Forse, e bada bene che tiro a indovinare e non altro, forse gli

abitanti d'una parte della Germania, de' quali ho parlato fin qui,

hanno, o nel fondo del cuore o dentro la mente, piú religione che noi

non abbiamo[8]. Forse, avvezzati essi dalle sètte e dalla necessitá

delle controversie a meditare i dogmi della religione, come noi a

prestarle fede senza meditazioni, hanno talmente inclinati i pensieri

a lei, che tuttoquanto partecipa dello spirito del cristianesimo essi

lo sentono di primo tratto, qualunque sia l'oggetto che gli occupi,

qualunque sia lo stato dell'animo loro. Quindi è forse che il tedesco,

leggendo il romanzo dell'_Eleonora_, lascia bensí che il cuore di

lui si pieghi a compassione delle sventure della fanciulla; ma

immediatamente corre colla idea all'enormitá del peccato commesso da

lei nel rinnegare la provvidenza di Dio. Associata a quella idea

eccoti subito l'altra: che ogni vendetta di Dio, per quanto fiera ella

sembri a umano intendimento, non può mai aggiungere a tanto da

pareggiare l'immensitá del delitto di cui si fa reo chi offende Dio di

qualsivoglia maniera. Mesci ora insieme il sussidio delle idee

religiose alla somiglianza che la favola della _Eleonora_ dicemmo

avere colle tradizioni popolari in Germania; e vedi come [p.49] il

tedesco s'induca ad essere liberale di credenza verso la catastrofe

del romanzo. Nell'animo di lui direi quasi che il sentimento massimo

sará quello dell'enormitá del peccato e della maestá di Dio irritata,

e che la compassione per gli affanni amorosi della fanciulla non sará

che un sentimento concomitante.

Se l'Italia leggente fosse composta di uomini tutti profondamente

studiosi della loro religione, forse l'_Eleonora_, scendendo tra

di noi, non verrebbe a capitare in terra straniera affatto. Ma

quantunque in Italia v'abbiano teologi eruditissimi, io temo che il

piú degli italiani, ancorché cattolici di buona fede, non si siano

addimesticati tanto coi dogmi della loro religione da salvare per

questi una costante reminiscenza in tutte le loro sensazioni. Il

lettore teologo, anche in mezzo alle seduzioni della poesia, anche

sbattuto dai palpiti ch'ella produce, stará fermo alle dottrine da lui

conosciute e professate, e stabilirá tosto relazioni tra quelle e ciò

ch'ei legge. Un lato della sua mente egli lo tiene vergine sempre di

tutt'altri pensieri, salvo i religiosi. Però egli sentirá il

maraviglioso e il terribile del romanzo dell'_Eleonora_; e l'idea

della divinitá oltraggiata e della severitá onnipossente, che procede

dalla giustizia di Dio, gli ingombrerá tanto l'anima, da lasciargliene

una parte ben poca in preda ad altre riflessioni e ad altri affetti.

Pieno di spavento, egli chinerá il capo innanzi a Dio; ripeterá

anch'egli la nenia delle larve, e finirá esclamando:--Salvami, o

Signore, salvami dall'offenderti!--

Ma avremo, noi, lettori teologi molti? O io m'inganno, o tra di noi

sará maggiore il numero di quelli che, facili a scusare negli altri le

passioni perché le vorrebbono scusate a se medesimi, si lasceranno

andare alla pietá, come al sentimento piú repentino per essi. Cedendo

all'impeto delle prime impressioni cagionate dalle miserie d'Eleonora,

e non interrogando gran fatto il sentimento religioso, che in essi, a

differenza de' tedeschi, riescirá il meno forte, eglino, parmi,

diranno cosí:--Una povera vergine innamorata, disperante della vita

del suo sposo futuro, inasprita dal peso della disgrazia e della

importunitá dei consigli di una vecchia assiderata, perché nell'impeto

[p.50] del dolore (e che dolore!) si lasciò fuggire di bocca la

rinnegazione della provvidenza, meritava ella di essere sepolta viva?

