[p.135] un pugnale; un assassinio; uno che muore (è l'amante) e,

morendo, cade sul cadavere dell'amata e le afferra il «volto casto»

coi denti delle rabide mascelle;

uno spettro; un feretro; un rogo; e un fantasma in carne ed ossa, che,

dopo d'aver narrati tutti codesti malanni al poeta, che sta attento ad

udirlo, lascia cadere «le polpe al suolo e l'osse», e, «fatto nudo

spirto», esclama--Sono Odoardo (il padre di Narcisa)--e sparisce:

queste ed altre piú minute galanterie di tal fatta, raccolte insieme

l'una sovra l'altra in poco spazio, formano un tutto che può davvero

sembrare, come dicemmo, la caricatura poetica dell'orrore.

Ma perché attribuiremo noi a mala fede ciò che probabilmente è stato

fatto con ingenuissima intenzione? D'altronde il romanzo del signor

Tedaldi-Fores quantunque, secondo la umile nostra opinione, infelice

pel concetto generale, per gli accidenti storici e per la condotta, ha

nondimeno alcuni accessori lavorati con potenza poetica non comune, ha

diverse terzine lodevolissime per evidenza di stile e per veritá di

sentimenti; sicché sarebbe quasi temeritá il voler credere che una

persona, capace di giovar molto alla propria fama ed alla patria,

voglia ora sprecar tempo e carta e inchiostro in servizio della

malignitá antiromantica. No, non lo si dee credere. Il signor

Tedaldi-Fores s'è ingannato, ma non ha voluto ingannare.

Noi ci appigliamo volentieri a quest'ultima credenza. E siccome in

fatto di libri è uso nostro di manifestare senza velo la nostra

opinione, qualunque sia, massimamente se crediamo di parlare a

scrittori d'ingegno, il di cui amor proprio non confonda i consigli

della critica co' morsi dell'invidia, cosí diciamo con onesta

sinceritá all'autore della _Narcisa_ che l'insieme del suo

romanzo non ci contenta.

Congratulandoci per altro con lui della sua deserzione dalle favole

greche, lo preghiamo di voler perseverare in essa, di affratellarsi

cogli argomenti desunti dalle storie nostre e dai nostri costumi, e di

somministrarci presto qualche altro componimento [p.136] di tema meno

esagerato nella tristezza, meno affettatamente orribile e piú

conveniente a' bisogni dell'Italia, affinché possiamo dire di lui

quelle piene lodi ch'egli dá indizio di dovere un dí meritare, se pure

le nostre lodi sono premio a cui egli si degni di por mente.

Né si creda che in noi sia avversione agli argomenti malinconici, alle

occasioni di piangere. Sí, vogliamo tremare e lagrimare e gemere,

perché tra i tanti diletti poetici sappiamo anche noi che è soavissimo

quello della malinconia e del pianto. Ma le lagrime non sono mai

figlie dell'orrore e del ribrezzo. Vogliamo anche noi essere percossi

dal terrore. Ma una serie d'idee eccessivamente luttuose e tutte

temprate al monocordo, ancorché non uscissero fuor de' confini del

__terribile__, finirebbe coll'essere __orribile__, o per lo meno

noiosa a' lettori. Or che sará poi quando le immagini pendono piú

all'orribile che ad altro?

Bisogna però dire, a onor del vero, che nei primi esperimenti, in un

genere poetico qualunque, la parsimonia non può quasi mai essere la

qualitá regolatrice della immaginazione del poeta. È una qualitá, una

abilitá, questa, che non s'acquista che col tempo. E però la presente

mancanza di essa non ci è argomento per doverla temere ripetuta ne'

futuri lavori del signor Tedaldi-Fores. Progredendo egli sempre piú

nello studio dell'arte e del cuore umano, e nobilitando sempre piú i

propri pensieri, la verseggiatura e lo stile, è da credersi ch'egli

salirá a quell'altezza di perfezione poetica verso la quale ha voluto

fare un passo colla sua _Narcisa_.

|Grisostomo|.

