e non permettere che la paterna caritá si sfoghi al vento. So che agli
uomini piace talvolta di onestare la loro inerzia con bei paroloni. Ma
io non darò retta mai né a te né a chiunque mi ritesserá le solite
canzoni: e che l'Italia è un armento di venti popoli divisi l'uno
dall'altro, e ch'ella non ha una gran cittá capitale dove ridursi a
gareggiare gli ingegni, e che tutto vien meno ove non è una patria. Lo
sappiamo, lo sappiamo. Ma l'avevano questa unitá di patria e questo
tumulto d'una capitale unica i poeti dei quali ho parlato? E se noi
non possediamo una comune patria politica, come neppure essi la
possedevano, chi ci vieta di crearci intanto, com'essi, a conforto
delle umane sciagure, una patria letteraria comune? Forse che Dante,
il Petrarca, l'Ariosto per fiorire aspettarono che l'Italia fosse una?
Forse che la latina è la piú splendida delle letterature? e nondimeno
qual piú vasta metropoli di Roma sotto Ottaviano e sotto i Cesari?
--Voi--gridava l'altro dí nella voce dell'ira sua il curato di Monte
Atino, l'amico mio dall'anima ardente,--voi, se siete caldi di vero
amore per la vostra bella Italia, levate l'orecchio, o generosi
italiani. Udite come tuttaquanta l'Europa ne rinfaccia d'ogni parte il
presente decadimento delle nostre lettere. È egli da credersi che
tanta universalitá di disprezzo sia tutta opera della [p.25]
malignitá? Ponetevi, in nome di Dio, ponetevi una mano al petto;
interrogate la coscienza vostra. E non la sentite anch'essa tremar di
vergogna? Però perdonate gli insulti villani, con che ne strapazzano
oggi que' popoli stessi che un tempo o ne lodavano o taciturni
rodevansi d'invidia pe' nostri trionfi letterari: alle calunnie, ché
calunnie pur anche piovono addosso all'Italia, non istate ad opporre
altro che la dignitá del silenzio; e cadranno di per sé. Ma de'
consigli giovatevi: e la gloria della vostra terra ricuperatela col
far voi, non col citare le opere degli avi vostri. «_Gloria nostra
sit testimonium conscientiae nostrae_», diceva san Paolo a que' di
Corinto. Vincete l'avversitá collo studio, smettete una volta la boria
di reputarvi i soli europei che abbiano occhi in testa, smettete la
petulanza con cui vi sputate l'un l'altro in viso e per inezie da
fanciulli, unitevi l'un l'altro coi vincoli di amorosa concordia
fraterna, senza della quale voi sarete nulli in tutto e per tutto. E
poiché perspicacia d'intelletto non ve ne manca, solo che vogliate
rifarvi delle male abitudini, lavorate, ve ne scongiuro, e lavorate da
senno. Ma prima di tutto spogliatevi della stolida divozione per un
solo idolo letterario. Leggete Omero, leggete Virgilio, che Dio ve ne
benedica! Ma tributate e vigilie e incenso anche a tutti gli altri
begli altari che i poeti in ogni tempo e in ogni luogo innalzarono
alla natura. E quantunque a rischio di lasciare qualche dí nella
dimenticanza e i volumi dell'antichitá e i volumi de' moderni,
traetevi ad esaminare da vicino voi stessi la natura, e lei imitate,
lei sola davvero e niente altro. Rendetevi coevi al secolo vostro e
non ai secoli seppelliti; spacciatevi dalla nebbia che oggidí invocate
sulla vostra dizione; spacciatevi dagli arcani sibillini, dalle
vetuste liturgie, da tutte le Veneri e da tutte le loro turpitudini,
cavoli giá putridi; non rifriggeteli. Fate di piacere al __popolo__
vostro; investigate l'animo di lui; pascetelo di pensieri e non di
vento. Credete voi forse che i lettori italiani non gustino altro che
il sapore dell'idioma e il lusso della verbositá? Badate che leggono
libri stranieri, che s'accostumano a pensare e che dalle fatuitá vanno
ogni dí piú divezzandosi. Badate che i progressi intellettuali d'una
parte di [p.26] Europa finiranno col tirar dietro a sé anche il
restante. E voi con tutta la vostra albagia rimarrete lí soli soli, a
far voi da autori insieme e da lettori. Insomma siate uomini e non
cicale; e i vostri paesani vi benediranno, e lo straniero ripiglierá
modestia e parlerá di voi coll'antico rispetto.--
Nessuno de' ricchi tra' tuoi terrazzani venga a morte fuori della tua
giurisdizione parrocchiale, o buon curato di Monte Atino, o anima
italiana davvero! Chi non ti perdonerebbe la declamazione in grazia
dello zelo e del patriottismo che spirano le tue ammonizioni?