meritava che il ministro dell'ira di Dio fosse quello stesso amante

per cui ella aveva spasimato tanto? meritava che questi alla gelata

indifferenza dovesse anche aggiungere la crudeltá della ironia, e

continuarla fino all'ultimo della vita? Se dopo lunghe macchinazioni,

ella fredda fredda avesse per avarizia piantato un coltello nel petto

al padre e strozzata la madre, le starebbe bene questo ed ogni altro

rigore di pena; ma nel delirio dell'amore... per una parola

inconsiderata... tanto supplizio! No, non può essere. Il Dio nostro è

il Dio della misericordia. Tratto a doverci visitare nell'ira sua,

egli guarda pur sempre all'intenzione del peccatore, e distingue il

delirio d'una passione innocente dalla gelida, ostinata empietá.

Eleonora ha peccato. Ma qual proporzione qui tra 'l peccato e la pena?

No no, la storia d'Eleonora non è credibile. È una invenzione nera

nera che mette ribrezzo; è una favola da nutrici che non è

raccomandata da verisimiglianza veruna, e che non meritava neppure una

sola delle nostre lagrime.--

Davvero io non torrei a difendere innanzi al Santo offizio

l'ortodossia di chi ragionasse cosí. Davvero sono persuaso che

qualunque persona trascorresse a discorsi siffatti, dopo piú mature

considerazioni, se ne disdirebbe. Ma fattili una volta, e rovinato con

ciò l'effetto primo di questa poesia, come trovarla bella dappoi? come

gradir bene dappoi ciò che sulle prime n'è venuto in fastidio? E che a

molti si aggireranno pel capo pensieri consimili a questi ch'io portai

qui sopra, oserei scommetterlo. Non mi dorrebbe di rimanere perdente;

anzi 'l desidero.

Ad ogni modo in entrambi questi romanzi, e piú nel secondo, v'ha

qualche cosa di magico che non si lascia definire. Ed io conosco

uomini in Italia che, capaci quant'altri di esercitare la critica,

pure fu loro necessitá metterla in silenzio, perché sentivansi l'anima

strascinata dalla prepotenza del terribile, intenerita dal patetico

che regna in questi componimenti. E la monotonia stessa, che qua e lá

il poeta vi sparse, rendeva piú profonda e piú perseverante la

commozione. [p.51] Dopo un esperimento siffatto, io credo di potere

rispondere a te che in Italia altri rideranno freddamente di questi

due romanzi; altri diranno essere un peccato l'avere arricchito di

tanta poesia argomenti da non trattarsi; ed altri si trasporteranno

alle circostanze del popolo per cui furono scritti, ed assumendone le

opinioni e l'entusiasmo, divideranno con lui la pietá, la maraviglia e

il terrore. Parmi che gli ultimi, comeché pochi forse, mostreranno

indole più poetica.

In quanto a te, se mai ti nascesse voglia di scrivere romanzi in

Italia sul fare di questi, va' cauto e fa' di non lasciarti traviare

in soggetti non verisimili, quando essi siano tolti di peso dalla

fantasia tua. Ché se l'argomento ti viene prestato da una storia

scritta o da una tradizione che dica:--Il tal fatto è accaduto

così,--e tu senti che comunemente è creduto così, allora non istare ad

angariarti il cervello per timore d'inverisimiglianze, da che tu hai

le spalle al muro. Però nella scelta siati raccomandato d'attenerti

piú volentieri ai soggetti ricavati dalla storia che non agli ideali.

Né ti fidare molto a quelle tradizioni che non escirono mai del

ricinto d'un sol municipio, perché la fama tua non sarebbe che

municipale: del che non ti vorrei contento.

