frondi della foresta. Via via per l'ossa e per le midolle discorre al
conte l'angoscia. Una vampa gli opprime il respiro. Stordisce e non
ode piú nulla. Innanzi, tutto gli soffia sul viso gelo e terrore; e
alla nuca lo insiegue il fischio della bufera.
Cresce il soffio del terrore, cresce il fischio della bufera; e su
dalla terra, oh spavento! ecco un pugno negro emergere, giganteggiare.
Apresi, stringe gli artigli; ahi! ahi! giá lo abbranca pel ciuffo;
ahi! ahi! travolta in un attimo la faccia del conte, sovrasta alle
spalle di lui.
Intorno intorno a lui un corruscar di faville e di fiamme verdi, brune
e sanguigne. Un mar di fuoco presso presso gli ondeggia d'ogni lato; e
dentro vi brulica la ciurma infernale. In un subito mille veltri
infernali prorompono aizzati a fracasso su dalla voragine.
[p.37]
Via precipitoso egli si scaglia attraverso i boschi, attraverso la
campagna; e fugge mettendo lai e ululati.--Ahi, me misero! misero!--
Ma per tutto l'ampio mondo lo perseguita il latrar dell'inferno, di
giorno giú per le caverne della terra, a mezzanotte su in alto per
l'aria.
La faccia di lui sovrasta perpetuamente alle spalle, ond'egli abbia
perpetuamente la veduta de' mostri che lo inseguono. E per quanto
rapida la fuga lo strascini innanzi, incitato dagli urli dello spirito
cattivo, gli bisogna mirare perpetuamente il digrignar dei denti e lo
spalancarsi delle fauci ringhiose che gli stanno sopra per azzannarlo.
Tale è la caccia della ciurma feroce; e dura e durerá fino al dí del
giudizio. Spesso nella notte ella passa innanzi al vagabondo a
spaventarlo e inorridirlo. E testimonianza ne potrebbe far tuttavia la
lingua d'assai cacciatori, se per altre ragioni non convenisse a loro
il silenzio[5].
La favola di questo romanzo è tratta da una tradizione popolare in
Germania; però è un soggetto bello ed opportuno per un poeta tedesco.
Ivi il popolo la crede vera; e da questa opinione acquistandosi fede
il poeta, ha potuto a suo talento far piangere e tremar di terrore i
suoi lettori. I costumi, ch'egli ha dipinti, sono o costumi de' suoi
tempi, o costumi moderni e notissimi al popolo: quindi sempre maggiore
l'interesse, e sempre piú aumentata la fede.
Ma noi, lettori italiani, non abbiamo come i tedeschi quella
tradizione. E, a volere reputar vera o verisimile la catastrofe del
_Cacciatore feroce_, ci bisognerebbe uno sforzo d'immaginosa
superstizione. Ora, che che ne dicano gli stranieri, siamo, noi
italiani, dotati di tanta superstizione? La religione nostra ben ci
farebbe tenere come racconto verisimile che Dio avesse castigata
severamente la ferocia del cacciatore. Ma il castigo strano [p.38] ed
incessante su questa terra piuttosto che nell'inferno, noi non lo
crederemmo, perché non abbiamo esempi consimili da paragonargli. Ben è
vero che nella novella ottava della Giornata quinta del
_Decamerone_ noi leggiamo di una pena sull'andare di questa,
benché per colpa tutt'altra. Ma quella storia non è creduta piú in
Italia, e forse non era tradizione indigena qui neppure a' tempi del
Boccaccio, che probabilmente la tolse ad imprestito dal monaco
francese Elinando, scrittore del 1200, e di suo capriccio la
traspiantò nella pineta di Ravenna.
Oltrediché noi non viviamo sulla sponda del Reno. La ingiustizia
feudale e l'insultante privilegio delle cacce riservate ai nobili sono
mali che noi ora non proviamo. La narrazione di sciagure
contemporanee, alle quali noi non partecipiamo, non sará davvero udita
con indifferenza; ma non ci commoverá tanto quanto i tedeschi. L'uomo
non può pensare all'uomo lontano e posto in circostanze diverse dalle
sue con quell'interesse medesimo, con cui egli pensa a se stesso ed a'
vicini. Le lagrime del povero contadino, l'angoscia del mandriano, la
pace dell'eremita profanata ci faranno pietá. Ma questa pietá,
paragonata con quella de' tedeschi, sará minore d'assai; come il
batticuore di noi europei mediterranei è minore di quello degli onesti
fra gli abitanti delle colonie al rammentare la compassionevole tratta
dei negri. Discendendo giú per questa scala di compassioni
decrescenti, si giunge fino a quel grado di affanno leggiero leggiero,
con cui noi viventi del secolo decimonono ascoltiamo le sventure degli
Atridi, de' Tiestei e de' Priamidi.
