Ad un romantico, un libro stampato in Venezia del 1563 ed intitolato

_Pungilingua e trattato di pazienza di fra Domenico Cavalca da Vico

Pisano_ (edizione citata dai compilatori della Crusca).

Ad uno sposo recente, un grosso volume e mezzo scucito, intitolato

_Nouvelle manière de defendre et de fortifier les places

irrégulières à l'usage de ceux qui ne sont pas géomètres, par P. I. de

Bellersheim_.

Ad un illustrissimo borioso, le _Osservazioni di Francesco Redi

intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi_.

Ad un postulante, _L'uomo di corte di Baldassar Graziano_

(traduzione dallo spagnuolo).

[p.183]

Ad una signora attempatella, un libro sconosciutissimo, intitolato

_L'arte di congedarsi a tempo_, stampato in Venezia, l'ultimo

anno della repubblica.

Inviati al loro destino i libri suddetti, l'amico nostro ne ritenne

per sé il restante; salvo che portò egli stesso di sua mano negli

archivi del _Conciliatore_ un grosso volume di manoscritti,

legato in pergamena e della forma d'un libro parrocchiale,

sdebitandosi cosí della promessa, che aveva fatto a se medesimo, di

regalar qualche cosa anche a' veri amici suoi. In quel punto gli

estensori del _Conciliatore_ erano occupati in rifare alcuni

periodi al giornale, che doveva uscire di lí a poche ore. E però non

badarono per allora piú che tanto né al nuovo ospite de' loro archivi,

né alla storia del come esso era pervenuto in potere del donatore.

Questi fu rimunerato grettamente dai donatari con un «mille grazie»

secco secco; ma, ponendo mente alla circostanza, gli parve che il

guiderdone fosse anche troppo, e si tenne contento.

Non passò per altro una settimana che ai pochissimi estensori rimasti

in Milano a tirare il carro, mentre che tutti gli altri se ne stanno

oziando alla frescura in amene campagne, su pe' colli di Brianza od in

riva a qualche lago, cadde sott'occhio il volume de' manoscritti e

nell'animo la voglia di scartabellarlo.

Il frontispizio dice precisamente cosí: _Miscellanea di cose

accadute a' miei tempi, dove c'è dentro un poco di tutto_. E piú

sotto: «Io, prete don Anastasio Caramella, cappellano titolato in

Verderio superiore, ho messa insieme questa miscellanea per mio uso ed

esercizio, incominciando il giorno di pasqua dell'anno 1759 e

seguitando fino al giorno di san Giuseppe del 1771, nel quale il

dolore per la morte della mia buona Maddalena mi ha fatto rinunziare

al mondo ed alle vanitá».

Chi fosse questa Maddalena, la quale vivendo faceva un po' mondano don

Anastasio, non è occorso a' sottoscritti di potere indovinare. Ma non

hanno lette ancora che poche carte della _Miscellanea_. Apertala

a metá del volume, vi trovarono un capitolo che s'annunzia cosí:

_Elegia comico-seria ed in prosa, composta da due degni signori che

scrivono nel foglio periodico «Il caffé»._

[p.184]

Letta avidamente l'elegia, i sottoscritti pensarono subito che lo

stamparla sarebbe stato un far cosa gradita al pubblico; da che oggidí

gli scrittori del _Caffé_ (morte essendo e seppellite le brutte

invidie de' loro contemporanei) ottengono quella giusta venerazione

che si meritano, ed ogni cosa che sia frutto di quegli ingegni viene

letta con altrettanta compiacenza quant'era l'astio inverecondo col

quale a' tempi loro sprezzavasi. Nel manoscritto non è registrato il

nome dei due compositori dell'elegia. In alcuni passi le idee e lo

stile farebbero sospettare ch'essa fosse fattura di Pietro Verri; in

piú altri, del di lui fratello Alessandro. E forse è opera di

tutt'altri; forse un solo individuo ne fu l'autore; forse... anche...

chi sa? I sottoscritti non vogliono avventurare nessun giudizio:

decida il pubblico.

