Per tenere il nostro articolo in giusta armonia col libro di cui si

tratta, noi non entriamo in materia e stiamo superficiali,

superficialissimi. Questo astenerci dalle soperchierie ci è suggerito

dalla buona creanza. Grati noi per altro al paciere torinese pel lodo

od arbitrato con cui trasse a fine le discordie letterarie, lo

preghiamo di accettare, secondo che si usa in tali casi, come

pagamento della sentenza, o, se piú gli piace, come regalo, senza

obbligo di sborsare mancia veruna allo staffiere che glielo presenta

in nome nostro, le quattro seguenti notizie letterarie, delle quali,

quantunque vecchiette, abbiamo veduto nella _Romanticomachia_

essere egli ignaro affatto. Il sapiente torinese mostra d'aver dato

retta a tutte le accuse gratuite che i classicisti fecero a'

romantici, e d'essere stato contento a quelle, senza degnarsi di dare

uno sguardo agli scritti di questi.

I.--I romantici stimano molte parti delle poesie attribuite ad Ossian,

ma non ne hanno mai consigliata l'imitazione.

II.--I romantici non vogliono nelle poesie dei moderni gli dèi

d'Omero, ma proscrissero sempre altresí quelli dell'Edda. E se amano

di vedere nell'Ariosto ed in Shakespeare le maghe e le streghe, non

suggerirono mai a' poeti viventi di ammetterle ne' loro canti, quando

non sieno piú vive nella credenza del popolo.

[p.108]

III.--I romantici non ricusarono mai di sottostare alle regole

stabilite dalla natura e dalla ragione. E però eglino professarono

sempre di star volentieri sottoposti a quel codice poetico a cui

obbedirono Dante, il Petrarca, l'Ariosto, Shakespeare ed altri

siffatti galantuomini.

IV.--I romantici non dissero mai che le poesie de' moderni debbano

esclusivamente trattare delle cose cavalleresche e del medio evo. Né,

deducendo pei loro canti argomenti e memorie storiche dal medio evo,

intesero mai di voler persuadere gli uomini a darsi all'antica

barbarie; come neppure i classicisti, ricantando la guerra troiana,

hanno in animo di suscitare tutti i mariti moderni a pigliar vendetta

della infedeltá delle lor mogli colla strage di centomila persone.

Speriamo che anche la parte contraria vorrá premiare con qualche

regaletto del suo l'ingenua mediazione del sapiente anonimo.

|Grisostomo|.

[1] _Della romanticomachia, libri quattro_. Torino, 1818, co'

tipi di Domenico Pane, stampatore di S. A. I. il principe di

Carignano.

[p.109]

IX

|Guerre letterarie in italia| [1].

In Lipsia la fiera di San Michele fu quest'anno ricchissima di nuove

produzioni letterarie. Una fra le altre ce ne capitò alle mani,

singolare molto pel suo argomento, ed è quella che annunziamo.

Bisogna dire che in Germania la turba degli scrittori sia immensa, e

la smania dello scrivere ardentissima in essi, da che vediamo ne'

cataloghi registrarsi libri ed opuscoli a centinaia, che, per quanto

si può desumere da' frontispizi, sembrano trattare di cose forse non

troppo interessanti pei popoli nella lingua de' quali sono scritti.

Questo del signor Niemand ce ne somministra un esempio, perché, a dir

vero, non ha altro scopo in apparenza che quello d'essere utile a noi

italiani.

Ma che gli italiani vogliano giovarsene non è da credere. Noi teniamo

anzi per fermo che la memoria del signor Niemand e del suo bel

libretto non durerá in Italia piú delle ventiquattro ore che la

fortuna suole conceder di vita ad un numero del _Conciliatore_.

Il signor Niemand si contenti dunque di divider con noi i nostri

destini e la nostra pazienza. Di piú non possiamo fare per lui.

L'autore sembra essere uomo erudito e, quel che piú importa, zelatore

sincero della probitá. Il presente libretto è da considerarsi come

l'emanazione di un'anima onesta. E le sole persone oneste potrebbero

leggerlo senza irritarsi delle frequenti [p.110] allusioni che vi si

trovano alle sentenze bibliche, e della franca indegnazione con cui

l'autore si oppone al vizio.