Cessate anche in Germania parte delle prepotenze feudali, variate
anche alcune costumanze, mille memorie nondimeno di luogo e di nomi,
mille affinitá di patria e di famiglie richiameranno la storia di
quelle alla mente de' tedeschi, e per lunghissimi secoli. Cosí, e per
le stesse ragioni, le sciagure che afflissero anticamente i padri
nostri in Italia, quantunque non piú le medesime che proviamo noi,
pure percuoteranno l'animo nostro con bastante vigore, ricordandole
poeticamente. E come le iniquitá, a modo d'esempio, de' nostri
Visconti non sarebbero mai sentite tanto fortemente da' lettori
tedeschi quanto [p.39] dagli italiani, cosí la storia del
_Cacciatore feroce_ non lo sará, temo, da noi quanto da loro.
Non so indurmi a dar l'ultimo addio al _Cacciatore feroce_, se
prima non fo qualche cosa a onore e gloria de' commentatori e della
consuetudine loro. Sappi dunque, o figliuolo, d'un pezzo di poesia
italiana che ha qualche sorta di cognazione con questo del Bürger.
Erasmo di Valvasone, verso la fine del canto terzo del suo poema _La
caccia_, raccomanda a' cacciatori di non uscire mai alla campagna
sprovveduti di una messa sentita e dell'aiuto invocato di tutti i
santi. E per ispaventare gli scapestrati, reca in mezzo la mala
ventura di un certo Terone, ch'egli stesso, il poeta, dice d'aver
conosciuto. Terone, mentre viveva giovinetto lungo la riva del nativo
Tagliamento, era gran cacciatore e persona divota; e Dio l'aveva
scampato sempre d'ogni pericolo. Fatto adulto, viaggiò tutta la
Germania e v'imparò altri costumi. Tornò a casa, e non usò piú né a
messe né a chiese. Un cignale orribile metteva a guasto ed a spavento
la campagna d'Aquilea: però una caccia generale fu bandita per tal
domenica. Infinite genti v'intervennero, e Terone anch'egli, come il
feritore piú certo. La comitiva si recò sull'alba al tempio e non
n'uscí che benedetta dal sacerdote. Terone solo si rimase, schernendo
il rito. La caccia ha principio: la belva si appiatta in un pantano; è
scoperta; i cacciatori le sono addosso. Ma impaurito si arretra
ognuno. Solo a Terone il cuore non batte di paura. Egli bestemmia la
viltá de' compagni, bestemmia la lor divozione, bestemmia Dio; e si
avventa alla fiera. Quella, come mossa dalla divina vendetta, sdegna
ogni altro nemico e si scaglia su Terone, né lo lascia che dopo di
avergli tolto e ardimento e vita. Dismessa poi la ferocia, anch'essa,
la fiera, viene ad offrirsi da sé a' colpi de' cacciatori, e cade
morta. E il poeta, che sente oramai stracco il suo colascione, dá fine
al canto con un paio di versi, tutti novitá di pensiero, tutti
eleganza di modi:
Imparate giustizia, o genti umane,
e non spregiar le deitá sovrane.
[p.40] Virgilio glieli perdoni. E tu perdona a me se ti ho fatto
ingozzare tutto questo episodio. Quel poema della _Caccia_ so che
non lo hai letto mai, né lo leggerai forse, benché stampato fra i
_Classici italiani_; del che non vorrò biasimarti. Ma a'
discendenti di quegli eruditi che, zelanti della loro Italia, seppero
trovare l'origine italiana del _Paradiso perduto_ del Milton, io
regalo questo bel pezzo del museo Valvasoni, insieme alla novella
ottava della Giornata quinta del _Decamerone_, affinché ne
compongano un solo manicaretto, e ne estraggano la quintessenza, e se
la bevano; poi, con una predica scritta sugosamente, sul fare, per
esempio, delle orazioni di monsignore Della Casa, escano a ridomandare
le sostanze che sono di nostro diritto, mostrando come in Italia
v'abbia la semenza di tutto e come, in fine del conto, gli stranieri
non si facciano pavoni che con le penne nostre.
