tratta, noi non entriamo in materia e stiamo superficiali,
superficialissimi. Questo astenerci dalle soperchierie ci è suggerito
dalla buona creanza. Grati noi per altro al paciere torinese pel lodo
od arbitrato con cui trasse a fine le discordie letterarie, lo
preghiamo di accettare, secondo che si usa in tali casi, come
pagamento della sentenza, o, se piú gli piace, come regalo, senza
obbligo di sborsare mancia veruna allo staffiere che glielo presenta
in nome nostro, le quattro seguenti notizie letterarie, delle quali,
quantunque vecchiette, abbiamo veduto nella _Romanticomachia_
essere egli ignaro affatto. Il sapiente torinese mostra d'aver dato
retta a tutte le accuse gratuite che i classicisti fecero a'
romantici, e d'essere stato contento a quelle, senza degnarsi di dare
uno sguardo agli scritti di questi.
I.--I romantici stimano molte parti delle poesie attribuite ad Ossian,
ma non ne hanno mai consigliata l'imitazione.
II.--I romantici non vogliono nelle poesie dei moderni gli dèi
d'Omero, ma proscrissero sempre altresí quelli dell'Edda. E se amano
di vedere nell'Ariosto ed in Shakespeare le maghe e le streghe, non
suggerirono mai a' poeti viventi di ammetterle ne' loro canti, quando
non sieno piú vive nella credenza del popolo.
[p.108]
III.--I romantici non ricusarono mai di sottostare alle regole
stabilite dalla natura e dalla ragione. E però eglino professarono
sempre di star volentieri sottoposti a quel codice poetico a cui
obbedirono Dante, il Petrarca, l'Ariosto, Shakespeare ed altri
siffatti galantuomini.
IV.--I romantici non dissero mai che le poesie de' moderni debbano
esclusivamente trattare delle cose cavalleresche e del medio evo. Né,
deducendo pei loro canti argomenti e memorie storiche dal medio evo,
intesero mai di voler persuadere gli uomini a darsi all'antica
barbarie; come neppure i classicisti, ricantando la guerra troiana,
hanno in animo di suscitare tutti i mariti moderni a pigliar vendetta
della infedeltá delle lor mogli colla strage di centomila persone.
Speriamo che anche la parte contraria vorrá premiare con qualche
regaletto del suo l'ingenua mediazione del sapiente anonimo.
|Grisostomo|.
[1] _Della romanticomachia, libri quattro_. Torino, 1818, co'
tipi di Domenico Pane, stampatore di S. A. I. il principe di
Carignano.
[p.109]
IX
|Guerre letterarie in italia| [1].
In Lipsia la fiera di San Michele fu quest'anno ricchissima di nuove
produzioni letterarie. Una fra le altre ce ne capitò alle mani,
singolare molto pel suo argomento, ed è quella che annunziamo.
Bisogna dire che in Germania la turba degli scrittori sia immensa, e
la smania dello scrivere ardentissima in essi, da che vediamo ne'
cataloghi registrarsi libri ed opuscoli a centinaia, che, per quanto
si può desumere da' frontispizi, sembrano trattare di cose forse non
troppo interessanti pei popoli nella lingua de' quali sono scritti.
Questo del signor Niemand ce ne somministra un esempio, perché, a dir
vero, non ha altro scopo in apparenza che quello d'essere utile a noi
italiani.
Ma che gli italiani vogliano giovarsene non è da credere. Noi teniamo
anzi per fermo che la memoria del signor Niemand e del suo bel
libretto non durerá in Italia piú delle ventiquattro ore che la
fortuna suole conceder di vita ad un numero del _Conciliatore_.
Il signor Niemand si contenti dunque di divider con noi i nostri
destini e la nostra pazienza. Di piú non possiamo fare per lui.
L'autore sembra essere uomo erudito e, quel che piú importa, zelatore
sincero della probitá. Il presente libretto è da considerarsi come
l'emanazione di un'anima onesta. E le sole persone oneste potrebbero
leggerlo senza irritarsi delle frequenti [p.110] allusioni che vi si
trovano alle sentenze bibliche, e della franca indegnazione con cui
l'autore si oppone al vizio.
