Ma, lodando noi l'intenzione generale del discorso del signor Roscoe e

proponendone come utile la lettura, non intendiamo di dire che il

merito di esso sia in ogni parte esimio. O sia perché la brevitá de'

confini assegnati ad una orazione accademica non bastassero

all'ampiezza dell'argomento, o sia perché il signor Roscoe

proporzionasse la sua dialettica ad una udienza forse intollerante di

severe meditazioni, nel discorso di lui ci parve di trovare qua e lá

alcuni tratti di certa superficiale declamazione, che non contenta

pienamente il pensatore.

Non gli faremo giá accusa d'essersi giovato d'un solo scherno

brevissimo onde distruggere l'errore di coloro che ascrivono

onninamente ai climi ed alle situazioni locali il prosperar delle

lettere; poiché un solo sguardo alla storia convince chiunque che la

fortuna di esse non fu confinata sempre dentro certi gradi determinati

di latitudine geografica. Cosí parimente, allorché egli combatte la

ridicola opinione di coloro che, con lamento ripetuto da generazione

in generazione, piangono il continuo deterioramento della specie

umana, se poche armi bastano a lui per farlo vittorioso di cosí inetti

avversari, fu cortesia la sua di non adoperarne molte.

Ma quando con piú rispettoso contegno egli scende poco dopo ad

affrontarsi con chi predica il progressivo perfezionamento umano, gli

argomenti che oppone loro non ci sembrano troppo persuasivi. Egli li

ricava dalle storie parziali dei popoli; e vorrebbe persuaderci che

questi progressi non esistono, da che i greci ed i romani d'oggidí non

sono piú i greci ed i [p.122] romani di Pericle e d'Augusto. Ma, se ci

è lecito di contraddire, risponderemo al signor Roscoe che la specie

umana va presa in totale, e che se Roma non è piú la Roma di un tempo,

l'universo presente non è piú il barbaro universo di venti secoli fa.

D'altronde la perfettibilitá sostenuta da' moderni filosofi non è

quella speciale d'una o d'altra arte, ma bensì la perfettibilitá

generale dello spirito umano, alla quale siamo debitori de' successivi

miglioramenti della civilizzazione. Ed il signor Roscoe, col portare

in mezzo esempi del decadimento d'alcun'arte onde distruggere

l'opinione della perfettibilitá del pensiero, mostra di non volere

intender bene la quistione e di pigliar la parte per il tutto.

Piú ancora: se i lumi talvolta non progrediscono in ragione d'aumento,

progrediscono in ragione di diffusione; il che, a modo d'esempio,

accade ora in alcune parti d'Europa. Ma neppure a questo volle por

mente il signor Roscoe; sicché pare a noi che, s'egli, piuttosto che

toccarla troppo leggermente, avesse schivata affatto questa disputa,

non sarebbe stato male.

Dettate per lo contrario dallo schietto sentimento della veritá

crediamo le ultime pagine del discorso, ove sono enumerati tutti i

vantaggi derivanti ad un popolo dalla coltura delle scienze, delle

lettere e delle arti. E se a qualche rigoroso zelatore della dignitá

degli studi spiacesse forse di veder messi in mostra dall'autore non

solamente i vantaggi morali, ma con lunghe parole anche i vantaggi

pecuniari, noi lo pregheremmo di considerare che anche questi non

vogliono essere trascurati, perché non poco concorrono a produrre il

bene de' popoli. E pel signor Roscoe era interessantissima cosa il

contemplare gli studi anche da questo lato ed il fermarvisi molto,

massime recitando il suo discorso in Liverpool, cittá, come tutti

sanno, piena zeppa di mercanti.

|Grisostomo|.

[1] _On the origin and vicissitudes of literature, science and art

ecc. ecc.--Dell'origine e delle vicende delle lettere, scienze ed

arti, e della loro influenza sullo stato presente della societá.

Discorso recitato il 25 novembre 1817, da |Guglielmo

Roscoe|, in occasione dell'apertura dell'Instituto reale di

Liverpool_. Londra, 1818, presso I. M. Creery.

[p.123]

XII

ARTICOLO SOPRA UN ARTICOLO

Nell'ultimo fascicolo (n. 60) della _Rivista d'Edimburgo_

(celebratissimo de' giornali letterari d'Europa), dopo un assai

giudizioso articolo di pagine 42 sull'opera postuma di madama di

Staël, _Les considérations_, ecc., un altro ne segue, discretamente

lungo, intorno a Dante.

