in tutto il dramma gli amici del re si accostano a lui. Qui, in
bocca di Sacontala, è come parola di pace.
[p.169]
XVII
SULLA «STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA» DEL GINGUENÉ[1]
Tempo fa in questo stesso giornale (n. 21), parlando incidentemente
del signor Ginguené, abbiamo emessa la nostra opinione sul merito
della di lui _Storia letteraria d'Italia_, e sulla fortuna
incontrata presso gl'italiani dai sei volumi di essa che allora
correvano pubblicati. Annunciamo ora a' nostri lettori che un
italiano, noto favorevolmente fra la schiera de' letterati, il signor
Salfi, avendo ragunati i manoscritti del signor Ginguené, trovò di
potere stampare altri tre volumi di quella storia, e compire cosí in
tutti i suoi rami il periodo che comprende il secolo decimosesto.
Questi tre tomi hanno lo stesso formato degli antecedenti; e con essi
termina il lavoro del signor Ginguené, da che a lui non bastò vita per
poter protrarre la sua storia fino alle epoche piú recenti della
nostra letteratura. Le cure spese intorno ad essi dal signor Salfi
meritano tanto maggiore gratitudine, in quanto ch'egli dovette
supplire col proprio ingegno e colla propria penna a non poche lacune
esistenti ne' manoscritti, e dare a questi l'ordine che loro mancava
in alcune parti, perché non maturi ancora per la stampa. Il signor
Salfi è da considerarsi dunque nell'occasione presente non come
semplice editore, ma come cooperatore col signor Ginguené. E questo
titolo dividono con lui, per rispetto alla lingua [p.170] ed allo
stile, due letterati di Francia, i signori Daunou e Amaury-Duval,
perché alla loro revisione il diligente italiano volle sottoporre il
proprio lavoro.
Data un'occhiata generale a questi tre volumi, ci sembrano egualmente
lodevoli che i primi sei per esattezza storica, per abbondanza di
notizie, per intelligenza franca delle cose italiane; e, del pari che
i primi sei, ci lasciano anche questi nell'animo un desiderio di piú
frequente filosofia: per modo che pare a noi di dovere estendere anche
su di essi quanto ci venne dettato dalla libera nostra convinzione
allorché parlammo de' precedenti. Non ripeteremo dunque le parole
stampate da noi tempo fa; nulla vogliamo aggiungere ad esse, nulla
levare. Altri pensi altramente, e ci creda pure traviati, e ci muova
contro gli odii segreti: noi abbiamo pigliato a faccia scoperta il
partito di spogliarci affatto d'ogni interesse e d'ogni amore
transitorio, per servire all'amore perpetuo della patria e del vero,
od almeno di ciò che a noi par vero. E sicuramente non ce ne fará
biasmo chiunque sa quanta consolazione sia in certi momenti il poter
dire all'anima propria:--Se non d'altro, sei monda almeno d'ogni
invidia e d'ogni servilitá, né ti vendesti mai alla fortuna de'
raggiri.--
Ci perdonino i nostri lettori questa ed altre consimili digressioni. È
la natura di certi costumi d'Italia che ci sforza a farle, non giá una
troppo alta importanza che noi vogliamo attribuire alle nostre fatiche
letterarie. Il peccato nostro (e lo confessiamo, ma non con intenzione
di pentircene) sta tutto nella bizzarria, che ci siamo fitta in capo,
di volere riputare un delitto, una infamia la professione delle
lettere, se in ogni menomo atto non è esercitata come virtú morale.
E a questo proposito, pensando al bel carattere morale del signor
Ginguené, ci giova lasciar per ora da un canto la sua _Storia
letteraria_, e cedere invece al bisogno che sentiamo di dare una
lagrima alla memoria di questo illustre defunto. La morte dell'uomo
sapiente è una sciagura intellettuale, che può anche tollerarsi a
ciglio asciutto; ma quella dell'uomo probo è un dolore amarissimo, per
chi considera quanto debba penare [p.171] l'umana societá a riempire
il vuoto che quegli morendo vi lascia.