Il signor Niemand è di parere che le dispute letterarie sieno per se
stesse giovevolissime allo scoprimento della veritá ed alla
propagazione dei lumi. Non biasima una leale e discreta ambizione ne'
disputanti; perché, senza questa potentissima molla delle umane
azioni, crede egli improbabile che un uomo voglia sottoporsi al peso
degli studi (su questa improbabilitá noi forse siamo di opinione
qualche poco differente). Combina egli la nobile ambizione coll'amore
schietto e disinteressato della veritá e col dovere che gli uomini
hanno di essere utili agli uomini. E però giudica che in faccia al
pubblico non abbiano diritto di disputare intorno a cose letterarie
che le sole persone d'incolpabile morale.
Ma questo parlar di diritti, quando prevale assoluta in contrario la
prepotenza de' fatti, sa dell'inutile all'autore. Quindi, lasciate le
teorie astratte, si dá egli a tessere la storia delle contese
letterarie degli italiani, incominciando da quelle che nel
decimoquinto secolo il Poggio ebbe con Francesco Filelfo e Lorenzo
Valla e Giorgio di Trebisonda, ecc. ecc., e scendendo giú fino a
quelle tra'l Parini ed il padre Branda, tra'l Baretti ed il Bonafede,
e ad altre ancor piú recenti.
L'intenzione dell'autore, nel riandare tante epoche di scandalo e
tanti aneddoti, com'egli dice, di «contaminazione», è quella di
dimostrare che i letterati d'Italia nelle loro controversie
declinarono pressoché sempre dall'ingenuo fine di esse per servire ad
interessi ed odii personali; e che, cosí facendo, rivolsero a vero
danno della sapienza quel mezzo medesimo che par piú destinato a
favorirla.
Egli confessa che alcuni pochi de' litiganti furono uomini per altro
ornati di molte virtú. Però deplora la trista consuetudine italiana,
che talvolta induceva a traviamento anche i buoni (fu per noi una vera
consolazione il vedere nel breve elenco di questi ultimi il nostro
Parini). Poi fa notare quegli altri che da semplice esuberanza di bile
o da semplice invidia della fama altrui furono mossi a svillaneggiare
i loro rivali (e qui l'elenco [p.111] cresce assai in lunghezza).
Finalmente stabilisce per muovente massimo delle inimicizie letterarie
nei piú l'interesse pecuniario (e qui, se pure è lecito scherzare
sulle umane miserie, la lista par quella delle belle tradite da don
Giovanni).
Il commercio librario fu sempre angustiato in Italia dalle tante
divisioni territoriali, e da questo: che in tutta l'Italia,
comparativamente alla numerosa popolazione della penisola, non fu mai
abbondanza di lettori, massime paganti. Quindi i letterati, non
potendo ritrarre sufficienti ricompense dagli stampatori, si rivolsero
quasi sempre a' principi ed a' governi.
Stretti da altri doveri piú sacri, i governi non poterono sempre
contentar tutti i letterati. Però, crescendo la frotta de'
concorrenti, non bastava la pastura, e i begli ingegni bisognava
spesso che se la strappassero l'un l'altro di bocca. In alcuni di essi
era malvagitá vera, in altri debolezza, in altri la pazienza si
lasciava stancare dalle provocazioni ripetute. Chi pigliava l'armi per
assalire, chi per respingere gli assalitori. E le armi erano ingiurie,
calunnie, contumelie, accuse pubbliche, delazioni segrete,
propalazioni d'infamie domestiche, rinfacciamenti di fellonie, ecc.
ecc. ecc.
Gli spettatori maligni ridevano, la gente dabbene fremeva. E la
maggior parte del popolo, confondendo le lettere co' letterati,
chiamava «infami» quelle, perché sovente vedeva infami questi. La
sapienza non ci guadagnava mai nulla, l'arte critica non progrediva
d'un passo, perché la sapienza e la critica nulla hanno di comune
colle villane animositá individuali. Ogni generazione di letterati
biasimava queste pessime arti nella generazione precedente, poi
correva ad imitarla coi fatti.
Cosí la storia delle contese letterarie degl'italiani non presenta
altro che una miserabile successione di guerre personali da far
ribrezzo ad ogni uomo che senta altamente in suo cuore la dignitá e
l'importanza delle lettere. E cosí i letterati d'Italia crebbero tante
spine all'esercizio della letteratura, che al letterato onesto diventò
pericolosa perfino la sua onestá.