Ecco l'elegia ricopiata tal quale dalla _Miscellanea_ del

cappellano. Ma no: bisogna che i lettori sappiano in prima una cosa, e

la si dica. L'elegia è preceduta da una _Notizia storica_,

compilata da don Anastasio. Sono descritte brevemente in essa le

circostanze che diedero occasione al componimento patetico. E sono

circostanze tali, che per una bizzarria dell'accidente somigliano in

qualche modo a quelle in cui trovansi gli estensori del

_Conciliatore_. Siffatta analogia, è da confessarsi, contribuí

anch'essa a far nascere il pensiero di pubblicar l'elegia, e con essa

anche la _Notizia storica_ nella sua genuina semplicitá. S'è

detto «analogia d'alcune circostanze». Badate bene, o lettori, ai

termini; perché gli estensori del _Conciliatore_ non amerebbero

d'essere creduti sí presuntuosi da voler paragonare se stessi agli

illustri scrittori del _Caffé_. Sanno bensí in coscienza di aver

comune con essi la intenzione; ma l'ingegno poi e le forze..., queste

sono altre cose. «_Non omnia possumus omnes_», soleva dire ogni

tratto il barbiere di Tom Jones. Oh! un barbiere ci vorrebbe che

lavasse il muso a certi israeliti della nostra penisola, de' quali

dicesi che per avere imparate a mente quattro frasacce del

_Pataffio_ di ser Brunetto, siensi fatti tronfi come la rana

della favola, e vadano gracchiando contro le opere del Verri e del

Beccaria, e le chiamino «miserie», perché non vi [p.185] trovano sapor

di lingua. Sapor di lingua! E che sapete voi mai, o israeliti, d'altro

sapore fuor di quello dell'oca?

Don Anastasio dunque lasciò scritta, o lettori, una _Notizia

storica_. Vedetela qui; e, se vi piace, ringraziatene gli editori,

che finalmente stanno zitti e lasciano parlar don Anastasio e suoi

poeti.

L'estate di quest'anno 1765 fece un gran caldo in Milano; ed io, che

mi trovava lá giú, bruciava che pareva in un forno. In un giorno di

luglio, non mi ricordo se giovedí o martedí, ma era giorno di grasso,

fui invitato a pranzo la prima volta a casa della marchesa donna

Antonia, signora piena di degnazione, che solamente mi fece venire, e

non mi conosceva, perché io era amico di molti di que' sapienti che

scrivevano il _Caffé_, e quel dí pranzavano dalla signora

marchesa; ma solamente due di essi in effetto, perché gli altri erano

scappati fuori in villeggiatura, tanto era indiavolata e scottava la

cittá. Que' due buoni signori raccontavano tra una portata e l'altra

d'aver veduti stracciati per la strada alcuni fogli del _Caffé_,

e parevano in collera. Ma io credo che facessero finta, perché di

quando in quando si guardavano e ridevano, ed erano insomma di buon

umore. Anzi narravano tutti gli insulti che ricevevano dalla bassa

canaglia, e che fino sentivansi chiamare «Societá dei pugni»; ed era

come se parlassero di gloria e trionfi. Che fiore di galantuomini

proprio esemplari! In fine della tavola tirarono fuori e lessero una

poesia o prosa, che avevano fatta sui loro guai. E l'uno

diceva:--Stampiamola;--e l'altro:--No;--e sí e no, e sí e no. E infine

non ne fecero niente; perché la marchesa, donna di giudizio, diceva

che non bisognava darsene per intesi, e che sempre era succeduto cosí,

e che sempre sarebbe succeduto l'eguale a chi scrivesse proprio come

la pensava; e che poi bisognava contentarsi di chiappar la lepre col

carro, e lasciar tempo al tempo. Ma quella elegia mi piacque tanto,

che pregai di darmene una copia. Ed ebbero la bontá di esaudirmi. Ed

ecco, è l'elegia seguente. Peccato che non l'abbiano messa sul

_Caffé_!

[p.186]

ELEGIA COMICO-SERIA ED IN PROSA

Vieni colla querula lira, o bionda Elegia; e sparsa di lagrime sciogli

le chiome...

--No, no; questa prosa somiglia troppo i soliti versi: cominciamo di

nuovo.--

Fa' la _toelette_ una volta, o vecchia Elegia, se ti restano

chiome.

E se, dai mille anni in poi che tu spandi i torrenti delle tue lagrime

sulle arcadiche cetre, ancora te ne rimane una stilla, vieni, o

pietosa, nel caffé di Demetrio[1] ad imprestarmela per tante

disgrazie.

Chi sará mai cosí dotto aritmetico da poter numerare tutti i miei

nemici? Chi sa dirmi donde l'odio, gli strapazzi, gli sdegni contro di

me, che non gli ho veduti pur mai!

Ignoro il mio delitto. Studiando, scrivendo, operando col coraggio

dell'onestá, ho forse violati gli altari, tiranneggiata la patria,

venduta l'innocenza?