Quella novella, per altro, del Boccaccio, a dirla tra di noi, è una
grande infamia. Volere che la giustizia di Dio punisca di ripetute
morti acerbissime una donna, perché costantemente ricusò di amare! E
che diritto aveva Guido degli Anastagi, che diritto hanno gli uomini
qualunque sul cuore femminino? È forse uno de' comandamenti per la
femmina il cedere alle voglie di chi la prega d'amore? Se Guido degli
Anastagi s'era ammazzato, peggio per lui! L'amore è una passione
spontanea che vive di libertá. E la donna, che si ostina a dirmi di
no, mi fará infelice; ma della mia infelicitá ella non può essere né
accusata né condannata da legge veruna. La massima che le donne sieno
in obbligo di riamare chi le ama, è uno de' sofismi usati da'
seduttori. Limitandola anche al caso di amore onesto, cioè
accompagnato dall'intenzione di strigner nozze, è una massima che fa a
pugni colla dottrina de' cristiani; attesoché ella reputa stato di
perfezione la castitá del celibato. E per chi scriveva egli, il
Boccaccio, se non per gente cattolica?
Pedanti e non pedanti hanno biasimato il Sannazaro, perché, non
contento egli di avere giá sparso bastantemente di erudizioni
mitologiche antiche tuttoquanto il suo poema sulla nascita di Gesú
Cristo, _De partu Virginis_, abbia poi voluto introdurvi [p.41]
anche, come enti contemporanei ed operanti, le naiadi e le driadi. Ma
l'errore del Sannazaro non è egli forse meno grave di cotesto del
Boccaccio? Non è egli peggio forse il falsare la morale della
religione che uno introduce nel suo componimento, di quello non sia
l'unirvi alcune invenzioni eterogenee, col solo, innocente e manifesto
proposito di sbizzarrirsi in fantasie poetiche?
Basterebbe che questa infame novella della pineta di Ravenna venisse
creduta vera a' dí nostri e lodata in Italia, perché fosse data vinta
la causa a quegli stranieri che ci mandano titolo di vendicativi, di
feroci, di superstiziosi e di poco religiosi nel cuore. Ma come è vero
che noi non siamo cosí tristi, nessuno in Italia vorrebbe oggi avere
scritto egli quel vituperio della pineta. E Dio lo tolga dalla memoria
fino de' bibliotecari!
Leggi ora, figliuolo mio, la traduzione della _Eleonora_.
ELEONORA.
Sul far del mattino Eleonora sbalzò su, agitata da sogni
affannosi:--Sei tu infedele, o Guglielmo, o sei tu morto? E fino a
quando indugerai?--
Egli era uscito coll'esercito del re Federigo alla battaglia di Praga,
e non aveva scritto mai se ne fosse scampato.
Stanchi delle lunghe ire, il re e l'imperatrice ammollirono le feroci
anime, e finalmente fecero pace. Ed ogni schiera, preceduta da inni,
da cantici, dal fragore de' timpani, da suoni e da sinfonie, adornata
di verdi rami, si riduceva alle proprie case.
E da per tutto, da per tutto, sulle strade, sui sentieri, giovani e
vecchi traevano incontro ai «viva» d'allegrezza de' vegnenti.--Sia
lode al cielo!--esclamavano fanciulli e mogli.--Ben
venga!--esclamavano assai spose contente.
Ma, oh Dio! per Eleonora non v'era né saluto né bacio.
Ella di qua, di lá cercò tutto l'esercito, dimandò tutti i nomi. Ma
fra tanti reduci non uno v'era che le desse ragguaglio. [p.42]
Oltrepassate che furono da ultimo tuttequante le schiere, ella si
stracciò la nera chioma[6], e furibonda si buttò sul terreno.
Accorse precipitosa la madre.--O Dio, misericordia! Che hai, che
t'avvenne, figlia mia cara?--E se la serrò fra le braccia.
--O madre, madre! È perduto, è morto. Or vada in rovina il mondo, e
tutto vada in rovina! Non ha misericordia Iddio. Ahi me misera!
misera!
