Ognuno de' quattro generi qui sopra accennati si applica

rispettivamente a ciascuno dei due ordini ed a ciascuna delle due

classi distinte da principio, talché ne risultano sedici denominazioni

generali di cognizioni; alle quali denominazioni sono riferite le

diverse scienze ed arti conosciute. Per esempio, sotto la

denominazione «arti morali ed intellettuali», corrispondente al

secondo ordine, classe prima, genere quarto, trovansi registrate

l'__educazione__, la __morale pratica__, la __legislazione positiva__,

la __politica__, l'__economia politica__, ecc. ecc.

Tacendo qui per amore di brevitá alcune osservazioni apposte dal

signor Jullien alla sua nuova classificazione, non dissimuleremo che

essa cede in semplicitá a quella del signor Destutt-Tracy, lodata per

tale riguardo dallo stesso nostro autore. Ma non lasceremo tampoco di

dire che il _Quadro sinottico_ di cui abbiamo dato l'abbozzo,

essendo desunto dai quattro stadi principali dello studio umano, offre

un interesse filosofico. S'è notato piú sopra quale sia l'indole del

progetto generale dell'autore: la classificazione, ch'egli immaginò

nuovamente delle scienze, servirá, è da credersi, a viemmeglio

svilupparlo.

Ciò sará da vedersi nella futura sua opera.

|Grisostomo|.

[1] _Esquisse d'un essai sur la philosophie des sciences_, ecc.

ecc.--Abbozzo di un saggio sulla filosofia delle scienze,

contenente un nuovo progetto di divisione delle cognizioni umane,

di |Marcantonio Jullien|, cavaliere, ecc. ecc. Parigi,

1819.

[2] La filosofia delle scienze, di cui parla l'autore, è quella

stessa della quale Bacone concepí l'idea, pose le basi e pubblicò

gli elementi. Essa ha per iscopo l'esame separato e l'esame

simultaneo di tutte le scienze, onde avvicinarle tra di esse e

paragonarle l'una coll'altra, e raccoglierne i caratteri

distintivi o le loro differenze essenziali ed i loro punti di

contatto. Cosí vengono conosciuti i soccorsi che ciascheduna

scienza può somministrare all'incremento della civilizzazione.

[p.197]

XXII

QUADRO STORICO

DELLA POESIA CASTIGLIANA

a proposito delle _Poesie scelte castigliane_, raccolte dal Quintana[1].

INTRODUZIONE

Il conte Giovambattista Conti fino dal 1782 pubblicò in Madrid quattro

volumi d'una sua raccolta di poesie castigliane, ponendo a riscontro

del testo di esse le traduzioni da lui fattene in versi italiani.

Poche copie di quell'opera scesero allora in Italia; e però la

tipografia del seminario di Padova, dandosi a ristampare in due soli

volumi le sole traduzioni, provvede in questo anno a vieppiú

diffonderne tra di noi la lettura. Al primo tomo, comparso giá da

alcuni mesi, veggiamo succedere ora finalmente il secondo.

Nell'attuale tendenza degli studi verso una maggiore curiositá delle

cose straniere, ci sembra opportuno e lodevole il disegno dell'editore

padovano. Non intendiamo quindi di menomare in alcuna maniera né la

gratitudine del pubblico verso di lui, né gli applausi che può aver

meritati giustamente al signor Conti il suo lavoro, se da esso

pigliamo occasione per annunziare agli studiosi della lingua e della

letteratura spagnuola una piú ampia collezione di _Poesie

castigliane_, data alle stampe, non è gran tempo, in Madrid dal

celebre poeta don Giuseppe [p.198] Quintana. A salvarci da ogni

sospetto d'irriverenza verso del signor Conti, ed a manifestare ad un

tempo stesso il perché da noi si proponga ora agli studiosi la nuova

raccolta, basti l'ingenuitá colla quale riportiamo le seguenti parole

della prefazione del signor Quintana: «_La_ [la collezione di

poesie castigliane] _que despues empezó y no acabó don Juan Bautista

Conti, executada á la verdad con gusto exquisito y buena disposicion,

se destinó principalmente á dar á conocer á los italianos el mérito de

nuestra poesía. Contentóse pues su autor con publicar y traducír en

toscano las composiciones líricas y bucólicas mas señaladas del siglo

diez y seis, y algunas de los Argensolas: pero nada incluyó de

Balbuena, de Jauregui, de Lope, de Góngora, ni de otros igualmente

célebres en nuestro Parnaso, quedando por consiguiente la coleccion en

extremo insuficiente y diminuta_»[2].