Il signor Niemand parla sempre co' fatti alla mano, per modo che ci
piange il cuore, ma dobbiamo pur dire ch'egli in gran [p.112] parte ha
ragione. E se la vergogna può in noi qualche cosa, vaglia questa volta
ad avvertirci come gli stranieri ci tengano l'occhio addosso, e come
ci convenga camminare con prudenza e saviezza, onde non sieno da essi
ricantate all'Europa le nostre turpitudini.
L'ultima volta ch'io fui in Italia, e saranno forse dieci anni--cosí
dice alla pagina 224 il signor Niemand,--mi fermai lungo tempo in
Milano. Ho veduto ivi agli ingegni nascenti strozzarsi dagli anziani
le parole in bocca, la riputazione de' provetti lacerata da' provetti.
Ho veduto ivi una lega di letterati mischiare insieme con perfide arti
la fede letteraria alla fede religiosa e morale, per modo da far
scontare con pene civili le innocentissime opinioni letterarie ai
disgraziati ch'erano in odio alla lega. Ho veduto un uomo, che per
altro godeva molto credito presso alcuni, il signor Lamberti,
stabilire perfino questo assioma e stamparlo nel _Poligrafo_: che
chiunque contraddicesse ad un'opera o ad una sola sentenza letteraria
d'un pubblico professore nominato dal sovrano, contraddiceva al
sovrano medesimo ed era ribelle alla sovranitá. Non credo che il
governo sancisse allora in diritto queste massime di tirannia. Che
importa? Il solo pronunziarle era un'offesa alla ragione de' buoni.
Ma la piú tranquilla saviezza degli attuali governi d'Italia mi fa
certo che i costumi dei letterati italiani sieno ora cambiati in
meglio. Ed io me ne rallegro davvero colla terra bella e gentile che
avrei invocata da Dio per patria mia, se l'uomo potesse prima di
nascere invocar la patria ch'egli vorrebbe.
Giovinsi dunque santamente della nuova fortuna i letterati. Trattino
le loro quistioni con quell'ardore che viene dall'anima innamorata del
vero; ma non s'irritino delle opposizioni. Tutte le veritá letterarie
e scientifiche hanno dovuto aprirsi la via attraverso ostacoli
infiniti. Ma se una generazione bestemmia contro il Galileo e lo
imprigiona, la generazione che siegue non si cura di sapere i nomi de'
bestemmiatori, e corre a Firenze a baciar piangendo il sacro dito del
Galileo.
«_Via sapiens plebem suam erudit_». E voi, o letterati d'Italia,
fate partecipe della vostra dottrina la plebe vostra. E se la plebe vi
vuol dettare essa leggi e dottrine, lasciatela fare pazientemente; ma
non pigliate consiglio che da voi o dai piú sapienti di voi. [p.113]
Ricordatevi che, se l'Ariosto avesse dato ascolto al parere del
cardinale, il _Furioso_ sarebbe scritto in latino, e la fama
dell'Ariosto sarebbe una miseria. La probitá sia nel cuor vostro e la
persuasione sulle vostre labbra. Ma delle vostre pacifiche discussioni
non chiamate mai in sussidio i governi, perché già questi, come savi
che sono, non vi darebbero retta. E innanzi a tutto procurate di
mostrarvi obbedienti e fedeli e tranquilli sudditi piú che sapienti
agli occhi de' vostri sovrani, non dimenticando mai il santo detto
della Scrittura: «_Coram rege noli velle videri sapiens_».
|Grisostomo|.
[1] _Kurzgefasste Uebersicht der literarischen Streitigkeiten in
Italien_ von X. |Niemand|. Stettin. 1818, bey Friederich
Nicolai.--_Esposizione compendiosa delle guerre letterarie in
Italia_ di X. |Niemand|. Stettino, 1818, presso Federico
Nicolai [libro inventato dal B., per dare al suo articolo
apparenza di recensione].
[p.114][p.115]
X
LETTERA DI GRISOSTOMO
AL MOLTO REVERENDO SIGNOR CANONICO DON RUFFINO
Signor canonico,
Ho letto con vera compunzione la garbatissima lettera scrittami da V.