La carriera de' pubblici impieghi fu corsa onoratamente dal signor
Ginguené fino all'anno 1802. Ogni cosa gli prometteva allora facile il
conseguimento delle ricchezze e degli onori piú splendidi: bastava che
avesse potuto desiderarli. Ma, sdegnoso egli del favore del nuovo
governo, contrario affatto a' principi da lui professati con intima
religione, non volle piegare il ginocchio innanzi ad un idolo politico
che non era l'idolo della sua coscienza. Rinunziò quindi ad ogni
impiego pubblico, e coll'anima incontaminata consacrò interamente la
vita e l'ingegno alla letteratura. Negletto, dimenticato dal governo,
detestato anche: se ne compiacque. Tutti gli studi suoi furono da lui
rivolti all'utilitá de' suoi concittadini; e co' versi, con le prose,
con le lezioni recitate al Liceo (ora Ateneo), procacciò di vieppiú
sempre nobilitare l'intelletto e 'l cuore dei francesi.
Nell'ultima caduta di Napoleone venne fatta istanza al signor Ginguené
perché celebrasse in versi il nuovo destino della Francia, tuonando
irato contra i costumi dell'uomo precipitato dal trono.--Lascio questa
cura--rispose egli--a coloro che lo hanno lodato.--E gli adulatori di
Napoleone accettarono alacremente l'incarico che Ginguené rifiutava.
La candida onestá del signor Ginguené guadagnò a lui ne' crocchi delle
persone piú savie e piú gentili della Francia un epiteto che gli fa
onore, e che da gran tempo non va scompagnato mai dal suo nome:«_le
bon Ginguené_». Innamorato della vita campestre, egli ne gustò
lungamente tutta la pace; e da essa le sue maniere pigliarono molto di
quella schietta ed ilare cortesia, che raddoppia i nodi dell'amicizia
e che sola può placare l'invidioso dispetto con cui il volgo guarda
d'ordinario chi ne sa piú di lui. Eaubonne e la valle di Montmorency
prestarono l'ultimo asilo al signor Ginguené; e l'ultima voce di lui
fu udita in quelle amene campagne... Ora non vi suonano che i gemiti
della sua vedova moglie.
Possa un sospiro de' nostri lettori italiani, un sospiro che sia
l'espressione della tristezza insieme e della riverenza, espiare
[p.172] una villania fatta al signor Ginguené da un italiano! È noto a
tutti di che modo l'Alfieri pagò d'ingratitudine un favore usatogli
spontaneamente dal signor Ginguené, quando questi cercò di salvargli
dalle mani del fisco di Francia la libreria ed i manoscritti. La
lettera che il signor Ginguené, dolente dell'insulto onde vide
ricompensato il proprio zelo, scrisse su di ciò all'abate di Caluso, e
l'indole stessa del fatto, dimostrano quanto sia stato il torto
dell'Alfieri. In discolpa di lui nulla può dirsi saviamente; e, se
avessero spaccio tuttavia gli arzigogoli e gli insulsi sotterfugi de'
retori, appena appena diremmo che quell'atto villano lo commetteva
l'autore del _Misogallo_, ma che Vittorio Alfieri non lo sapeva.
|Grisostomo|.
[1] _Histoire littèraire d'Italie par_ |P. L. Ginguené|,
_de l'Institut royal de France_, ecc. ecc. ecc., tomi VII,
VIII, IX, Paris, 1819, chez L. G. Michaud. (L'intera opera del
signor Ginguené si vende presso il signor G. Gigler, sulla Corsia
de' servi, n. 603).
[p.173]
XVIII
BENEDETTO CASTELLI [1]
L'adulazione mercenaria di parecchi letterati ha fatto brutto servizio
agli elogi. Per essa queste forme oratorie, destinate ad onorare la
sapienza, l'amor della patria e tutte le altre virtù civili, sono
oggimai cadute in discredito presso molti. Quante volte la parola
«elogio» sveglia in capo a chi l'ascolta un'idea a cui di necessitá
tengono compagnia altre idee schifosissime! Ma, come la spada non è
infame se non quando la impugnano i traditori, cosí l'elogio può
essere santo se scritto con santa intenzione.
Non va confuso cogli ordinari scrittori d'elogi chi recita e stampa le
lodi d'un povero fraticello morto censessantacinque anni fa, chi con
esse non mira a lusingare di rimbalzo la vanagloria viva e pagante
d'un qualche discendente della famiglia onde emerse quel povero
fraticello lodato. E però noi volentieri ci congratuliamo col signor
dottore Sisto Tanfoglio dell'elogio letto da lui, sono tre anni, in
un'adunanza dell'Istituto, e pubblicato ora colle stampe di Brescia.