Ora, figliuolo mio, ti sia palese che tutto il discorso fatto sin qui,
sebbene paresse sviarsi dal soggetto, pure era necessario. Cosí mi
sono preparata la via alla soluzione de' due quesiti che tu mi hai
fatti, ed ai quali posso ora rispondere con maggiore brevitá. Eccoli
entrambi, e in termini piú precisi de' tuoi: 1. «La moderna Italia
ammetterebbe ella poesie di questo genere (i romanzi)?». 2. «Il
_Cacciatore feroce_ e l'_Eleonora_ piaceranno in Italia?».
Non fa mestieri, cred'io, di molte lucubrazioni per trovare che alla
prima interrogazione vuolsi rispondere con un «sí» netto e stentoreo.
Da quanto ho detto sulla opportunitá di indirizzare la poesia non
all'intelligenza di pochi eruditi ma a quella del popolo, affine di
propiziarselo e di guadagnarne l'attenzione, tu avrai di per te stesso
inferita questa sentenza: che i poeti italiani possono del pari che
gli stranieri dedurre materia pe' loro canti dalle tradizioni e dalle
opinioni volgari, e che anzi gioverebbe di presente ch'eglino
preferissero queste a tutto intero il libro di Natale de' Conti. Però
non voglio sprecar tempo in dimostrarti che, per tale rispetto, questo
genere di romanzi si conviene anche all'Italia; e per veritá non farei
che ridire le parole mie. Che poi questo modo di narrare liricamente
una avventura offenderá gli italiani, non credo[2].
La poesia d'Italia non è arte diversa dalla poesia degli altri popoli.
I princípi e lo scopo di lei sono perpetui ed universali. [p.27] Ella,
come vedemmo, è diretta a migliorare i costumi degli uomini, a farne
gentili gli animi, a contentarne i bisogni della fantasia e del cuore;
poiché la tendenza alla poesia, simigliante ad ogni altro desiderio,
suscita in noi veri bisogni morali. Per arrivare all'intento suo la
poesia si vale di quattro forme elementari: la lirica, la didascalica,
l'epica e la drammatica. Ma perché ella di sua natura abborre i
sistemi costrettivi e perché i bisogni che ella prende ad appagare
possono essere modificati in infinito, ha diritto anche ella di
adoperare mezzi modificati in infinito. Quindi a sua posta ella unisce
e confonde insieme in mille modi le quattro forme elementari,
derivandone mille temperamenti.
Se la poesia è l'espressione della natura viva, ella deve essere viva
come l'oggetto ch'ella esprime, libera come il pensiero che le dá
moto, ardita come lo scopo a cui è indirizzata. Le forme ch'ella
assume non costituiscono la di lei essenza, ma solo contribuiscono
occasionalmente a dare effetto alle di lei intenzioni. Però fino a
tanto ch'ella non esce dell'instituto suo, non v'ha muso d'uomo che di
propria facoltá le abbia a dettare restrizioni su questo punto del
tramischiare le forme elementari.
Che i due romanzi del Bürger spiaceranno agli italiani per l'argomento
loro e per lo stile, forse sará. Ma che l'Italia non patirebbe che i
suoi poeti scrivessero romanzi del genere di questi, perché forse
schifa della mescolanza dell'epico col lirico, non credo. Siffatte
obbiezioni non suggeriscono che al cervello de' pedanti, i quali
parlano della poesia senza conoscerne la proprietá. Ma se il presagio
non mi falla, la tirannide dei pedanti sta per cadere in Italia. E il
popolo e i poeti si consiglieranno a vicenda senza paura delle
Signorie Loro, ed a vicenda si educheranno; e non andrá molto, spero.
La meditazione della filosofia riuscirá bensì a determinare, a un di
presso, di quali materiali debbano i poeti giovarsi nell'esercizio
dell'arte, di quali no, e fin dove possano estendere l'ardimento della
imitazione. E l'esperienza dimostra che in questo l'arte della poesia
soffre confini come tutte le di lei sorelle. Ma quale filosofia potrá
dire in coscienza al poeta: «Le modificazioni delle forme sono queste,
non altre»?
[p.28]
So che i pedanti si stilleranno l'intelletto per rinvenire, a modo
d'esempio, la bandiera sotto cui far trottare le terzine del signor
Torti sulla _Passione del Salvatore_. So che, nel repertorio de'
titoli disceso loro da padre in figlio, non ne troveranno forse uno
che torni a capello per quelle terzine. Carme no, ode no, idillio no:
eroide forse?... Ma intanto quella squisita poesia, con buona pace
delle Signorie Loro, è giá per le bocche di tutti. E l'Italia, non
badando a' frontispizi, scongiura il signor Torti a non lasciarla
lungamente desiderosa d'altri regali consimili. Lo stesso avverrá
d'ogni altra poesia futura, quando le modificazioni delle forme siano
corrispondenti all'argomento ed alla intenzione del poeta, e quando
siffatta intenzione sia conforme allo scopo dell'arte ed a' bisogni
dell'uomo.
