Come l'uomo, per variar d'accidenti, nella sua vita non rinnega mai

totalmente la sua prima educazione, cosí la letteratura italiana non

si spogliò mai totalmente di quel carattere ch'essa assunse nel suo

nascimento. Quando cinque secoli fa ebbero principio la poesia e

l'eloquenza italiana, l'attuale civilizzazione europea era tuttavia

ne' suoi primordi. E fra tutte le nazioni di Europa, l'italiana è la

sola nella di cui letteratura [p.96] lo spirito di quei primi tempi

abbia accompagnato sempre lo spirito de' tempi posteriori per tutti i

periodi dello sviluppamento di esso.

Nella letteratura italiana è impresso il carattere della giovanezza

della nuova civilizzazione europea, con tutte le sue naturali

attrattive e coi suoi difetti. Quantunque i primi poeti d'Italia non

si abbandonassero interamente, come i greci, a se medesimi ed al

bisogno dell'anima loro, e non uscissero, come fecero i greci, dalla

sola scuola della natura, la poesia loro nondimeno emerse dal

complesso de' sentimenti che in essi destava la nuova civilizzazione;

sentimenti che, piú forti quanto piú freschi, crearono nella poesia un

certo vigore di gioventú che, l'una dopo l'altra, spezzò le catene di

cui il pedantismo l'aveva gravata.

In tutte le migliori opere de' poeti italiani, mista alla bella veritá

poetica scorgesi questa vigoria giovenile che si spigne innanzi sempre

senza badare a ritegni. Ed anche lá dove i poeti sembrano

sottomettersi alle antiche regole, la gioventú dello spirito, l'anima

vera della poesia, non istá quieta, ma urta e rompe e s'apre la sua

strada attraverso ogni metodica circoscrizione.

La bella poesia italiana non si piegò umilmente, come la francese,

alle regole vecchie, ma lottò sempre contro di esse. Dante, il

Petrarca, l'Ariosto, piú che alle regole, si lasciarono andare alla

prepotenza del loro genio, al bisogno delle anime loro, e riescirono

grandi nella libertá. Se se ne vuol levare la _Gerusalemme_ del

Tasso, tutti i poemi italiani, che, secondo i precetti de' pedanti, si

direbbero regolari e perfetti, appartengono alla classe seconda o ad

altra forse ancor piú bassa. Tutto ciò che v'ha di veramente poetico

in Italia è dovuto alla libertá del vigor giovenile.

Mediante la storia della poesia italiana viene per la prima volta a

confermarsi nelle letterature moderne questa veritá: che il poeta

allora solamente ottiene il fine piú sublime e piú vero dell'arte,

quando tien conto del carattere della sua nazione e del suo secolo, e

non lo ributta sdegnosamente come inopportuno a' suoi intendimenti

poetici. La poesia de' poeti [p.97] sommi d'Italia è poesia nazionale

nello spirito del secolo in cui essi vivevano.

Pei poeti del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento non fu poco

imbarazzo quello in cui li metteva da un lato la venerazione

entusiastica ch'erano tentati di tributare alle cose degli antichi

allora scoperte, e dall'altro la inconvenienza di ripeterne

servilmente le forme estetiche. La critica di que' tempi, debole

troppo, non bastò sempre a preservarli dalla cieca imitazione, alla

quale pareva che dovesse indurre tutti gli intelletti educati alle

scuole la maniera con cui spiegavasi la _Poetica_ d'Aristotile,

considerandola come un corpo di leggi assolute ed obbligatorie quanto

quelle di Giustiniano. Come nel restante d'Europa, cosí anche presso

gli italiani, specialmente del Seicento, non mancano esempi di cieca

imitazione degli antichi. Ma tutti siffatti esempi, considerati come

poesia, sono tutti miserabilissime cose, dall'_Italia liberata_

del Trissino e dalla sua Sofonisba giú fino alle pedanterie di minor

momento.

