sagrifici. E chi vi

dice che io forse non ne faccia [p.231] anch'io nel condurmi a

lealmente consigliarvi la subita fusione? Ma periscano tutte le

private simpatie, periscano tutt'i rancori privati in faccia alla

salute della patria. Tanto piú splendida sará la nostra libertá, se

avvalorata da sagrifici individuali. L'unico sagrificio che non è

lecito mai di fare è quello di tacere la veritá, quando il dirla può

in qualche modo cooperare al pubblico bene.

L'amantissimo di voi e lombardo anch'esso

|Giovanni Berchet.|

[p.232][p.233]

XXVI

ALL'ONOREVOLE PRESIDENTE |del collegio elettorale di Monticelli

D'ongina|

Il suffragio, per me inopinato, del quale hanno voluto onorarmi gli

elettori di codesto collegio, meritava da parte mia una piú pronta

espressione della gratitudine, che ne sento vivissima. Ma la notizia

di esso mi pervenne tardi in questo ritiro campestre, e, dirò il vero,

non creduta quasi sulle prime. Ciò mi scusi presso di lei, egregio

signore, e presso de' benevoli miei elettori, a' quali la prego di

volere Ella essere interprete de' miei ringraziamenti. Questi,

comunque pienissimi, non possono pareggiare la grandezza di un favore

tanto spontaneo. e ch'io sentirei di non meritarmi, se dovessi por

mente soltanto alla picciolezza mia individuale. Ma il voto di codesti

elettori io lo ravviso piuttosto come un omaggio voluto rendere a de'

princípi; e di questo mi trovo lieto, e direi quasi superbo e

consolato.

Sí, egregio signor presidente, io sono convinto che gli elettori di

Monticelli, nel nominar me, lombardo, a deputato alla Camera, non

hanno voluto fare altro che protestare della ferma adesione loro al

principio d'unione che stringe i popoli dell'alta Italia in un popolo

solo, guardiano e difensore guerriero de' confini dell'intera nazione:

principio, questo, che è sempre stato il desiderio de' miei tanti anni

d'esilio, perché tenuto da me sempre come il fondamento

imprescindibile di quella libertá e di quella indipendenza che tutti

vogliamo quanti siamo popoli di quest'Italia. Che se io, sinceramente

zelatore ostinato di libertá, sono altrettanto nemico della licenza e

della [p.234] anarchia, non penso che i miei elettori di scordassero

da me ne' sentimenti, allorquando deponevano nell'urna il nome mio. I

tempi sono difficili; e, nell'assumere io l'onorevole incarico di

rappresentante del popolo, sento quanto poveramente potrò sostenerne

la dignitá. Solo mi affida alquanto il buon volere in me, e piú assai

il buon volere negli elettori, se vogliano assistermi de' loro

consigli.

Sí, davvero, i tempi sono difficili; e tanto piú lo sono, in quanto

che le moltitudini lasciano gavazzare a tutta lor posta gli

scompigliatori d'ogni concordia, i suscitatori d'improntitudini, e se

ne stanno esse oziose colle mani sotto le ascelle: come se la

sopravvegnente anarchia non fosse per essere la rovina loro

universale, la rovina di ogni bene morale e materiale, la rovina di

tutto quanto esse hanno sperato nei lunghi secoli della servitú; come

se tutto questo scombuglio non fosse per tornar profittevole

all'Austria, che lo fomenta ella stessa per mezzo de' molti suoi

segreti emissari, travestiti da demagoghi e mascherati da sicofanti.

Per poco che dovesse durare ancora questa sfiduciata indifferenza

delle moltitudini; per poco che la valorosa saviezza dell'esercito

fosse di soppiatto avvelenata ancora da perfide suggestioni, che

insegnano l'indisciplina e l'inobbedienza; per poco che la caritá

della patria proseguisse ancora a trasformarsi in invidie personali, e

la veritá dei fatti continuasse a non ottener fede, e tutta la fede

invece la si desse sfrontatamente ancora ai sogni della fantasia: io

non so a che buon fine potrebbe mai capitare questo tanto vantato

risorgimento d'Italia.

Ma io ho fede, e fede viva, nel buon senso delle in apparenza

neghittose popolazioni. E del loro risvegliarsi mi dá giá qualche

sentore un grido spontaneo, levatosi, son pochi giorni, in una delle

piú colte cittá d'Italia, il grido:--Vogliamo i galantuomini! vogliamo

i galantuomini!--grido, che rammenta l'antica saviezza, l'antica

onestá popolana. Se un altro grido bisognasse a qualche altra cittá,

davvero mi farei lecito di proporre questi:--Non vogliamo licenza! non

vogliamo anarchia!--Perché [p.235] davvero libertá non può essere dove

non sia amor dell'ordine, dove non sia religioso rispetto alle leggi

ed alle istituzioni che ci reggono. Attenendoci di buona voglia a

queste, in queste lealmente confidando, di queste alacremente

giovandoci, traendone tutte le conseguenze, ci salveremo, io spero,

trionfanti, dai nemici interni; la guerra, che per avventura ci

sovrasta contro lo straniero, noi la potremo imprendere sicuri della

vittoria; e la libertá, che noi vogliamo con tutto il cuor nostro, noi

la consolideremo e la consegneremo pura, splendida, ampliata ai figli

nostri.

Ma, se lasciamo che la licenza cresca, che non governi chi ha da

governare, che non obbedisca chi ha da obbedire, che l'impazienza

tenga luogo della prudenza, e voglia conseguire in un giorno solo

tutto quello che a maturare vuol tempo e tempo, io non veggo in fondo

al futuro che un fantasma esosissimo. Non voglio dirne il nome, perché

troppo mi suona orrendo: cerchinlo i miei elettori nella storia del

passato, sia in Italia, sia fuori; lo troveranno dopo qualunque

periodo di discordia e disordine sociale.

La prego, egregio signor presidente, di perdonarmi, se mi sono

lasciato andare ad aprire un pochino l'animo mio con lei e, per di lei

mezzo, coi miei elettori; ai quali vorrei pure di qualche maniera

esser noto, anche prima che la fortuna mi dia di visitarli e

ringraziarli in persona.

Mi giovo intanto di questa occasione per presentare a lei, egregio

signore, le assicurazioni rispettose della mia stima.

Di Pegli, 24 ottobre 1848.

[p.236][p.237]

NOTA

[p.238][p.239]

La raccolta piú ampia di prose del Berchet, pubblicata finora, è

quella contenuta nelle _Opere edite ed inedite_ di lui, date in

luce da Luigi Cusani (Milano, Pirotta e compagno, 1863). Non è però

completa, perché il Cusani non solo non riprodusse le traduzioni

del_ Vicario di Wakefield_ del Goldsmith, del _Visionario_

dello Schiller e del _Telemaco_ del Fénelon (che non sembrò

opportuno di raccogliere nemmeno in questo volume), ma anche o non

ristampò o ristampò solamente in parte alcuni articoli del

_Conciliatore_, che non gli parvero di grande importanza. E,

naturalmente, mancano nella sua raccolta anche quelle poche prose del

Berchet, che furono conosciute e videro la luce dopo il 1863.

In compenso, il Cusani ristampò la piú antica prosa del Berchet della

quale abbiamo notizia, cioè la _Lettera sul dramma «Demetrio e

Polibio«_, della quale non è stato possibile a me rintracciare

l'edizione originale, fattane a Milano, dal Pirotta, nel 1813.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 18 / 20 段