Finalmente, se i due componimenti del Bürger che ti stanno ora

innanzi, e che furono immaginati per la Germania e proporzionati a

que' lettori, non piaceranno universalmente in Italia, bada bene a non

inferire da questo che la letteratura tedesca sia tutta incompatibile

col gusto nostro. Vi hanno in Germania componimenti moltissimi fondati

su maniere e su geni comuni a' tedeschi, a noi ed al resto dell'Europa

colta. E il dire che un po' piú un po' meno di lucidezza di sole renda

affatto opposte tra di loro le menti umane, ed inaccordabili

onninamente le operazioni intellettuali di chi vive tre mesi fra le

nebbie con quelle di chi ne vive sei, è puerilitá tanto piú ripetuta

quanto ella è piú facile a dar vita ad un meschino epigramma. Se ne'

greci e ne' latini troviamo cose ripugnanti al genio della poesia

italiana e le confessiamo, perché infastidirci se ne' francesi, negli

spagnuoli, negli inglesi e ne' tedeschi ne scopriamo parimenti [p.52]

che vogliono da noi rifiutarsi? O legger nulla o legger tutto fa

d'uopo. Però io, portando opinione che il secondo partito sia da

scegliersi, credo che anche lo studio del _Cacciatore feroce_ e

della _Eleonora_ sará utile in Italia, perché mostra da quali

fonti i valenti poeti d'una parte della Germania derivino la poesia

applaudita nel loro paese. Cercarono essi con somma cura di prevalersi

di tutte le passioni, di tutte le opinioni, di tutti i sentimenti de'

loro compatriotti, e trovarono cosí argomenti che vincono l'animo

universalmente.

Facciamo lo stesso anche noi. E la poesia italiana si arricchirá di

nuove bellezze, talvolta originali molto, e sempre caratteristiche del

secolo in cui viviamo. Cosí vedremo moltiplicarsi i soggetti moderni e

riescir belli e graditi quanto il _Filippo_, il _Mattino_,

la _Basvilliana_ e l'_Ortis_. E forse anche noi conseguiremo

scrittori di romanzi in prosa, tanto quanto i francesi, gli inglesi e

i tedeschi.

Figliuolo carissimo, se tu hai ingegno, com'io spero, ti sarai pure

accorto che fin qui la lettera mia non fu che uno scherzo. La gravitá,

con cui in questa tiritera di commento ho affastellate tante

stramberie, è una gravitá tolta a nolo; e la costanza della ironia

sbalza agli occhi di per sé. Ho voluto spassarmi a spese de' novatori.

Ma con te, figliuolo, con te la coscienza di padre mi grida ch'io

lasci le baie e mi metta finalmente sul serio.

Sappi dunque che fuori d'Italia gli uomini vanno carpone in materia di

letteratura. Sappi che se tu, tralignando da' maestri tuoi, metterai

naso ne' libri oltramontani, finirai anche tu col muso al pavimento.

Questo voler dividere i lavori della poesia in due battaglioni,

«classico» e «romantico», sa dell'eretico; ed è appunto un trovato

d'eretici; e non è, e non può essere, cosa buona, da che la

_Crusca_ non ne fa menzione e neppure registra il vocabolo

«romantico».

Tutti sanno che in Inghilterra e in Germania non si coltiva da

letterato veruno né la lingua greca né la latina, e che non si ha

contezza ivi degli scrittori di Atene e di Roma se non [p.53] per

mezzo di traduzioni italiane. Separati cosí quasi affatto dalla

conoscenza de' capi d'opera dell'antichitá, come potevano quegli

infelici far poesie e non dare in ciampanelle? Poi vollero

giustificare i loro strafalcioni; e congiurarono co' loro fratelli

filosofi, e tentarono la metafisica e la logica e dettarono sistemi.

Ma tutti insieme i congiurati diedero in nuove ciampanelle, perché la

metafisica e la logica sono piante che non allignano che in Italia.

