dal risorgimento de' buoni studi fino pressoché ai giorni presenti,
meriterebbe una traduzione italiana, specialmente per ciò che si
riferisce a' popoli non italiani.
Le letterature straniere non sono comunemente troppo conosciute in
Italia, quantunque pur tanto qui se ne parli da taluni o per lodarle o
per biasimarle, secondo che la moda od altri impulsi meno innocenti
comandano. E l'opera di un filosofo, che, netto d'ogni pregiudizio
nazionale od individuale, consacra la propria mente alla limpida
contemplazione della veritá per solo amore di essa, e parla del bello
e del brutto che trovasi nelle varie letterature, investigandone
finamente le ragioni e [p.74] spargendo ne' propri scritti gran copia
de' lumi del suo secolo, riescirebbe forse di non poco vantaggio
all'Italia ed opportunissima alla tendenza attuale della nostra
civilizzazione.
Ne' tempi addietro coloro, che in Italia conoscevano alcun poco la
letteratura de' greci e quella de' latini e la nostra, reputavansi
dottissimi. Quindi que' dottissimi, riposando tranquilli col
sentimento della gloria giá facilmente ottenuta, non pensavano mai a
rivolgere i loro studi alle letterature moderne degli oltramontani. O
se taluno pur si degnava di concedere ad esse qualche ora di ozio, lo
faceva con sí tenue serietá, che piú che uno studiare era uno
scartabellare inconcludente. I pedanti avevano d'uopo di un uditorio
che tenesse alquanto del sempliciotto; e però andavano pascendo i
padri nostri di fandonie pastorali, di leziosaggini amorose vòte
d'ogni senso d'amore, di dicerie semierudite, e d'altre tali
quisquiglie. E mentre proponevano superbamente siffatte miserie o
proprie o d'altrui siccome gran belle cose, ed incitavano gl'italiani
perché ne scrivessero di continuo, appena appena con una sterile lode,
messa loro sul labbro non dal sentimento ma dalla tradizione,
nominavano qualche volta le opere di Dante e del Machiavelli; e la
sterilitá di siffatte lodi, piú che ad altro, serviva ad allontanare
da que' sublimi libri gl'italiani. Poi gridavano e persuadevano che
fuori di questa nostra avventurata penisola la sapienza era poca, e
poco il buon gusto a paragone del tanto che regnava tra noi, e che
inutil cosa era il por mente alle lettere straniere. E gl'italiani,
poco meno che tutti, stavano contenti al detto de' pedanti, dal quale
era magistralmente lusingata l'inerzia. Persuasione fatale che di
presente ancora esercita un resto del suo impero, mantenendo negli
animi d'alcuni un'ignoranza senza rimorsi, una cieca avversione a
tutto ciò che sanno non esser frutto del suolo d'Italia.
L'amore della patria, questo carissimo affetto, che pure è figliuolo
sempre della virtú, fu per maligna destrezza de' pedanti spogliato del
bel candore della sua innocenza ed accoppiato all'odio d'altrui,
turpissimo de' vizi sociali. Confuse per tal maniera le ragioni delle
cose presso il popolo, che non sa far [p.75] distinzioni ogni tratto,
e presso coloro che per interesse privato non le vogliono fare,
l'Italia rimase gran pezza come separata dal resto de' viventi. E que'
pochi che osavano far parola della comoditá di allargare i confini
della nostra dottrina, rinforzando gli studi patri colla conoscenza
degli studi stranieri[3], erano accusati come nemici dell'onore
italiano, o per lo meno derisi e respinti nel silenzio della lor
solitudine.
