dimostrando quanto la mitologia degli antichi, come religione viva,
fosse opportuna alla poesia e quanto i poeti moderni perdessero di
sussidio colla perdita di essa, che piú altro non parve che una fredda
erudizione, il signor Bouterweck passa a dire come e perché l'uso
delle immagini mitologiche rimanesse pur tuttavia conveniente a'
pittori ed agli scultori. Poi, tornando al paragone tra le due
religioni per riguardo alla poesia, viene a dire quanto questa
coll'introduzione del cristianesimo guadagnasse dal lato del sublime;
e come acquistasse di poi un nuovo maraviglioso, assumendo le
tradizioni favolose delle magie, delle fate, dei giganti, ecc. ecc.,
che i crociati riportarono in Europa dall'Oriente e gli spagnuoli
acquistarono dagli arabi, e che per lunghi secoli divennero tra gli
europei oggetto di superstiziosa credenza, per la facilitá con cui i
popoli potevano confonderli cogli angeli e co' demòni, ecc. ecc.
Investigate le ragioni per le quali questo nuovo maraviglioso riescí
piú conforme allo spirito de' tempi di quello non fosse l'altro
derivato dalle favole greche, rinforza i propri raziocini coll'esempio
dell'Ariosto e del Tasso, i poemi de' quali non sarebbero forse che
languide copie delle _Metamorfosi_ d'Ovidio e della _Tebaide_, [p.85]
ove quegli autori avessero derivata dal mondo favoloso degli antichi
la loro poesia.
II.--Dall'analisi della religione l'autore procede a quella della vita
sociale; e parla, piú che d'altro, dello spirito cavalleresco per la
tanta influenza ch'ebbe sulla poesia moderna. In quanto al coraggio ed
al valore, i cavalieri somigliano agli eroi dell'antichitá. La
propensione al cercare avventure neppur essa mancava agli eroi della
Grecia. La spedizione degli argonauti e piú ancora quella contro de'
troiani furono «avventure», pigliando anche il vocabolo in tutta
l'estensione del suo significato. Medea ed Elena, l'una sciogliendo,
l'altra intricando il nodo degli accidenti, sono da paragonarsi in
certa qual maniera alle dame de' poemi cavallereschi. Ma ciò che
costituisce un'immensa differenza tra gli eroi antichi ed i cavalieri
è l'importanza che gli ultimi attribuirono alle donne; importanza che,
sconosciuta affatto a' greci ed a' latini per ragione de' loro costumi
nazionali, è appunto il movente caratteristico della poesia moderna.
Qui l'autore crede di avere ragioni sufficienti per potere distruggere
l'opinione di coloro che fanno derivare dall'Oriente il costume, ne'
paladini e ne' nuovi popoli europei, di divinizzare le donne e di
ridurre a culto i voti dell'amore. Nelle fredde foreste, dic'egli,
dell'antica Germania, e non nei deserti dell'Arabia, dove un sole
cocentissimo converte in concupiscenza ogni desiderio, noi dobbiamo
cercare l'origine prima della mistica idea dell'amore casto dell'uomo
verso la donna. Gran tempo ancora prima che vi s'introducesse il
cristianesimo, le donne erano nella Germania sommamente onorate; e
intanto che gli altri popoli rozzi consideravanle come enti inferiori
all'uomo, il ruvido germano vedeva in esse qualche cosa di santo, ecc.
ecc.[6].
Né presso i greci né presso i latini troviamo indizio alcuno di tanto
ossequio alle donne. Ben è vero che né i greci né i latini le
trattavano col vilipendio con cui le trattano i sultani. Le madri di
famiglia erano onorate dentro le mura domestiche; vi avevano vergini
consacrate al culto di caste divinitá; alle [p.86] pubbliche feste
intervenivano anche le matrone. Ma ne' costumi di Grecia e di Roma non
appare la menoma orma di alcun omaggio particolare, tributato
dall'uomo alla donna siccome obbligo della condizione virile; non la
menoma idea esagerata e fantastica della innata eccellenza del sesso
femminino.
Siffatte idee vennero primamente da' germani, che occuparono quella
parte dell'impero romano dove in appresso si sviluppò lo spirito
cavalleresco. La religione cristiana contribuí fors'anche a
mantenerle, favorendo in tutta l'Europa l'emancipazione civile delle
donne. Molti secoli, a dir vero, corsero in mezzo tra tale
emancipazione e l'epoca in cui surse lo spirito cavalleresco. Ma se la
condizione delle donne non avesse incontrato questo mutamento civile e
questa miglior fortuna nella opinione degli uomini, noi non avremmo
poesia cavalleresca; ed in generale la poesia de' moderni non avrebbe
conseguito quella tinta che piú la rende originale.