Quando una persona da te venerata per finezza di discernimento parla

teco della donna del cuor tuo, e, senza sapere de' tuoi amori, con

ingenuo e casto discorso commenda la bellezza e la virtú di lei, tu

segretamente senti scorrerti per l'anima una voluttá di paradiso.

Simile presso a poco a questa fu la sensazione mia nel leggere

l'articolo del giornale inglese sul poema di Dante. Prego gl'italiani

di ridere liberamente, se cosí lor piace, di me e delle mie

sensazioni, sapendomi grado per altro d'averli io avvertiti

dell'esistenza di quell'articolo, ove lor nasca il desiderio di

leggerlo.

L'articolo su Dante si sa che in Inghilterra fu accolto con

grandissimo applauso, e pel suo merito intrinseco, e perché parla le

lodi d'un poeta studiatissimo dagl'inglesi e ad essi carissimo. Si sa

inoltre, o si sospetta con fondamento da chi ha l'occhio esercitato,

che lo scrittore ne sia un uomo celebre, italiano per origine e per

famiglia, e greco per nascita. E però due soddisfazioni eccoci

somministrate ad un tratto: l'una nel sapere con quanta lealtá di

ammirazione un popolo ricco assai di letteratura sua propria discerna

e gusti il vero bello della letteratura nostra; l'altra nel vedere

come un ingegno nudrito e cresciuto ed educato in Italia non si

dimentichi di essa, [p.124] benché lontano, e fra le lusinghe della

sua nuova fortuna mandi ancora qualche sguardo di riverenza e d'amore

a' suoi ospiti antichi.

Pigliata occasione da un libro italiano intitolato _Osservazioni

intorno alla quistione sopra l'originalità del poema di Dante_ di

Francesco Cancellieri (Roma, 1814), la _Rivista di Edimburgo_,

che nel suo numero antecedente aveva giá incominciato a parlar qualche

poco di Dante, riassume intorno a quel sommo italiano il suo discorso.

Incomincia dal deridere come poco importante questa benedetta

quistione della originalitá; e davvero chi non è membro dell'alta

camera dei pedanti e non è usato a stillarsi il cervello sulle

frascherie, è costretto in coscienza a convenire nel parere della

_Rivista_.

L'opinione pressoché generale di coloro che contrastano a Dante

l'originalitá dell'idea del suo poema, è che questa fosse a lui

suggerita dalla _Visione_ di frate Alberico. Ma frate Alberico

non fu l'unico frate visionario che si pigliasse gusto di viaggiar

vivo col suo pensiero all'altro mondo, prima che Dante ponesse mano

alla _Divina commedia_. Fino da' primi secoli del cristianesimo

alcuni santi si dissero da Dio favoriti con visioni e rivelazioni,

come può vedersi da quelle di san Cipriano, di santa Perpetua, ecc.

ecc. Ma di queste accadde come dei miracoli, cioè che dopo i miracoli

veri ne furono spacciati non pochi falsi, e quindi molti sogni furono

spacciati come visioni. I gradi di somiglianza che esistono tra la

Visione di frate Alberico e 'l poema di Dante (e per veritá sono

pochi), esistono altresí tra questo e molte altre visioni, e

specialmente con quella d'un frate inglese anonimo, riportata da M.

Paris nella sua _Histoire anglaise_, ad an. 1196. «O Dante--dice

la _Rivista_--si giovò di tutte, o non se ne giovò di nessuna». E

questa ultima credenza par piú ragionevole a chi considera la natura

dell'ingegno di Dante, «il quale per altro--segue a dire la

_Rivista_,--vedendo stabilita per opera de' frati nella fede

popolare una specie di mitologia visionaria, pensò d'adottarla, nella

stessa maniera che Omero aveva adottata la mitologia del politeismo».

[p.125]

Ma la vera idea del suo poema Dante non la derivò da altro che dal suo

animo nobile e caldo di generosa onestá. «Egli da sé solo concepí e

mandò ad effetto il disegno di creare la lingua e la poesia d'una

nazione, di rivelare le piaghe politiche della sua patria, di mostrare

alla Chiesa ed agli Stati d'Italia come l'imprudenza de' papi e le

guerre intestine delle cittá e la conseguente introduzione di eserciti

stranieri trarrebbero seco di necessitá la devastazione e la rovina

dell'Italia. Egli pensò nientemeno che a farsi riformatore della

morale, vendicatore dei delitti e mantenitore della ortodossia nella

religione». Questa è ben altra originalitá di concetto che quella

delle visioni de' frati, prese tutte in un fascio.