L'umile ma famoso monaco, di cui egli pigliò a parlare, meritava un
encomio che fosse dettato dalla riverenza spontanea, non comandato
dall'opportunitá di guadagnarsi un fautore. Colla sua intenzione
ingenua il signor Tanfoglio pare a noi che abbia corrisposto
degnamente al merito ingenuo di Benedetto Castelli.
Nella orazione che annunziamo poco ci viene detto delle particolaritá
della vita, e molto degli studi di questo celebre [p.174] matematico.
«Nacque in Brescia nel 1577 da famiglia patrizia, ed ebbe a genitori
Giambattista e Daria Castelli. Di diciotto anni si spartí dagli
uomini, facendo voto di monacato in San Faustino di Brescia». Fu in
Padova discepolo del Galileo, a cui si strinse di tenace amicizia. Fu
professore di matematiche in Pisa. Nel 1628 andò a Roma, chiamatovi da
Urbano ottavo, «che gli doppiò lo stipendio e lo dichiarò suo primo
matematico. In Roma pubblicò la prima volta l'aureo trattato _Della
misura delle acque correnti_»; ed ivi morí nel 1644.
È noto che Benedetto Castelli fu il primo che applicasse alle dottrine
idrostatiche le geometriche, e che riducesse a scienza certa ciò che
prima era abbandonato alla pratica. «Legislatore ed ordinatore supremo
de' fiumi e de' torrenti», il Castelli dettò teorie idrostatiche, che
servirono di base a tutte le teorie posteriori; e, se ad altri vuolsi
dare il vanto d'avere perfezionate ed ampliate siffatte dottrine, a
lui non può negarsi quello di averne trovati i primordi: il che non è
poco indizio di vigoria d'intelletto.
Il signor Tanfoglio spiega, per quanto lo comporta la brevitá del suo
discorso, queste ed altre dottrine ed esperienze praticate dal
Castelli, e sulla bontá di esse fonda le ragioni della lode che gli va
tributando. L'orazione sua riesce un lavoro piú scientifico che
letterario; e tale, a dir vero, lo voleva la natura dell'argomento.
Non inviteremo dunque i nostri lettori a considerarla dal lato
letterario, parendoci ch'essa abbia un merito piú deciso guardandola
dall'altro lato, e ravvisando in essa l'espressione dell'animo di un
giovine studioso che loda ciò che l'intima persuasione gli suggerisce
di lodare.
|Grisostomo|.
[1] _Elogio di Benedetto Castelli_ bresciano di |Sisto Tanfoglio|,
dottore in filosofia e matematica ecc. ecc., Brescia, 1819, presso
Nicolò Bettoni e soci.
[p.175]
XIX
INTORNO ALLA «SERVITÙ PRESSO I POPOLI ANTICHI E MODERNI» DEL
GRÉGOIRE[1]
L'uomo che dall'alto della sua fortuna volge uno sguardo
compassionevole ad una classe inferiore di cittadini trattata
duramente dall'orgoglio dei piú, ed il filosofo che, abbandonate le
astruse ed aride speculazioni, crede di nobilitare la propria sapienza
impiegandola a pro del misero avvilito ed ingegnandosi di trovar modi
onde migliorarne la condizione, sono due vere bellezze nell'ordine
delle cose morali. Le azioni loro brillano in mezzo a' traviamenti
della umana natura, e rischiarano altrui il cammino della vita con una
luce consolatrice. Nel leggere il libro della _Domesticité_ non
possiamo tenerci di ammirare nell'autore di esso, il signor Grégoire,
l'uomo onesto ed il vero filosofo; non possiamo negare a questo antico
presidente della «Societá degli amici de' negri» la simpatia, il
rispetto, l'amore ch'egli merita come esempio vivo di operosa
filantropia. Una nuova edizione recentissima di questo libro ci sia
sufficiente occasione per poter parlare di esso anche dopo i quattro
anni da che uscí per la prima volta alle stampe.
Il protettore de' negri, quegli che fino dal 1791 perorò altamente
contra l'infame tratta di quei meschini, e sollecitò l'abolizione
della loro schiavitú, manifestandone tutta l'ingiustizia, di rizza ora
all'umanitá parole di propiziazione in favore d'altra gente infelice.