Del signor Quintana e delle di lui poesie originali ci proponiamo di

parlare in altra congiuntura, e tosto che ci saranno pervenute di

Spagna alcune notizie delle quali abbiamo fatta ricerca. Intanto i

lettori vorranno ricordarsi ch'egli è l'autore della famosissima ode

patriottica sulla battaglia di Trafalgar. Questo leale spagnuolo, che

nell'arte de' versi non ha nella sua nazione alcun rivale vivente,

fuorché in certo modo don Giambattista de Arriaza, autore anch'egli

d'un'altra ode su la stessa battaglia (tanto un solo argomento è

fecondo d'entusiasmo poetico, se lo suggerisce la coscienza di avere

una patria!), vive ora miseramente relegato. Ma egli non invidia per

questo al poeta suo rivale né la docilitá delle opinioni, né, frutto

di essa, i giorni meno travagliati; e lo conforta il vedere il proprio

nome [p.199] caro a' migliori fra' suoi, e consegnato alla venerazione

dell'Europa insieme alla recente memoria dei fasti delle

_Cortes_, a' quali egli contribuí co' suoi proclami e co' suoi

canti ci di guerra.

La celebritá letteraria del signor Quintana ci par sufficiente a

raccomandare come giudiziosa la collezione di poesie castigliane da

noi annunziata; né il fatto smentirá appresso i dotti l'aspettativa.

L'opera è scompartita in tre volumi del formato di un giusto «ottavo».

La raccolta incomincia da un saggio di poesie del secolo decimoquinto,

e precisamente da alcune di Giovanni de Mena; poscia si allarga, e

comprende gli altri secoli susseguenti fino alla morte del poeta don

Giuseppe Cadalso, che è quanto dire fino all'anno 1782. I componimenti

in essa contenuti sono i meglio stimati: sono tolti da tutti i generi

di poesia, se se ne eccettuino i teatrali. Alla prefazione tiene

dietro un _Discorso sulla storia della poesia castigliana_, in

quanto specialmente essa si riferisce ai generi ed agli autori che

ottennero posto nella raccolta.

Conformandoci a questo disegno del signor Quintana, noi ci gioveremo

in parte delle notizie somministrateci da lui, e qualche poco anche

della _Storia letteraria_ del signor Bouterweck e del tenue

frutto di altri studi da noi fatti, e daremo col tempo, in diverse

riprese, un _Quadro storico_ della poesia spagnuola, il piú

compendioso che potremo.

Se, per servire al nostro autore, ci è d'uopo non tener conto per ora

del teatro spagnuolo, gli amici della letteratura universale sapranno

ampiamente rifarsi di questo e d'altri nostri silenzi, ricorrendo, fra

molti libri, a quello del signor Sismondi sulla _Littérature du midi

de l'Europe_; libro che, per isciagura della buona critica, trova

d'ordinario i suoi piú aspri censori in coloro che non lo hanno mai

letto. Nel tessere il nostro lavoro noi ricorreremo ad esso meno che a

qualunque altro, e non per altra ragione se non perché ne sembra di

non dovere occupare il breve spazio del nostro giornale con cose

ricavate da un libro che può facilmente consultarsi da chicchessia.

Ma, prima di por mano al _Quadro storico_, a cui preghiamo

cortese la pazienza de' nostri buoni lettori, siamo costretti [p.200]

dall'ostinazione di certi garriti pseudo-letterari a ripetere

solennemente una dichiarazione, che sotto cento forme diverse abbiamo

giá ricantata le cento volte nel nostro giornale. Eccola; ed affinché

sia intesa anche dagli spazzini della repubblica letteraria, eccola

una buona volta in lettere maiuscole:

COL RACCOMANDARE LA LETTURA DI POESIE COMUNQUE STRANIERE, NON

INTENDIAMO MAI DI SUGGERIRNE AI POETI D'ITALIA L'IMITAZIONE.

VOGLIAMO BENSÍ CHE ESSE SERVANO A DILATARE I CONFINI DELLA LORO CRITICA.

Se non faranno effetto le lettere maiuscole, non ci resterá altro

partito che di tentare le cubitali... E le tenteremo: a estremi mali

estremi rimedi. Per ora, basti cosí; e la pace sia con tutti.