Per lo contrario in Italia chi ebbe in sé anima veramente poetica,

sentí sempre, anche senza averla spiegata teoricamente a se medesimo,

la differenza essenziale che vi ha tra la poesia romantica, cioè

quella derivante dallo spirito della nuova civilizzazione, e la poesia

degli antichi; e mostrò d'avere compresa l'essenza dell'una e

l'essenza dell'altra quando accolse come piú inerenti al proprio

intendimento poetico i costumi del suo secolo e della sua patria; e

studiando daddovero gli antichi, pensò non esser conveniente il

sagrificare alle lor forme poetiche le forme nuove, le quali erano piú

conformi allo spirito della nuova poesia. Dante adorava Virgilio come

se fosse un ente santissimo. Eppure a Dante non venne, no, in capo la

tentazione di lavorare un poema eroico nella maniera di Virgilio. Il

Petrarca era oltre ogni dire invaghito de' classici antichi tanto

quanto della sua Laura. Ma il Petrarca cantò il proprio amore com'ei

lo sentiva, nobilitando le maniere de' provenzali. L'Ariosto studiò

Omero, ma volle a bella posta riescir diverso affatto da Omero. E

finanche il Tasso, il Tasso medesimo non ardí spignere a tanto la

imitazione del poema [p.98] eroico antico, da rinunziare al carattere

romantico dell'epopea cavalleresca.

Parrebbe che nello spazio di cinque secoli, nel corso de' quali la

civilizzazione non fu mai totalmente impedita ne' suoi progressi, ed

in una terra come l'Italia, dove il sentimento del bello è tanto

indigeno, la poesia e l'eloquenza, tenendo dietro ad ogni accidente

dalla crescente civilizzazione, dovessero svilupparsi a poco a poco

per tutti i modi possibili di varietá ed in tutte le forme che fossero

in qualche armonia col modo di pensare e coi costumi universali della

nazione. Com'è che ciò non avvenne? com'è che la pittura italiana non

lasciò via alcuna intentata, cercando di conseguire l'originalitá per

mille diverse maniere; e la poesia invece parve timorosa di novitá e

rade volte escí della via battuta? Non è difficile il trovare nella

storia della civilizzazione d'Italia lo scioglimento d'un tale enimma.

Assai piú che quelle del pittore, le invenzioni del poeta dipendono

dall'educazione morale dell'intelletto. Ma presso gli italiani questa

educazione morale non fu spinta mai a quel grado di voga, a cui

salirono la erudizione e le dottrine ecclesiastiche. Nella moderna

Italia, dal Trecento in poi, l'intelletto non ebbe mai quella piena

libertá che lo aveva favorito nell'antica Grecia. E però il genio de'

poeti italiani non poté mai volgersi ovunque gli piacesse con energia

assolutamente libera. Angustiati essi da questi vincoli, non volsero

mai il pensiero a trovare un modo di poetare che non procedesse dalle

fonti dell'antichitá, non da quelle de' primi tempi romantici e del

cristianesimo, ma sibbene da una nuova maniera di contemplare l'uomo e

la natura. Il tentativo era per ragione politica pericoloso. Il

riprodurre tal quali le forme poetiche degli antichi non piaceva alla

nazione, perché la nazione sentiva romanticamente.

Tutto il complesso di queste circostanze fece sí che la poesia

italiana, presa in totale, riescí assai piú ricca di melodia e

d'immagini che non di pensieri e di riflessioni sull'uomo. (Pare che

il signor Bouterweck voglia dire che la frequenza di tali [p.99]

pensieri e riflessioni non può essere il frutto che di una libera e

schietta considerazione dei fenomeni morali, degli avvenimenti

pubblici, delle sventure, dei delitti, delle speranze, dei voti, dei

rimorsi e de' miglioramenti, ecc., di una nazione; e che lo esprimere

liberamente siffatte considerazioni non essendo sempre stato in potere

dei poeti d'Italia, ciò li veniva allontanando anche dal farle).

Le cagioni, che ristrinsero la libertá intellettuale de' poeti per

rispetto a' concepimenti, fecero forse in modo ch'essi, giovandosi

d'una bella lingua e d'un clima ridente, si dessero invece a rendere

sempre piú splendida ed elegante l'espressione de' loro concetti. Fra

tutte le poesie dei moderni l'italiana certamente è quella che per

riguardo allo stile, senza declinare dalla sua romantica novitá, piú

s'accosta all'ideale della poesia degli antichi. Nell'arte di

descrivere gli accidenti esteriori delle passioni, le situazioni, le

azioni, ecc. ecc., i principali de' poeti italiani non sono forse

superati da nessun altro poeta europeo. E tanto è il bello estrinseco

della poesia italiana che, s'essa per avventura fosse alcunché piú

ricca di valore intrinseco, pigliandola in totale, e piú variata nella

sua ricchezza, nessuna poesia d'Europa potrebbe osare di contendere

con essa pel primato.