S. in difesa del Tiraboschi. Non avrei mai creduto che quel mio breve
cenno nel numero 21 del _Conciliatore_, ov'io rinfaccio al
Tiraboschi penuria di filosofia, dovesse recar tanta offesa alla
coscienza letteraria d'alcuni fra' miei concittadini. Me ne duole
infinitamente, e sento purtroppo che il torto è tutto mio. Fo l'uomo
di lettere e non ne so l'arti. Se io fossi letterato davvero ed
italiano di cuore, non oserei pensare, non oserei scrivere ciò che io
penso: non avrei letto mai il Tiraboschi, e di lui non avrei detto mai
altro, se non che «il chiarissimo, l'eruditissimo, il sapientissimo
Tiraboschi». Ma il male è fatto: pensiamo al rimedio.
Prima di tutto la ringrazio, signor canonico, del lungo elenco dei
lodatori del Tiraboschi, ch'Ella si compiacque d'inviarmi.
Quell'elenco mi ha persuaso, e la perorazione del di lei discorso mi
ha cavate le lagrime. Che vuole Ella di piú? Si lasci intenerire dalle
lagrime mie, e tra me e lei sia pace.
Ma non basta ancora. lo deggio alla veritá ed all'onore della patria
una pubblica e solenne testimonianza della mia conversione. Dichiaro
dunque a V. S., e con essa a tutti i canonici di lei confratelli, che
io convengo pienamente nel parere dei dottori italiani, e dico che
hanno veramente ragione ragionevolissima di venerare il Tiraboschi
come profondissimo filosofone, e di disprezzare madama de Staël come
frivolissimo intellettuzzo.
[p.116]
L'uomo che sacrifica l'amor proprio e il proprio decoro mondano alla
veritá, e con aperta confessione si ricrede de' suoi falli, non
debb'essere confuso col peccatore ostinato. E però spero che i dottori
italiani mi saranno liberali di qualche compatimento. Ad essi non
importa, per altro, ch'io dica quali argomenti mi abbiano persuaso
tutto ad un tratto tanta divozione per la filosofia tiraboschiana e
tanto disprezzo per madama di Staël, di cui ho lasciata scappare dalla
penna qualche lode in quel benedetto _Conciliatore_.--Sciagurata
donnicciuola, qualche poco anche, per amor tuo, io era diventato lo
scandalo del mio paese!--Ma a lei, signor canonico, io non voglio
tacere che ad operare la mia conversione Ell'ebbe un potentissimo
sussidiario in certo accidente tutto fortuito. Si contenti ch'io
glielo narri alla distesa.
Col rimorso che in virtú della garbatissima di lei lettera mi
serpeggiava giá per l'anima, io mi stava iersera invocando il sonno
che non veniva. Piglio un libro: non fa per me. Ne piglio un altro:
non mi contenta. Sporgo impaziente la destra piú in lá, e la mi vien
posta sul tomo primo _De la littérature_ di madama di Staël.
Aprolo a caso; e mi cade sotto lo sguardo quel passo a pagina 181 e
seguenti, che tratta delle ragioni per le quali la tragedia presso i
romani non salí in grande celebritá.
Eccolo tal quale. A V. S. non fa bisogno che sia tradotto in italiano,
perché l'intenda.
_Les combats des gladiateurs avaient pour objet d'intéresser
fortement le peuple romain par l'image de la guerre et le spectacle de
la mort; mais, dans ces jeux sanglans, les romains exigeaint encore
que les esclaves sacrifiés à leurs barbares plaisirs sussent triompher
de la douleur, et n'en laissassent échapper aucun témoignage. Cet
empire continuel sur les affections est peu favorable aux grands
effets de la tragédie: aussi la littérature latine ne contient-elle
rien de vraiment célèbre en ce genre. Le caractère romain avait
certainement la grandeur tragique; mais il était trop contenu pour
être théatral. Dans les classes même du peuple, une certaine gravité
distinguait toutes les actions. La folie causée par le malheur, ce
cruel tableau de la nature physique troublée par les [p.117]
souffrances de l'âme, ce puissant moyen d'émotion, dont Shakespeare
a tiré, le premier, des scènes si déchirantes, les romains n'y
auraient vu que de la dégradation de l'homme. On ne cite même dans
leur histoire aucune femme, aucun homme connu, dont la raison ait été
dérangée par le malheur. Le suicide était très-fréquent parmi les
romains, mais les signes extérieurs de la douleur extrêmement rares.