Ma i pedanti hanno un bel fare: lo spirito umano cammina sempre, e ad
essi manca la forza per rattenerlo. Nell'ultima metá del secolo scorso
il regno di quelle signorie cominciò anche tra noi a dare un crollo e
ad inclinarsi verso la sua fiera catastrofe. Gli studi pigliarono voga
maggiore per molte cagioni che non occorre di annoverare, ma
specialmente per questa: che, a misura che veniva cadendo di mano a'
frati l'istruzione della gioventú, il perpetuare ne' popoli
l'insipienza, e con essa la timida subordinazione, cessava d'essere il
fine unico a cui mirassero le intenzioni de' precettori. Quelle tra le
opere de' greci e de' latini, che sono ricche di bellezze permanenti,
furono gustate assai piú, perché spiegate con intelligenza meno
superficiale. Per lo contrario i pedissequi imitatori di esse vennero
perdendo sempre piú di credito, secondo che piú s'imparava a separare
l'opportunitá dell'ammirazione dall'opportunitá dell'imitazione. Alle
arcadiche fanciullaggini sottentrarono l'entusiasmo per Dante e per
l'Ariosto e la ricerca di libri che inducessero a meditazione. Alcuni
barlumi di una filosofia psicologico-letteraria fecero sospettare che
vi avesse un tipo perpetuo ed universale del bello poetico,
indipendentemente dalle opinioni municipali e dalle leggi e tradizioni
scolastiche, indipendentemente dai soli fiori della locuzione. Si
sentí la necessitá d'investigare l'essenza di questo tipo perpetuo; ma
lo spirito analitico non era ancora [p.76] lo spirito de' tempi. Però
intanto si cercò di guadagnar cognizioni. E la mente degli italiani,
irrequieta tra l'ignoranza e la volontá di sapere, si volse ovunque
per ottenerle. Allora gli stranieri principiarono a diventar meno
stranieri per noi; e vari de' nostri, smettendo la ruggine antica, si
affratellarono qualche poco con essi anche a viso scoperto. Cosí,
secondando la nuova inclinazione degl'italiani, vedemmo comparire in
Italia frequenti traduzioni di poesie e prose oltramontane; e vedemmo
ben anche alcuni dei nostri dotti pubblicare storie, dissertazioni,
discorsi intorno alle letterature delle diverse nazioni d'Europa.
Senz'animo di voler detrarre un minimo iota alla gratitudine che
possano meritare tali fatiche, massimamente le tante e sí lunghe
dell'Andrés[4], noi portiamo opinione che all'Italia manchi tuttavia
un libro d'autore italiano sufficiente a darle un'idea compita
dell'origine, de' progressi e dello stato presente delle lettere
presso l'una o l'altra delle nazioni straniere, e che, per averne
qualche esatta contezza, le bisogni cercarla fuori di casa. Gli
scrittori nostri, che fino a questi ultimi anni ne parlarono, ci
sembrano non abbastanza provveduti d'idee estetiche elementari: quindi
non abbastanza franchi e risoluti nella scelta del bello, e spesse
volte piú encomiatori imprudenti che critici pacati; o, se a quando a
quando censori, uomini pressoché sempre di corta veduta. D'altronde lo
studio dell'uomo e di tutte le sue relazioni col passato e col futuro
non era ancora, a quel che pare, lo studio favorito per essi. La
strettezza de' vincoli che congiungono sempre le lettere alle opinioni
politiche, religiose e morali, a tutta insomma la civilizzazione dei
popoli, era tuttavia un mistero in Italia. E però eglino consideravano
i libri de' poeti e de' prosatori piú come semplici azioni individuali
che come espressioni della qualitá de' secoli, piú come un lusso
lodevole delle nazioni che come un bisogno perpetuo dell'uomo sociale;
bisogno che rinascerebbe pur sempre di per [p.77] sé, se anche
venissero meno ad un tratto tutti gli esempi della preesistenza di
esso ne' popoli antichi. Quegli scritori, partendo sempre da princípi
derivati da una critica o municipale o provinciale o tutto al piú
nazionale, credettero di poter sottoporre ad esame l'Europa intera. Ed
eglino pure, a simiglianza de' loro antenati, andarono rintracciando
il bello quasi sempre negli accidenti esteriori della spiegazione de'
concetti e della dizione, fermandosi, per cosí dire, sul limitare di
un edificio a dar giudizio intero di tutto il complesso della sua
bontá.