La _Rivista_ fa poco conto del libro del signor Cancellieri,

perché davvero è d'indole tale da non se ne poter far gran conto. Il

signor Cancellieri è uomo erudito assai; aveva bisogno di sfogar la

sua erudizione: però ha fatto che il libro servisse ad essa, e non

essa al libro. E la veritá è che egli lo termina senza terminar la

quistione pigliata a trattare.

Bisogna dire che il prurito di far pompa d'erudizioni, quantunque non

cadano a proposito, salti addosso talvolta con irresistibile

ostinazione anche alla gente di giudizio; da che pare che anch'essa la

_Rivista d'Edimburgo_ in questo articolo medesimo se ne lasci

vincere un pochetto. Ma le semplici erudizioni giá si sa che non

costano molto; e gli uomini sono facili a scialacquare le sostanze

acquistate senza sudori.

Ben piú lodevole parmi la maniera con cui la _Rivista_ ci dá un

quadro rapidissimo della condizione d'Italia da' tempi di Gregorio

settimo fino a quelli di Dante, onde convincerci sempre piú dell'alto

intendimento che resse i lavori del poeta. Troveranno i curiosi in

quel quadro alcune idee, se non nuove, almeno nuovamente e fortemente

sentite, sulle opinioni religiose d'allora, sul carattere di Gregorio,

sulla politica di lui, sulla origine e su' primordi della libertá

delle cittá d'Italia; libertá alla quale, in certo qual modo,

contribuí l'ambizione stessa di quel pontefice.

Considerando attentamente la natura dei tempi di Dante, sbalza agli

occhi chiarissima l'intima relazione che esisteva tra [p.126] i

bisogni dell'Italia d'allora e le savie lezioni morali e politiche

date ad essa dal poeta. Questo modo di commentare la _Divina

commedia_ non tanto con una illustrazione pedisequa de' fatti,

quanto con un esame storico-filosofico de' tempi, pare che sarebbe da

eleggersi da chi imprendesse a fare una nuova edizione di essa. Ma per

poterlo sostituire alla solita maniera di commentare, bisogna avere

ingegno e cognizioni piú che non ne hanno d'ordinario que' che si

piegano al poco glorioso mestiere di commentatori.

Terminato il quadro storico e riveduti leggermente i panni a vari

scrittori di storie letterarie, notandone alcuni errori, la

_Rivista_ si volge a dimostrare come in mezzo all'austeritá

ghibellina ed al rigore dell'avversa fortuna, l'anima di Dante,

bollente di magnanima ira, ridondasse nondimeno di affetti teneri e

gentili; e come ogni tratto egli li manifestasse ne' suoi versi e

nelle sue prose, esprimendoli con un fervore tutto spontaneo e con una

dilicatezza di cui non trovasi facilmente l'uguale. E per persuadere

di questo i suoi lettori e per confutare ad un tempo stesso

un'opinione, tanto o quanta contraria, di Federigo Schlegel, che nella

sua _Storia della letteratura antica e moderna_ chiama bensí

Dante il «maggiore de' poeti cristiani», ma gli rimprovera qualche

poco di ruvidezza d'animo, la _Rivista_ con lunghi commenti

presenta ad essi un lungo florilegio di passi dilicatissimi, tolti dal

poema e dalle rime di Dante. Le citazioni sono in italiano, e la

spiegazione di esse viene somministrata agl'inglesi per lo piú dalla

bella traduzione di M. Cary in versi sciolti.

Quel florilegio sará opportunissimo per gl'inglesi; ma per noi

italiani potrebbe esser creduto superfluo. Il dilicato e gentile

amante di Beatrice, il pietoso narratore delle altrui sciagure amorose

non ha bisogno qui d'esser difeso dalle accuse di Federigo Schlegel,

né dalle altre di M. Hallam, che rinfaccia a Dante troppa ira contro

la patria. Dante amava la sua patria piú che chiunque; ma ne odiava i

delitti. E chi ama la patria davvero, s'irrita delle turpitudini de'

suoi concittadini; e mentre che il vile adulatore blandisce il vizio

che trionfa, l'onest'uomo mena apertamente la sferza e s'acquista fama

nella posteritá.