Fin qui il signor Bouterweck. Noi abbiamo giá detto piú sopra come

un'appendice, ch'egli aggiugnesse alla storia della letteratura

italiana, riparerebbe alla trascuratezza con cui ne esaminò gli ultimi

trent'anni del secolo scorso. Certamente non isfuggirebbono allora al

guardo filosofico del nostro autore i meriti di tre illustri poeti

recenti: l'Alfieri, il Parini ed il cavaliere Monti.

Senza voler qui fare un'analisi completa delle opere di questi tre

illustri italiani, ci basterá accennare rapidamente alcune cose che

riguardano appunto l'importanza de' pensieri e degli argomenti, con sí

giuste querele desiderata dal signor Bouterweck nella poesia italiana

presa in complesso.

L'Alfieri considerò la poesia e la trattò come un'arte destinata a

diffondere nel pubblico le idee piú importanti sul merito [p.100]

morale e sulle pubbliche istituzioni; idee che al poeta erano persuase

dalla esperienza, dalla riflessione, dallo studio della storia, ecc.

ecc. E quantunque le sue massime non sieno per altro sempre quelle che

un'illuminata filosofia deve approvare, la poesia dell'Alfieri non

pecca certo di futilitá.

Il Parini consacrò il suo immortale poemetto a deridere l'ozio e la

mollezza, e contribuí a far cessare lo sciocco costume de' cavalieri

serventi, abolito poi piú efficacemente dalle grandi vicende di cui

siamo stati testimoni.

Il cavaliere Monti seppe con rara felicitá fondare sulla religione

cristiana un suo epico componimento, ed arricchirne la poesia colla

viva pittura di sciagure e di grandi delitti contemporanei; ed in un

altro componimento consimile seppe esprimere con giusta indegnazione

la corruttela e la perversitá che deturparono sovente a' giorni nostri

i conquistatori ed i conquistati in Italia, ed esprimere

coll'entusiasmo de' versi un lodevole amore dell'ordine pubblico.

|Grisostomo.|

[1] _Geschichte der Poesie und Beredsamkeit seit dem Ende des

dreizehnten Jahrhunderts, von_ |Friederich

Bouterweck|.--_Storia della poesia e della eloquenza,

incominciando dalla fine del secolo decimoterzo _, ecc., di

|Federigo Bouterweck|, Gottinga, ecc. ecc.

[2] Il nome del signor Bouterweck è giá tanto conosciuto in Europa,

che sarebbe un far torto ai colti italiani il dir loro chi egli

sia.

[3] Noi limitiamo il discorso presente alla sola letteratura,

pigliando il senso stretto di questo vocabolo, cioè «belle

lettere». Nelle scienze (che fanno parte della letteratura intesa

in senso piú ampio) non si vietava né era possibile vietare che

gli studiosi profittassero delle scoperte degli altri popoli; ed

infatti, o poco o molto, ne profittarono sempre.

[4] L'Andrés, quantunque spagnuolo, è da considerarsi come autore

italiano, perché scrisse il suo libro nella nostra lingua.

[5] Il signor Bouterweck fissa il principio della storia e della

eloquenza moderna ad un'epoca anteriore di pochi anni a quella di

Dante.

[6] |Tacito|, _Germania_, c. 8.

[7] Al vocabolo francese «_traineur_» non troviamo equivalente

italiano. «Sezzaio» sarebbe forse l'unico. Ma, oltreché non rende

intera l'idea di «_traineur_», è parola che sa troppo del

tanfo di fra Bartolomeo e di fra Iacopone, tanto che oggidi fa

stomaco ad ogni galantuomo.

[p.101]

VII

|Intorno al significato del vocabolo «estetica».|

Fu ricapitata non ha guari ad uno de' nostri amici una lettera senza

data né indicazione alcuna del luogo ove dimori la signora che la

scrisse. Voglioso di far pervenire alle mani di lei una risposta, né

sapendo come far meglio, ci pregò egli di inserirla nel nostro

giornale, preceduta dalla lettera di madama.

Ecco l'una e l'altra.