[p.201]

I

DELLA POESIA CASTIGLIANA DA' PRIMORDI DI ESSA FINO AGLI ULTIMI ANNI

DEL SECOLO DECIMO QUARTO

La storia universale della poesia offre nella sua progressione il

fenomeno di andamenti diversi in diverse nazioni. Nella bella Grecia

l'infanzia di questa sovrana delle arti fu di poca durata, e in poco

di tempo ella crebbe a tanto vigore da produrre i poemi immortali di

Omero. Uguale a quella della Grecia fu la fortuna dell'Italia moderna,

dove fuor della notte dei secoli rozzi, succeduti alla civilizzazione

romana, apparvero di repente Dante e 'l Petrarca, traendo con loro

l'aurora di tutte le arti e fondando le norme del buon gusto.

Altri popoli meno felici lottarono lungamente contra la barbarie, e,

vincendola a poco a poco, acquistarono a poco a poco il sentimento

dell'eleganza e dell'armonia; e non giunsero alla perfezione che tardi

e a forza di fatica. Tale fu la sorte d'una gran parte delle nazioni

moderne, e tale appunto fu quella della Spagna.

Ivi, quasi come per ogni dove, il verso scritto precedette alla prosa.

La poesia spagnuola, o piú precisamente castigliana, vanta per sua

prima opera il _Poema del Cid_, composto, a quel che pare, verso

la metá del secolo decimo secondo[3]. Allora, in mezzo alla confusione

delle lingue, cagionata dalle invasioni dei barbari del nord,

cominciava a pigliar forma alcuna quell'«idioma romanzo», che doveva

spiegare poi tanto splendore e tanta maestá negli scritti di

Garcilaso, di Herrera, di Rioja, di Cervantes, di Mariana.

[p.202]

Chi ponesse mente alla natura dell'argomento e non ad altro,

troverebbe pochi poemi superiori a quello di cui parliamo; nella

stessa maniera che pochi guerrieri troverebbe nella storia da poter

contrapporre, come rivali in valore e in leggiadria di virtú, a

Rodrigo di Bivar, soprannominato il «Cid Campeador». La gloria di

Rodrigo oscurò quella di tutti i re de' suoi tempi, e da secolo in

secolo discese infino a noi, ad onta di un'infinitá di favole onde

anticamente la zotica ammirazione circondò la veritá dei fatti.

Consegnata a poemi, a tragedie, a commedie, a romanzi (o romanze), a

canzoni popolari, la memoria di lui, somigliante a quella di Achille,

ebbe la fortuna di scuotere fortemente ed occupare la fantasia. Ma

l'eroe castigliano, superiore al greco per coraggio e virtú, ebbe la

sventura di non trovare un Omero che lo celebrasse.

E come trovarlo a que' tempi, ne' quali il rozzo cantore si pose a

comporre il poema? Con una lingua informe tuttavia, dura nelle sue

determinazioni, viziosa nella sua sintassi, nuda di tutta coltura e di

tutta armonia, in mezzo alla generale abitudine ad uno stile pieno di

pleonasmi, con un verseggiare incerto nella sua misura, com'era

possibile mai il produrre un'opera di vera poesia? Nell'invenzione,

ne' pensieri, nell'espressione di essi, e specialmente in certa

ingenuitá[4] di descrizioni, scorgiamo, è vero, qualche indizio

d'intenzione poetica per parte dell'autore; ma, preso in totale, il

_Poema del Cid_ è da considerarsi come una curiositá filologica

piú che altro. Chi sia stato l'autore di questo primo vagito della

poesia castigliana, è ignoto.

[p.203]