Le mèpris qu'excitait la démonstration de la peine, faisait une loi de
mourir ou d'en triompher. Il n'y a rien dans une telle disposition qui
puisse fournir aux développements de la tragédie._
_On n'aurait jamais pu, d'ailleurs, transporter à Rome l'intérêt que
trouvaient le grecs dans les tragédies dont le sujet était national.
Les romains n'auraient point voulu qu'on représentát sur le théatre ce
qui pouvait tenir à leur histoire, à leurs affections, à leur patrie.
Un sentiment religieux consacrait tout ce qui leur était cher. Les
athéniens croyaient auz mémes dogmes, défendaient aussi leur patrie,
aimaient aussi la liberté; mais ce respect qui agit sur la pensée, qui
écarte de l'imagination jusqu'à la possibilité des actions interdites,
ce respect qui tient à quelques égards de la superstition de l'amour,
les romains seuls l'éprouvaient pour les objets de leur culte._
Dopo tutta questa tiritera d'inezie, do un'occhiata alle note a piè di
pagina, poi ad altre pagine piú avanti e ad altre piú indietro; e
m'accorgo che la povera madama de Staël non sa cosa si dica, e non
trova altra soluzione del problema fuorché nell'analizzare le
instituzioni civili ed il carattere morale pubblico de' romani, e nel
derivarne la nullitá del loro teatro tragico.--Che libro
superficiale!--diss'io allora--che miseria d'ingegno!--E mi si
schiusero gli occhi dell'intelletto, e sbadigliai su' miei
traviamenti, e corsi ripentito a spolverare i volumi del Tiraboschi,
sovvenendomi che anch'egli aveva parlato su questa materia. Corro
all'indice; salto di lá al tomo primo, e mi innamora tosto la gravitá
di quelle parole a pagina 174, § LI:
Prima di passar oltre, parmi che una non inutil quistione debbasi a
questo luogo trattare, cioè per qual ragione, mentre in ogni altro
genere di poesia arrivarono i romani a gareggiare co' greci, nella
teatral solamente rimanessero sempre tanto ad essi inferiori.
[p.118]
Io proseguiva a leggere; ma mi convenne obbedire al Tiraboschi, che mi
rimandò molte pagine indietro. Dal qual mio viaggio retrogrado venni a
raccogliere che prima de' bei tempi della romana letteratura la poesia
teatrale non era ancor molto in fiore, «per la ragione che l'arte di
poetare non era in quell'onore che convenuto sarebbe».
Illuminato di tanto, tornai al § LI, onde sapere «perché nel piú bel
secolo della romana letteratura la poesia teatrale non giugnesse a
maggior perfezione». E qui confesso l'alta ammirazione che svegliò in
me la logica semplice e chiara, e nondimeno profondamente intuitiva,
con cui il chiarissimo Tiraboschi, sorretto da Orazio, ebbe la bontá
di confidarmi che questo non fiorire della tragedia presso i romani
proveniva dallo «strepito grande che facevasi nel teatro, sicché
appena vi si potevano udire ed intendere i versi», ecc. ecc.
«_Garganum_»--ripeteva il suggeritore del Tiraboschi--
_Garganum mugire putes nemus aut mare tuscum,
tanto cum strepitu ludi spectantur, ecc._
Che consolazione fu allora la mia, stimatissimo don Ruffino, nel
vedere appagata cosí bene la mia curiositá! Questa è ben altra
filosofia che quella di madama! Chi niega al Tiraboschi acume di
speculativo intelletto, o è stolido o è mentitore o è novatore. Ecco
come in poche righe viene dal sapientissimo Tiraboschi stabilito un
gran principio filosofico, il quale, come tutti i gran principi
filosofici dell'universo, riesce applicabile in ogni tempo ad altri
fenomeni. In virtú di esso io mi sento capace di spiegare le ragioni
per cui al teatro la tale o tal altra opera in musica non è bella. E
dico cosí:--La tale opera non è bella perché non la si ascolta.--E mi
guarderò bene dal ripetere col volgo:--Non la si ascolta perché non è
bella.--
Cosí l'importunitá della veglia e l'opportunitá della lettera di V. S.
contribuirono entrambe a convertire al Tiraboschi un amico traviato,
quale davvero mi pregio di essere sempre di V. S. molto reverenda.
|Grisostomo|.