[1] _Nascita_, romanzo in quattro canti, di C. TEDALDI-FORES.

Milano, presso Batelli e Fanfani, 1818.

[2] _Idee elementari sulla poesia romantica_.

[p.137]

XV

|Lettera ad una signora milanese gentile sì, nobile no|

Madama,

Ad un misero vecchio, qual io mi sono, è lecito senza offesa del

decoro farsi apertamente avvocato delle belle fanciulle alle quali

Ella, madama, ha la fortuna d'esser madre. Le poverette, stia certa,

non mi hanno pregato esse di questo ufficio. M'è suggerito dalla

compassione. Parlo io spontaneo, e però tanto piú veridico.

L'anno passato a questi dí, Ella, in compagnia di molte di lei amiche,

provvide saviamente alla allegria delle proprie e delle altrui

figliuole. I festini dati in Borgonuovo dalla «societá delle madri»

riescirono belli, splendidi, eleganti. Il sorriso della gioventú misto

a tutte le grazie della decenza, la vivacitá delle danze combinata

colla modestia delle ingenue e gentili fanciulle, e le cortesie e le

accoglienze e i bei modi delle madri invitatrici fecero parere a tutte

le persone ben educate, e dopo tant'anni anche a noi vecchi, tristo

davvero il suono della campana della quaresima.--Verrá un altro

carnovale--dicevano le fanciulle, e si consolavano sperando.--Sí,

verrá,--dicevamo noi, e nelle future consolazioni delle fanciulle ci

parea di rivivere qualche poco nei tempi andati.

Or eccolo finalmente questo sospirato carnovale. Ma dove sono i

festini? Le vergini patrizie ballano; le spose, le donne patrizie

ballano; le matrone patrizie ballano. E le belle vergini non patrizie

che fanno esse la sera? Sedute accanto alle loro madri in casa loro,

mandano qualche stanca occhiata alle quattro parrucche dei quattro

campioni del tarrocco, e sbadigliano; poi dánno ascolto a qualche

facezia del signor nonno, e risbadigliano; poi si guardano a' piedi,

ne contemplano l'ozio, e sospirano.

Ma perché non si rifanno i bei festini di Borgonuovo? Perché non si

pensa a dare alla gioventú quegli spassi che le si convengono? [p.138]

Il carnovale non è carnovale forse per le non patrizie quest'anno? Non

hanno elleno forse nelle vene sangue che bolle quanto quello delle

contessine?

Ho udito raccontare ch'Ella, madama, si scusa del non pensare a

ripetere que' festini, col dire che non vuole che siano ripetute anche

le insipide e villane satire dell'anno scorso. Ho udito raccontare lo

stesso di molte altre madri, che amano quanto piú si può le proprie

figliuole. È vero, fu cosa dolorosa il veder di che modo insolente i

perpetui motteggiatori della cittá sparsero la contaminazione della

lor maldicenza sulle illibate intenzioni dell'amor materno. Ma che

importa a lei, madama, del gracidare di cotesti rospi? La cittá non è

poi tutta un pantano, e i cittadini non sono rospi tutti. Dica alle

madri di lei compagne che tutte le persone d'animo gentile, delle

quali non è penuria in Milano, lodarono i festini dell'anno passato, e

li loderebbero anche quest'anno. Il lasciarsi intimorire dalle satire

illepide sarebbe un dare importanza a chi non ne merita alcuna. Meglio

è avvilire gli sciocchi, continuando il proprio passo sicuramente,

senza neppure badare che ci stanno a lato. Cosí fanno, creda a me,

coloro a cui la propria coscienza vale qualche cosa.