--O Dio, ne assisti! Misericordia, o Signore! Di', figlia mia, di' un
paternostro. Quello che è fatto da Dio è ben fatto. Egli sí, Iddio è
pietoso di noi.
--O madre, madre! Tutte illusioni. Nulla di bene ha fatto per me il
Signore! nulla. Che giovarono, che giovarono le mie orazioni? Oramai
non n'è piú bisogno.
--O Dio, ne assisti! Chi in Dio riconosce il nostro padre sa ch'egli
soccorre a' figliuoli. Il santissimo Sacramento metterá calma al tuo
affanno.
--O madre, madre! Questo incendio che m'arde non v'ha Sacramento che
me lo calmi. Non v'ha Sacramento che restituisca a' morti la vita.
--Ascoltami, o cara; e se quell'uom falso, lá lontano nell'Ungheria,
avesse rinnegata la fede per isposarsi ad altra donna? No, cara, non
pensar piú a quel suo cuore. E neppure egli se ne troverá contento.
Quando un giorno l'anima verrá a separarsi dal corpo, lui trarrá nelle
fiamme il suo spergiuro.
--O madre, madre! Non è piú, non è piú; egli è perduto, perduto per
sempre. La morte! altro non mi resta che la morte! Oh! non fossi io
nata mai! Spegniti, luce mia, spegniti in perpetuo. Muori, muori
sepolta nella notte e nell'orrore! No, non ha misericordia Iddio. Ahi
me misera! misera!
--O Dio, ne assisti! Non voler, no, entrare, o Dio, in giudizio contra
la povera tua creatura. Ella non sa quel che la sua lingua si [p.43]
dica: non tener conto de' peccati di lei. Dimentica, figliuola mia,
dimentica la tua afflizione terrena; pensa al Signore, pensa alla
beatitudine eterna; e t'assicura che non verrá meno lo sposo all'anima
tua.
--E che è mai, o madre, la beatitudine eterna? che mai, o madre, è
l'inferno? Con lui, con lui è beatitudine eterna; e senza di Guglielmo
non v'ha che inferno. Spegniti, luce mia, spegniti in perpetuo: muori,
muori sepolta nella notte e nell'orrore! Senza di lui, né sulla terra
né fuori della terra posso aver pace io mai.--
Cosí a lei nella mente e nelle vene infuriava la disperazione. Piú e
piú continuò temeraria ad accusare la provvidenza di Dio; si percosse
il seno, si storse le mani, fino al tramonto del sole, fino
all'apparire delle stelle auree per la vòlta del cielo.
Quand'ecco, trap trap trap, un calpestio al di fuori come una zampa di
destriero; e strepitante nell'armadura smontare agli scalini del
verone un cavaliere. E tin tin tin, ecco sfrenarsi pian piano la
campanella dell'uscio; e da traverso l'uscio venire queste distinte
parole:
--Su su! Apri, o mia cara, apri. Dormi tu, amor mio, o sei desta? Che
intenzioni sono ancora le tue verso di me? Piangi o sei lieta?
--Oh cielo! Tu, Guglielmo? Tu... di notte.., cosí tardi?.. Ho pianto,
ho vegliato. Ahi misera! un grande affanno ho sostenuto... E donde
vieni tu cosí a cavallo?
--Noi non mettiamo sella che a mezzanotte. Lungo viaggio cavalcai a
questa volta, fino dalla Boemia. Tardi ho preso il cammino, tardi: e
voglio condurti meco.
--Ah Guglielmo! Entra prima qua dentro un istante. Su presto! Il vento
fischia ne' roveti. Entra, vieni, cuor mio carissimo, a riscaldarti
fra le mie braccia.
--Lascia pure che il vento fischi fra i roveti: lascialo fischiare,
anima mia, lascialo fischiare. Il mio cavallo morello raspa; il mio
sprone suona. In questo luogo non m'è concesso alloggiare. Vieni,
succingiti, spicca un salto e géttati in groppa al mio morello. [p.44]
Ben cento miglia mi restano a correre teco quest'oggi per arrivare al
letto nuziale.
--Oh cielo! E tu vorresti in questo sol giorno trasportarmi per cento
miglia fino al letto nuziale? Odi come romba tuttavia la campana: le
undici sono giá battute.
--Gira, gira lo sguardo. Vedi, fa un bel chiaro di luna. Noi e i morti
cavalchiamo in furia. Oggi, sí quest'oggi, scommetto ch'io ti porto
nel letto nuziale.
