Dopo d'essersi spaziato alquanto intorno a siffatto argomento,

dimostrando quanto la mitologia degli antichi, come religione viva,

fosse opportuna alla poesia e quanto i poeti moderni perdessero di

sussidio colla perdita di essa, che piú altro non parve che una fredda

erudizione, il signor Bouterweck passa a dire come e perché l'uso

delle immagini mitologiche rimanesse pur tuttavia conveniente a'

pittori ed agli scultori. Poi, tornando al paragone tra le due

religioni per riguardo alla poesia, viene a dire quanto questa

coll'introduzione del cristianesimo guadagnasse dal lato del sublime;

e come acquistasse di poi un nuovo maraviglioso, assumendo le

tradizioni favolose delle magie, delle fate, dei giganti, ecc. ecc.,

che i crociati riportarono in Europa dall'Oriente e gli spagnuoli

acquistarono dagli arabi, e che per lunghi secoli divennero tra gli

europei oggetto di superstiziosa credenza, per la facilitá con cui i

popoli potevano confonderli cogli angeli e co' demòni, ecc. ecc.

Investigate le ragioni per le quali questo nuovo maraviglioso riescí

piú conforme allo spirito de' tempi di quello non fosse l'altro

derivato dalle favole greche, rinforza i propri raziocini coll'esempio

dell'Ariosto e del Tasso, i poemi de' quali non sarebbero forse che

languide copie delle _Metamorfosi_ d'Ovidio e della _Tebaide_, [p.85]

ove quegli autori avessero derivata dal mondo favoloso degli antichi

la loro poesia.

II.--Dall'analisi della religione l'autore procede a quella della vita

sociale; e parla, piú che d'altro, dello spirito cavalleresco per la

tanta influenza ch'ebbe sulla poesia moderna. In quanto al coraggio ed

al valore, i cavalieri somigliano agli eroi dell'antichitá. La

propensione al cercare avventure neppur essa mancava agli eroi della

Grecia. La spedizione degli argonauti e piú ancora quella contro de'

troiani furono «avventure», pigliando anche il vocabolo in tutta

l'estensione del suo significato. Medea ed Elena, l'una sciogliendo,

l'altra intricando il nodo degli accidenti, sono da paragonarsi in

certa qual maniera alle dame de' poemi cavallereschi. Ma ciò che

costituisce un'immensa differenza tra gli eroi antichi ed i cavalieri

è l'importanza che gli ultimi attribuirono alle donne; importanza che,

sconosciuta affatto a' greci ed a' latini per ragione de' loro costumi

nazionali, è appunto il movente caratteristico della poesia moderna.

Qui l'autore crede di avere ragioni sufficienti per potere distruggere

l'opinione di coloro che fanno derivare dall'Oriente il costume, ne'

paladini e ne' nuovi popoli europei, di divinizzare le donne e di

ridurre a culto i voti dell'amore. Nelle fredde foreste, dic'egli,

dell'antica Germania, e non nei deserti dell'Arabia, dove un sole

cocentissimo converte in concupiscenza ogni desiderio, noi dobbiamo

cercare l'origine prima della mistica idea dell'amore casto dell'uomo

verso la donna. Gran tempo ancora prima che vi s'introducesse il

cristianesimo, le donne erano nella Germania sommamente onorate; e

intanto che gli altri popoli rozzi consideravanle come enti inferiori

all'uomo, il ruvido germano vedeva in esse qualche cosa di santo, ecc.

ecc.[6].

Né presso i greci né presso i latini troviamo indizio alcuno di tanto

ossequio alle donne. Ben è vero che né i greci né i latini le

trattavano col vilipendio con cui le trattano i sultani. Le madri di

famiglia erano onorate dentro le mura domestiche; vi avevano vergini

consacrate al culto di caste divinitá; alle [p.86] pubbliche feste

intervenivano anche le matrone. Ma ne' costumi di Grecia e di Roma non

appare la menoma orma di alcun omaggio particolare, tributato

dall'uomo alla donna siccome obbligo della condizione virile; non la

menoma idea esagerata e fantastica della innata eccellenza del sesso

femminino.