Il signor Niemand è di parere che le dispute letterarie sieno per se

stesse giovevolissime allo scoprimento della veritá ed alla

propagazione dei lumi. Non biasima una leale e discreta ambizione ne'

disputanti; perché, senza questa potentissima molla delle umane

azioni, crede egli improbabile che un uomo voglia sottoporsi al peso

degli studi (su questa improbabilitá noi forse siamo di opinione

qualche poco differente). Combina egli la nobile ambizione coll'amore

schietto e disinteressato della veritá e col dovere che gli uomini

hanno di essere utili agli uomini. E però giudica che in faccia al

pubblico non abbiano diritto di disputare intorno a cose letterarie

che le sole persone d'incolpabile morale.

Ma questo parlar di diritti, quando prevale assoluta in contrario la

prepotenza de' fatti, sa dell'inutile all'autore. Quindi, lasciate le

teorie astratte, si dá egli a tessere la storia delle contese

letterarie degli italiani, incominciando da quelle che nel

decimoquinto secolo il Poggio ebbe con Francesco Filelfo e Lorenzo

Valla e Giorgio di Trebisonda, ecc. ecc., e scendendo giú fino a

quelle tra'l Parini ed il padre Branda, tra'l Baretti ed il Bonafede,

e ad altre ancor piú recenti.

L'intenzione dell'autore, nel riandare tante epoche di scandalo e

tanti aneddoti, com'egli dice, di «contaminazione», è quella di

dimostrare che i letterati d'Italia nelle loro controversie

declinarono pressoché sempre dall'ingenuo fine di esse per servire ad

interessi ed odii personali; e che, cosí facendo, rivolsero a vero

danno della sapienza quel mezzo medesimo che par piú destinato a

favorirla.

Egli confessa che alcuni pochi de' litiganti furono uomini per altro

ornati di molte virtú. Però deplora la trista consuetudine italiana,

che talvolta induceva a traviamento anche i buoni (fu per noi una vera

consolazione il vedere nel breve elenco di questi ultimi il nostro

Parini). Poi fa notare quegli altri che da semplice esuberanza di bile

o da semplice invidia della fama altrui furono mossi a svillaneggiare

i loro rivali (e qui l'elenco [p.111] cresce assai in lunghezza).

Finalmente stabilisce per muovente massimo delle inimicizie letterarie

nei piú l'interesse pecuniario (e qui, se pure è lecito scherzare

sulle umane miserie, la lista par quella delle belle tradite da don

Giovanni).

Il commercio librario fu sempre angustiato in Italia dalle tante

divisioni territoriali, e da questo: che in tutta l'Italia,

comparativamente alla numerosa popolazione della penisola, non fu mai

abbondanza di lettori, massime paganti. Quindi i letterati, non

potendo ritrarre sufficienti ricompense dagli stampatori, si rivolsero

quasi sempre a' principi ed a' governi.

Stretti da altri doveri piú sacri, i governi non poterono sempre

contentar tutti i letterati. Però, crescendo la frotta de'

concorrenti, non bastava la pastura, e i begli ingegni bisognava

spesso che se la strappassero l'un l'altro di bocca. In alcuni di essi

era malvagitá vera, in altri debolezza, in altri la pazienza si

lasciava stancare dalle provocazioni ripetute. Chi pigliava l'armi per

assalire, chi per respingere gli assalitori. E le armi erano ingiurie,

calunnie, contumelie, accuse pubbliche, delazioni segrete,

propalazioni d'infamie domestiche, rinfacciamenti di fellonie, ecc.

ecc. ecc.

Gli spettatori maligni ridevano, la gente dabbene fremeva. E la

maggior parte del popolo, confondendo le lettere co' letterati,

chiamava «infami» quelle, perché sovente vedeva infami questi. La

sapienza non ci guadagnava mai nulla, l'arte critica non progrediva

d'un passo, perché la sapienza e la critica nulla hanno di comune

colle villane animositá individuali. Ogni generazione di letterati

biasimava queste pessime arti nella generazione precedente, poi

correva ad imitarla coi fatti.

Cosí la storia delle contese letterarie degl'italiani non presenta

altro che una miserabile successione di guerre personali da far

ribrezzo ad ogni uomo che senta altamente in suo cuore la dignitá e

l'importanza delle lettere. E cosí i letterati d'Italia crebbero tante

spine all'esercizio della letteratura, che al letterato onesto diventò

pericolosa perfino la sua onestá.