I

Signore,--Siete pur gente goffa voi letterati! Vi dolete che nessuna

donna legga le cose vostre, e fate poi ogni possibile perché i vostri

scritti non riescano leggibili. Al vedervi cosí fieri dei vostri

periodoni a perdita di fiato, cosí innamorati delle vostre frasi

rancide e di tutte quelle disgrazie con tanto di barba che voi altri

chiamate «grazie di lingua», sono tentata di credervi tutti quanti

uomini di coda e cipria e _barolé_. E voi sentite bene che in faccia a

noi donne questi ornamenti non sono una buona raccomandazione. Cari

goffi davvero! E non vi basta neppure di usare un linguaggio che per

intenderlo s'abbia ad aver ricorso ogni tratto al vocabolario; che

anzi andate a bella posta pescando, chi sa dove, certe parolacce che

ne' vocabolari si cercano invano. Vi dimando un poco se questo è senso

comune o indizio almeno di buona creanza. Perdonate, ma siete

incivili. E se pochi vi leggono, vi sta bene.

Io per altro non sono donna di lunga collera; e sfogato cosí un poco

il dispetto, v'offro, se vi piace, il mezzo di far la nostra pace.

Eccolo: spiegatemi che cosa vuol dire «estetica»; che sia il «diletto

estetico» ed il «bisogno estetico»; che cosa significhi «interesse

estetico».

[p.102]

M'era immaginata che in queste parole vi fosse del greco; e ne

domandai la spiegazione a mio marito, che è uomo di lettere e che

conosce il suo greco meglio di tutt'altra cosa. Ma non mi ha voluto

fare alcuna risposta, e solo, voltandomi le spalle con aria di

disprezzo, esclamò:--Corbellerie! corbellerie!--Vedete come sono poco

compiacenti i mariti. Siatelo voi di piú, e riparate l'offesa fatta al

mio amor proprio dai vostri confratelli che parlano senza lasciarsi

intendere. Ma se volete proprio obbligarmi, fate che il favore sia

intero; e nella vostra risposta mandate al diavolo tutte le

caricature, e parlate chiara e tonda la lingua italiana del 1818.

Altrimenti farò della vostra lettera quello che fo di certi giornali:

me ne servirò la sera per incartare i miei ricci.

Sono col piú profondo rispetto

vostra serva |Ingenua|.

II

Madama gentilissima,--Probabilmente il di lei signor marito avrá avuta

la sua buona ragione per chiamare «corbelleria» l'estetica. E questa

buona ragione sará probabilmente l'avere egli, dal matrimonio in

fuori, rinunziato interamente al secolo. Ai nostri giorni lo studio

della lingua greca, quando è principale e non accessorio[1] ad altri

studi piú importanti, fa per lo piú degli uomini ciò che di essi

facevano un tempo i deserti della Tebaide: li separa affatto dal mondo

e dalle sue pompe e mette loro nel cuore il disprezzo della vita

presente. Veneranda era l'austeritá degli anacoreti, e veneranda sia

anche quella dei grecisti. Né dell'una né dell'altra è lecito a noi

miseri mondani il giudicare.

L'_Enciclopedia_, all'articolo _Esthétique_, spiega

bastantemente che cosa significhi «estetica». S'Ella vorrá compiacersi

di leggere quell'articolo, vedrá, ch'Ella aveva immaginato bene

credendo derivato [p.103] dal greco il vocabolo che le riesce nuovo.

«_Aisthesis_» vuol dire «senso» o «sentimento». E l'estetica è

appunto il complesso delle teorie del sentimento. La spiegazione che

ne dá l'_Enciclopedia_ mi dispenserebbe, madama, dal noiarla ora

piú lungamente. Ma Ella davvero con quella sua lettera s'è manifestata

per donna capace di dare utilissimi consigli; ed io amo tanto la

conversazione delle gentili signore, che, lasciata da un canto

l'_Enciclopedia_, non posso tenermi di non aggiugnere qualche

parola mia alle altrui in servizio di una signora che, senza farsi

conoscere, mi s'è giá resa simpatica. Ecco, madama, un vero bisogno

estetico per me. Ringrazio l'oscuritá di questa frase dell'occasione

che mi dá di poter protrarre il discorso con una persona amabile.

Vi sono delle cuffie e de' cappellini belli, delle cuffie e de'

cappellini brutti. Se a madama venisse in mente di volersi occupare

del come debbano esser fatti, perché mi piacciano, bisognerebbe

ch'ella s'informasse delle regole dell'arte della modista. Vi sono de'

bei versi e dei brutti versi. A chi è curioso di sapere perché

piacciano i primi e non i secondi, conviene cercare quali siano le

qualitá necessarie perché un componimento poetico rechi diletto.