Siffatte idee vennero primamente da' germani, che occuparono quella

parte dell'impero romano dove in appresso si sviluppò lo spirito

cavalleresco. La religione cristiana contribuí fors'anche a

mantenerle, favorendo in tutta l'Europa l'emancipazione civile delle

donne. Molti secoli, a dir vero, corsero in mezzo tra tale

emancipazione e l'epoca in cui surse lo spirito cavalleresco. Ma se la

condizione delle donne non avesse incontrato questo mutamento civile e

questa miglior fortuna nella opinione degli uomini, noi non avremmo

poesia cavalleresca; ed in generale la poesia de' moderni non avrebbe

conseguito quella tinta che piú la rende originale.

Pieno il cuore umano della nuova venerazione verso il bel sesso, diede

vita a nuove immagini ed a nuovi sentimenti coi canti d'amore. E cosí

via via perpetuandosi ne' popoli le idee delle nuove relazioni morali

tra' due sessi, venne perpetuandosi infino a noi nella poesia una

cert'aura di gentilezza cavalleresca, che invano ricercasi nelle

poesie de' greci e de' romani, perché non potevano averla.

La poesia moderna può dirsi figlia dell'amore, da che, piú che dalle

tradizioni religiose ed istoriche, emerse dal nuovo sentimento

amoroso. Un entusiasmo, ignoto a' greci, trasformò il rispetto col

quale i germani giá da gran tempo nelle lor selve onoravano le donne,

in una estetica deificazione della beltá femminina. Non solamente

l'avere in riverenza le donne amate, ma il servire ad esse siccome ad

enti superiori, l'ammirarle nell'estasi dell'amore siccome angeli, il

cedere ad esse ovunque la precedenza in confronto degli uomini,

l'innamorarsi non meno delle loro virtú che delle loro leggiadrie,

l'inginocchiarsi innanzi ad esse e 'l giurar loro fedeltá come il

vassallo la giurava al suo signore, il riporre l'amante tutta la sua

fortuna nelle mani dell'amata, l'obbedire ad essa ciecamente, il

correre [p.87] ad un cenno di lei colla gioia del trionfo incontro a

pericoli mortali, ecc. ecc.; ecco lo spirito cavalleresco, diverso

assai dallo spirito eroico degli antichi; ed ecco piú o meno lo

spirito della poesia moderna, che è quanto dire della moderna

civilizzazione per rispetto alle donne.

Un ghiribizzo, una chimera mostruosa parrebbe forse ad un greco

redivivo questo culto, questo omaggio de' moderni per le donne. Né

mancherebbe forse a' di nostri un qualche riformatore pedante che

s'accosterebbe alla sentenza del redivivo. Il signor Bouterweck per

altro con validissime ragioni viene difendendo la devozione de'

moderni per le donne, siccome consentanea alla nobiltá e dignitá

dell'anima umana. Poi, adducendo gli esempi de' trovatori di Francia,

di Spagna e d'Italia, dimostra come la passione dell'amore,

ringentilita di tanto presso i nuovi popoli, fosse la prima

inspirazione de' poeti. L'amore infiammò l'anima di Dante, e la

presenza e la memoria della sua Beatrice furono gli eccitamenti del

suo ingegno. Lo stesso avvenne al Petrarca colla sua Laura. Il

Boiardo, il Pulci, l'Ariosto, il Tasso, ecc. ecc., quanto non si

compiacquero tutti de' nuovi sentimenti amorosi! E cosí di mano in

mano questa passione, modificata di tutt'altra maniera che nell'anime

degli antichi, prevalse in tutti i poeti d'Europa e svegliò un

interesse nuovo, che divenne il predominante nelle dilettazioni

poetiche. Per tal modo la totale rivoluzione del gusto operata dalla

poesia cavalleresca si mantenne tuttavia giú fino a' dí nostri, ad

onta degli studi fatti sulle opere antiche; e par verisimile che

durerá perpetua. Come non è da credersi che i nostri discendenti

tornino mai ad adorare gli dèi dell'Olimpo, cosí non lo è pure che il

gusto dominante si diparta mai da questa idea nobilitata dell'amore,

se prima gli uomini non ricadono in una rozzezza generale.