Il signor Niemand parla sempre co' fatti alla mano, per modo che ci

piange il cuore, ma dobbiamo pur dire ch'egli in gran [p.112] parte ha

ragione. E se la vergogna può in noi qualche cosa, vaglia questa volta

ad avvertirci come gli stranieri ci tengano l'occhio addosso, e come

ci convenga camminare con prudenza e saviezza, onde non sieno da essi

ricantate all'Europa le nostre turpitudini.

L'ultima volta ch'io fui in Italia, e saranno forse dieci anni--cosí

dice alla pagina 224 il signor Niemand,--mi fermai lungo tempo in

Milano. Ho veduto ivi agli ingegni nascenti strozzarsi dagli anziani

le parole in bocca, la riputazione de' provetti lacerata da' provetti.

Ho veduto ivi una lega di letterati mischiare insieme con perfide arti

la fede letteraria alla fede religiosa e morale, per modo da far

scontare con pene civili le innocentissime opinioni letterarie ai

disgraziati ch'erano in odio alla lega. Ho veduto un uomo, che per

altro godeva molto credito presso alcuni, il signor Lamberti,

stabilire perfino questo assioma e stamparlo nel _Poligrafo_: che

chiunque contraddicesse ad un'opera o ad una sola sentenza letteraria

d'un pubblico professore nominato dal sovrano, contraddiceva al

sovrano medesimo ed era ribelle alla sovranitá. Non credo che il

governo sancisse allora in diritto queste massime di tirannia. Che

importa? Il solo pronunziarle era un'offesa alla ragione de' buoni.

Ma la piú tranquilla saviezza degli attuali governi d'Italia mi fa

certo che i costumi dei letterati italiani sieno ora cambiati in

meglio. Ed io me ne rallegro davvero colla terra bella e gentile che

avrei invocata da Dio per patria mia, se l'uomo potesse prima di

nascere invocar la patria ch'egli vorrebbe.

Giovinsi dunque santamente della nuova fortuna i letterati. Trattino

le loro quistioni con quell'ardore che viene dall'anima innamorata del

vero; ma non s'irritino delle opposizioni. Tutte le veritá letterarie

e scientifiche hanno dovuto aprirsi la via attraverso ostacoli

infiniti. Ma se una generazione bestemmia contro il Galileo e lo

imprigiona, la generazione che siegue non si cura di sapere i nomi de'

bestemmiatori, e corre a Firenze a baciar piangendo il sacro dito del

Galileo.

«_Via sapiens plebem suam erudit_». E voi, o letterati d'Italia,

fate partecipe della vostra dottrina la plebe vostra. E se la plebe vi

vuol dettare essa leggi e dottrine, lasciatela fare pazientemente; ma

non pigliate consiglio che da voi o dai piú sapienti di voi. [p.113]

Ricordatevi che, se l'Ariosto avesse dato ascolto al parere del

cardinale, il _Furioso_ sarebbe scritto in latino, e la fama

dell'Ariosto sarebbe una miseria. La probitá sia nel cuor vostro e la

persuasione sulle vostre labbra. Ma delle vostre pacifiche discussioni

non chiamate mai in sussidio i governi, perché già questi, come savi

che sono, non vi darebbero retta. E innanzi a tutto procurate di

mostrarvi obbedienti e fedeli e tranquilli sudditi piú che sapienti

agli occhi de' vostri sovrani, non dimenticando mai il santo detto

della Scrittura: «_Coram rege noli velle videri sapiens_».

|Grisostomo|.

[1] _Kurzgefasste Uebersicht der literarischen Streitigkeiten in

Italien_ von X. |Niemand|. Stettin. 1818, bey Friederich

Nicolai.--_Esposizione compendiosa delle guerre letterarie in

Italia_ di X. |Niemand|. Stettino, 1818, presso Federico

Nicolai [libro inventato dal B., per dare al suo articolo

apparenza di recensione].

[p.114][p.115]

X

LETTERA DI GRISOSTOMO

AL MOLTO REVERENDO SIGNOR CANONICO DON RUFFINO

Signor canonico,

Ho letto con vera compunzione la garbatissima lettera scrittami da V.