[p.127]

Dicendo candidamente essere inutile per noi l'ultima parte

dell'articolo della _Rivista_, non voglio tacere che molte

ingegnose osservazioni s'incontrano nella illustrazione che accompagna

l'episodio di Francesca da Rimini e gli altri frammenti. Ché anzi la

riporterei volontieri, se mi bastasse spazio, onde accrescere

probabilitá al sospetto formato da alcuni che l'estensore

dell'articolo su Dante non sia un inglese, bensí la persona da me

indicata piú sopra. Chi per qualche tempo praticò dialogo con un

letterato, vede sovente negli scritti ulteriori di lui rivivere molte

delle idee giá corse nel dialogo. Cosí gli scritti del dotto

richiamano soavemente alla memoria de' suoi amici lui medesimo e la

sua conversazione.

Le considerazioni della _Rivista d'Edimburgo_ intorno al poema di

Dante mi sembrano lodevoli, come appare dal complesso del presente

articolo. Ma, senza derogare al merito loro, crederò di far cosa grata

a chi non avesse letto il libro del signor Sismondi sulla

_Letteratura del mezzogiorno d'Europa_, dando loro in altro

numero del _Conciliatore_ un breve estratto della sua analisi

della _Divina commedia_. Il signor Sismondi, mi sia lecito il

dirlo, vide in quel poema un altro elevato concetto; e ve lo vide con

rara profonditá di raziocinio, potenza di sentimento e tale felicità

di fantasia, che gli riprodusse le sensazioni inspirategli dal poeta.

|Grisostomo|.

[p.128][p.129]

XIII

|Idee del signor Sismondi sul poema di Dante|

Piaccia a' lettori di richiamarsi alla memoria l'_Articolo sopra un

articolo_ inserito nel numero 34 del _Conciliatore_, e la

licenza chiesta loro di recare in altro numero un transunto delle

considerazioni del signor Sismondi sulla _Divina commedia_,

stampate da lui nel suo libro _Della letteratura del mezzogiorno

d'Europa_.

È noto a tutti come quel libro incontrasse in Italia un profluvio di

encomi presso alcuni, del pari che un profluvio di censure spietate

presso altri. Era cosa questa da potersi facilmente prevedere. Qui,

manco male, vi ha persone non poche di schietto ingegno e di probitá

assoluta. Ma in buona fede bisogna pur confessare (e peccato

confessato è mezzo perdonato) che fra gli italiani leggenti v'è

altresí una lunga genia di mediocri, senza fuoco veruno d'entusiasmo,

tenaci della loro mediocritá, stizzosi contro chiunque arrischia un

passo per uscirne, e smaniosi non d'essere, ma di far da dottori. Però

nella moltitudine il libro del signor Sismondi doveva trovare di

necessitá anche chi lo mordesse.

Inoltre, ne' dotti, le discordie letterarie che scompigliano il

giudizio d'alcuni o lo trascinano dietro la dittatura del giudizio

altrui, e fors'anche certe ragioni d'invidia, d'adulazione,

d'interesse, di servilitá..., ecc. ecc. ecc., dovevano far nascere

censure molte ed indecenti contro il libro di un uomo che si

manifesta, per sapienza ed onestá di carattere, superiore assai assai

a molti suoi contemporanei. Sia detto senz'astio e senza mira ad alcun

individuo, qui, come forse anche altrove, la letteratura [p.130]

sovente non è, in chi l'esercita, fine ingenuo delle passioni, bensí

stromento servile di esse.

Alieni per altro da ogni inquisizione delle coscienze, gettiamo, o

buoni lettori, con buona verecondia il mantello di Sem e di Iafet su

tutti i motivi segreti da' quali possono aver mosso i giudizi intorno

al libro del signor Sismondi. Crediamoli anzi innocenti tutti que'

motivi. E strignendo le diverse sentenze in un sol risultato, diciamo

lealmente cosí:--Come tutti i buoni libri di questo mondo, il libro

del signor Sismondi forse non sará scevro affatto affatto di passi, a'

quali una critica intemerata possa contraddire[1]. Ma grandi e molte

bellezze e molte savie dottrine compensano largamente i pochi

difetti.--Per entro a quel libro domina una sí perpetua libertá

d'animo, una sí schietta ricerca del vero, un sentimento letterario

cosí nobile, che, volere o non volere, all'uomo onesto è forza aver

simpatia con chiunque verso il signor Sismondi eccedesse anche un

pochetto nelle lodi. L'assoluta perfezione ne' libri è come il _lapis

philosophorum_. Studia, studia; cercalo, cercalo: nol trovi mai. E

l'onestá ne' letterati è un altro _lapis philosophorum_, che trovasi,

è vero, qualche volta, ma tanto di rado, che pe' galantuomini è

proprio una solennitá il dí in cui giungono a raffigurarla.