--E dov'è, dimmi, dov'è la cameretta? E dove, e che letticciuolo
nuziale è il tuo?
--Lontano, lontano di qui..., in mezzo al silenzio..., alla
frescura..., angusto... Sei assi... e due assicelle...
--V'ha spazio per me?
--Per te e per me. Vieni, succingiti, spicca un salto e géttati in
groppa. I convitati alle nozze aspettano; la camera è giá schiusa per
noi.--
La vezzosa donzelletta innamorata si succinse, spiccò un salto, snella
si gittò in groppa al cavallo, e con le candide mani tutta si
ristrinse all'amato cavaliere. E arri arri arri! salta salta salta; e
l'aria sibilava rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e
cavaliere, e sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.
A destra e a sinistra, deh, come fuggivano loro innanzi allo sguardo e
pascoli e lande e paesi! come sotto la pesta rintronavano i ponti!
--E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri arri! I
morti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura de' morti?
--Ah no! Ma lasciali in pace i morti.--
Da colaggiú qual canto, qual suono mai rimbombò? che svolazzare fu
quello de' corvi?... Odi suono di squille, odi canto di morte!
«Seppelliamo il cadavere».
Ed ecco avvicinarsi una comitiva funebre, e recar la cassa e la bara
de' morti. E l'inno somigliava al gracidar dei rospi negli stagni.
--Passata la mezzanotte, seppellirete il cadavere con suoni e cantici
e compianti. Ora io accompagno a casa la giovinetta mia [p.45] sposa.
Entrate meco, entrate al convito nuziale. Vieni, o sagrestano, vieni
col coro e precedimi intuonando il cantico delle nozze. Vieni, o
sacerdote, vieni a darci la benedizione, prima che ci mettiamo a
giacere.--
Tace il suono, tace il canto; la bara sparí. E obbedienti alla
chiamata, quelli correvano veloci, arri arri arri! lí lí sulle peste
del morello. E va e va e va; salta salta salta; e l'aria sibilava
rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e
sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.
Deh, come fuggivano a destra, come a sinistra fuggivano, e montagne e
piante e siepi! Come fuggivano a sinistra, a destra, e ville e cittá e
borghi!
--E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri arri arri!
I morti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura de' morti?
--Ahi misera! Lasciali in pace i morti.--
Ecco ecco; lá sul patibolo, al lume incerto della luna, una ciurma di
larve balla intorno al perno della ruota![7].
--Qua qua, o larve. Venite, seguitemi. Ballateci la giga degli sposi
quando saliremo in letto.--
E via via via, le larve gli stormivano dietro a' passi, come turbine
che in una selvetta di nocciuoli stride frammezzo all'arida frasca. E
va e va e va, salta salta salta; e l'aria sibilava rotta dal gran
galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e sparpagliavansi intorno
sabbia e scintille.
Ogni cosa che la luna illuminava d'intorno, deh, come ratto fuggiva
alla lontana! Come fuggivano e cieli e stelle al disopra di lui!
--E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri [p.46]
arri arri! I morti cavalcano in furia. Ed hai tuttavia paura de'
morti, o mia cara?
--Ahi me misera! Lasciali in pace i morti.
--Su su, o morello! Parmi che il gallo giá canti. Fra poco il sabbione
sará omai tutto trascorso. Su, morello, morello! Al fiuto sento giá
l'aria del mattino... Di qua, o morello, caracolla di qua... Finito,
finito abbiamo di correre. Eccolo che s'apre il letto nuziale. I morti
cavalcano in furia. Eccola, eccola la mèta.--
Impetetuoso s'avventò a briglia sciolta contra un cancello di ferro.
Ad uno sferzar di scudiscio toppa e chiavistello gli si spezzarono
innanzi, e le ferree imposte cigolando si spalancarono. Il destriero
drizzò la foga su per le sepolture. E al chiaror della luna tutto
biancheggiava di monumenti.
Ed ecco, ecco in un subito, portento, ahi, spaventoso! Di dosso al
cavaliere ecco a brandelli a brandelli cascar l'armatura, com'esca
logorata dagli anni! In teschio senza ciocche e senza ciuffo, in
teschio ignudo ignudo gli si convertí il capo, e la persona in
ischeletro armato di ronca e d'oriuolo.