Insieme a questa idea nobilitata dell'amore emerse pe' poeti moderni,

specialmente di Francia, d'Inghilterra e di Germania, una nuova luce;

da che i nuovi popoli, vantaggiando piú e piú sempre nella cognizione

del cuore umano, poterono chiamare in soccorso della poesia mille e

mille veritá psicologiche, intorno [p.88] alle quali nel mondo antico

appena alcuni pochi filosofi s'erano occupati. Cosí le passioni umane

analizzate piú profondamente somministrarono nuove modificazioni

d'accidenti e tinte piú risentite a' poeti; e l'Europa ebbe

Shakespeare.

L'amore delicato e casto si associò facilmente coi sentimenti

religiosi. Quanto ad un greco non sembrerebbe, anche per questo lato,

incomprensibile il nuovo gusto! Eppure illustri filosofi hanno

osservato che nel naturale entusiasmo dell'amore v'ha qualche cosa di

religioso. Bastava dunque che i sentimenti amorosi venissero ad

incontrarsi co' religiosi, perché da questi misteri del cuore la

fantasia poetica derivasse assai novitá. Negli amori di Dante per

Beatrice, in quei del Petrarca per Laura, noi vediamo un misto

perpetuo di raffinamenti, di galanterie, di pensieri religiosi, di

timori, di speranze, di rimorsi, che formano un complesso

caratteristico della nuova passione.

III.--Il terzo contrassegno originale della poesia moderna è una certa

quale tintura, piú o meno appariscente, di vera o falsa erudizione.

Lo scopo immediato della poesia non è giá l'interesse scientifico,

bensi l'interesse estetico. L'erudizione, siccome non forma il poeta,

cosí non può essere per se stessa argomento immediato di poesia. Giova

l'erudizione al poeta per ampliargli la potenza intellettuale e

rendergli piú franca e piú ardita la concezione delle immagini. Ma

s'egli veste a dirittura la propria erudizione di forme poetiche,

declina interamente dal fine dell'arte sua.

I trovatori, i quali furono anteriori di tempo ai poeti propriamente

moderni, per buona fortuna non furono eruditi. A simiglianza de'

rapsodi della Grecia, eglino non servirono ad altro che al bisogno

d'una poesia nazionale. La quantitá delle loro idee era pressoché

uguale a quella delle idee de' loro contemporanei, cioè a dire

angusta. L'erudizione rimase per molto tempo ignota al popolo, e,

confinata nelle biblioteche de' chiostri, ivi pure, insieme ad ogni

scienza, quasi onninamente dormiva. Ma allorché nel mille e trecento i

popoli cercarono una piú ampia sfera d'idee, ed ebbero voga le

sottigliezze [p.89] teologiche, e si scopersero i libri d'Aristotile,

e la filosofia scolastica fu la moda de' tempi, i poeti si volsero

anch'essi a coltivare le cognizioni scientifiche che scaturivano dalle

cattedre e dalle biblioteche, ed i loro canti cominciarono a pigliare

un certo qual sentore di lucerna, e lo ritennero per alcuni secoli

successivi.