Ho forse offesi tutti coloro che scrivono ed operano senza il coraggio

dell'onestá? Oh! condonate l'errore giovenile: io sognava Lacedemone,

ed era in Babilonia!

--Ahi! ahi! ahi!...--ho sclamato tre volte per riverenza delle nove

muse, quando vidi l'atroce spettacolo!

Vidi (credetelo, o posteri) il foglio arditamente sincero, il foglio

che tien desta l'invidia, quand'ella piú s'affanna a persuadere che

dorme, il mio povero _Caffé_ lacerato in mille brani, bruttato

nel fango delle strade.

E l'asino grave, e lo stupido bue, e l'armento servile delle pecore lo

calpestavano passando! Sento ancora i ragli di gioia, i muggiti di

trionfo, i belati di compiacenza. Oh vergogna, oh sventura

irreparabile! ahi, ahi, ahi!...

Dimmi tu, o solo compagno rimastomi in tanta guerra, come potremo

difenderci?

Ecco primo venirne contro il rotondo signor Cristoforo,

ingegnosissimo, [p.187] terribilissimo per grandi occhiali sul naso e

impolverata parucca![2]

Ei m'accenna col dito alle turbe e grida:--Quegli è il colpevole,

quegli il ribelle che ardisce resistere all'autoritá, stimare i

moderni, non adorare gli antichi. Guai se il mondo uscisse di pupillo

e l'ascoltasse! Urlate, o turbe: fischiate, percuotete, uccidete. Lo

scellerato pretende che __si ragioni__!--

E le turbe, che non ragionano e non intendono, mi guardarono

minacciose; ed io, traendomi in disparte, risposi:

--O gente degna delle «ghiande saturnie», placatevi e calpestate

questo male sparso _Caffé_.--

Venne Adonio, il damo per eccellenza; Adonio, il condottiero profumato

della schiera degli eunuchi. Costui, recandosi tra le mani l'ultima

raccolta di _Ana_, cercò tra le pagine un epigramma, e mi

trafisse.

Ahi, ahi, ahi... Oh mio mal prodigato _Caffé_!

Ma chi mi giunge a sinistra dietro le spalle? Ecco la schiera bruna

che bulica come un formicaio.

Veggo lo scrittorello, colui il quale vende ognora a gran prezzo ciò

che val nulla: se stesso ed i suoi giudizi.

Veggo il vecchio Codro, cadente sotto il peso de' suoi volumi in

foglio; né la rabbia basta a dargli forza per lanciarmeli contro.

E te pure non dimentico, o poetastro, celebratore de' pranzi illustri;

e te pure, o Vafrino, piaggiatore de' grandi, che ti sei fatto un

patrimonio colla loro vanitá.

Ma voi chi siete, pallide facce, tutte fosche di neri capegli, ora

immote verso il cielo, ora inclinate mestamente alla terra? Ah sí, vi

riconosco, Piloncino e Tartuffo, ipocriti di virtú, falsatori di

religione.

E i vili si strinsero le destre, e congiurarono cosí:

--Costui né si vende né si compra; ma con un tocco ardito della sua

penna sbalza dai volti le maschere e snuda la veritá.

Dunque pèra il __superbo__, pèra il __nemico__ della patria,

pèra il __disprezzatore__ de' grand'uomini, il __novatore__

mostruoso, l'esecrato __filosofo__ pèra.--

[p.188]

Sí, calpestate il male sparso _Caffé_, o fallaci e crudeli

dispensatori delle «ghiande saturnie». Abborritemi, vendicatevi. Ma

prima ponete una mano sul mio petto, e sentirete che questo cuore

batte tranquillo.

Il giorno non è lontano che la pianta felice da noi collocata ne'

campi d'Esperia porterá piú copioso il suo nobile frutto; il suo

frutto che non manda fraganza, se nol tormenti col foco[3].

E voi pure tormentateci, o gente saturnia! Ma noi, alleati col Tempo,

atterreremo su queste pianure i vostri boschi di querce; né piú vi

sará dato d'imprigionare tra l'ombre le menti dei mortali.

Perché una forza irresistibile di perfezionamento è nella nostra

natura, e progredisce e trionfa; e, simile al fato, conduce i

volenterosi, e i repugnanti strascina.

Ma di chi la gloria, di chi? Amici del nostro cuore, che sudate con

noi nell'altissima impresa, non lasciateci or soli frammezzo ai

turbini. Ove siete, che fate?