Sicché, madama, stringendo il discorso, la prego a non far che

quest'anno il carnovale finisca malamente per le povere di lei

figliuole. Hanno ne' piedini una inquietudine, che nella loro eta è da

perdonarsi. Il ballo fa bene anche alla loro salute. La gioventú è sí

breve, l'allegria sí fugace, che hanno ragione le poverette se

onestamente desiderano di non perdere il tempo in isbadigli. E chi

penserá a loro, se non ci pensano le madri? Gli uomini non sono

d'ordinario sí delicati di compassione da pensare a' divertimenti

altrui. Sono egoisti, e non badano che a contentare se stessi. Ma le

buone madri sono tutt'altro; e non è adulazione il dire ch'Ella,

madama, sta nel numero delle ottime.

Ho l'onore, madama, di dichiararmi

di lei umilissimo servitore

|Grisostomo.|

[p.139]

XVI

SULLA «SACONTALA» ossia «L'ANELLO FATALE»

Dramma indiano di Calidasa

{Dialogo interamente imaginario ed inverisimile affatto tra

Grisostomo e tutti i lettori.}

|Grisostomo.| In India la poesia... Ma, prima di tutto, mi

piace d'avvertirvi, signori miei, che qui si parla d'un poeta, il nome

del quale non fu registrato mai da' cancellieri del cosí detto Parnaso

in veruna delle serie de' poeti legittimi. Il concepimento fantastico

di Calidasa non discende, né in linea retta né in linea trasversale,

da alcuno capostipite greco o latino.

|Molti de' lettori|. E che fa questo? Che vuoi dirci con ciò?

|Grisostomo|. Voglio dirvi che io intendo di lodare liberamente

questo poeta illegittimo, e nello stesso tempo di non voler riescire

spiacevole a nessuna persona. Però chiunque di voi è rigido adoratore

della legittimitá poetica, abbia la bontá di non badare oggi a me:

fará bene anzi se mi volterá le spalle e se n'andrá pe' fatti suoi.

|Alcuni de' piú vecchi|. Oh tempi! Oh tempi! Povera Italia,

fuor dei tuoi confini si vanno a cercare i poeti oggidí! {E levansi

in piedi, mettendo sguardi di compassionevole disprezzo. La

moltitudine dá in uno scoppio di riso e fa largo a' vecchi perché se

ne vadano.}

|Grisostomo|. Dichiaro inoltre che qui si tratta di un dramma a

cui mancano le due unitá di tempo e di luogo, e che nondimeno è dramma

bello e buono quanto qualsisia altro.

|I vecchi come sopra|. Oh bestemmia! E, poste le mani alle

orecchie, partono inorriditi.

|Grisostomo|. Non v'è piú nessuno che brami d'andarsene?

[p.140]

|Alcuni de' piú giovani|. Noi, noi, o balordo. A noi

non importa né dell'India, né di dramma, né di unitá. Importa bensí

che nessuno ci faccia il dispetto di parlarci di cose alle quali non

abbiamo pensato noi prima. Piú dotti di noi non si può né si debbe

essere. Addio; discorrila, se ti piace, colle panche, ma non con noi.

{Ed affettando uno scherno svenevole, partono a rompicollo,

borbottando altre parole che non sono intese.}

|Uno de' vecchi rimasti| {dá segni di contentezza ed esclama:}

Benone! Siamo finalmente tra di noi. «Poca brigata, vita beata»!

|Un altro lettore|. Non dite cosí, altrimenti la beatitudine

non è per noi. I pochi sono i disertori;... qui siamo in molti e molti

assai.

|Un altro|. E, a quel che pare, tutti buoni amici.

|Grisostomo|. Me ne consolo... Non parte piú nessun altro?

|Tutti|. Nessuno, nessuno. Vogliam tutti rimanerci. Parla dunque.

|Grisostomo|. Mille grazie! Ora, signori miei, è egli vero che

tra voi v'è alcuno che, prima di leggere il numero 25 del

_Conciliatore_, non aveva mai udito parlare del dramma indiano

_La Sacontala_ ed or vorrebbe che se gliene desse qualche

ragguaglio?