Al principiare del mille e cinquecento il buon senso sbandí dalla

poesia la filosofia scolastica; ma la educazione de' poeti serbò la

sua tendenza erudita e di scolastica diventò pedantesca, ed ebbe, come

tale, influenza sull'opere loro. Lo studio delle lingue morte e de'

libri antichi modellò l'intelletto de' poeti in gran parte secondo lo

spirito della antica civilizzazione. Arricchiti di ricordanze erudite,

eglino si lasciarono sedurre dalla vanagloria che suggeriva loro di

far pompa degli studi fatti; e secondo che quelle ricordanze piú

venivano mischiandosi col naturale sentimento poetico, i componimenti

loro diventarono uno screzio di cento colori. Per quanto nuovo e tutto

patrio fosse il soggetto delle loro poesie, eglino non si fecero

scrupolo d'innestarvi la mitologia antica, e sovente uomini

d'altissimo ingegno si compiacquero d'un miscuglio sí strano come di

una rara bellezza. Durò lungo tempo e dura ancor tuttavia in Italia,

in Ispagna ed in Francia una moda siffatta.

Oltrediché, in tutta la storia della poesia moderna scorgesi

manifestissimo l'impero assoluto della critica. Aristotile divenne il

legislatore de' poeti, siccome lo era de' filosofi e de' teologi. E

come se per mala ventura quel sovrano intelletto, che forse da altro

filosofo mai non fu superato, fosse proprio predestinato ad essere il

seminator di zizanie ed a travolger le menti ch'egli intendeva

d'illuminare, anche il suo bel libro della _Poetica_ represse la

libertá intellettuale de' poeti e guastò il gusto; nella guisa

medesima che la sua _Logica_ e la sua _Metafisica_ protrassero di

tanto il sonno d'ogni vero sapere. Per potere intendere Aristotile,

bisogna aver prima intese di per se stessi le vere bellezze intime de'

poeti greci, allo spirito delle quali si riferiscono tutte le regole

aristoteliche. Ma a questo non si pose mente. E tutti si attennero

secondo la lettera alla _Poetica_ d'Aristotile, commentandone ed

interpretandone le osservazioni [p.90] estetiche siccome leggi del

codice di Giustiniano. E non vi fu pur uno che domandasse al proprio

ingegno:--Questo medesimo Aristotile, risuscitando ora, continuerebbe

cosí, o piuttosto non iscriverebbe egli per le nazioni moderne

tutt'altra poetica?--.

Assuefattisi nelle scuole i poeti a compiacersi nelle erudizioni, e a

derivare le loro immagini piú dalla lettura de' libri che dall'esame

della vita e de' costumi de' loro contemporanei, ecco riescire piú e

piú sempre oscuri i loro componimenti all'universale de' lettori, ecco

il bisogno d'illustrarli di lunghe note, mettendo a profitto una mezza

biblioteca, ed ecco nuove occasioni predilette di sfoggiare

erudizione: intendimento che non ebbero mai i poeti greci, perché,

mirando allo scopo massimo dell'arte, cantavano cose note al popolo, e

volevano esser poeti e non altro.

III

Noi abbiamo in Italia storie della nostra letteratura quante ne

vogliamo. Il Crescimbeni, il Quadrio, il Fontanini ed altri ci furono

prodighi di notizie biografiche e bibliografiche intorno ai sommi, ai

mediocri, agli infimi scrittori italiani, sicché non vi ha curiositá

che vinca la lor profusione. Ma se pei padri nostri potevano bastare

quelle congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia, non

bastano ora piú per noi: da che i progressi dello spirito umano non ci

permettono piú di regalare la nostra attenzione alla sola

pazientissima flemma d'un raccoglitor di memorie; e studi piú

importanti hanno svegliato ora in noi una tendenza filosofica,

costantemente operosa, la quale ci fa vogliosi di conoscere, piú che

le cose, le cagioni di esse. Non vuolsi per altro far troppo delitto

a' padri nostri della facile loro contentatura. La colpa era non di

essi ma de' tempi, diversi assai, come giá dicemmo, per mille ragioni

politiche da' presenti, nella stessa guisa che diversi da' presenti

saranno i futuri per quella necessitá di moto che agita perpetuamente

il mondo morale.