Due di voi, io lo so, compiacendo al lor genio, si ascondono nelle

solitudini.

Allato allato delle vostre predilette, seduti a sera sull'erta della

collina, seguite con occhio innamorato le stelle remote, e alla

presenza delle bellezze del cielo parlate le speranze d'una vita

migliore.

Intanto noi tra le mura infiammate della cittá scriviamo la notte,

scriviamo il giorno, e appena abbiam tempo di mandare un sospiro.

Dove sono gli altri? ahi! dove sono? Voi correte in caccia le

campagne, o saltate i fossati, o veleggiate sui laghi ascoltando i

canti verginali di che sull'alba risuonano le sponde, o cercate i

semplici costumi tra le montagne dell'Elvezio vicino... Ma ricordatevi

di noi, che siamo qui soli!

E tu pure, altero e ritroso ingegno, che fai? Né amoreggi, né viaggi,

né scrivi, e godi il tuo sommo diletto lasciando correre il pensiero

negli aerei campi dell'Idea[4].

[p.189]

Ozio è questo, o fratelli: Piloncino ne ride, e noi due ne piangiamo,

improvvisando la nostra elegia.

Oh, povera Elegia! Ora t'innalzi, ora strisci nella polvere, e non

somigli a nessuna. Guai se t'abbatti in qualche grave maestro, che

voglia riscontrare le tue forme sul modulo de' precetti![5].

Il feroce trarratti per gli orecchi al cospetto delle muse, e

domanderá vendetta contro il padre dell'orribile mostro.

A lui cosí dirai tua ragione:--O grave maestro, cui piacciono le

centomila ricantazioni de' lamenti ovidiani, colui che m'ha fatta,

sappilo, non somiglia l'errante modellatore lucchese: egli non mi

foggiò di fragile gesso nella forma cavata da un altro, perché

l'ignaro moltiplicasse le copie! Sono rozza, ma scolpita sul vivo;

deforme, ma forte; sono un ente di piú nella natura.

Tale è l'elegia che abbiamo trovata nel manoscritto di don Anastasio e

che pubblichiamo con tutta fedeltá. Le note da noi sottopostevi ne

parvero opportune per la maggiore intelligenza del testo. Se nel libro

regalatoci rinverremo altre cose meritevoli di essere tolte

all'oscuritá, i nostri lettori non ne saranno defraudati.

I due estensori

|Grisostomo|--P.

[1] Demetrio era un caffettiere greco, nella cui bottega gli autori

del _Caffé_ hanno finto che avvenissero le loro

conversazioni.

[2] Di questo signor Cristoforo si veggono piú menzioni nel giornale

del _Caffé_. Sovranamente comica è la di lui disputa in

favore degli antichi contro quello fra gli estensori che si

firmava «A.».

[3] Intende la pianta del caffé, e per essa simbolicamente la

filosofia, alla quale sono necessarie le persecuzioni per farsi

infine conoscere e sentire da tutti.

[4] Non crediamo ingannarci nel riconoscere in questi tratti il

Beccaria, uomo altamente contemplativo, ma poco inclinato

all'attivitá. Piú dubbie sono le indicazioni degli altri colleghi

a cui si rivolgono le esortazioni degli elegisti.

[5] È noto che nel _Caffé_ si sono combattute con molta forza le

false regole e le frivolezze de' pedanti e de' poeti italiani.

Veggansi singolarmente i due discorsi _Sui difetti_ e

_Sullo spirito della letteratura._

[p.190][p.191]

XXI

SULLA «FILOSOFIA DELLE SCIENZE» DEL JULLIEN[1]

Ogni volta che ci occorre di dover parlare di economia politica, di

lega fraterna tra i popoli, del bisogno di una letteratura

essenzialmente liberale, di scuole alla Lancaster, di diffusione di

lumi, di mezzi coi quali aggiungere rapiditá al progresso del sapere

umano e d'altri argomenti di consimile natura, l'esperienza ci fa

presentire vicine il ronzio d'una maledizione sul capo nostro per

parte de' missionari della tenebria e dei _frères ignorantins_

della nostra penisola. Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra

mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in

mano per muovere la bile ad una menoma persona. Se, procurando di

servire come meglio può alla nazione italiana, necessariamente il

_Conciliatore_ incappa a spiacere all'individuo, questi si dolga

non di noi, ma della sua propria sinderesi e delle sue proprie

opinioni, discordi forse troppo da quelle della nazione e del secolo;

si dolga con se stesso, per aver tolto a seguitare coi pochi il logoro

gonfalone dell'oscurantismo piuttosto che la bella bandiera dell'amor

della patria, alla quale è ligio il cuore dei molti.