|Molti|. Oh! lo conosciamo da un pezzo quel dramma.

|Molti altri|. Noi, a dirla schietta, non ne sappiamo niente.

|Grisostomo|. Mi sia lecito dunque parlare a chi non ne sa niente.

|Tutti|. Parla, parla; vogliamo essere indulgenti tutti, e lasciarti dire.

|Grisostomo|. Sappiate dunque che la poesia, non essendo un diritto

esclusivo di alcune poche famiglie di uomini, bensí un vero bisogno

morale di tutti i popoli della terra ridotti a qualche civiltá, anche

nell'Indostan trovò giá da secoli e secoli chi la coltivasse[1].

[p.141]

|Uno de' lettori|. È naturale: i greci avranno insegnata l'arte

della poesia anche agl'indiani.

|Un altro|. Probabilmente no. Chi sa anzi che i greci non la

imparassero forse eglino dagli indiani? L'India fu probabilmente la

culla del sapere umano.

|Un altro|. Lasciamo stare per ora queste digressioni erudite.

Gl'indiani ebbero civilizzazione: dunque anche poesia. La facoltá

poetica degli uomini è una facoltá che può essere primigenia in tutti.

Se l'Italia, a modo d'esempio, dopo la nuova civilizzazione, non

avesse veduto mai il menomo manoscritto greco o latino, credete voi

per questo che l'Italia non avrebbe buona poesia?

|Grisostomo|. Leggo ed ammiro assai anch'io Omero e Virgilio, e

lo dico davvero. Ma non sono sí pazzo da volermi ostinare a credere

che senza gli esempi dei greci e de' latini noi saremmo privi di buona

letteratura nostra.

|Il suddetto|. La sarebbe senz'essi riescita piú originale.

|Grisostomo|. Pare che sí. Ma proseguiamo. Sappiate che sir

Guglielmo Jones, molti anni fa, ha fondato a Calcutta una societá

d'inglesi, denominata «Societá asiatica»; e che questa societá,

occupata com'è in continui lavori scientifici ed eruditi, non lascia

di mandare di quando in quando in Europa anche alcune traduzioni di

poesie indiane.

|Uno de' lettori|. Ottima cosa! Quelle poesie serviranno a

moltiplicare i diletti all'uomo meramente curioso; e presteranno poi

altresì al meditativo nuove occasioni per riconoscere l'uniformitá

delle menti umane nella varietá stessa degli accidenti intellettuali.

E così verrá sempre piú confermandosi nel mondo la mansueta dottrina

della fratellanza de' popoli, nessuno de' quali ha il diritto di far

soperchierie agli altri, qualunque sia il colore della lor pelle.

|Grisostomo|. Fra i vari generi di poesia, il drammatico è

antichissimo d'origine presso gl'indiani; il che è una delle prove

dell'antichitá della loro civilizzazione.

|Il suddetto|.E in che modo?

|Grisostomo|. La poesia drammatica non è coltivata ne' popoli

se non quando la civilizzazione loro è inoltrata assai. Ponete [p.142]

mente a tutte le storie dei popoli letterati, e vedrete prima poeti

lirici, epici o didascalici, poi, dopo molto tempo, drammatici.

|Il suddetto|. Basta cosí: ho capito.

|Grisostomo|. In India chiamansi «_natacs_» i drammi; e, a detta di

sir Jones, ve n'ha tanti che nessuna nazione d'Europa può ostentarne

maggiore abbondanza. Sir Jones, quando viveva nel Bengala, si rivolse

ad un pandito, cioè a dire ad un bramino letterato, pregandolo che

gl'indicasse il piú famoso de' loro _natacs_. Ed il pandito gli indicò

la _Sacontala_ di Calidasa. Calidasa è venerato nell'Indostan com'uno

de' nove sapienti che fiorirono alla corte di Vicramáditya re di

Ogein, e che furono detti le «nove gemme»: reputasi comunemente che

Calidasa ne fosse la piú splendida. Di lui si conosce in Europa

qualche altro componimento oltre la _Sacontala_.