[p.119]
XI
INTORNO ALL'«ORIGINE DELLE LETTERE» DEL ROSCOE[1]
L'eloquenza di Gian Giacomo Rousseau non bastò a persuadere all'Europa
che le lettere fossero dannose all'umana societá. Nel discorso del
ginevrino i popoli vollero ravvisare piú la bizzarria del paradosso
che l'animo dell'oratore, e salvarono cosí il rispetto dovuto a
quell'uomo singolare. Senza entrare a discutere una quistione
puramente speculativa, che non condurrebbe ad alcuna utilitá pratica,
chi considera l'attuale nostra civiltá, e non è stolido o perfido,
vedrá essere dover suo il contribuire quel tanto che egli può al
miglioramento della coltura pubblica, ed il combattere sempre piú la
tristezza di quei pochi che vorrebbero far della sapienza un monopolio
e tener nella ignoranza il prossimo, onde non trovar contrasti a' lor
maligni disegni. Noi siamo ora in tale condizione, che il retrocedere
in fatto di studi, e non giá il progredire, ci trarrebbe in
precipizio.
E però, seguendo l'intendimento de' buoni, suggeriamo con ingenua
persuasione agl'italiani di leggere il discorso fatto dal signor
Guglielmo Roscoe all'Instituto reale di Liverpool; discorso che
appunto è indirizzato a raccomandare la propagazione de' lumi in tutte
le classi de' cittadini, siccome mezzo di prosperitá nazionale.
[p.120]
Il nome del signor Roscoe dovrebbe, pare a noi, suonar caro all'anima
d'ogni italiano quanto quello d'un nostro compatriota. Qualunque sieno
le macchie che una critica imparziale possa scorgere nella _Storia
di Lorenzo il Magnifico_ ed in quella di _Leone decimo_,
nessun italiano di coscienza gentile può negare una testimonianza di
gratitudine all'amore con cui il signor Roscoe, riparando all'inerzia
de' nostri dotti, tolse a' misteri delle biblioteche e degli archivi e
trasse in nuova luce innanzi all'universale de' lettori tante memorie
della grandezza italiana.
Se l'espressione dell'amor patrio consistesse, siccome vorrebbero
certi superstiziosi, nel far brutto viso a chiunque non nacque dentro
una delle periferie de' nostri municípi, noi dovremmo, come italiani
che siamo, rinunziare altresí a riconoscere per nostro concittadino
l'autore della storia delle nostre repubbliche. Ma, grazie a Dio, il
vero amor della patria è tutt'altra cosa; ed il signor Sismondi, come
illustratore dei fasti dell'Italia, vivrá sempre nella piena
riconoscenza dei veri italiani. E di siffatta riconoscenza avrá la sua
parte, benché in proporzione minore, anche il signor Roscoe.
Il tema scelto a trattare dal signor Roscoe nel discorso che oggi
annunziamo è assai vasto. Egli si propone nientemeno che d'investigare
le cagioni dell'origine e de' progressi delle scienze, delle lettere e
delle arti, di riandare le vicissitudini ch'esse incontrarono, e di
mostrare quanta relazione abbiano co' piú importanti accidenti della
vita individuale e quanta influenza sulla felicitá generale de'
popoli. L'intenzione massima del suo discorso è santissima. Egli
vorrebbe condurre gli uomini ad un grado eminente di virtú civile e di
prosperitá domestica mediante un esercizio maggiore delle loro facoltá
intellettuali. Le massime filosofiche, i raziocini, gli esempi
dimostrativi sparsi nel discorso sono tali da manifestar sempre
l'onestá sincera dell'oratore. E soprattutto ne pare altamente sentito
quel lungo passo ov'egli dimostra che de' progressi delle lettere e
delle arti due precipue cagioni sono l'attivitá individuale e la
libertá civile.
[p.121]
Questo argomento della libertá civile per rispetto alle lettere sembra
essere il favorito dell'autore. A noi italiani per altro non riesce
nuovo, da che l'Alfieri lo trattò piú ampiamente nella migliore delle
sue prose. Se non che il signor Roscoe, avvicinandosi co' suoi
princípi astratti qualche linea di piú al concreto, e volgendo la sua
mira alla condizione vera ed attuale de' popoli d'Europa, stabilisce
come assioma che il libero esercizio delle forze intellettuali non è
creduto mai pericoloso da que' governi, i quali, qualunque sia la loro
forma nominale, sanno d'essere forti della opinione pubblica.