Accomodati, mediante questo pacifico avvertimento, i nostri conti col

drappello di coloro ai quali sempre e di buon grado perdoneremo la

mormorazione, siccome formola comandata dal loro instituto, ci sia

lecito di proporre ai dotti d'Italia la lettura [p.192] dell'opuscolo

qui sopra annunziato del signor Jullien; opuscolo che per la sua sola

intenzione meriterá l'anatema da chiunque ama di ritardare il corso

dell'intelletto umano.

Lo scopo al quale tende il signor Jullien col presente opuscolo, che è

un prospetto d'un'opera futura, è quello appunto di procacciare una

migliore direzione ed un'attivitá maggiore ai lavori intellettuali. A

questo effetto egli, determinando in nuova maniera la divisione delle

cognizioni umane, ordina i risultati moltiformi delle scienze, delle

lettere e delle arti come verso un centro unico, la __filosofia delle

scienze__[2]; mostra la opportunitá di ridurre a succosi ed utili

estratti tutta l'immensa farragine delle biblioteche, onde gli

studiosi non abbiano a sciupare tutta la loro vita nell'istruirsi di

ciò che s'è fatto, senza che lor basti fiato per muovere il passo

verso ciò che resta a farsi; accenna il metodo onde piú arricchirsi di

cognizioni con minor perdita di tempo e minor confusione d'idee

(metodo giá da lui altra volta spiegato ampiamente nell'_Essai sur

l'emploi du temps_, e che consiste nel tenere sotto diversi

scompartimenti alfabetici, sotto diversi ordini di affinitá, un

registro scritto di tutte le nozioni che lo studioso viene di mano in

mano acquistando mediante la lettura, l'osservazione e 'l conversare);

accenna la possibilitá d'inventare un alfabeto scientifico e

filosofico, col soccorso del quale e con semplici segni rendere piú

facile, piú fervida, piú fruttuosa la comunicazione tra i dotti

d'Europa; e propone tra essi dotti una lega universale, onde

abbreviare gli studi di ciascheduno, e far concorrere gli sforzi di

tutti ad accelerare il simultaneo progresso delle scienze, delle

lettere e delle arti, il perfezionamento morale ed intellettuale

dell'uomo. A siffatta confederazione dovrebbono unirsi e prestar

consiglio ed aiuto tutti coloro a' quali per impulso virtuoso del

[p.193] cuore preme di migliorare la condizione della umana famiglia.

E specialmente è pregata a favorire e secondare le fatiche dei dotti

quella metá bella e gentile del genere umano, senza il concorso della

quale, dice l'autore, è inutile lo sperare alcun miglioramento

lodevole nelle cose della vita.

Noi non vogliamo entrare per ora a discutere né la __novitá__ di questo

bel progetto del signor Jullien, né la convenienza de' mezzi da lui

additati per mandarlo ad esecuzione. Come ogni censura, cosí anche

ogni encomio di un libro riesce intempestivo e di scarso valore, se lo

si fonda sulla conoscenza del solo indice delle materie in esso

trattate; e l'opuscolo di che parliamo è in gran parte poco piú che un

indice. Non esamineremo dunque criticamente il progetto ed i metodi,

se prima non li vedremo svolti in tutta la loro estensione per entro

il libro intero, che l'autore, a quel che pare, sta terminando. Bensí

speriamo che ai dotti d'Italia la lettura anche del solo preludio di

un'opera filosofica, manifestamente suggerita dalla santa intenzione

di giovare al perfezionamento sociale, basterá ad offrire materie di

analoghe speculazioni. E però, deponendo noi riverenti sul loro

tavolino l'opuscolo del signor Jullien, e sdebitandoci sinceramente

con lui di tutta quella lode che gli è dovuta per lo spirito leale e

per la buona volontá onde vediamo muovere sempre i suoi disegni,

finiremo il nostro articolo col dare in abbozzo a' lettori una qualche

idea della nuova divisione delle scienze da lui proposta.

Bacone prima, poi gli autori della _Enciclopedia_, nella loro

classificazione delle scienze e delle arti, riferirono ciascuna di

esse ad una delle tre divisioni fondamentali, suggerite dalle tre

diverse facoltá dell'uomo: __memoria__, __ragione__, __immaginazione__.