Nel libro sulla _Domesticité_ il signor Grégoire esamina la
condizione de' servitori d'ambo i sessi in Europa; [p.176] discute i
mezzi co' quali renderla meno sciagurata per se stessa e piú giovevole
alla societá civile; e con quella eloquenza che non è insegnata nelle
scuole, ma che procede direttamente dalla bontá del cuore, cerca di
trasfondere ne' suoi lettori la caritá virtuosa di cui egli sente
l'impero sull'anima propria.
L'autore dá uno sguardo franco, ma rapidissimo, alla storia de' popoli
antichi, e considera lo stato degli schiavi presso i greci ed i
romani. Il barbaro modo, con cui in generale venivano oppressi gli
schiavi da quelle due nazioni tanto venerate da' nostri pregiudizi
scolastici, concorre anch'esso a giustificare la generositá
dell'ardimento di coloro che, paragonando la somma de' nostri costumi
presenti a quella de' costumi de' tempi remoti, niegano all'antichitá
quel cieco ossequio superstizioso che ci è imposto come obbligo dalla
servile pedanteria, e tributano invece una piú sentita riverenza alla
ragione umana che si fa monda attraverso dei secoli. «Tito egli
stesso,--dice il signor Grégoire--Tito, l'imperatore soprannominato
'la delizia del genere umano', avendo ridotti in servitú i popoli
della Giudea, il trattò con la piú ributtante ferocia. Ne' giuochi e
negli spettacoli dati da lui a Cesarea perí una gran turba di schiavi,
alcuni sbranati dalle fiere, moltissimi costretti a combattere contro
i loro compagni e ad ammazzarsi l'un l'altro. Mille e cinquecento
schiavi vennero scannati in quella stessa cittá onde celebrare il
giorno natalizio di Domiziano, fratello della 'delizia del genere
umano'; e ne furono scannati altri assai a Berito in onore di
Vespasiano, padre della 'delizia del genere umano'... Ecco di che fu
capace un principe, a cui l'adulazione de' contemporanei e la
credulitá delle generazioni successive decretarono l'apoteosi!».
Dall'esame della schiavitú presso i greci ed i romani l'autore
discende a quello della servitú nel medio evo, e finalmente a quello
della «_domesticité_», che è quanto dire della condizione dei
famigli o servitori, ne' tempi presenti; e dichiara che le
riflessioni, alle quali egli verrá condotto dal suo discorso, avranno
quasi sempre la mira a' soli famigli d'ambo i sessi destinati a'
servigi domestici nelle cittá, non a quelli destinati a' servigi
rurali.
[p.177]
«L'Europa nel medio evo teneva gli uomini, per cosí dire, inchiodati
alla gleba. L'Europa moderna offre lo spettacolo di una turba di
donne, di oziosi vestiti a livrea, di valletti ecc. ecc., che
riempiono le anticamere e vegliano giorno e notte a prevenire i
bisogni veri o fittizi de' loro odiati padroni... Nel 1796 a Torino
sopra 93.076 abitanti contavansi 3.168 servi e 5.292 serve. Totale
d'ambo i sessi 8.460; il che forma la undecima parte della
popolazione».
Non è giá con questa proporzione che s'abbia a pretendere di
raccogliere il numero de' famigli esistenti in tutta l'Europa, da che
ciascun paese presenta agli statistici proporzioni differenti. Il
numero de' famigli cresce, ove piú ove meno, a seconda del crescere
delle ricchezze, delle distinzioni sociali, dell'ineguaglianza delle
classi civili. A Parigi ed in tutte le grandi cittá il numero de'
servi si fa ogni dí maggiore per colpa del lusso ogni dí piú favorito.
Non sarebbe lontano per nulla dal vero il supporre che in Francia un
milione d'individui sia impiegato ne' servigi domestici, non contando
coloro che prestano servigi rurali. Considerata dunque la tanta
quantitá di siffatti individui e quanto essi possano contribuire alla
tranquillitá dello stato ed alla felicitá privata delle famiglie, chi
non vede essere cosa importantissima il pensare ad una riforma de'
loro costumi, ad un miglioramento della loro educazione intellettuale?
Questa riforma e questo miglioramento raddolciranno ad essi di molto
il peso della servitú. L'uomo ignorante e senza morale è
necessariamente infelice.
Ommettiamo di riportare le tante prove della depravazione morale de'
servi, registrate dall'autore nel suo libro. Che i servi sieno spesse
volte scostumati, è una veritá di fatto, della quale ciascuno di noi è
persuaso prima ancora che la ci venga annunziata.