Il Muratori qualche poca volta sollevossi ad una sfera d'idee

superiore a quella de' suoi contemporanei italiani, e lasciò qui

[p.91] sfuggir lampi precoci di quella filosofia applicata alle

lettere, che, bambina allora, viene ora crescendo in tutta l'Europa a

robustezza virile.

Ma piú assai che il Muratori, il Gravina sarebbe stato un letterato

filosofo da produrre assai riforme e assai di bene all'Italia, se

fosse nato in tempo di migliori lettori; poiché certo non gli mancava

né logica esatta né vigoria d'intelletto, che che ne dicesse il

Baretti. Era uomo il Baretti d'ingegno vivacissimo, ma di cognizioni

non sempre profonde; e però riesce giudice talvolta incompetente e

troppo corrivo al dir male d'altrui.

Per rispetto al Tiraboschi, a cui dobbiamo esser grati di molte

notizie erudite, noi speriamo che le persone scevre da' pregiudizi non

vorranno biasimarci se ci facciamo lecito di dire che a lui mancava

perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli. Degli altri piú

recenti, ma di minor conto, non parliamo.

La letteratura d'Italia, e per la venustá di che in molte parti

ridonda e per venerazione all'anzianitá de' suoi natali, fu sempre uno

studio carissimo anche ai dotti delle nazioni straniere. Molti di essi

ne scrissero or la intera storia, or la parziale d'un qualche ramo o

d'una qualche epoca; molti incidentemente in libri di diversa natura

pronunziarono giudizi intorno al merito d'alcuni de' nostri prosatori

e poeti, or con molto, or con poco, or con nessuno criterio.

Presso gl'italiani trovarono applauso sempre coloro degli stranieri

che piú erano stati larghi d'encomi alle nostre lettere; e contumelie

villane, anziché pacate confutazioni, coloro che in qualche maniera

parvero mostrarsi meno scialacquatori d'incenso. E nondimeno il

lettore giudizioso rinfaccia non di rado a molti de' primi la mancanza

di sagace discernimento, della quale per lo piú si suole fare accusa

a' secondi. Cosí tal uno, a modo d'esempio, porta opinione che il

libro dell'inglese signor Cooperwaker sul teatro italiano, quantunque

pieno zeppo di adulazioni e di lodi alla nostra letteratura

drammatica, sia davvero un meschinissimo libro scritto da un

meschinissimo pedante; e con uguale schiettezza reputa miserabili

certe censure scagliate contro alcuni de' poeti italiani dal Boileau,

dallo stesso ingegnoso [p.92] Voltaire e da altri non pochi che, dando

biasimo a ciò che non intesero, riescirono detrattori inconcludenti.

Fra gli stranieri che scrissero della nostra letteratura sa ognuno

quanto romore suscitassero di recente madama di Staël, il signor

Sismondi, il signor Schlegel, il signor Ginguené. Per ora ci par

prudenza lo schivare lunghe parole intorno ai tre primi, onde non

riaccendere la rabbia che ha giá fatto abbastanza di torto all'Italia.

D'altronde se n'è giá parlato tanto e se n'è detto sí poco, e tanto

pur se ne potrebbe dire, che a volerne degnamente discorrere non

bastano i limiti dentro i quali ci serra l'occasione presente. Solo ti

preghiamo, o lettore, di non interpretare sinistramente questo nostro

silenzio e di crederci rispettosi davvero verso quegli ingegni, perché

li crediamo in accordo coi lumi del secolo e non co' pregiudizi della

ignoranza orgogliosa.