Non possiamo negare che in fatto di letterature moderne straniere il
Cesarotti vide talvolta piú addentro d'ogni altro suo contemporaneo
italiano. Nato piú per esser filosofo che per esser poeta e libero di
molti pregiudizi, il Cesarotti avrebbe potuto riformare assai tra di
noi l'arte critica, se si fosse dato a studi piú profondi. Ma quella
sua facile coscienza, che tratto tratto lo faceva andar pago di
cognizioni superficiali e che gli guastò il capo per modo da non
lasciargli intendere il vero spirito di Omero, lo riscaldò alcuna
volta come di un furore d'ammirazione, inopportuno alla filosofia, da
farlo parere ne' suoi giudizi persona avventata e parziale. Ad ogni
modo, dovendo noi per amore di brevitá tacere qui molti nomi di
scrittori italiani, credemmo di dover fare questa breve menzione
separata del Cesarotti, onde apparisca che, quantunque non troppo
fautori del suo ingegno poetico, noi riconosciamo in lui,
comparativamente a' tempi, un ingegno filosofico non comune.
Ma se null'altro di bene avessero procurato all'Italia tutti insieme
gli scrittori de' quali parliamo, di questo certamente vogliono essere
lodati: che furono i primi a fiaccare l'odio italiano verso le
letterature straniere e prepararono qui la via a trionfi maggiori
della ragione.
E infatti i progressi generali del sapere umano e le recenti vicende
politiche insegnarono finalmente anche al maggior numero degli
italiani che i popoli attuali d'Europa non formano oggimai altro che
una sola famiglia di tutti fratelli; insegnarono che l'essere questi
talvolta aizzati gli uni contra gli altri non è opera del loro vero
interesse generale, ma sí bene della [p.78] preponderanza di passioni
individuali, e che la ferocia delle ire tra nazione e nazione, per
produrre la contentezza di un tre o quattro uomini, bisogna che ne
rovini un tre o quattro milioni, rinforzata l'idea giá detta da secoli
che, se i popoli riescono alquanto diversi tra di essi per ragione di
lievi accidenti, sono nondimeno fratelli davvero per ragione di
origine e per l'uniformitá de' loro diritti e de' loro bisogni
massimi; insegnarono quali sieno i nostri diritti e quali i nostri
bisogni presenti; insegnarono che l'odiarsi a vicenda de' popoli è uno
dei difetti piú deplorabili dell'umanitá. Difetto che parve perdere
alquanto della sua turpitudine agli occhi di taluni, perché lo videro
scendere a noi per via di scolastica tradizione insieme ad alcune
altre venerate ribalderie degli antichi. Le mire a cui tendono i
popoli attuali d'Europa sono in tutti le medesime, e ciascuno di essi
può conseguire i propri desidèri senza nuocere a' desidèri dell'altro.
Perché dunque con ributtante fierezza sdegnare di consigliarsi a
vicenda? L'amore della patria è santissimo ora come lo fu sempre. Ma
esso consiste nel desiderare operosamente la felicitá, non nella
ostentazione di riti meramente verbali. E i mezzi di conseguire tale
felicitá variano col variare delle circostanze. Ai romani, illusi
dall'orgoglio e dall'avarizia, una via di felicitá parve lo sprezzar
gli altri popoli e il conquistarli. L'esperienza ha mostrato purtroppo
che la smania delle conquiste ne' popoli moderni è una fonte tremenda
di sciagure non solo pei conquistati ma ben anche sovente pe'
conquistatori, e che da tutt'altri principi dipende ora la bella o la
trista fortuna de' popoli.
Noi non pretendiamo di dire che la letteratura sia l'unica guida che
possa condurre i popoli alla prosperitá. Persuasi nondimeno ch'essa vi
contribuisca non poco, crediamo fermamente d'altronde di dovere in
essa ravvisare la spia piú veridica del grado di civilizzazione ne'
popoli, e quindi il termometro della loro maggiore o minore prossimitá
alla perfezione del vivere sociale. E siccome a noi italiani importa
assai di sapere a quanti passi sieno verso una tale perfezione i
nostri confratelli europei, onde precorrerli nella carriera che tutti
battono o per lo meno [p.79] non rimanere gli ultimi, cosí dobbiamo
confortarci l'un l'altro allo studio delle letterature straniere, non
tanto, se cosí vuolsi, per necessitá estetica quanto per necessitá
politica.