Figúrati che arrivarono fino a dire quasi: che la religione cristiana

ha resa piú malinconica e piú meditativa la mente dell'uomo; ch'ella

gli ha insegnato delle speranze e de' timori ignoti in prima; che le

passioni de' cristiani, quantunque rivolte a oggetti esteriori, hanno

pure una perpetua mischianza con qualche cosa di piú intimo che non

avevano quelle de' pagani; che in noi è frequente il contrasto tra 'l

desiderio e 'l dovere, tra l'intolleranza delle sventure e la

sommessione ai decreti del cielo; che i poeti nostri, per non riescire

plagiari gelati, bisogna che pongano mente a quelle tinte e dipingano

oggi le passioni con tratti diversi dagli antichi; e che e che, e

cento altri «che» di tal fatta, e miserabilissimi tutti. E davvero, a

volere stramazzare quegli atleti, basterebbe, a modo d'esempio,

instituire, come noi lo possiamo far bene e non essi, un paragone

analitico tra Anacreonte e Tibullo da una parte, e 'l Petrarca

dall'altra, e dimostrare come i patimenti dei due primi innamorati

siano gli stessi stessissimi patimenti che travagliavano l'animo al

Petrarca. E chi non sente infatti che que' tre amori, per somiglianza

tra di loro, sono proprio tre gocciole d'acqua?

Alcuni cervellini d'Italia che non sanno né di latino né di greco,

lingue per essi troppo ardue, vorrebbero menar superbia dell'avere

imparate le lingue del nord, che ognuno impara in due settimane, tanto

sono facili. Però fanno eco a tutte queste fandonie estetiche, che in

fine non valgono né le pianelle pure di Longino, non che il suo libro

_Del sublime_, che è la maraviglia dell'umano sapere. Il quale

umano sapere non è mica progressivo e perfettibile, come i fatti

pertinacemente attestano; ma è sempre stato immobile, e non può di sua

natura patire incremento mai, per la gran ragione che «_nil sub sole

novum_». [p.54] E questi cervellini battono poi le mani ad ogni

frascheria che viene di lontano, e corrono dietro a Shakespeare ed

allo Schiller, come i bamboli alle prime farfalle in cui si abbattono,

perché non sanno che ve n'ha di piú occhiute e di piú vaghe.

Ma viva Dio! quello Shakespeare è un matto senza freno; traduce sul

teatro gli uomini tal quali sono, la vita umana tal quale è; lascia

ch'entri in dialogo l'eroe col becchino, il principe col sicario; cose

che non sono permesse che agli eroi da vero e non da scena. E invece

di mandarti a fiamme l'anima con belle dissertazioni politiche, con

argomenti pro e contra, a modo de' nostri avvocati, egli ti pone

sott'occhio le virtú ed i vizi in azione: il che ti scema l'interesse

e ti fa tepido. Quello Schiller poi, se 'l paragoni, non dico con

altri, ma col solo Seneca, ti spira miseria.

A buon conto gli stessi novatori, mentre si aguzzano alla disperata

onde predicarne le lodi, sono costretti dal coltello alla gola a

confessare che le opere di Shakespeare e dello Schiller, quantunque,

come essi dicono, maravigliose in totale, non vanno scevre di magagne,

se si guarda separatamente alle parti. E s'ha a dire bel libro di

poesia quello che non può vantarsi incontaminato d'ogni menomo peccato

veniale? I grandi poeti dell'antichitá sono invece fiocchi sempre di

tutta neve immacolata.

Ed è poco misfatto rispettare l'unitá d'azione, che è la meno

importante, per dare un calcio poi alle unitá di tempo e di luogo, che

formano il cardine della nostra fede drammatica, fuori della quale non

v'ha salute? E noi dovremmo sorgere ammiratori di ribaldi tanto

sfrontati, noi pronepoti d'Orazio, del Vida e del Menzini?

Era aforisma che nel giro di ventiquattro ore, e nulla piú, dovesse

andare ristretta l'azione di un dramma. I meno puristi hanno spinta

ora la tolleranza fino a concederne altre dodici, purché ciò non

passasse in esempio di nuove larghezze; e basta cosí. L'uomo per virtú

della illusione teatrale può arrivare a tanto ch'egli persuada a se

stesso d'essere vissuto trentasei ore, quando non ne ha vissute che le

poche tre per le quali dura lo spettacolo. Ma a un minuto di piú la

povera mente umana [p.55] non regge colla sua immaginativa.