S. in difesa del Tiraboschi. Non avrei mai creduto che quel mio breve

cenno nel numero 21 del _Conciliatore_, ov'io rinfaccio al

Tiraboschi penuria di filosofia, dovesse recar tanta offesa alla

coscienza letteraria d'alcuni fra' miei concittadini. Me ne duole

infinitamente, e sento purtroppo che il torto è tutto mio. Fo l'uomo

di lettere e non ne so l'arti. Se io fossi letterato davvero ed

italiano di cuore, non oserei pensare, non oserei scrivere ciò che io

penso: non avrei letto mai il Tiraboschi, e di lui non avrei detto mai

altro, se non che «il chiarissimo, l'eruditissimo, il sapientissimo

Tiraboschi». Ma il male è fatto: pensiamo al rimedio.

Prima di tutto la ringrazio, signor canonico, del lungo elenco dei

lodatori del Tiraboschi, ch'Ella si compiacque d'inviarmi.

Quell'elenco mi ha persuaso, e la perorazione del di lei discorso mi

ha cavate le lagrime. Che vuole Ella di piú? Si lasci intenerire dalle

lagrime mie, e tra me e lei sia pace.

Ma non basta ancora. lo deggio alla veritá ed all'onore della patria

una pubblica e solenne testimonianza della mia conversione. Dichiaro

dunque a V. S., e con essa a tutti i canonici di lei confratelli, che

io convengo pienamente nel parere dei dottori italiani, e dico che

hanno veramente ragione ragionevolissima di venerare il Tiraboschi

come profondissimo filosofone, e di disprezzare madama de Staël come

frivolissimo intellettuzzo.

[p.116]

L'uomo che sacrifica l'amor proprio e il proprio decoro mondano alla

veritá, e con aperta confessione si ricrede de' suoi falli, non

debb'essere confuso col peccatore ostinato. E però spero che i dottori

italiani mi saranno liberali di qualche compatimento. Ad essi non

importa, per altro, ch'io dica quali argomenti mi abbiano persuaso

tutto ad un tratto tanta divozione per la filosofia tiraboschiana e

tanto disprezzo per madama di Staël, di cui ho lasciata scappare dalla

penna qualche lode in quel benedetto _Conciliatore_.--Sciagurata

donnicciuola, qualche poco anche, per amor tuo, io era diventato lo

scandalo del mio paese!--Ma a lei, signor canonico, io non voglio

tacere che ad operare la mia conversione Ell'ebbe un potentissimo

sussidiario in certo accidente tutto fortuito. Si contenti ch'io

glielo narri alla distesa.

Col rimorso che in virtú della garbatissima di lei lettera mi

serpeggiava giá per l'anima, io mi stava iersera invocando il sonno

che non veniva. Piglio un libro: non fa per me. Ne piglio un altro:

non mi contenta. Sporgo impaziente la destra piú in lá, e la mi vien

posta sul tomo primo _De la littérature_ di madama di Staël.

Aprolo a caso; e mi cade sotto lo sguardo quel passo a pagina 181 e

seguenti, che tratta delle ragioni per le quali la tragedia presso i

romani non salí in grande celebritá.

Eccolo tal quale. A V. S. non fa bisogno che sia tradotto in italiano,

perché l'intenda.

_Les combats des gladiateurs avaient pour objet d'intéresser

fortement le peuple romain par l'image de la guerre et le spectacle de

la mort; mais, dans ces jeux sanglans, les romains exigeaint encore

que les esclaves sacrifiés à leurs barbares plaisirs sussent triompher

de la douleur, et n'en laissassent échapper aucun témoignage. Cet

empire continuel sur les affections est peu favorable aux grands

effets de la tragédie: aussi la littérature latine ne contient-elle

rien de vraiment célèbre en ce genre. Le caractère romain avait

certainement la grandeur tragique; mais il était trop contenu pour

être théatral. Dans les classes même du peuple, une certaine gravité

distinguait toutes les actions. La folie causée par le malheur, ce

cruel tableau de la nature physique troublée par les [p.117]

souffrances de l'âme, ce puissant moyen d'émotion, dont Shakespeare

a tiré, le premier, des scènes si déchirantes, les romains n'y

auraient vu que de la dégradation de l'homme. On ne cite même dans

leur histoire aucune femme, aucun homme connu, dont la raison ait été

dérangée par le malheur. Le suicide était très-fréquent parmi les

romains, mais les signes extérieurs de la douleur extrêmement rares.