Nel secolo susseguente vissero due poeti, le opere dei quali lasciano

apparire giá alcuni progressi fatti dalla lingua. Don Gonzalo de

Berceo e Giovanni Lorenzo Segura, l'uno nelle sue poesie sacre in

versi alessandrini, l'altro nel suo poema _De Alexandro magno_,

superarono anche di qualche grado l'arte del cantore del Cid. Quelle

del primo, per altro, non sono che preghiere, regole fratesche,

leggende di santi, che manifestano nell'autore il monaco benedettino

piú che il poeta. Nel poema del secondo, ciò che occorre di piú

bizzarro alla considerazione del filosofo, è la vita di Alessandro il

grande, descritta con colori cavallereschi; è il vedere trasportati in

essa sul serio i costumi, i sentimenti, i pregiudizi spagnuoli. Forse,

come dice il signor Sismondi, l'ignoranza assoluta dell'antichitá fece

ricorrere il poeta a ciò che gli era noto per descrivere ciò che gli

era ignoto. E forse (è un dubbio nostro) Giovanni Lorenzo venne

condotto a tale traviamento da un barlume indistinto di quella veritá

psicologica, che insegna non potere essere sommamente efficace la

poesia, se non è in accordo colle idee e colle circostanze de' tempi

ne' quali vive il poeta. Giovanni Lorenzo non era abbastanza filosofo

per potere interpretare saviamente questo impulso del vero genio

poetico, non era abbastanza educato ai confronti storici per doversi

sentire offendere dalla dissonanza tra due civilizzazioni, greca e

spagnuola: e però, secondando con inconsiderata obbedienza la

necessitá d'essere moderno, condusse con accessorii ricavati dal mondo

a lui presente un poema d'argomento non moderno, ma antico; e fece

cosí un guazzabuglio, che accusa la contemporanea stupiditá della

critica e muove a riso finanche la gravitá de' maestri di lettere.

Ma qui, se ci è lecita una digressione, vogliamo assumere gravitá

anche noi, e rivolgerci proprio con un testo di Orazio a tal uno che

ride del guazzabuglio di Giovanni Lorenzo.

«E di che ridi tu? Cambiato che sia il nome, il discorso va a ferir

te»[5]. E infatti non è egli un guazzabuglio altrettanto ridicolo il

tuo, quando in argomenti moderni vai intarsiando sentimenti [p.204] e

immagini e riti e costumi e idee de' popoli antichi? Se Giovanni

Lorenzo ti presenta l'eroe di Macedonia sotto il nome di «infante don

Alessandro», tu sghignazzi, e n'hai ragione. Ma non dovremo

sghignazzar del pari ancor noi, allorché tu ci presenti una povera

monachetta sacra a Maria ed a Cristo sotto il nome di «vestale»?

allorché di due giovinetti, che si legano in matrimonio innanzi al

curato, tu ci parli come di due, che, «coronati di rose», si giurano

fede innanzi «all'ara d'Imeneo»? allorché d'un professore

dell'universitá dici ch'egli è un «sacerdote di Minerva», e va'

discorrendo? Che razza di logica è la tua?--Sono erudito, e Giovanni

Lorenzo non l'era.--Bravo! tienti la tua erudizione, che è cosa buona

e, se non sai farne altro, illustra con essa un qualche ciottolo

vecchio; ma non isprecarla fuor di proposito. O, piuttosto, vendine

alcune libbre, onde comperarti poi una mezz'oncia di sale critico.

Imparerai allora che il ridicolo non istá nell'ignoranza di Giovanni

Lorenzo, né tampoco nella tua erudizione; bensí nella goffa mescolanza

che entrambi ci fate di idee eterogenee.

Lettori, torniamo al nostro proposito. Un Caloandro de' «bei parlari»

avrebbe detto: «torniamo a bomba».

Regnava allora in Castiglia Alfonso decimo, soprannominato il «savio»:

non perché fosse un buon re, ché anzi fu falsatore di monete e meritò

di essere alla fine cacciato dal trono; ma perché, come meglio il

comportavano i suoi tempi, fu letterato e promotore degli studi. Egli,

dando ordine che si scrivessero in lingua castigliana gli atti

pubblici, che infino allora erano stati sempre compilati in latino,

aggiunse stimoli al miglioramento ed alla diffusione della lingua

nazionale e giovò a' progressi d'una nazionale letteratura. Fu poeta

anch'egli, e compose, secondo l'opinione comune, un libro di cantici

sacri in dialetto galiego e due altri libri in versi castigliani:

l'uno intitolato dei _Lamenti_, l'altro il _Tesoro_. Piange

nel primo il re le proprie sventure e lo scettro perduto; nel secondo,

che è un trattato inintelligibile d'alchimia, egli dá ad intendere a'

castigliani d'aver trovato il segreto della pietra filosofale, con

intenzione probabilmente di onestare cosí in faccia loro i veri mezzi,

[p.205] piú turpi, mediante i quali ei s'era arricchito. Se le monete

fatte battere dal re Alfonso erano di sí bassa lega come i suoi versi,

bisogna dire che egli fosse un gran ladro.