Il signor Bouterweck, siccome filosofo ch'egli è, considera la poesia,
e con essa anche la eloquenza, siccome cose inerentissime sempre alla
vita umana. Quindi non solamente va investigando nelle vicissitudini
politiche e morali le cagioni fortuite dell'incremento e della
decadenza degli studi; ma di un sol guardo contempla tutto il
complesso della civilizzazione de' secoli; e, conosciutone lo spirito,
si volge ad analizzare lo spirito delle loro letterature, e ti fa
scoprire con evidenza lucidissima tutte le affinitá che corrono tra
l'uno spirito e l'altro.
Le opinioni letterarie che l'illustre autore manifesta in quest'opera,
massimamente ne' discorsi premessi alle varie letterature ed alle
varie epoche di esse, ci sembrano quasi sempre derivate da quella
franca persuasione che è frutto dell'intima conoscenza delle cose.
Egli ci pare accostarsi assai a quel grado di robustezza intellettuale
che la crescente sapienza de' tempi vuole in un critico. Da tutto
insieme il suo libro si viene a raccogliere con quanta finezza
d'accorgimento il signor Bouterweck studiasse la natura dell'uomo,
tutte le relazioni di esso coll'universo, poi la storia non tanto
delle famiglie dei principi quanto della gran famiglia europea, poi
tutti gli accidenti intellettuali che moderano l'umana sensibilitá,
tutte le modificazioni del gusto, tutte le teorie del bello
d'imitazione e del bello ideale, tutte fin anche le regole de' retori
e dei trattatisti poetici, sieno o no giovevoli all'estetica
perfezione.
Nessuno, per altro, tema di rinvenire in quest'opera del signor
Bouterweck alcun tratto di quella filosofia che or chiamasi
«trascendentale», e che colla sua oscuritá reca fastidio ad ogni
lettore che non sia metafisico consumato nelle piú astratte
speculazioni germaniche. Egli stesso l'autore rinunziò spontaneamente
ad alcune poche idee trascendentali che avrebbero potuto essergli
utili, affinché nel suo libro non campeggiasse che quella filosofia
che è piana per tutti coloro che non sono affatto inezie ambulanti ed
articolanti la voce.
[p.80]
Ad onta di tutto questo, noi saremmo poco pratichi del nostro paese se
non prevedessimo che, ove la storia che annunziamo venisse tradotta in
italiano, a certe poche persone sembrerebbero nuove troppo alcune
delle opinioni letterarie del signor Bouterweck, e per ciò solo
meritevole di disprezzo tutto il suo libro. Lo sperar tolleranza in
animi irrigiditi da un'antiquata presunzione forse è uno sperar
ciriegie il gennaio: tuttavolta a certe poche persone noi crediamo di
dover gittare questa parola di propiziazione:--Usate tolleranza, o
signori; e se non vi spiace, imparatela da noi medesimi. Noi crediamo
che la storia letteraria del signor Bouterweck sia in totale un libro
buono davvero. E nondimeno protestiamo noi stessi che a quando a
quando trovammo in esso alcune coserelle che non ci andarono a genio
interamente. Alcune distinzioni ci riescirono non troppo chiare e
precise; alcune applicazioni delle teorie a' fatti non forse
esattissimamente concordi a' princípi generali professati dall'autore.
Ma perché il buono di quel libro è sí esuberante, e i libri vogliono
essere giudicati in totale, noi stiamo fermi alle lodi ed alla
tolleranza di poche minuzie meno lodevoli. Ed in questa tolleranza ci
rinfranca il pensare a' limiti della mente umana, alla vastitá
dell'impresa del signor Bouterweck, ed a questo: che, nel poco
dissentire che noi facciamo dall'illustre autore, potrebbe anche
essere che il torto stesse con noi e non con lui. E però anche voi, o
signori, che assai ottime dottrine troverete di certo nel libro di che
parliamo e, se non fosse altro, vi sentirete lusingati dalle molte
lodi che l'autore tributa a' poeti d'Italia, ricordatevi della
tolleranza nostra od almeno dell'«_ubi plura nitent_» ecc. di
Orazio. Ed a questa sentenza aggiungete un'altra considerazione che
non è dettata da Orazio, ma che non è per questo men vera; ed eccola.