Le mèpris qu'excitait la démonstration de la peine, faisait une loi de

mourir ou d'en triompher. Il n'y a rien dans une telle disposition qui

puisse fournir aux développements de la tragédie._

_On n'aurait jamais pu, d'ailleurs, transporter à Rome l'intérêt que

trouvaient le grecs dans les tragédies dont le sujet était national.

Les romains n'auraient point voulu qu'on représentát sur le théatre ce

qui pouvait tenir à leur histoire, à leurs affections, à leur patrie.

Un sentiment religieux consacrait tout ce qui leur était cher. Les

athéniens croyaient auz mémes dogmes, défendaient aussi leur patrie,

aimaient aussi la liberté; mais ce respect qui agit sur la pensée, qui

écarte de l'imagination jusqu'à la possibilité des actions interdites,

ce respect qui tient à quelques égards de la superstition de l'amour,

les romains seuls l'éprouvaient pour les objets de leur culte._

Dopo tutta questa tiritera d'inezie, do un'occhiata alle note a piè di

pagina, poi ad altre pagine piú avanti e ad altre piú indietro; e

m'accorgo che la povera madama de Staël non sa cosa si dica, e non

trova altra soluzione del problema fuorché nell'analizzare le

instituzioni civili ed il carattere morale pubblico de' romani, e nel

derivarne la nullitá del loro teatro tragico.--Che libro

superficiale!--diss'io allora--che miseria d'ingegno!--E mi si

schiusero gli occhi dell'intelletto, e sbadigliai su' miei

traviamenti, e corsi ripentito a spolverare i volumi del Tiraboschi,

sovvenendomi che anch'egli aveva parlato su questa materia. Corro

all'indice; salto di lá al tomo primo, e mi innamora tosto la gravitá

di quelle parole a pagina 174, § LI:

Prima di passar oltre, parmi che una non inutil quistione debbasi a

questo luogo trattare, cioè per qual ragione, mentre in ogni altro

genere di poesia arrivarono i romani a gareggiare co' greci, nella

teatral solamente rimanessero sempre tanto ad essi inferiori.

[p.118]

Io proseguiva a leggere; ma mi convenne obbedire al Tiraboschi, che mi

rimandò molte pagine indietro. Dal qual mio viaggio retrogrado venni a

raccogliere che prima de' bei tempi della romana letteratura la poesia

teatrale non era ancor molto in fiore, «per la ragione che l'arte di

poetare non era in quell'onore che convenuto sarebbe».

Illuminato di tanto, tornai al § LI, onde sapere «perché nel piú bel

secolo della romana letteratura la poesia teatrale non giugnesse a

maggior perfezione». E qui confesso l'alta ammirazione che svegliò in

me la logica semplice e chiara, e nondimeno profondamente intuitiva,

con cui il chiarissimo Tiraboschi, sorretto da Orazio, ebbe la bontá

di confidarmi che questo non fiorire della tragedia presso i romani

proveniva dallo «strepito grande che facevasi nel teatro, sicché

appena vi si potevano udire ed intendere i versi», ecc. ecc.

«_Garganum_»--ripeteva il suggeritore del Tiraboschi--

_Garganum mugire putes nemus aut mare tuscum,

tanto cum strepitu ludi spectantur, ecc._

Che consolazione fu allora la mia, stimatissimo don Ruffino, nel

vedere appagata cosí bene la mia curiositá! Questa è ben altra

filosofia che quella di madama! Chi niega al Tiraboschi acume di

speculativo intelletto, o è stolido o è mentitore o è novatore. Ecco

come in poche righe viene dal sapientissimo Tiraboschi stabilito un

gran principio filosofico, il quale, come tutti i gran principi

filosofici dell'universo, riesce applicabile in ogni tempo ad altri

fenomeni. In virtú di esso io mi sento capace di spiegare le ragioni

per cui al teatro la tale o tal altra opera in musica non è bella. E

dico cosí:--La tale opera non è bella perché non la si ascolta.--E mi

guarderò bene dal ripetere col volgo:--Non la si ascolta perché non è

bella.--

Cosí l'importunitá della veglia e l'opportunitá della lettera di V. S.

contribuirono entrambe a convertire al Tiraboschi un amico traviato,

quale davvero mi pregio di essere sempre di V. S. molto reverenda.

|Grisostomo|.