Dopo questo lungo preambolo, fattovi ingozzare so io perché, eccovi,

buoni lettori, quel che dice il signor Sismondi per rispetto a Dante.

Non riporto ordinatamente il testo, bensí il complesso delle idee

suggerite dalla lettura di esso, usando quanto piú posso delle parole

stesse dell'autore.

Prima di Dante, le poesie liriche de' trovatori

(«_troubadours_»), le epiche de' trovieri («_trouvères_»)

dalla Provenza e da altre parti della Francia s'erano diffuse

nell'Italia, recatevi da' normanni conquistatori della Puglia, della

Calabria, della Sicilia. Imitatrice della provenzale era sorta nella

prima metá del secolo duodecimo la poesia siciliana, e dalla corte di

Napoli moderava il gusto poetico degli italiani.

[p.131]

La lingua latina s'era giá separata affatto dalla volgare. Le donne

non la imparavano piú; e per piacere ad esse, per parlar loro d'amore

bisognava servirsi dell'idioma comune, di quello ch'esse adoperando

ornavano ogni dí piú di leggiadrie.

Quantunque per ben cencinquant'anni i siciliani non rivolgessero la

loro poesia che ad esprimere i sentimenti amorosi, e, traviati

dall'esempio degli arabi e de' provenzali, anziché mantenere a' canti

d'amore il loro merito precipuo, la naturalezza de' pensieri combinata

colla soavitá dell'esposizione, lasciassero il semplice per correr

dietro al ricercato, all'ammanierato; eglino pur nondimeno erano

giunti ad occupare i primi gradi nel favore della moltitudine. I loro

versi erano popolari, se non per altro, almeno per ragione di lingua e

di metri; come popolari altresí erano le forme epiche ed epico-liriche

dei romanzi e de' poemi de' trovieri.

Prima di Dante, alcuni uomini d'indole ardente avevano indirizzata

tutta l'energia dell'anima a' misteri della religione, mettendo

ammirazione nell'universale e suscitando coll'esempio proprio

l'energia altrui. San Francesco e san Domenico avevano create nuove

milizie religiose, piú entusiastiche e piú attive di quanti ordini di

monaci esistessero per l'addietro. L'attivitá di quelle milizie, le

prediche, le persecuzioni sanguinose, ecc. ecc., avevano rianimato lo

zelo spirituale de' cristiani. Le lettere, rinate cogli studi

religiosi, avevano pigliata una certa quale tinta scolastica. Il

cielo, il purgatorio, l'inferno erano sempre sempre presenti

all'immaginazione degli studiosi, dei devoti, del popolo, di tutta

insomma la cristianitá. Vedevano i credenti quegli oggetti cogli occhi

della fede, ma pur sotto forme materiali; tanto i predicatori s'erano

per mille modi ingegnati di proporzionarli al concepimento popolare.

Venne Dante. Pose mente a tutta la suppellettile poetica lasciatagli

da' trovatori e dai trovieri ed alla popolaritá loro. Pose mente alle

poesie de' siciliani ed alla popolaritá della loro lingua e de' loro

metri. Pose mente allo spirito religioso, meditativo, teologico,

scolastico del suo secolo, ed alla popolaritá di tutti gli argomenti

desunti dalla fede. Vide che nessuno de' poeti [p.132] moderni, che lo

avevano preceduto, s'era giovato abbastanza dell'arte onde scuotere

fortemente le anime, e che nessun filosofo era penetrato nei recessi

del pensiero e del sentimento.

Però Dante, consigliato dalla potenza del proprio intelletto e dal

concorso di tanti materiali poetici che lo circondavano, pensò che

questi, quantunque tuttavia informi, avrebbero potuto servire alla

costruzione d'un edificio sublime insieme e popolare. E invece de'

canti d'amore, invece de' madrigali freddamente ingegnosi e delle

allegorie false o sforzate, concepí nell'alta sua immaginazione tutto

__il mondo invisibile__, e stabilí di svelarlo poeticamente agli

occhi intellettuali degli italiani.