Pieno il cuore umano della nuova venerazione verso il bel sesso, diede
vita a nuove immagini ed a nuovi sentimenti coi canti d'amore. E cosí
via via perpetuandosi ne' popoli le idee delle nuove relazioni morali
tra' due sessi, venne perpetuandosi infino a noi nella poesia una
cert'aura di gentilezza cavalleresca, che invano ricercasi nelle
poesie de' greci e de' romani, perché non potevano averla.
La poesia moderna può dirsi figlia dell'amore, da che, piú che dalle
tradizioni religiose ed istoriche, emerse dal nuovo sentimento
amoroso. Un entusiasmo, ignoto a' greci, trasformò il rispetto col
quale i germani giá da gran tempo nelle lor selve onoravano le donne,
in una estetica deificazione della beltá femminina. Non solamente
l'avere in riverenza le donne amate, ma il servire ad esse siccome ad
enti superiori, l'ammirarle nell'estasi dell'amore siccome angeli, il
cedere ad esse ovunque la precedenza in confronto degli uomini,
l'innamorarsi non meno delle loro virtú che delle loro leggiadrie,
l'inginocchiarsi innanzi ad esse e 'l giurar loro fedeltá come il
vassallo la giurava al suo signore, il riporre l'amante tutta la sua
fortuna nelle mani dell'amata, l'obbedire ad essa ciecamente, il
correre [p.87] ad un cenno di lei colla gioia del trionfo incontro a
pericoli mortali, ecc. ecc.; ecco lo spirito cavalleresco, diverso
assai dallo spirito eroico degli antichi; ed ecco piú o meno lo
spirito della poesia moderna, che è quanto dire della moderna
civilizzazione per rispetto alle donne.
Un ghiribizzo, una chimera mostruosa parrebbe forse ad un greco
redivivo questo culto, questo omaggio de' moderni per le donne. Né
mancherebbe forse a' di nostri un qualche riformatore pedante che
s'accosterebbe alla sentenza del redivivo. Il signor Bouterweck per
altro con validissime ragioni viene difendendo la devozione de'
moderni per le donne, siccome consentanea alla nobiltá e dignitá
dell'anima umana. Poi, adducendo gli esempi de' trovatori di Francia,
di Spagna e d'Italia, dimostra come la passione dell'amore,
ringentilita di tanto presso i nuovi popoli, fosse la prima
inspirazione de' poeti. L'amore infiammò l'anima di Dante, e la
presenza e la memoria della sua Beatrice furono gli eccitamenti del
suo ingegno. Lo stesso avvenne al Petrarca colla sua Laura. Il
Boiardo, il Pulci, l'Ariosto, il Tasso, ecc. ecc., quanto non si
compiacquero tutti de' nuovi sentimenti amorosi! E cosí di mano in
mano questa passione, modificata di tutt'altra maniera che nell'anime
degli antichi, prevalse in tutti i poeti d'Europa e svegliò un
interesse nuovo, che divenne il predominante nelle dilettazioni
poetiche. Per tal modo la totale rivoluzione del gusto operata dalla
poesia cavalleresca si mantenne tuttavia giú fino a' dí nostri, ad
onta degli studi fatti sulle opere antiche; e par verisimile che
durerá perpetua. Come non è da credersi che i nostri discendenti
tornino mai ad adorare gli dèi dell'Olimpo, cosí non lo è pure che il
gusto dominante si diparta mai da questa idea nobilitata dell'amore,
se prima gli uomini non ricadono in una rozzezza generale.
Insieme a questa idea nobilitata dell'amore emerse pe' poeti moderni,
specialmente di Francia, d'Inghilterra e di Germania, una nuova luce;
da che i nuovi popoli, vantaggiando piú e piú sempre nella cognizione
del cuore umano, poterono chiamare in soccorso della poesia mille e
mille veritá psicologiche, intorno [p.88] alle quali nel mondo antico
appena alcuni pochi filosofi s'erano occupati. Cosí le passioni umane
analizzate piú profondamente somministrarono nuove modificazioni
d'accidenti e tinte piú risentite a' poeti; e l'Europa ebbe
Shakespeare.