[p.119]

XI

INTORNO ALL'«ORIGINE DELLE LETTERE» DEL ROSCOE[1]

L'eloquenza di Gian Giacomo Rousseau non bastò a persuadere all'Europa

che le lettere fossero dannose all'umana societá. Nel discorso del

ginevrino i popoli vollero ravvisare piú la bizzarria del paradosso

che l'animo dell'oratore, e salvarono cosí il rispetto dovuto a

quell'uomo singolare. Senza entrare a discutere una quistione

puramente speculativa, che non condurrebbe ad alcuna utilitá pratica,

chi considera l'attuale nostra civiltá, e non è stolido o perfido,

vedrá essere dover suo il contribuire quel tanto che egli può al

miglioramento della coltura pubblica, ed il combattere sempre piú la

tristezza di quei pochi che vorrebbero far della sapienza un monopolio

e tener nella ignoranza il prossimo, onde non trovar contrasti a' lor

maligni disegni. Noi siamo ora in tale condizione, che il retrocedere

in fatto di studi, e non giá il progredire, ci trarrebbe in

precipizio.

E però, seguendo l'intendimento de' buoni, suggeriamo con ingenua

persuasione agl'italiani di leggere il discorso fatto dal signor

Guglielmo Roscoe all'Instituto reale di Liverpool; discorso che

appunto è indirizzato a raccomandare la propagazione de' lumi in tutte

le classi de' cittadini, siccome mezzo di prosperitá nazionale.

[p.120]

Il nome del signor Roscoe dovrebbe, pare a noi, suonar caro all'anima

d'ogni italiano quanto quello d'un nostro compatriota. Qualunque sieno

le macchie che una critica imparziale possa scorgere nella _Storia

di Lorenzo il Magnifico_ ed in quella di _Leone decimo_,

nessun italiano di coscienza gentile può negare una testimonianza di

gratitudine all'amore con cui il signor Roscoe, riparando all'inerzia

de' nostri dotti, tolse a' misteri delle biblioteche e degli archivi e

trasse in nuova luce innanzi all'universale de' lettori tante memorie

della grandezza italiana.

Se l'espressione dell'amor patrio consistesse, siccome vorrebbero

certi superstiziosi, nel far brutto viso a chiunque non nacque dentro

una delle periferie de' nostri municípi, noi dovremmo, come italiani

che siamo, rinunziare altresí a riconoscere per nostro concittadino

l'autore della storia delle nostre repubbliche. Ma, grazie a Dio, il

vero amor della patria è tutt'altra cosa; ed il signor Sismondi, come

illustratore dei fasti dell'Italia, vivrá sempre nella piena

riconoscenza dei veri italiani. E di siffatta riconoscenza avrá la sua

parte, benché in proporzione minore, anche il signor Roscoe.

Il tema scelto a trattare dal signor Roscoe nel discorso che oggi

annunziamo è assai vasto. Egli si propone nientemeno che d'investigare

le cagioni dell'origine e de' progressi delle scienze, delle lettere e

delle arti, di riandare le vicissitudini ch'esse incontrarono, e di

mostrare quanta relazione abbiano co' piú importanti accidenti della

vita individuale e quanta influenza sulla felicitá generale de'

popoli. L'intenzione massima del suo discorso è santissima. Egli

vorrebbe condurre gli uomini ad un grado eminente di virtú civile e di

prosperitá domestica mediante un esercizio maggiore delle loro facoltá

intellettuali. Le massime filosofiche, i raziocini, gli esempi

dimostrativi sparsi nel discorso sono tali da manifestar sempre

l'onestá sincera dell'oratore. E soprattutto ne pare altamente sentito

quel lungo passo ov'egli dimostra che de' progressi delle lettere e

delle arti due precipue cagioni sono l'attivitá individuale e la

libertá civile.

[p.121]

Questo argomento della libertá civile per rispetto alle lettere sembra

essere il favorito dell'autore. A noi italiani per altro non riesce

nuovo, da che l'Alfieri lo trattò piú ampiamente nella migliore delle

sue prose. Se non che il signor Roscoe, avvicinandosi co' suoi

princípi astratti qualche linea di piú al concreto, e volgendo la sua

mira alla condizione vera ed attuale de' popoli d'Europa, stabilisce

come assioma che il libero esercizio delle forze intellettuali non è

creduto mai pericoloso da que' governi, i quali, qualunque sia la loro

forma nominale, sanno d'essere forti della opinione pubblica.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 9 / 20 段