Molte e molte cose, che a voi sembreranno novitá, hanno pur giá molto
del vecchio presso la maggior parte dei dotti di Europa.
[p.81]
II
Un'opera di tanta vastitá quanta ne comprende quella del signor
Bouterweck aveva bisogno di venir divisa in vari scompartimenti, onde
non riescire un caos da sconfortare l'attenzione de' lettori. Il voler
tentare di ridurre in un sol quadro storico i sincroni andamenti dello
spirito estetico, ossia del gusto, di tutta la moderna Europa,
pigliando a considerarlo unicamente per ordine di tempo e non per
ordine di lingue, sarebbe stato un intendimento piú pomposo che
profittevole. E però l'autore preferí di procacciar de' riposi alla
mente de' suoi lettori, e di parlare separatamente di ciascuna delle
letterature moderne, continuando di ciascuna separatamente la storia
da' primordi di essa fino agli anni piú vicini a noi. Tenendo questo
metodo, egli mostra per altro di non dimenticarsi mai del complesso
della storia europea, e di giovarsi spesso di quelle idee che possono
opportunamente venir suggerite dalla conoscenza delle relazioni che
esistono tra la storia parziale di un popolo e la generale degli
uomini d'Europa.
Egli incomincia la sua rivista dalla letteratura italiana, poi
trapassa alla spagnuola ed alla portoghese, poi alla francese, poi
all'inglese e finalmente alla tedesca. Cosí veniamo ad avere un tutto
abbastanza connesso, ed in certa qual maniera disposto con successione
cronologica; da che sa ognuno che le epoche piú belle e piú memorabili
delle nuove letterature tengono dietro l'una all'altra, per ragione di
tempo, coll'ordine pressoché sempre medesimo con cui l'autore dispone
nella sua rivista le nazioni letterate delle quali va parlando.
Per non allargare di troppo il nostro lavoro su quest'opera del signor
Bouterweck, noi per ora non intendiamo di far parola che de' soli due
primi volumi contenenti la storia della letteratura d'Italia. Ma
siccome ci par conveniente che tu abbia in prima, o lettore, un
qualche indizio del modo di pensare del nostro autore, cosí abbiamo
creduto di dover tenere per un terzo [p.82] articolo (e per ora sará
l'ultimo) quei due volumi, e di darti qui alcun cenno del discorso
ch'egli fa precedere come introduzione generale a tutta la letteratura
moderna. Per veritá avremmo amato di riportar per intero una
traduzione di quel discorso; ma, comparativamente alla poca pazienza
d'un lettor di giornale, lo credemmo troppo lungo. Lo strignerlo in un
esatto compendio era impossibile, perché, pieno zeppo com'è d'idee
importanti, ha giá per se stesso un andamento rapidissimo. E però
contèntati, o lettore, di quel che faremo. E vaglia a raccomandarti la
lettura di questo secondo articolo il sapere che nel cenno presente
non abbiamo mischiata alcuna idea nostra a quelle del signor
Bouterweck. Sta' dunque attento a lui e non a noi.
Allorché lo spirito umano--cosí principia il discorso suddetto--si
risvegliò in Europa all'epoca dalla quale incomincia la storia
moderna[5], ed assunse nuova attitudine operosa, non rimaneva piú che
una traccia oscura della civilizzazione greca e romana. Tutte le
circostanze erano cambiate. Nuovi uomini adoravano nuove divinitá. Con
nuove regole i potenti regnavano, i sudditi obbedivano. Nuove lingue,
nuove opinioni, nuovi costumi; nuovo insomma il mondo morale e tutto
diverso da quel di prima.