Tuttavolta, ove lo zelo messo da lui nel promuovere le lettere fosse

stato di lunga durata ed imitato dai re successori, la poesia

spagnuola, col rammentarci l'antichitá de' suoi natali, non farebbe

sentire vieppiú la lentezza de' propri passi verso la perfezione. Ma

ella ebbe contro di sé la natura feroce dei tempi.

Negli ultimi anni di Alfonso cominciò ad ardere la guerra civile; e

questa quasi senza interruzione infuriò per un secolo intero, fino a

giungere all'estremo dell'atrocitá e dell'orrore durante il regno

burrascoso di Pietro il crudele. In quella miserabile etá pareva che i

castigliani non avessero anima che per abborrire, non avessero braccia

che per distruggere. Però la poesia pochi ebbe che la coltivassero

allora: i piú erano intenti alle opere della spada e non della penna.

Giovanni Ruiz, arciprete di Hita; l'infante don Giovanni Manuele,

autore del _Conte Lucanor_; l'ebreo don Santo, e Ayala il

cronista: ecco lo scarso numero de' poeti d'allora.

Fra le poesie di questi quattro autori è fatica perduta il volere

rintracciare un'occasione di diletto estetico un po' prolungato.

Quelle dell'arciprete sono, tanto o quanto, le piú degne d'essere

conosciute dai filologi. Hanno per argomento la storia degli amori di

esso arciprete, mista di apologhi, di allegorie, di novelle, di

frizzi, di satire, ed insieme di cose di religione; e vi trovi, con

istrano abuso di personificazioni, condotti a comparsa certi

personaggi che non ti saresti mai figurato di veder camminare sulle

gambe; come a dire, donna Quaresima, don Digiuno, donna Colazione, don

Dí di grasso e, insieme a questa bella brigata, anche l'illustrissimo

don Amore. Le forme estrinseche di tali poesie vantaggiano di poco

quelle messe in mostra da' poeti anteriori.

Nell'atto che abbandoniamo agli scaffali delle biblioteche od alla

curiositá degli eruditi ed alle meditazioni del filosofo tutte

siffatte anticaglie, dalle quali, attraverso a un nuvolato

interminabile d'inezie puerili, d'invenzioni e lepidezze fratesche,

[p.206] appena qua e lá sfavillano alcuni pochi lampi di giusta

inspirazione, crediamo di dovere avvertire il lettore studioso che, a

volere ricercare la vera origine, le prime e vere tracce d'un'ingenua

e sentita poesia in Ispagna, gli bisogna rivolgersi a tutt'altro

armadio.

Altri cantori, sconosciuti di nome, ma fortemente commossi dal

desiderio di celebrare le glorie nazionali, il puntiglio dell'onore,

la lealtá, la opposizione magnanima de' loro concittadini alla

violenza straniera, i fatti de' forti nelle tante battaglie contra i

mori, ecc. ecc., servirono con alacritá spontanea alla voce dell'amor

patrio ed all'entusiasmo del popolo, tessendo brevi racconti armoniosi

di avventure guerriere o dando un lirico sfogo al sentimento

dell'ammirazione. Di qui la grande quantitá di «canzoni popolari» e di

«romanzi» (o «romanze») cavallereschi od istorici, ne' quali

principalmente risuonano le lodi del Cid Campeador, se non con

leggiadria assoluta di versi, almeno almeno con veritá di espressione.

E troviamo in essi un caldo muovimento d'affetti, che si desidera

invano nelle opere de' loro poeti contemporanei, rammentati piú sopra

da noi, e invano talvolta anche ne' quattro canti del famoso poema di

cavalleria, l'_Amadigi_, composto in lingua spagnuola dal

portoghese Vasco Lobeira verso il principio del secolo decimoquarto.

Ogni spagnuolo accompagnava allora con la sua chitarra le semplici

«_coplas_» d'un inno al valore; ogni madre insegnava alle sue

fanciulle la storia d'un prode, secondo che l'aveva udita narrare da

un qualche poeta. Anche la gentilezza dell'amore, anche la cortesia

verso le donne somministrava materia a dilicate od a flebili melodie.

E la pietá, facendo tacere per alcun momento gli odii nazionali, non

negava una lagrima poetica neppure a Zayda e a Balaya, belle e

sventurate amanti di principi moreschi.