L'amore delicato e casto si associò facilmente coi sentimenti
religiosi. Quanto ad un greco non sembrerebbe, anche per questo lato,
incomprensibile il nuovo gusto! Eppure illustri filosofi hanno
osservato che nel naturale entusiasmo dell'amore v'ha qualche cosa di
religioso. Bastava dunque che i sentimenti amorosi venissero ad
incontrarsi co' religiosi, perché da questi misteri del cuore la
fantasia poetica derivasse assai novitá. Negli amori di Dante per
Beatrice, in quei del Petrarca per Laura, noi vediamo un misto
perpetuo di raffinamenti, di galanterie, di pensieri religiosi, di
timori, di speranze, di rimorsi, che formano un complesso
caratteristico della nuova passione.
III.--Il terzo contrassegno originale della poesia moderna è una certa
quale tintura, piú o meno appariscente, di vera o falsa erudizione.
Lo scopo immediato della poesia non è giá l'interesse scientifico,
bensi l'interesse estetico. L'erudizione, siccome non forma il poeta,
cosí non può essere per se stessa argomento immediato di poesia. Giova
l'erudizione al poeta per ampliargli la potenza intellettuale e
rendergli piú franca e piú ardita la concezione delle immagini. Ma
s'egli veste a dirittura la propria erudizione di forme poetiche,
declina interamente dal fine dell'arte sua.
I trovatori, i quali furono anteriori di tempo ai poeti propriamente
moderni, per buona fortuna non furono eruditi. A simiglianza de'
rapsodi della Grecia, eglino non servirono ad altro che al bisogno
d'una poesia nazionale. La quantitá delle loro idee era pressoché
uguale a quella delle idee de' loro contemporanei, cioè a dire
angusta. L'erudizione rimase per molto tempo ignota al popolo, e,
confinata nelle biblioteche de' chiostri, ivi pure, insieme ad ogni
scienza, quasi onninamente dormiva. Ma allorché nel mille e trecento i
popoli cercarono una piú ampia sfera d'idee, ed ebbero voga le
sottigliezze [p.89] teologiche, e si scopersero i libri d'Aristotile,
e la filosofia scolastica fu la moda de' tempi, i poeti si volsero
anch'essi a coltivare le cognizioni scientifiche che scaturivano dalle
cattedre e dalle biblioteche, ed i loro canti cominciarono a pigliare
un certo qual sentore di lucerna, e lo ritennero per alcuni secoli
successivi.
Al principiare del mille e cinquecento il buon senso sbandí dalla
poesia la filosofia scolastica; ma la educazione de' poeti serbò la
sua tendenza erudita e di scolastica diventò pedantesca, ed ebbe, come
tale, influenza sull'opere loro. Lo studio delle lingue morte e de'
libri antichi modellò l'intelletto de' poeti in gran parte secondo lo
spirito della antica civilizzazione. Arricchiti di ricordanze erudite,
eglino si lasciarono sedurre dalla vanagloria che suggeriva loro di
far pompa degli studi fatti; e secondo che quelle ricordanze piú
venivano mischiandosi col naturale sentimento poetico, i componimenti
loro diventarono uno screzio di cento colori. Per quanto nuovo e tutto
patrio fosse il soggetto delle loro poesie, eglino non si fecero
scrupolo d'innestarvi la mitologia antica, e sovente uomini
d'altissimo ingegno si compiacquero d'un miscuglio sí strano come di
una rara bellezza. Durò lungo tempo e dura ancor tuttavia in Italia,
in Ispagna ed in Francia una moda siffatta.
Oltrediché, in tutta la storia della poesia moderna scorgesi
manifestissimo l'impero assoluto della critica. Aristotile divenne il
legislatore de' poeti, siccome lo era de' filosofi e de' teologi. E
come se per mala ventura quel sovrano intelletto, che forse da altro
filosofo mai non fu superato, fosse proprio predestinato ad essere il
seminator di zizanie ed a travolger le menti ch'egli intendeva
d'illuminare, anche il suo bel libro della _Poetica_ represse la
libertá intellettuale de' poeti e guastò il gusto; nella guisa
medesima che la sua _Logica_ e la sua _Metafisica_ protrassero di
tanto il sonno d'ogni vero sapere. Per potere intendere Aristotile,
bisogna aver prima intese di per se stessi le vere bellezze intime de'
poeti greci, allo spirito delle quali si riferiscono tutte le regole
aristoteliche. Ma a questo non si pose mente. E tutti si attennero
secondo la lettera alla _Poetica_ d'Aristotile, commentandone ed
interpretandone le osservazioni [p.90] estetiche siccome leggi del
codice di Giustiniano. E non vi fu pur uno che domandasse al proprio
ingegno:--Questo medesimo Aristotile, risuscitando ora, continuerebbe
cosí, o piuttosto non iscriverebbe egli per le nazioni moderne
tutt'altra poetica?--.