Tale novitá d'ogni cosa doveva necessariamente dare una nuova
impronta, un nuovo carattere alle opere del genio moderno.
Qui il signor Bouterweck viene dimostrando come questo nuovo
carattere, piú che nelle altre arti, dovesse scorgersi manifestamente
in quelle che per loro mezzo di rappresentazione servonsi della
parola. E detto come le opere de' poeti e de' prosatori sieno in certa
qual maniera l'ultimo risultato del carattere nazionale, della coltura
intellettuale e del modo di pensare di tutto quel popolo, nella lingua
del quale lo scrittore rivela i propri pensieri, stabilisce il
principio fondamentale della sua critica colle seguenti parole: «Per
potere esattamente apprezzare [p.83] il merito dei moderni per
rispetto alle lettere, fa d'uopo richiamarci prima alla memoria tutte
le circostanze religiose, civili e letterarie, per le quali i tempi
che vennero dopo il risorgimento delle arti riescono tanto differenti
dalla classica antichitá. Intendendo in tutta la sua estensione lo
spirito dei nuovi tempi, e pigliando da questo punto di vista a
contemplare le qualitá caratteristiche della letteratura moderna, si
corre meno rischio di sagrificare il vero merito a' capricci di una
critica ostinatamente vana».
Procede quindi il discorso ad analizzare le differenze massime che
corrono tra la nuova civilizzazione e l'antica, considerandole
unicamente nelle loro relazioni colle arti, ed in ispecial modo colla
poesia.
I.--E prima di tutto l'autore parla del cristianesimo e del paganesimo
e confronta l'una con l'altra le due religioni, esaminando in che la
nuova riuscisse di vantaggio a' poeti, in che svantaggiosa. Il
cristianesimo angustiò sommamente la libertá fantastica de' poeti a
paragone della religione dei gentili, che non aveva un fondatore, non
dogmi scritti, non regole di fede, ma, figlia tutta della
immaginazione e del caso, lasciava a' greci la facoltá di adornarla
tratto tratto di nuove storie e di nuove fantasie. Quella religione, a
ben considerarla, era una continua poesia; e la poesia de' greci era
pressoché sempre l'espressione d'un sentimento religioso.
Ma allorché il paganesimo cessò d'essere la religione dei popoli
d'Europa, ed i poeti pensarono di temperare nelle loro opere
l'austeritá della religione cristiana coll'introdurre in esse l'antica
mitologia, scomparve l'incantesimo di quel sentimento religioso che le
dava vita ne' canti dei greci; e le immagini mitologiche ne' canti de'
moderni non divennero altro che fredde allegorie, prive d'ogni
spontanea inspirazione. Cosí Amore, terribile dio a cui i greci con
sinceritá di cuore mandavano voti e preghiere, nelle poesie de'
moderni diventò un fantastico garzoncello, freddo emblema d'un
sentimento; e cosí tutti gli dèi dell'Olimpo non riuscirono altro che
figure poetiche. Né solamente scomparve il sentimento religioso, ma
cessò ben anche [p.84] la illusione poetica. Quando Pindaro nelle sue
odi invoca Giove ed Ercole, la sua espressione è per se stessa
naturale e piena di seria maestá. Ma quando un lirico moderno rivolge
l'apostrofe a un nume greco, egli può vestirla quanto piú vuole di
parole serie, può renderla patetica quanto piú sa, la sua invocazione
è sempre una invocazione da burla e non da senno. Noi lettori
supponiamo, è vero, e troviamo conveniente che il poeta lirico alla
pittura de' propri sentimenti venga mischiando quella altresí delle
illusioni ch'egli scientemente fa a se stesso. Ma ch'egli abbia potuto
farsi tanta illusione da credere sul serio, comunque momentaneamente,
negli dèi che viene invocando, noi nol pensiamo mai, da che
istoricamente siamo persuasi in contrario. Se dunque il poeta moderno
invoca sul serio gli dèi antichi, egli offende la veritá poetica e
guasta l'effetto delle sue pitture medesime.