Lo stesso dicasi per rispetto alla musica, alla pittura ed alle altre

arti. Vi sono de' pezzi di musica commoventi o sublimi, ve n'ha

d'insipidi; delle belle facciate di palazzi, e delle sproporzionate o

barocche.

Il cappellino, la cuffia, i versi, la musica, la pittura, la facciata

del palazzo, il bassorilievo, ecc. ecc. ecc., hanno tutti questo di

comune: che piacciono quando sono belli e perché sono belli. Si può

dunque cercare le cagioni comuni di questo effetto comune, cioè

ricercare in genere le qualitá che si trovano in tutti gli oggetti

belli ed aggradevoli. L'estetica è appunto la scienza che si propone

questo scopo. Ma ad esso solo non si arresta, perché discende anche ad

osservazioni speciali risguardanti ciascuna specie di oggetti diversi;

e quindi discorre delle qualitá speciali che deve avere una bella

musica, un bel componimento poetico, un bel giardino, ecc. ecc.

Sono persuaso che a quest'ora Ella sa ottimamente ciò che s'intenda

per «estetica». Però si contenti ch'io procuri di soddisfare alle

altre domande fattemi coll'arguto di lei viglietto.

Ella avrá bramato piú volte che un'opera nuova al teatro della Scala

riescisse bene, perché avrá avuto desiderio di udire la sera [p.104]

delle belle ariette e de' bei pezzi concertati. Poiché lo desiderava.

Ella dunque, madama, ne aveva un bisogno. E questo bisogno di venir

dilettata dal bello musicale è «bisogno estetico». Ed è pure «bisogno

estetico», se l'oggetto del desiderio è vedere un quadro, leggere de'

bei versi, parlare con persone amabili, ecc. ecc. ecc.

Il «piacere estetico» è quello che si prova ascoltando la bella

musica, mirando la bella pittura, leggendo i bei versi, udendo i

ragionamenti leggiadri, e cosí via.

L'«interesse estetico» per ultimo è un termine che ha vari sensi.

Alcune volte si usa come sinonimo di «bisogno estetico», alcune volte

come sinonimo di «piacere estetico», ed altre volte con altro

significato. Quand'Ella, madama, udiva qualche bel finale del Rossini,

o vedeva qualche bel quadro in un ballo del Viganò, Ella non poteva

lasciar d'esclamare colla parola oppur col solo atto della

mente:--Bello! bellissimo!--Ora quel «bello! bellissimo!» che altro

era se non una confessione della potenza di dilettare ch'Ella

riconosceva nel finale o nel quadro? E questa potenza di dilettare è

precisamente l'«interesse estetico» nel terzo significato.

Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in vari

sensi. Purtroppo è ancor lontano quel tempo in cui l'ideologia e la

grammatica filosofica avranno fatto tutti i progressi che ci vogliono,

perché possa cessare questo abuso e questo inconveniente.

Ho lasciato scappare a bella posta il vocabolo «ideologia». Se per

avventura Ella non l'intendesse, mi offro pronto a spiegarglielo

verbalmente. La prego di non sapermi male di questa poca astuzia

suggeritami dal desiderio estetico di mettermi nel numero de' di lei

ammiratori e servi. Mi comandi sempre e mi creda

di lei obbligatissimo servitore

|Grisostomo|.

[1] Colla distinzione di «studio accessorio» e di «studio principale»

Grisostomo ha voluto separare i dotti da' pedanti. Lo studio del

greco fu, per esempio, accessorio nello Schlegel, che se ne serví

per penetrare nello spirito delle tragedie greche piú addentro di

qualunque erudito; ed è parimente accessorio in chi ne profitta

per far dono all'Italia d'ottime traduzioni di que' capi d'opera.

[p.105]

VIII

|Di un libro sulla romanticomachia[1].|

Questo libretto uscito di fresco agli sguardi dei torinesi è anonimo.

L'editore, per altro, delle 179 preziose pagine che lo compongono ci

fa avvertiti com'esso sia «un nuovo parto di quella medesima penna a

cui giá siamo debitori dell'erudito _Pedanteofilo_», che è quanto

dire, crediamo noi, di quella penna che scrisse altresí quattro

infelici _Lettere contro Alfieri_.