L'esattezza del computo non è da porsi in dubbio, poiché il Buon gusto

egli medesimo, armato di gesso, sedeva alla lavagna, disegnando: 36 = 3.

E la illusione teatrale noi sappiamo essere la illusione di tutte le

illusioni, la magia per eccellenza; da che come due e due fanno

quattro, cosí anche, ad onta della veritá, è provato che dallo alzarsi

fino al calar del sipario lo spettatore si dimentica affatto di ogni

sua occorrenza domestica, non sa piú d'esser in teatro, giura ch'egli

manda occhiate proprio nel Ceramico e nel Partenone, e crede vere

proprio le coltellate che si dánno gli eroi sul palco e vero sangue

quello che gronda dalle loro ferite.

Quanta sia poi l'importanza della unitá di luogo, è da vedersi in

quelle tante pagine che in favore di lei avrebbe dovuto scrivere

Aristotile. E il ribellarsi da Aristotile, parlante o tacente ch'egli

sia, sarebbe infamia.

Per decreto de' «romantici» la mitologia antica vada tutta in

perdizione. Ma pe' gorghi Strimoni! questo ostracismo lascia egli

sperare briciolo di ragionevolezza in chi l'invoca? Perché rapirci ciò

che ne tocca piú da vicino? E come prestar venustá alla lirica, come

vestire di veritá i concetti, di splendore le immagini, senza Minerve,

senza Giunoni, senza Mercuri, che pur sentiamo apparire ogni notte, in

ogni sogno, ad ogni fedel cristiano? come parlar di guerre senza far

sedere Bellona a cassetta d'un qualche _coupé_, senza metterle in

mano la briglia d'un paio di morellotti d'Andaluzia? E non è noto

forse, per deposizione di tutti i soldati reduci, com'anche a Waterloo

quella dea sia stata veduta correre su e giú pel campo, vestita di

velluto nero, con due pistole nere in cintura e con in testa un

cappelletto nero all'inglese?

«_Ut pictura poësis_». E ciò che concedete alla pittura lo avete

a concedere anche alla poesia, a dispetto della persuasione e delle

dimostrazioni irrefragabili del Lessing. E sapete perché? Perché lo ha

detto chi poteva dirlo, chi poteva con piena potestá comandarlo, chi

aveva rubata al papa l'infallibilitá, prima che il papa nascesse,

__Orazio__ insomma. E zitti per caritá.

[p.56]

Non è maraviglia poi se genti farnetiche, le quali mischiano

psicologia fino nel parlar di canzoni, vestono oggi il sacco del

missionario, ed esclamano:--Voi, italiani, avete un bel suolo, un bel

cielo, una bella lingua; ma dei tesori intellettuali, di cui va ricca

oggimai tutta insieme l'Europa, voi non ne possedete quanto certi

altri popoli. Voi ci foste maestri un tempo; adesso non piú. Alcuni

tra voi coltivano bene le scienze fisiche e matematiche; ma di buone

lettere e di scienze morali voi di presente patite penuria, avendo

troppo poche persone eccellenti in questi generi.--

Noi dunque penuriamo? Bravi davvero! Lasciamo stare che tutto quel

poco che si sa fuori d'Italia è tutto dono nostro. Lasciamo stare che

noi potremmo comperare mezzo il Mogol, se voi, stranieri, ci pagaste

solamente un baiocco per ogni sonetto stampato da venti anni in qua in

Italia, e che noi per un baiocco l'uno acconsentiremmo di vendervi.