Alto s'impennò e inferocí sbuffando il morello, e schizzò scintille di
fuoco. E via eccolo sparito e sprofondato disotto alla fanciulla; e
strida e strida su per l'aere; e venir dal fondo della fossa un
ululato!... A gran palpiti tremava il cuore d'Eleonora e combatteva
tra la morte e la vita.
Allora sí, allora sotto il raggio della luna danzarono a tondo a tondo
le larve; ed intrecciando il ballo della catena, con feroci urli
ripetevano questa nenia:--Abbi pazienza, pazienza, s'anche il cuore ti
scoppia. Con Dio no, con Dio non venir a contesa. Eccoti sciolta dal
corpo... Iddio usi all'anima misericordia!--
A differenza della prima, la favola di questo secondo romanzo, a quel
ch'io sappia, è tutta invenzione del poeta. Parrebbe dunque che, non
sostenuta da una tradizione, l'Eleonora non dovesse trovare né fede né
applausi neppure in Germania. E nondimeno è noto come ella sia colá la
lodatissima delle poesie del Bürger. A che ascriveremo noi questo?
[p.47]
I popoli colti d'una parte della Germania, pe' quali il Bürger
cantava, sono inclinati all'entusiasmo. Avidi essi di emozioni, non
aspettano che quelle vengano di per sé; ma per ottenerne, si aiutano
fin anche del meditare. Il bisogno fortissimo di emozioni nasce in
loro, se mal non veggo, per la mancanza di una continua varietá di
oggetti esteriori che possa occuparli e muoverne gli animi
piacevolmente. E questa mancanza è prodotta dalle circostanze
politiche, da quelle del clima, della geografia loro e della loro vita
sociale. Ma le circostanze medesime, se per un riguardo gli offendono,
servono per un altro a rinforzare notabilmente la loro riflessione,
allorché la noia gli obbliga a concentrarsi in se stessi, a ripiegarsi
nell'animo proprio, onde provarne il moto che li faccia accorti
dell'esistenza. Educati cosí alla meditazione, non di rado giungono
essi a scoprire qualche lato importante e patetico nelle cose, in cui
sguardo superficiale nol vede. Tosto che l'hanno adocchiato, eglino vi
si affezionano e s'infervorano; e l'amore di una parte tira seco
l'amore del tutto.
Con ciò viene a spiegarsi per noi da che provenga l'affettazione di
certo «sentimentalismo» che governa spesso il discorso de' romanzieri
del nord, e che male è imitato da' romanzieri di Francia, e mal
sarebbe da que' d'Italia; perché posa su pensieri ed affetti che non
sono sentiti in Francia e in Italia né da chi scrive né da chi legge.
Quante volte l'uomo del nord, viaggiando in Italia, non fa egli
strabiliare gli ospiti suoi, parlando ogni tratto di sensazioni
domestiche, di piaceri segreti dell'animo, di simpatie recondite, di
compassioni prodigalizzate a un fiorellino del campo, di lagrime
sparse per pietá di un asinello defunto, di memorie lugubri suscitate
in lui dalla menoma novitá di nugoloni colorati! Pare a noi che egli
allora monti sull'ippogrifo. Eppure chi sa che per lunga assuefazione
egli non abbia il cuore, troppo piú che noi non ci figuriamo, pronto a
palpitare per tante fantasie?
A quelle docili immaginazioni bastò quindi pensare che la finzione
dell'Eleonora era omogenea ed analoga alle tradizioni popolari, perché
a lei anche estendessero il vero di opinione [p.48] che quelle hanno.
La stravaganza del tutto non nocque allora piú all'effetto delle
parti. E siccome le parti sono bellissime, l'approvazione e
l'ammirazione vennero di per sé.
Noi popoli piú meridionali, circondati dalla pompa della natura e
dalla perpetua successione delle sue infinite lusinghe, non abbiamo
mestieri di andare in traccia di emozioni per sentire la vita. Noi
aspettiamo che quelle ci riscuotano come a viva forza; ma non ci
curiamo di promuoverle noi col nostro entusiasmo. Di qui, piú che
lettori appassionati, noi riesciamo critici freddi. E prima di dare
una lagrima alle sventure di Eleonora, noi metteremo sul bilancino i
gradi di verisimiglianza che ha la storia della fanciulla, e non li
pagheremo della nostra credenza che grano per grano.