Il signor Ginguené scrisse in Francia l'intera storia della

letteratura italiana. La conoscenza profonda, e rara oltremodo in un

francese, ch'egli manifestò avere della lingua nostra e delle nostre

lettere, l'amore sincero con cui ne parlò, le lodi che ci versò sul

capo a piene mani gli meritano il tributo della nostra gratitudine. Ma

se si pensa che il signor Ginguené scriveva il suo libro dopo l'anno

1810 ed in Francia, che è quanto dire un trent'anni dopo quello del

Tiraboschi ed in paese piú illuminato del nostro, chi vorrá perdonare

a lui la penuria di filosofia? Un uomo che, per quanto sembri

internarsi colla veduta, guarda pur sempre la sola superfice delle

cose, e ad ogni tratto ti esclama «bravo! bello!» senza mai

arricchirti il capo d'una nuova idea che ti faccia sentire la ragione

delle sue lodi, non è l'uomo del secolo, non fa piú per noi.

Vi ha nondimeno in Italia una certa legione di lettori che potrebbonsi

chiamare i _traineurs_ dello spirito umano, come i francesi

chiamano i _traineurs_ dell'esercito[7] que' soldati che, [p.93]

o per viltá o per fiacchezza o per altra ragione, restano indietro

nelle marce e non arrivano che un buon pezzo dopo il grosso delle

truppe. A questa milizia di grave armatura, che fa da retroguardia al

secolo, un'altra se ne aggiugne, alla quale starebbe bene il titolo di

«tribú dei comprafumo», perché ad essa par sempre una maraviglia tutto

ciò che in qualunque maniera è lode all'Italia.

Come i bevoni tracannano il vino senza assaporarlo, cosí i comprafumo

si strinsero al seno il libro del signor Ginguené e lo predicarono la

perfezione delle perfezioni. Ai comprafumo vennero lenti lenti in

soccorso i _traineurs_, portando seco i pensieri ereditati dalla

buona memoria de' loro bisnonni. E la predica degli uni rinforzata

dall'applauso degli altri diventò un clamore da innamorare la

moltitudine, che mise gridi anch'essa senza sapere perché. Ma gli

uomini savi d'Italia, quantunque gustino anch'essi la dolcezza delle

lodi, soprattutto dalla bocca degli stranieri, le infastidiscono

siccome nauseose, quando non le veggono avvalorate dalla

manifestazione d'un alto criterio in chi le va sprecando. Gli uomini

savi d'Italia sanno che la nostra letteratura, comeché splendidissima

per molti rispetti, ha pure anch'essa i suoi lati opachi; ed

arrabbiano nel vedere confondersi insieme da' lodatori l'opacitá e lo

splendore, e versarsi ovunque ugual dose di ammirazione. Gli uomini

savi d'Italia leggono le storie non tanto per compiacere ad una

sterile curiositá quanto per trarne paragoni giovevoli alla lor vita

presente; e reputano un miserissimo nulla la poesia ed ogni discorso

intorno a cose letterarie, quando non è messa a profitto tutta la

civiltá de' popoli dal poeta o dal trattatista. Gli uomini savi

d'Italia, perché rispettano non alla cieca ma con pienezza di

discernimento la letteratura patria, pretendono che non possa

degnamente accostarsi a parlarne se non chi accese la propria fiaccola

critica al lume della critica universale europea; e credono che il

signor Ginguené non ve l'accendesse abbastanza. E però la storia del

signor Ginguené sarebbe per tutti una gran bella cosa, se venisse

ritoccata da un filosofo. Questa almeno è l'umile opinione nostra,

alla quale speriamo facile il passaporto in virtú della libertá che la

legge e la critica ne accordano.