Assuefattisi nelle scuole i poeti a compiacersi nelle erudizioni, e a
derivare le loro immagini piú dalla lettura de' libri che dall'esame
della vita e de' costumi de' loro contemporanei, ecco riescire piú e
piú sempre oscuri i loro componimenti all'universale de' lettori, ecco
il bisogno d'illustrarli di lunghe note, mettendo a profitto una mezza
biblioteca, ed ecco nuove occasioni predilette di sfoggiare
erudizione: intendimento che non ebbero mai i poeti greci, perché,
mirando allo scopo massimo dell'arte, cantavano cose note al popolo, e
volevano esser poeti e non altro.
III
Noi abbiamo in Italia storie della nostra letteratura quante ne
vogliamo. Il Crescimbeni, il Quadrio, il Fontanini ed altri ci furono
prodighi di notizie biografiche e bibliografiche intorno ai sommi, ai
mediocri, agli infimi scrittori italiani, sicché non vi ha curiositá
che vinca la lor profusione. Ma se pei padri nostri potevano bastare
quelle congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia, non
bastano ora piú per noi: da che i progressi dello spirito umano non ci
permettono piú di regalare la nostra attenzione alla sola
pazientissima flemma d'un raccoglitor di memorie; e studi piú
importanti hanno svegliato ora in noi una tendenza filosofica,
costantemente operosa, la quale ci fa vogliosi di conoscere, piú che
le cose, le cagioni di esse. Non vuolsi per altro far troppo delitto
a' padri nostri della facile loro contentatura. La colpa era non di
essi ma de' tempi, diversi assai, come giá dicemmo, per mille ragioni
politiche da' presenti, nella stessa guisa che diversi da' presenti
saranno i futuri per quella necessitá di moto che agita perpetuamente
il mondo morale.
Il Muratori qualche poca volta sollevossi ad una sfera d'idee
superiore a quella de' suoi contemporanei italiani, e lasciò qui
[p.91] sfuggir lampi precoci di quella filosofia applicata alle
lettere, che, bambina allora, viene ora crescendo in tutta l'Europa a
robustezza virile.
Ma piú assai che il Muratori, il Gravina sarebbe stato un letterato
filosofo da produrre assai riforme e assai di bene all'Italia, se
fosse nato in tempo di migliori lettori; poiché certo non gli mancava
né logica esatta né vigoria d'intelletto, che che ne dicesse il
Baretti. Era uomo il Baretti d'ingegno vivacissimo, ma di cognizioni
non sempre profonde; e però riesce giudice talvolta incompetente e
troppo corrivo al dir male d'altrui.
Per rispetto al Tiraboschi, a cui dobbiamo esser grati di molte
notizie erudite, noi speriamo che le persone scevre da' pregiudizi non
vorranno biasimarci se ci facciamo lecito di dire che a lui mancava
perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli. Degli altri piú
recenti, ma di minor conto, non parliamo.
La letteratura d'Italia, e per la venustá di che in molte parti
ridonda e per venerazione all'anzianitá de' suoi natali, fu sempre uno
studio carissimo anche ai dotti delle nazioni straniere. Molti di essi
ne scrissero or la intera storia, or la parziale d'un qualche ramo o
d'una qualche epoca; molti incidentemente in libri di diversa natura
pronunziarono giudizi intorno al merito d'alcuni de' nostri prosatori
e poeti, or con molto, or con poco, or con nessuno criterio.
Presso gl'italiani trovarono applauso sempre coloro degli stranieri
che piú erano stati larghi d'encomi alle nostre lettere; e contumelie
villane, anziché pacate confutazioni, coloro che in qualche maniera
parvero mostrarsi meno scialacquatori d'incenso. E nondimeno il
lettore giudizioso rinfaccia non di rado a molti de' primi la mancanza
di sagace discernimento, della quale per lo piú si suole fare accusa
a' secondi. Cosí tal uno, a modo d'esempio, porta opinione che il
libro dell'inglese signor Cooperwaker sul teatro italiano, quantunque
pieno zeppo di adulazioni e di lodi alla nostra letteratura
drammatica, sia davvero un meschinissimo libro scritto da un
meschinissimo pedante; e con uguale schiettezza reputa miserabili
certe censure scagliate contro alcuni de' poeti italiani dal Boileau,
dallo stesso ingegnoso [p.92] Voltaire e da altri non pochi che, dando
biasimo a ciò che non intesero, riescirono detrattori inconcludenti.