[p.207]

II

|Della poesia castigliana durante il secolo decimoquinto|[6]

I re d'Aragona, verso la fine del secolo decimoquarto, avevano

introdotto nei loro Stati i «giuochi florali», instituiti giá da piú

di un sessant'anni in Tolosa, onde promovere l'esercizio della «gaia

scienza» de' trovatori. Vedevansi concorrere d'ogni parte gli ingegni

a quelle feste, e con gara ardita contendere pei premi promessi a' piú

valenti. La pubblica solennitá di tali cerimonie, la maggiore

diffusione delle cognizioni e degli scritti, l'esempio invidiato

dell'Italia, la maraviglia che destavano le opere degli antichi poeti

di Grecia e di Roma, delle quali allora si andava rendendo piú comune

la lettura in tutta l'Europa, ed altre consimili circostanze ponevano

vieppiú sempre in onore la poesia: questa che delle belle arti è la

prima ad essere coltivata, allorché i popoli si accostano alla loro

civilizzazione.

Giovanni secondo era un principe inetto a governare; e sotto di lui la

Castiglia, perduta in faccia agli stranieri ogni importanza, era

lacerata al di dentro dall'orgoglio fazioso de' nobili. E nondimeno

quella etá portava tanto amore alla poesia, che all'inetto principe

l'esercitarla e 'l proteggerla ottenne anche politicamente qualche

benevolenza. Molti de' grandi, che gli avrebbero non mal volentieri

tolto lo scettro, cosí sconveniente alla sua mano, si unirono intorno

a lui per forza di simpatia poetica, e, verseggiatori anch'essi,

prestarono aiuto al re verseggiatore. Cosí Giovanni secondo, bene o

male, si mantenne sul trono; e, in mezzo alle turbolenze del regno, la

corte di lui, piuttosto che un consiglio di statisti, pareva in certo

modo una profezia lontana del [p.208] nostro «Serbatoio d'Arcadia».

Vogliamo dire che il re e i cortigiani, né piú né meno de' pecorai

d'Arcadia, fossero o no provveduti di alcuna disposizione attiva per

la poesia, tutti sudavano a far dei versi. Scriveva «_coplas_» il

contestabile don Alvaro, e «_coplas_» scrivevano il duca d'Arjona

e don Enrico de Villena e 'l marchese di Santillana e cento altri

eccelsi magnati.

Fra questi magnati, per altro, alcuni non erano al tutto indegni di

qualche lode letteraria. La lingua s'avvicinava giá molto alla sua

perfezione; nuovi metri, trovati da' poeti della corte del re

Giovanni, prestavano nuovi istromenti alla poesia; ed ella si era

rivolta in gran parte a dipingere la passione dell'amore. E se la

smania di parer dotto (o, in altri termini, la pedanteria) non avesse

guastato l'intelletto al marchese di Santillana; se, innamorato,

com'egli pareva essere, di Dante, ne avesse investigato lo spirito

poetico ne' suoi principi moventi anziché nelle minute particolaritá

delle invenzioni; per opera di lui, poiché ingegno e volontá non gli

mancavano, la poesia spagnuola non solamente avrebbe potuto dare

maggiore soavitá agli affetti dell'elegia, ma ben anche aspirare a piú

alte concezioni e distendersi maestosamente fra' palmeti indigeni,

senza prepararsi la necessitá di agognare, come fece in appresso, gli

allori stranieri.

Ma i maestri di convento, in mano de' quali stava allora la somma

dell'educazione giovanile, avevano messa in capo al Santillana, del

pari che a tutti i loro discepoli, una falsa e stramba idea della

poesia: come se, incapace di poter dire splendidamente il vero, ella

consistesse in un tessuto perpetuo di misteri, di allegorie e di

spiattellate sentenze morali. D'altra parte, la maraviglia o, piú

veramente, l'idolatria de' tempi per la novitá dell'erudizione

solleticava a lui l'ambizioncella, e persuadevalo ad ostentare in

qualche modo il catalogo de' tanti libri ch'egli aveva letti. Non è

dunque strano che il marchese cedesse alla corrente. Da' suoi

contemporanei ottennero infatti largo applauso, siccome portenti di

bellezza poetica, i difetti appunto che rendono oggidí noiosa la

lettura delle opere di lui; oggidí che nel poeta cerchiamo il poeta e

le sue forti sensazioni, non la fredda pompa [p.209] della sua vasta

memoria, non l'arguzia delle sue allegorie, non la magistrale

ripetizione delle sentenze rubate di peso al catechismo.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 16 / 20 段