|Uno de' lettori|. E in che tempo visse questo Calidasa?

|Grisostomo|. L'opinione di sir Jones è che Calidasa vivesse

nel secolo che precedette immediatamente la venuta di Cristo. Ma

alcuni dotti nelle cose asiatiche, fra' quali mr. Colebrooke,

osservando che in India il nome di Vicramáditya fu nome di vari

monarchi, come in Egitto quello di Tolomeo, mossi da alcuni dubbi

cronologici, sospettarono meno lontana da noi l'epoca del Vicramáditya

protettore di Calidasa. Secondo essi, il poeta sarebbe vissuto un nove

secoli fa. I piú per altro degli orientalisti convengono nell'opinione

di sir Jones. La _Sacontala_, o ch'ella abbia una vecchiaia

addosso di forse diciannove secoli, o ch'ella sia una fresca

giovinetta di soli novecent'anni, è un componimento drammatico in

lingua sanscrita (vocabolo che significa «ornata»); se non che, alcuni

pochi personaggi di esso parlano qualche volta il «pracrito», che è un

dialetto sanscrito piú popolare. È un componimento in versi laddove il

dialogo è piú elevato, ed in prosa laddove alcuna volta è piú

famigliare. Non ha, come giá vi ho detto, unitá di luogo e di tempo...

|La maggior parte de' lettori|. Corbellerie! Siamo oramai

persuasi tutti che di queste due unitá non debba tenersi piú conto.

Date loro la buona notte una volta per sempre.

[p.143]

|Grisostomo|. Ma in compenso nella _Sacontala_ troverete osservata

rigorosamente l'altra unitá indispensabile, l'unitá d'azione o, come

altri la chiamano, l'unitá di effetto, l'unitá d'interesse.

|I suddetti|. Oh! questa, sí, è necessaria.

|Grisostomo|. Insomma la _Sacontala_ può, per le sue forme esteriori,

considerarsi simile assai a drammi di Shakespeare.

|Tutti|. Viva la _Sacontala_! Fin qui non c'è male. E com'è diviso il

dramma?

|Grisostomo|. Regolarmente, a creder mio. Ma non ho coraggio di dirvi

che...

|Tutti|. Ebbene, com'è diviso?

|Grisostomo|. Oimè!... Di grazia, parliamo d'altro.

|Tutti|. No no, vogliamo saperlo.

|Grisostomo|. Vi basti ch'io vi dica che neppure Shakespeare ha osato

divider cosí un...

|Tutti|. Insomma, com'è diviso?

|Grisostomo|. Oimè! In... In... In... In sette atti.

|Uno de' lettori|. Badate che Grisostomo vi fa il torto di credervi

pedanti.

|Grisostomo|. Io? No davvero. Ma, Dio mio! siamo in certi tempi che...

|Tutti|. Poveruomo! Lo sappiamo meglio di te che 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7,

sono tutti numeri buoni in faccia alla ragione drammatica. Cosí

fossero sempre buoni anche in faccia al cassiere del lotto!

|Grisostomo|. Ve lo desidero, perché siete gente di garbo. Sir Jones,

pratichissimo della «lingua sanscrita» e de' dialetti di essa, ed

assistito dal suo maestro, il pandito Rámalòchan, tradusse parola per

parola in latino la _Sacontala_, e poscia rifece quel suo lavoro in

prosa inglese e lo pubblicò.

|Uno de' lettori|. È stampata anche la traduzione latina?

|Grisostomo|. Signor no.

|Il suddetto|. Me ne dispiace. E chi non sa d'inglese come fa a legger

la Sacontala?

|Grisostomo|. Si procuri la traduzione tedesca del signor Forster.