Ma, siccome per togliere di mezzo un male fa duopo investigarne le
cagioni, vediamo da che provenga cotesta depravazione. Il rimediarvi
stará nel toglierne di mezzo le cagioni.
Una delle principali origini della depravazione de' servi è la
depravazione de' padroni. «Come possono inspirare sentimenti di
fedeltá a' loro famigli certi padroni arricchiti da [p.178] fallimenti
dolosi, da ruberie, da rapine; certi padroni contra i quali grida
vendetta il sangue de' poverelli? Come possono inspirare a' loro
famigli sentimenti di riverenza e di subordinazione certi padroni
capricciosi, aspri, crudeli, a' quali la caritá è sconosciuta del pari
che la giustizia, le di cui parole e maniere spengono negli animi
altrui ogni affezione; padroni, i quali non vorrebbero comandare che
ad automati, che all'opulenza associano tutti gli effetti d'una
cattiva educazione, che, nudi di ogni sentimento dilicato e logorati
dai vizi, non perdonano ai loro servi il menomo difetto?».
L'esempio buono è il piú eloquente de' predicatori. Pochissimi uomini
coltivano la loro ragione e il loro cuore; pochissimi operano per
impulso di princípi sentiti intimamente e professati. I piú vanno
dietro agli altri e sono enti imitatori. Però in casa dell'uomo
vizioso rade volte troverai servi virtuosi. «_Tel maitre, tel
valet_», è proverbio che d'ordinario non falla.
Altra origine della corruzione morale de' servi è l'abitudine ai
giuochi del lotto e ad altri consimili. Quanti individui, allettati
dalla speranza di far fortuna e cambiare stato, incominciano la
carriera del vizio rubando, e la finiscono col suicidio! Quanti
ospedali, quante prigioni, quante forche bisognò innalzare per lasciar
vita a questo abuso de' giuochi!
E non ultima fra le cagioni della depravazione de' famigli è il
servirsene che talvolta fanno i governi per conoscere gli andamenti
de' padroni. Il mestiere infame della spia inaridisce nell'anima ogni
attitudine alla virtú, e rende in un momento solo che lo si eserciti
prontissimi gli uomini ad altri delitti.
Per migliorare i costumi de' servi bisognerebbe dunque, prima d'ogni
cosa, migliorare la morale de' padroni. Questo è un suggerimento
facile a darsi; ma una gran lode meriterebbe chi suggerisse la maniera
di mandarlo ad effetto. Piú facile è il mettere riparo ai mali
provenienti dalla tolleranza del lotto. E se non si fará mai far da
spia a' servi, un gran passo avremo corso verso il perfezionamento
della morale di questa classe d'individui.
Supponendo che le leggi provvedano per quanto sta in esse al
mantenimento de' buoni costumi ne' servi, i cittadini ricchi [p.179] e
probi debbono, giacché le leggi non possono far tutto esse,
contribuire dal canto loro al medesimo scopo. E a questo effetto,
l'autore propone l'instituzione di scuole destinate interamente pe'
servi. Lo spirito regolatore di siffatte scuole dovrebbe essere quello
di sviluppare, piú che non s'è fatto finora, le facoltá intellettuali
della povera gente, combinando questa educazione colla pratica
costante della virtú. Alla mancanza attuale delle scuole speciali pe'
servi, pare a lui che potrebbe supplire intanto una maggiore
propagazione de' metodi scolastici alla Lancaster. Crederebbe egli
necessario per altro che, oltre il leggere e lo scrivere e
l'aritmetica, s'insegnassero nelle scuole alla Lancaster anche
principi di morale pratica, in modo che negli allievi la virtú
diventasse un bisogno della coscienza.
Ma perché nella disposizione naturale degli animi umani i premi sono
un allettamento al ben fare, l'autore vorrebbe moltiplicati dalle
largizioni de' ricchi gli ospizi pe' servi cresciuti in vecchiezza ed
infermi, e stabilita anche in Francia, come giá esiste altrove, una
«Societa filantropica», che destinasse premi d'incoraggiamento e di
ricompensa pe' servi costumati e dabbene, quando, con lunghi anni di
servizio presso una o poche diverse famiglie, avessero dato prove di
incorrotta fedeltá.