Lasciamo stare che da venti anni in qua noi abbiamo immaginato libri

tali di letteratura, da potere squadernarli sul viso a qualunque

detrattore, allorché ci risolveremo a comporli ed a svergognare il

resto d'Europa. Lasciamo stare che in Firenze e fuori di Firenze vi

hanno giornali che vegliano dí e notte alla vendetta, e che con brevi

ma calzanti argomenti rovinano i paralogismi e mandano scornata

l'arroganza di chi ne minaccia assalto; e quel che è proprio

edificante, usando rispetto verso le persone, decenza nei modi e

galanteria fiorita coi rivali di sesso gentile: arti tutte non

praticate che in Italia, perché il _Galateo_ è nato qui. Lasciamo

stare che le ingiurie de' nostri nimici, non appena scorsi diciannove

anni da che sono stampate, cosí calde calde noi le confutiamo: tanto è

vero che in Italia non si dorme! Lasciamo stare che da qui ad altri

diciannove anni saremo pronti a ripetere le osservazioni in lode

dell'Italia che trovansi stampate ne' libri di quegli stessi nemici e

non leggonsi ne' libri nostri. Lasciamo stare, dico, tutto questo. Sia

pur vero l'ozio letterario di che ne si vuole rimproverati. Ma che

potete voi dire di piú lusinghiero per noi? Questo nostro far nulla

per le lettere non è egli il documento piú autentico della ricchezza

che n'abbiamo? [p.57] Chi non ha rinomanza, stenti la sua vita per

guadagnarsela. Chi non ereditò patrimonio, sudi la vita sua a

ragunarne uno. La letteratura d'Italia è un pingue fedecommesso. Bella

e fatta l'hanno trasmessa a noi i padri nostri. Né ci stringe altro

obbligo che di gridare ogni dí trenta volte i nomi e la memoria de'

fondatori del fedecommesso e di tramandarlo poi tal quale a' figli

nostri, perché ne godano l'usufrutto e il titolo in santa pace.

Però non ti dia scandalo, figliuolo mio, se certi lilliputti nostrali,

non trovando altro modo a scuotersi giú dalle spalle l'oscuritá, si

dánno a parteggiare nel seno della cara patria, e ripetono per le

contrade della cara patria la sentenza universale d'Europa contro la

cara patria nostra.

Oltrediché questi degeneri figli dell'Italia oseranno anche susurrarti

altre bestemmie all'orecchio: come a dire, che la confessione de'

propri difetti è indizio di generositá d'animo; che il nasconderli

quando sono giá palesi a tutti è viltá ridicola; che il primo passo al

far bene è il conoscere di aver fatto male; che questa conoscenza

valse a' francesi il secolo di Luigi decimoquarto, alla Germania il

secolo diciottesimo; e che in fine poi anche Dante, anche il Petrarca

e l'Ariosto e 'l Machiavello e l'Alfieri stimarono lecito lo scagliare

invettive amare contro l'Italia. Oibò! non è vero. Que' brutti

passi[9] furono malignamente [p.58] inseriti nelle opere loro dagli

editori oltramontani; e la trufferia è manifesta. È egli credibile che

gente italiana per la vita cadesse in tanta empietá? Chiunque ama

davvero la patria sua non cerca di migliorarne la condizione. Chi

tasta nel polso al fratello suo la febbre mortale, se ama lui davvero,

gliela tace; non gli consiglia farmaco mai né letto, e lo lascia andar

diritto al Creatore.

E tu, allorché uscirai di collegio, preparati a dichiararti nemico

d'ogni novitá; o il mio viso non lo vedrai sereno __unquanco__.

«Unquanco» dico; e questo solo avverbio ti faccia fede che il

vocabolario della Crusca io lo rispetto; __comeché io, conciossiaché

di piccola levatura uomo io mi sia, a otta a otta mal mio grado pe'

triboli fuorviato avere, e per tal convenente io lui, avegna Dio che

niente ne fosse, in non calere mettere parere disconsentire non

ardisca__.

Per l'onor tuo intanto e pel mio e per quello della patria nostra, ti

scongiuro ad usar bene del tempo. Però bell'e finito mandami presto

quell'idillio in cui introduci Menalca e Melibeo a cantare

tuttaquanta, alla distesa, la genealogia di Agamennone miceneo. La via

della gloria ti sta aperta. Addio.