[p.144]

|Un altro|. E chi non sa di tedesco?

|Grisostomo|. Ne faccia senza.

|Un altro|. No, no. Cerchi la traduzione francese di monsieur Bruguière.

|Grisostomo|. Di questa io non parlava, perché non trovo in

essa quelle bellezze che veggo nelle altre due, e che, secondo il

creder mio, non possono provenire che dall'originale.

|Il suddetto|. A ogni modo, meglio qualche cosa che niente.

|Grisostomo|. Sí, ma badate di non accusar poi Calidasa della noia che

forse vi cagionerá monsieur Bruguière.

|Molti|. Tanto fa: vogliamo leggerla anche noi questa _Sacontala_.

|Grisostomo|. Avvertite per altro che per derivare diletto dalla

lettura della _Sacontala_, qualunque sia la traduzione di cui vi

serviate, vi bisogna formarvi prima una qualche idea del clima, della

storia naturale, de' costumi, della religione degli indiani; perché in

gran parte le bellezze di questo componimento derivano dall'affluente

freschezza delle tinte locali. Intendo per «tinte locali» quella tale

modificazione d'immagini, di pensieri, di sentimenti, di stile, che è

propria esclusivamente o quasi esclusivamente di quello stato di

natura umana e di quel momento di societá civile che il poeta piglia

ad imitare. Un popolo posto sotto di un cielo sereno, su di un suolo

ridente di fiori e di frutti, un popolo a cui tutte le bellezze della

natura sono eterno spettacolo, deve sentir vivamente il piacere della

vita. Traendo i suoi giorni il piú all'aperto, è naturale ch'egli

contempli sempre le bellezze che lo circondano e che le descriva

sempre con nuovo entusiasmo; è naturale ch'ogni minuta particolaritá

da lui osservata nella natura gli mantenga perpetua nell'animo una

serie di sentimenti tutti in armonia cogli oggetti ch'egli vagheggia:

sentimenti che vengono poi a mischiarsi con tutti gli accidenti della

sua vita. L'ardenza de' raggi del sole gli fa riporre la somma delle

voluttá nella frescura dell'ombre, nella mite dolcezza del chiaro

della luna, nell'aspetto de' ruscelli, nello spirare di un'auretta

consolatrice. In lui il sentimento di queste delizie è sí permanente,

che informa sempre in [p.145] qualche modo le idee concomitanti dei

suoi concetti, e gli presta immagini di confronto ond'esprimere ogni

altro suo godimento. Nella stessa maniera all'assenza di esse egli

paragona sempre ogni sua pena. Aggiungete alla disposizione naturale

l'educazione religiosa, la credenza nella metempsicosi; e cesseranno

di parervi strani il rispetto e l'amore tenerissimo degli indiani pe'

fiori, per gli alberi, per gli animali, ecc., amore che spira da capo

a fondo in tutto il dramma di Calidasa. Vedrete in esso altresì una

certa tendenza contemplativa. della quale, come giá s'è detto nel

numero 25 del _Conciliatore_, bisogna cercare la ragione nella vita

spesso sedentaria degli indiani.

La _Sacontala_ è un dramma di cui l'argomento unico è l'amore. Questa

passione vi è descritta dal suo nascere fino alle piú miserabili delle

sue sciagure, attraverso le quali gli amanti giungono finalmente ad

uno stato di pacata contentezza. Nella pittura degli affetti Calidasa

tenne conto di tutte quelle gradazioni dilicate che costituiscono

l'amor gentile de' popoli molto inciviliti, e delle quali non s'avvede

pienamente che l'uomo conoscitore dell'uomo e innamorato un tempo

anch'egli medesimo. Anche in ciò Calidasa pare Shakespeare. Ed

anch'egli, a somiglianza del poeta inglese in alcuni drammi, occupa la

mente ed il cuore de' lettori col rappresentar loro la semplice

successione de' fatti, le semplici peripezie delle passioni, senza far

derivare l'effetto drammatico da alcune assolute individualitá di

carattere ne' personaggi del dramma. Sacontala, Dushmanta, Canna, ecc.

ecc., sono persone che nulla hanno in sé di straordinario. Non vengono

innalzate al disopra del comune se non quel tanto che basta per

sollevarle all'ideale poetico. Ciò che a noi le rende interessanti non

è il complesso del loro carattere particolare, bensí lo stato

dell'anime loro, agitate da passioni comuni agli uomini in generale,

ma con particolaritá di accidenti esteriori.