Non diremo qui di che modo il signor Grégoire difenda la causa de'
servi contro l'insultante durezza de' padroni. L'uguaglianza degli
uomini ed il rispetto che debbono portarsi a vicenda, qualunque sia la
condizione che sembri separarli gli uni dagli altri, sono veritá tanto
lucide che ci parrebbe di far torto all'Italia ripetendole. Però,
augurando molti lettori italiani al libro del signor Grégoire,
facciamo voti affinché lo spirito di liberale caritá, che in esso
domina, produca effetti i quali tornino in onore della nostra patria.
Una emulazione virtuosa tra popoli e popoli, che abbia per iscopo il
conseguimento delle benedizioni de' posteri, è uno spettacolo degno
de' tempi presenti.
|Grisostomo|.
[1] _De la domesticité chez les peuples anciens et modernes par_
|M. Grégoire|, _ancien evêque de Blois_, ecc. ecc.
Parigi, ecc. ecc.
[p.180][p.181]
XX
SOPRA UN MANOSCRITTO INEDITO
DEGLI AUTORI DEL FOGLIO PERIODICO «IL CAFFÉ»
Agli scalini del duomo vendevansi qui in Milano, sono pochi dí, al
prezzo fisso di dieci soldi il volume, tanti libri e libracci usati,
quanti bastavano a formare alla rinfusa un mucchio, del diametro di
forse otto passi ed alto un mezz'uomo e piú. Passava di lá casualmente
uno degli estensori del nostro giornale, e, datosi a frugare per entro
a quel caos di sapienza avvilita e di pazzie umane mantenute tuttavia
in eccessiva onoranza dalla tariffa del venditore, trovò modo di
spendervi dietro anch'egli, bene o male, uno scudo. Raccomandò il
prezioso acquisto alle spalle d'un fattorino del libraio senza
bottega, avviandolo alla contrada tale, casa tale, numero tale; e,
sborsato il prezzo, entrò in duomo, probabilmente per farvi orazione:
i maligni dicono, per pigliarvi il fresco.
Sull'ora del pranzo tornato egli a casa, trovò il fagotto de' libri
buttato in terra a piè della seggiolina della portinaia, che, sudicia
né piú né meno di tutte le sue consorelle, pure non aveva voluto
metter mano su di esso, per paura, diceva, d'impolverarsi, e soltanto
si degnò di additarlo con un calcio allorché ne sopravvenne il
padrone. La schifiltá della donna pareva essere una strana disarmonia
in quella cameretta. Misurando con un'occhiata tutto il lercio dello
stanzino e dell'abitatrice, un uomo filosofo avrebbe avuto di che
fantasticare assai sulla ignobilitá corporale dell'umana razza e sul
perpetuo ondeggiamento de' principi morali da cui muovono le nostre
azioni. Una portinaia schiva d'imbrattarsi di polvere un dito!
All'amico nostro, accostumato da molti anni a veder tante
__inconseguenze__ [p.182] e incongruenze e contraddizioni razionali
e morali e sociali..., bastò di ridere alcun poco del bislacco
sussiego della donnicciuola.--Va'--le disse--l'anima tua è screziata
come l'abito che porti indosso.--Era una vestetta rattoppata con piú
cenci, l'un d'un colore l'un d'un altro.--Ma io non rido di te, rido
dei molti a cui tu somigli.--Nel dir questo, egli, che s'era fatto
allo sportello verso l'androne e vedeva la strada, mandò uno sguardo
di allusione a tre bei carrozzini, che lesti lesti scorrevano allora
appunto per di lá. Poi, rientrato, spolverò alla meglio i suoi libri,
se li recò sotto 'l braccio, salí le scale e li depose sullo
scrittoio.
Il dí susseguente, l'amico nostro riandò i vari frontispizi, e gli
nacque il pensiero gentile di dividere con alcuni suoi vicini la
sapienza comperata. Studiò di proporzionare il dono ai bisogni di
ciascheduno di essi: voleva anche in tale inezia essere utile al
prossimo. E però, sbandita ogni idea, ogni apparenza di beffa, mandò
sul serio come lettura proprio opportuna i seguenti libri ai seguenti
individui.
Ad un ricco giovinetto uscito non ha guari di collegio, una discreta
traduzione italiana delle _Lettere di lord Chesterfield al proprio
figliuolo_.
Ad un classicista, gli _Elementi delle cognizioni umane ad uso de'
fanciulli_ (edizione di Parma), ed i due _Galatei_, l'uno di
monsignor Della Casa, l'altro di Melchiorre Gioia.