Anche senza il sussidio dell'editore, sarebbe forse venuto fatto di

raffigurare all'abito bianco il mugnaio, s'è pur vero che in questa

nuova «dotta elucubrazione» sieno rinfrescati «a maniera di

allusione», come a taluno è sembrato, alcuni tratti in dispregio del

tragico italiano; ciò che deve far parimente rivivere l'indegnazione

de' classicisti non meno che de' romantici.

L'intenzione attuale dell'anonimo torinese è di metter pace appunto

tra' romantici ed i classicisti. Però fa d'uopo saper grazie a lui di

cosí onesta intenzione.

Finora s'era creduto da noi e dai fatui pari nostri che, a volere con

qualche speranza di buon successo intromettersi tra due litiganti onde

temperarne l'ire e ridurli ad un accordo, fossero indispensabili nel

mezzano della pace tre condizioni: 1 godere la confidenza d'entrambe

le parti litiganti; 2 conoscere lo stato della quistione; 3 avere

qualche pratica delle materie alle quali essa si riferisce.

[p.106]

Ma il sapiente anonimo ci mostra ch'egli è di tutt'altro parere; e

smentisce col proprio fatto la necessitá di quelle tre condizioni da

noi temerariamente venerate. Noi pensiamo ch'ei sia uomo probo e

leale; però, non essendoci in tal caso da sospettare peccati

d'impostura per parte di lui, noi stiamo zitti.

I quattro libri della _Romanticomachia_ sono destinati

dall'autore ad essere una storia delle guerre tra i classicisti ed i

romantici. Ma, siccome per entro a que' libri non appare orma di

veritá istorica, cosí crediamo che l'autore preferisse a bella posta

il genere romanzesco. La _Romanticomachia_ ci par dunque dovere

essere considerata come un romanzo. È un romanzo allegorico da cima a

fondo, perché l'autore, amando di far ridere, ha scelto l'allegoria

perpetua. E tutti sanno che l'allegoria perpetua, massime quando

l'allegorista non ne dá la chiave che a pochi suoi famigliari, anziché

persuadere gli sbadigli, è la piú efficace promotrice del riso

universale.

Terminati i quattro libri, l'autore nell'appendice spiega con severitá

filosofica tutta la pompa delle proprie teorie letterarie, mettendole

modestamente in bocca d'Urania. Molte sono le stupende novitá teoriche

che noi impariamo da siffatta appendice, e tutte opportune a' casi

concreti; come a dire questa: che nell'umana natura stanno i principi

fondamentali d'ogni arte, principi che sono indeclinabili; e

quest'altra: che per saper discernere il bello dal brutto bisogna aver

sottile criterio; e quest'altra a un di presso; che per poter fare bei

versi bisogna saperli far bene, ecc. ecc. ecc.

Tutto poi questo romanzo, o lodo o arbitrato che lo si voglia

chiamare, è scritto in lingua purgata, ma di quella veramente

legittima. Né mancano qua e lá alcuni lievi solecismi, ad imitazione

della franca trascuratezza degli scrittori nostri piú antichi.

Lo stile adoperato dal torinese è lodevole oltre ogni dire. Sta di

mezzo con bella proporzione tra quello dell'_Arcadia_ di Iacopo

Sannazaro e quello delle prediche di don Ignazio Venini.

L'amplificazione è la figura rettorica che il nostro autore maneggia

con padronanza assoluta e con piú frequente predilezione.

[p.107]

Del buon gusto di lui sia prova il seguente passo, tolto alla ventura

dalla pagina 14. È una invocazione; perché senza invocazioni non si

può far nulla di buono:

O immenso e non sempre lucido specchio della storia, da cui tutte,

bene o male, si riflettono le accolte immagini dei grandi e piccoli

eventi, concedi per poco che, nell'ampio e disuguale tuo seno

fissando gli occhi, io giunga a scoprire del fatale romanticismo

l'annebbiata sorgente ed i tortuosi meandri. Cosí forse mi succeder

di potere dal vero genere romantico discernere il falso sistema, che

ne usurpa, in un col nome, la gloria.

E qui sappia tra parentesi il lettore che l'anonimo fa una distinzione

tra il vero genere romantico ed il romanticismo; distinzione che deve

essere una bellissima cosa, dacché noi non sappiamo intenderla.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 8 / 20 段