Fra gli stranieri che scrissero della nostra letteratura sa ognuno
quanto romore suscitassero di recente madama di Staël, il signor
Sismondi, il signor Schlegel, il signor Ginguené. Per ora ci par
prudenza lo schivare lunghe parole intorno ai tre primi, onde non
riaccendere la rabbia che ha giá fatto abbastanza di torto all'Italia.
D'altronde se n'è giá parlato tanto e se n'è detto sí poco, e tanto
pur se ne potrebbe dire, che a volerne degnamente discorrere non
bastano i limiti dentro i quali ci serra l'occasione presente. Solo ti
preghiamo, o lettore, di non interpretare sinistramente questo nostro
silenzio e di crederci rispettosi davvero verso quegli ingegni, perché
li crediamo in accordo coi lumi del secolo e non co' pregiudizi della
ignoranza orgogliosa.
Il signor Ginguené scrisse in Francia l'intera storia della
letteratura italiana. La conoscenza profonda, e rara oltremodo in un
francese, ch'egli manifestò avere della lingua nostra e delle nostre
lettere, l'amore sincero con cui ne parlò, le lodi che ci versò sul
capo a piene mani gli meritano il tributo della nostra gratitudine. Ma
se si pensa che il signor Ginguené scriveva il suo libro dopo l'anno
1810 ed in Francia, che è quanto dire un trent'anni dopo quello del
Tiraboschi ed in paese piú illuminato del nostro, chi vorrá perdonare
a lui la penuria di filosofia? Un uomo che, per quanto sembri
internarsi colla veduta, guarda pur sempre la sola superfice delle
cose, e ad ogni tratto ti esclama «bravo! bello!» senza mai
arricchirti il capo d'una nuova idea che ti faccia sentire la ragione
delle sue lodi, non è l'uomo del secolo, non fa piú per noi.
Vi ha nondimeno in Italia una certa legione di lettori che potrebbonsi
chiamare i _traineurs_ dello spirito umano, come i francesi
chiamano i _traineurs_ dell'esercito[7] que' soldati che, [p.93]
o per viltá o per fiacchezza o per altra ragione, restano indietro
nelle marce e non arrivano che un buon pezzo dopo il grosso delle
truppe. A questa milizia di grave armatura, che fa da retroguardia al
secolo, un'altra se ne aggiugne, alla quale starebbe bene il titolo di
«tribú dei comprafumo», perché ad essa par sempre una maraviglia tutto
ciò che in qualunque maniera è lode all'Italia.
Come i bevoni tracannano il vino senza assaporarlo, cosí i comprafumo
si strinsero al seno il libro del signor Ginguené e lo predicarono la
perfezione delle perfezioni. Ai comprafumo vennero lenti lenti in
soccorso i _traineurs_, portando seco i pensieri ereditati dalla
buona memoria de' loro bisnonni. E la predica degli uni rinforzata
dall'applauso degli altri diventò un clamore da innamorare la
moltitudine, che mise gridi anch'essa senza sapere perché. Ma gli
uomini savi d'Italia, quantunque gustino anch'essi la dolcezza delle
lodi, soprattutto dalla bocca degli stranieri, le infastidiscono
siccome nauseose, quando non le veggono avvalorate dalla
manifestazione d'un alto criterio in chi le va sprecando. Gli uomini
savi d'Italia sanno che la nostra letteratura, comeché splendidissima
per molti rispetti, ha pure anch'essa i suoi lati opachi; ed
arrabbiano nel vedere confondersi insieme da' lodatori l'opacitá e lo
splendore, e versarsi ovunque ugual dose di ammirazione. Gli uomini
savi d'Italia leggono le storie non tanto per compiacere ad una
sterile curiositá quanto per trarne paragoni giovevoli alla lor vita
presente; e reputano un miserissimo nulla la poesia ed ogni discorso
intorno a cose letterarie, quando non è messa a profitto tutta la
civiltá de' popoli dal poeta o dal trattatista. Gli uomini savi
d'Italia, perché rispettano non alla cieca ma con pienezza di
discernimento la letteratura patria, pretendono che non possa
degnamente accostarsi a parlarne se non chi accese la propria fiaccola
critica al lume della critica universale europea; e credono che il
signor Ginguené non ve l'accendesse abbastanza. E però la storia del
signor Ginguené sarebbe per tutti una gran bella cosa, se venisse
ritoccata da un filosofo. Questa almeno è l'umile opinione nostra,
alla quale speriamo facile il passaporto in virtú della libertá che la
legge e la critica ne accordano.