Il signor Lancelin, nella sua introduzione all'_Analisi delle

scienze_, riducendo tutto lo scibile umano ad una scienza sola, la

__scienza della natura__, scompartí questa in otto divisioni

fondamentali; e sono:

1. Elementi dell'universo, o descrizione de' corpi naturali.

2. Forze e proprietá primitive della materia.

[p.194]

3. Scienze primitive nascenti dalla descrizione de' corpi e dalla

classificazione degli oggetti e de' fatti.

4. Scienza dell'uomo.

5. Scienze matematiche e fisico-matematiche.

6. Arti meccaniche e industria umana.

7. Belle arti e belle lettere.

8. Metafisica vera e filosofia vera, o scienza de' principi,

legislatrice in certo modo dello spirito umano.

Il signor Destutt-Tracy, ne' suoi _Elementi d'ideologia_, stabilí

la seguente classificazione:

Prima sezione. Storia de' mezzi che abbiamo per conoscere qualche cosa

(tre parti).

1. Formazione delle nostre idee, o __ideologia propriamente detta__.

2. Espressione delle nostre idee, o sia __gramatica__.

3. Combinazione delle nostre idee, o sia __logica__. (La gramatica

e la logica, secondo il signor Destutt-Tracy, formano parte della

ideologia presa in complesso; ed è per ciò che alla formazione delle

idee egli diede il titolo d'__ideologia propriamente detta__).

Seconda sezione. Applicazione de' mezzi di conoscere allo studio della

nostra volontá e degli effetti di essa (tre parti).

1. Delle nostre azioni, o __economia__.

2. Dei nostri sentimenti, o __morale__.

3. Della direzione delle une e degli altri, o sia __governo e

politica__.

Terza sezione. Applicazione dei mezzi di conoscere allo studio degli

enti diversi da noi (tre parti).

1. Dei corpi e delle loro proprietá, o sia __fisica__.

2. Delle proprietá dell'estensione, o __geometria__.

3. Delle proprietá delle quantitá, o sia __calcolo__.

Nella futura sua opera il signor Jullien si propone di scandagliare a

parte a parte le classificazioni qui sopra riportate, paragonandole

con altri tentativi di simile natura pubblicati, prima d'ora, qua e lá

in Europa. Forse tra questi vedremo fare la sua modesta comparsa anche

l'_Albero sistematico_ preposto dal [p.195] nostro Alberti al suo

_Gran dizionario enciclopedico della lingua italiana_, il quale

(sia detto tra parentesi) è per ora incomparabilmente il miglior

dizionario della nostra lingua. In quell'_Albero_ l'universo

venendo considerato come radice delle tre cognizioni, di __Dio__,

dell'__uomo__ e del __mondo__, ogni scienza è subordinata ad una

di queste tre grandi diramazioni principali.

Ecco ora in ristretto il _Quadro sinottico delle cognizioni

umane_ proposto dal signor Jullien, o sia il modo con cui egli

divide le scienze e le arti.

La mente dell'uomo è il __principio__ comune di tutte le

cognizioni.

Lo __scopo__ comune di tutte le scienze e di tutte le arti è il

perfezionamento umano.

Le cognizioni umane si dividono in due ordini.

Il primo risguarda le cose fisiche.

Il secondo risguarda le scienze metafisiche o morali ed intellettuali.

Ciascuno di questi ordini è diviso in due classi.

Classe prima. Scienze positive o sia de' fatti.

Classe seconda. Scienze istromentali o sia di metodo, che forniscono,

dice l'autore, gli stromenti ed i metodi a tutte le altre scienze, e

trattano dei mezzi inventati dall'uomo (per esempio la __geometria__ ed

il __calcolo__).

L'uomo può __osservare e descrivere__ gli enti ed i fatti, quali si

presentano a lui per ordine di tempo e di luogo.

Osservati e descritti gli enti ed i fatti, l'uomo li __paragona e

classifica__; e li distingue in generi e specie, avvicinandoli l'uno

all'altro a norma delle analogie che vi scopre.

In terzo luogo lo spirito umano si applica a __spiegare__ le cose

ed i fatti ed a cercarne le cagioni.

Finalmente lo spirito umano __applica__ le sue cognizioni ai

bisogni ed all'uso della vita.

Da queste quattro diverse operazioni dell'intelletto umano il signor

Jullien desume quattro generi differenti di scienze, cioè:

1. Descrittive e d'osservazione. 2. Distintive e di classificazione.

[p.196] 3. Speculative e razionali, o sia d'investigazione, applicate

alla ricerca delle cause. 4. Pratiche e d'applicazione.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 15 / 20 段