L'argomento scelto da lui a cantare era per quel secolo il piú

interessante, il piú elevato, il piú profondamente religioso, il piú

popolare di quanti argomenti potessero venire in capo ad un poeta. Era

inoltre collegato piú strettamente di qualunque altro con tutte le

passioni politiche de' tempi, con tutte le memorie di patria, di

gloria, di fazioni civili, di virtú e di delitti magnanimi, perocché

tutti i morti illustri dovevano ricomparire innanzi a' viventi su

questo nuovo teatro aperto dal poeta. E finalmente per la sua

immensitá fu il piú nobile e piú sublime argomento che mai venisse

immaginato dal concetto umano.

|Grisostomo|.

[1] A giudizio d'alcuni, ciò potrebbe riferirsi per avventura a

qualche parte delle opinioni dell'autore sul Calderon e sul

Petrarca.

[p.133]

XIV

INTORNO AD UN POEMETTO DI C. TEDALDI-FORES[1]

Molte idee false intorno al romanticismo si fanno diffondere

maliziosamente in Italia da chi ha interesse a screditarlo. La piú

ricantata ne' crocchi, tanto dai furbi quanto dalla buona gente che si

lascia abbindolare da chi ha piú voce in capitolo, è che le dottrine

romantiche sieno la teoria dell'assoluta mestizia e dell'orrore, e che

nessun componimento poetico possa essere lodevolmente romantico se non

è una vera galleria di tutte immagini lugubri, di atrocitá, di

spaventi, ecc. ecc.

Dopo la lunga professione di fede pubblicata da' romantici in sei

numeri consecutivi del _Conciliatore_[2], sarebbe un perder tempo

e un far torto alla sagacitá de' nostri lettori il suggerir loro le

ragioni colle quali confutare codesta accusa scipita. Per quanto certi

faccendieri dell'opinione pubblica, servendo al loro instituto,

s'industrino di ripeterla ad ogni momento, essa nondimeno è tale che

non può trovare ricapito che presso il volgo. Intendiamo per «volgo» i

poveri d'intelletto, i poveri di buona fede, non i poveri di borsa. E

di siffatto volgo a' romantici non cale piú che tanto.

Leggendo per altro il nuovo poemetto del signor Tedaldi-Fores, si

potrebbe sospettare a prima giunta che anche questo ingegno non

volgare abbia voluto spassarsi a spese del vero e farsi beffa del

romanticismo, e che se ne sia finto seguace [p.134] a bella posta per

metterlo in caricatura e confermare cosí nella plebe la falsa opinione

della tendenza di esso a tutto ciò che è orribile e ributtante. Nella

_Narcisa_, che è un romanzo o poemetto di soli quattro brevissimi

canti in terza rima, veggonsi infatti affastellate tante immagini di

color nero che può parere un mortorio perpetuo.

L'argomento del romanzo è la storia della morte di Narcisa e della

sepoltura negatale a Montpellier: storia che tutti i nostri lettori

avranno letta nella terza delle _Notti_ di Odoardo Young. Ma il

dolor vero per la perdita vera della figliuola della propria moglie

non destò nella fantasia, per altro copiosa e lugubre-monotona, del

poeta inglese tante immagini di squallore, tante reminiscenze

orribili, quante col suo dolore artificiale ne descrisse nel suo

poemetto il signor Tedaldi-Fores. Una vergine malata e che poi muore

«sul nudo suolo»; un giovane amante della fanciulla, che recide le

chiome al cadavere e nel buio della notte tenta con esse di farsi un

capestro al collo e strozzarsi; un padre, che per la morte della

figliuola dá nelle bestemmie e si morde l'«un de' bracci»; un demonio,

che ulula intorno a quel padre e lo lorda di «fuliggine e di sanguigna

bava»; un cimiterio, sparso di «insepolto ossame bianco»; un Andrea

che a nutricar [se stesso] si die' di carni umane,

e di uman sangue il mento e il sen si tinse;

un padre, che porta sulle spalle il cadavere della propria figliuola a

seppellire; una fossa scavata; un gemito che manda la terra; un cielo

che piove «rossa linfa»; un cadavere smosso dalla sua sepoltura

dall'acquazzone e lasciato a fior di terra «involuto di fetente limo»;

un giovane soldato che corre, e sbadatamente viene ad urtare in quel

cadavere, e s'accorge che preme co' suoi ginocchi il «fral meschino»

della sua donna amata, in cui

di sanie infetto e nel luto prostrato,

passeggia il verme reo, la schifa eruca

e la striscia del serpe attossicato;

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 10 / 20 段