[p.94]

Ci parve di dover dare cosí alla sfuggita questo sguardo agli autori

che fin qui parlarono della letteratura italiana, onde rispondere

innanzi tratto a coloro che potrebbero forse irritarsi del nostro

tirare in iscena una nuova storia di essa, chiamandolo un portare erba

al prato; da che tra nostrali e forestieri possediamo giá tanti e

tanti volumi che ne discorrono, piú che non se ne legge. Abbiamo giá

detto nell'articolo primo che per gl'italiani la parte piú utile della

storia del signor Bouterweck sarebbe quella che tratta non della

nostra ma delle letterature straniere; e stiamo pur sempre in questa

persuasione. Tuttavolta anche i due primi volumi che comprendono le

cose nostre, quantunque meno importanti per noi, non sono da

rigettarsi come inutili. La novitá e l'importanza d'un lavoro storico

non consistono unicamente nel narrare fatti non conosciuti in prima,

bensí piú sovente nella maniera nuova di considerarli. Un portare erba

al prato sarebbe se i due volumi de' quali parliamo somigliassero in

tutto e per tutto ai libri del Tiraboschi e del signor Ginguené. Ma o

noi c'inganniamo, o la somiglianza per cento ragioni è tenuissima. E

ciò basti per nostra discolpa.

Il signor Bouterweck dá principio alla storia della poesia e

dell'eloquenza italiana con un discorso, in cui prima di tutto viene

investigando qual fosse lo stato della lingua nostra al comparire di

Dante. In questo argomento egli segue, e lo confessa apertamente, il

libro latino di Dante medesimo _Della volgare eloquenza_.

L'autore scende poi a parlare de' metri poetici de' moderni, delle

ragioni per cui bisognò trovarli nuovamente e non ammettere que' degli

antichi, della convenienza e della quasi necessitá della rima nelle

poesie delle lingue moderne, della compiacenza con cui i nuovi popoli

accolsero questo nuovo ornamento poetico, e del carattere originale

che la rima diede alle forme esteriori della nuova poesia. Quantunque

agli italiani non si attribuisca il merito d'avere inventata la rima,

all'Italia nondimeno, dic'egli, e non ad altro popolo vuolsi saper

grazie dell'avere nobilitati i metri rimati de' provenzali, volgendoli

ad uso d'una migliore e piú vera poesia.

[p.95]

Ciò detto, l'autore imprende la rivista dei poeti e de' prosatori

italiani, la quale, sbrigandosi di Guido Guinizelli, di Guido

Ghislieri, del Fabrizio, ecc. ecc., col solo nominarli, incomincia

propriamente da Guittone d'Arezzo e scende giú fin presso al declinare

del secolo decimottavo. Non sappiamo se alla fine dell'opera il signor

Bouterweck vorrá ampliare con qualche supplimento questa sua rivista.

Certo non sarebbe male che egli lo facesse; da che pare che nel 1802,

quando egli pubblicò il secondo volume della sua storia (terminando

con quello di parlare degli italiani), le vicende politiche od altre

cagioni lo tenessero al buio delle cose nostre piú recenti; ed in

generale ne sembra trascuratissimo e superficiale troppo tutto quel

tratto della sua storia italiana che comprende gli ultimi trent'anni

del secolo ora scorso.

Il tener dietro di passo in passo a codesta rivista non è intendimento

nostro, né lo comporterebbero forse i nostri lettori. Ne riporteremmo

volentieri alcuni squarci tolti qua e lá; ma come decidere la scelta

in mezzo ai tanti che meriterebbero la preferenza? Le cose giudiziose

che vi s'incontrano per rispetto a Dante, al Petrarca, all'Ariosto, al

Machiavelli, ecc. ecc., o vogliono essere riportate tutte, o vogliono

essere taciute. Crediamo dunque miglior partito quello di dar qui un

epilogo del discorso finale con cui l'autore conchiude la storia della

letteratura italiana. Il silenzio nostro sul restante aggiunga stimoli

alla curiositá dei dotti d'Italia, sicché eglino procaccino di leggere

nel testo ciò che non senza frequente compiacenza vi abbiamo letto

noi.

Tanto v'ha di memorabile, dice il signor Bouterweck, nella letteratura

italiana, che la storia di essa merita una ricapitolazione.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 7 / 20 段