Lo scioglimento del dramma è operato dal concorso di una divinitá. È

quindi uno scioglimento che per noi italiani ha del poco bello e che

dee riescirci freddo; consideratolo per altro nelle sue relazioni col

maraviglioso di religione, che domina [p.146] per entro a tutto il

dramma, è conveniente all'armonia universale del poema e proporzionato

alla fantasia degli spettatori indiani. Perché il maraviglioso della

_Sacontala_ faccia effetto sull'animo de' lettori d'Italia, fa

d'uopo che questi colla fantasia loro si trasportino nei boschi sacri

dell'Indostan, ed assumano in certo modo per alcun tempo le opinioni e

le credenze de' popoli devoti a Siva, a Rama, a Visnú. Tanta mobilitá

d'immaginazione non è, lo so anch'io, dote comune a molti; però non

sará maraviglia se la _Sacontala_ a molti riescirá insipida e

noiosa. Le persone, alle quali una squisita pieghevolezza di fantasia

concederá di sentire vivamente la fragranza di questo fiore

dell'India, ne sappiano grazie alla duttilitá delle lor fibre; ma

sieno tolleranti altresí del contrario parere di coloro che dalla

natura hanno sortito minore versatilitá d'immaginativa[2]. Per

ultimo...

|Uno de' lettori|. Benedetto quel «per ultimo»! Finiscila una buona

volta.

|Grisostomo|. Due parole e mi sbrigo. Per ultimo ricordinsi i lettori

della _Sacontala_ di rimontare col loro pensiero ai costumi antichi

dell'India, specialmente per ciò che risguarda la condizione delle

donne. Questa in Europa ha migliorato dall'introduzione del

cristianesimo in appresso; e nell'India, per lo contrario, dopo le

conquiste musulmane ha peggiorato. Anteriori a quelle conquiste sono i

tempi descritti nella _Sacontala_, quando l'influenza [p.147] de'

maomettani e le massime della lor gelosia non avevano ancora rinchiuse

le belle indiane ne' _zenanas_, ed esse esercitavano liberamente gli

uffici dell'ospitalitá, e conversavano liberamente cogli uomini, de'

quali erano considerate compagne e non serve.

|Uno de' lettori|. Povere indiane! Mi fa compassione la lor servitú.

|Un altro|. E non meritano pietá anche i __poveri uomini__ dell'India?

|Un altro lettore|. Signor Grisostomo, tu ci hai sbattuta sul muso una

tantafera da far isbadigliare fino la pazienza di un bibliotecario. Le

tue chiacchierate saranno una stupenda cosa; ma noi vogliamo conoscere

Calidasa e non te. Non si potrebbe ottenere da V. S. un tratto da

galantuomo?

|Grisostomo|. Vale a dire?

|Il suddetto|. Regalare alla tua fantesca tutti i tuoi ragionamenti, e

dare a noi in qualche modo un epilogo della _Sacontala_?

|Grisostomo|. Volentieri; ma per darvelo mi bisognerá occupare con esso

un intero numero del _Conciliatore_, e forse piú.

|Il suddetto|. Poco male!

|Tutti|. Sí, sí, l'epilogo: e sia pur lungo, non importa;

contenti noi, contenti tutti.

|Grisostomo|. Benissimo! sarete serviti.

|Un altro lettore|. Intendiamoci però, signor Grisostomo, su di un

punto. Ha Ella in animo di proporre agli italiani, siccome modello da

imitarsi, questa sua lodata _Sacontala_?

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 11 / 20 段