[p.94]
Ci parve di dover dare cosí alla sfuggita questo sguardo agli autori
che fin qui parlarono della letteratura italiana, onde rispondere
innanzi tratto a coloro che potrebbero forse irritarsi del nostro
tirare in iscena una nuova storia di essa, chiamandolo un portare erba
al prato; da che tra nostrali e forestieri possediamo giá tanti e
tanti volumi che ne discorrono, piú che non se ne legge. Abbiamo giá
detto nell'articolo primo che per gl'italiani la parte piú utile della
storia del signor Bouterweck sarebbe quella che tratta non della
nostra ma delle letterature straniere; e stiamo pur sempre in questa
persuasione. Tuttavolta anche i due primi volumi che comprendono le
cose nostre, quantunque meno importanti per noi, non sono da
rigettarsi come inutili. La novitá e l'importanza d'un lavoro storico
non consistono unicamente nel narrare fatti non conosciuti in prima,
bensí piú sovente nella maniera nuova di considerarli. Un portare erba
al prato sarebbe se i due volumi de' quali parliamo somigliassero in
tutto e per tutto ai libri del Tiraboschi e del signor Ginguené. Ma o
noi c'inganniamo, o la somiglianza per cento ragioni è tenuissima. E
ciò basti per nostra discolpa.
Il signor Bouterweck dá principio alla storia della poesia e
dell'eloquenza italiana con un discorso, in cui prima di tutto viene
investigando qual fosse lo stato della lingua nostra al comparire di
Dante. In questo argomento egli segue, e lo confessa apertamente, il
libro latino di Dante medesimo _Della volgare eloquenza_.
L'autore scende poi a parlare de' metri poetici de' moderni, delle
ragioni per cui bisognò trovarli nuovamente e non ammettere que' degli
antichi, della convenienza e della quasi necessitá della rima nelle
poesie delle lingue moderne, della compiacenza con cui i nuovi popoli
accolsero questo nuovo ornamento poetico, e del carattere originale
che la rima diede alle forme esteriori della nuova poesia. Quantunque
agli italiani non si attribuisca il merito d'avere inventata la rima,
all'Italia nondimeno, dic'egli, e non ad altro popolo vuolsi saper
grazie dell'avere nobilitati i metri rimati de' provenzali, volgendoli
ad uso d'una migliore e piú vera poesia.
[p.95]
Ciò detto, l'autore imprende la rivista dei poeti e de' prosatori
italiani, la quale, sbrigandosi di Guido Guinizelli, di Guido
Ghislieri, del Fabrizio, ecc. ecc., col solo nominarli, incomincia
propriamente da Guittone d'Arezzo e scende giú fin presso al declinare
del secolo decimottavo. Non sappiamo se alla fine dell'opera il signor
Bouterweck vorrá ampliare con qualche supplimento questa sua rivista.
Certo non sarebbe male che egli lo facesse; da che pare che nel 1802,
quando egli pubblicò il secondo volume della sua storia (terminando
con quello di parlare degli italiani), le vicende politiche od altre
cagioni lo tenessero al buio delle cose nostre piú recenti; ed in
generale ne sembra trascuratissimo e superficiale troppo tutto quel
tratto della sua storia italiana che comprende gli ultimi trent'anni
del secolo ora scorso.
Il tener dietro di passo in passo a codesta rivista non è intendimento
nostro, né lo comporterebbero forse i nostri lettori. Ne riporteremmo
volentieri alcuni squarci tolti qua e lá; ma come decidere la scelta
in mezzo ai tanti che meriterebbero la preferenza? Le cose giudiziose
che vi s'incontrano per rispetto a Dante, al Petrarca, all'Ariosto, al
Machiavelli, ecc. ecc., o vogliono essere riportate tutte, o vogliono
essere taciute. Crediamo dunque miglior partito quello di dar qui un
epilogo del discorso finale con cui l'autore conchiude la storia della
letteratura italiana. Il silenzio nostro sul restante aggiunga stimoli
alla curiositá dei dotti d'Italia, sicché eglino procaccino di leggere
nel testo ciò che non senza frequente compiacenza vi abbiamo letto
noi.
Tanto v'ha di memorabile, dice il signor Bouterweck, nella letteratura
italiana, che la storia di essa merita una ricapitolazione.