Il tuo |Grisostomo|.

[1] Il |Bouterweck|, nella sua _Estetica_, riconoscendo

tuttavia l'eccellenza di questi due romanzi, ne censura l'autore

per questo solo che dava ad essi titolo di poesie «epico-liriche»;

censura che in un filosofo mette stupore, da che l'epiteto di

«epico-lirici» caratterizza ottimamente siffatti componimenti.

Tutti sanno che «poesia epica», definendone il senso piú generico

e piú filosofico e prescindendo dalle distinzioni de' retori,

significa «poesia narrativa»; e i due poemetti di cui trattasi

sono narrazioni. E la forma epica è poi mescolata in essi colla

forma lirica, attesa la qualitá del metro, che è di versetti

lirici rimati e scompartiti in tante strofe. Nell'edizione per

altro che ho sott'occhio, i due romanzi, stampati in un fascio con

altri, non portano titolo che di _Poesie_ semplicemente:

_Gedichte_.

Volendo servire ad una scrupolosa esattezza nel classificare i

lavori de' poeti, parmi che alcune odi di Orazio ed alcune odi e

canzoni nostre meriterebbero anch'esse il nome di «romanzi»,

consistendo appunto in __narrazioni__, come, a modo d'esempio,

la canzone del Guidi sulla _Fortuna_. E che altro è infatti

quella canzone, se non un racconto di una apparizione immaginaria

della dea Fortuna, di un dialogo seco lei e d'una vendetta ch'ella

consuma? Ma ho detto che poesie del genere di codeste del Bürger

non furono forse mai scritte da' letterati in Italia, per la somma

differenza che codeste hanno per cento lati coll'ode del Guidi e

con altre che si potrebbero citare.

[2] Vedi la nota a p. 13.

[3] Il testo ha «_der Wild- und Rheingraf_». Certa famiglia di

conti del Reno, discendente da Rheingrafenstein, porta il nome di

«_Wild- und Rheingraf_».--|Adelung|, _Gran

dizionario_, articolo «_Rheingraf_» (Nota del traduttore).

[4] I comuni in Germania pagano un mandriano. Questi ha obbligo di

menare al pascolo comunale e di guardare tutte insieme le bestie

che i contadini gli affidano; e ciò perché la povera gente abbia

tempo di badare alle proprie faccende domestiche e rurali, e i

ragazzi non siano tolti alla scuola per mandarli a condurre vacche

e asinelli (Nota del traduttore).

[5] Le ragioni sono, che a nessuno il quale abbia veduto il portento è

lecito rilevarne le particolaritá. Cosí comandando, la tradizione

superstiziosa ha provveduto ella stessa alla propria durata (Nota

del traduttore).

[6] Il testo ha «Rabenhaar», vocabolo composto da «corvi» e da

«chioma», «chioma corvina». In italiano, per la sola necessitá dei

due vocaboli separati, l'idea perderebbe rapiditá, e parrebbe

affettazione (Nota del traduttore).

[7] Terminato il supplizio de' rotati, è uso in Germania di piantare

in mezzo del palco un palo alto, in cima a cui è ficcata

orizzontalmente la ruota fatale. Su di questa buttansi i cadaveri

de' giustiziati. E vi stanno a spavento de' tristi e ad orrore de'

viandanti, finché il tempo ve li lascia stare (Nota del

traduttore).

[8] Per rispetto a' tedeschi protestanti, è evidente che per

«religione» intendo quella religiositá che è sentimento umano e

non dono della grazia.

[9] Non donna di provincie, ma bordello [l'Italia].

|Dante|, _Purgatorio_, canto VI.

Italia, che i suoi guai non par che senta,

vecchia oziosa e lenta,

dormirá sempre...?

|Petrarca|, canzone XI: «Spirto gentil».

... l'accecata Italia, d'error piena.

|Ariosto|, _Orlando furioso_, canto XXXIV; e altrove:

O d'ogni vizio fetida sentina,

dormi, Italia imbriaca.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 4 / 20 段