Il sentimento della convenienza, che induce il poeta alla scelta di un
metro piuttosto che di un altro, è contemporaneo nella mente di lui
alla concezione delle idee ch'egli ha in animo di spiegare nel suo
componimento ed al disegno che lo muove a poetare. Le regole generali
degli scrittori di _Poetiche_ non montano gran fatto, da che ogni
caso vorrebbe regola a parte. Laonde è opinione mia che un uomo
dell'arte possa bensí assisterti ogni volta con un buon consiglio; ma
che se tu aspetti che te lo diano i trattatisti, non ne faremo nulla,
figliuolo mio. E a questo proposito mi piace di rallegrarti con
un'altra scappata declamatoria, in cui diede, non ha guari, il buon
curato di Monte Atino, l'amico mio dall'anima ardente.
Una persona, che aveva aria d'uomo non dozzinale e non l'era davvero,
parlava della poesia «romantica» con Sua Reverenza. E Sua Reverenza
l'udiva con volto pacato e con segni d'approvazione, perché erano lodi
alla poesia «romantica», la prediletta dell'anima sua. Quando tutt'ad
un tratto il panegirista uscí fuori con un voto, perché alcuno in
Italia pigliasse a scrivere una _Poetica romantica_.--Che
_Poetiche_ di Dio!--gridò allora il buon curato di Monte Atino,
dimenandosi sul suo seggiolone come un energumeno,--che
_Poetiche_ di Dio! Se ai giorni nostri vivesse Omero, vivesse
Pindaro, vivesse Sofocle, dovrebbono essi cambiare arte forse? No, in
nome del cielo, no. Ma la [p.29] differenza dei secoli renderebbe
differenti le cose che que' poeti imprenderebbono ora a trattare. E la
differenza delle cose indurrebbe di necessitá differenza nella
mescolanza delle forme e nell'accoppiamento delle immagini. E Omero,
Pindaro, Sofocle sarebbero poeti «romantici», volere o non volere. Ma
l'arte loro sarebbe tuttavia quella stessa de' classici antichi. Che
importa a me se il Cellini oggi mi cesella un vezzo per madama
d'Étampes e domani un calice pel santo padre? Egli è pur sempre
Benvenuto, l'orefice fiorentino. Ma questo Proteo irrequieto come
l'amore, quest'arte della poesia, questa perpetua inventrice del
bello, chi l'insegna? Le _Poetiche_ forse? Sono forse le Poetiche
che hanno sviluppate le menti a que' tre miracoli della Grecia? sono
forse le _Poetiche_ che dissero come tener la penna in mano a
Dante, all'Ariosto, a Shakespeare? Al diavolo queste corbellerie!
Mostratemi una _Poetica_ anteriore alla esistenza di un poeta.
Mostratemi un vero poeta educato e formato dalle _Poetiche_.
Dov'è, dov'è? Io vi mostrerò de' poeti che colle opere loro hanno
prestata materia di che rimpinzare di regoluzze un libruzzo a trenta
maestruzzi. Io vi mostrerò trentamila pedanti, e tutti figli delle
_Poetiche_, e tutti misuratori di sillabe, e tutti sputasentenze,
e tutti teste di legno. Al diavolo colle _Poetiche_! Perché non
t'incarni un'altra volta, o bella anima di Omar, tanto appena che ti
basti tempo per discendere in Italia a metter fuoco a tutte le
_Poetiche_, da quella di Aristotile fino a quella del Menzini?--
E qui Sua Reverenza mandò un lungo sospiro di desiderio. Poi tosto
ammutí, guardò in alto per un poco, e si fece tutto rosso in viso,
vergognando, cred'io, d'avere unito il nome d'Aristotile a quello di
un guastamestiere. Poi, ripreso fiato, stese la mano all'ospite e col
sorriso della cortesia lo pregò perché proseguisse il panegirico che
tanto gli andava a sangue. Terminato il dire, l'ospite pigliò licenza.
Il povero curato lo accompagnò fino all'uscio; e lasciata scappare una
lagrima, gli strinse la mano e gli disse:--Domando mille scuse; ho
gridato fuori d'ogni creanza: ma sappia Vossignoria ch'io non l'aveva
con lei. A lei io ho data la mia stima. Capperi! Vossignoria ha detto
pel [p.30] primo in Italia cose che non tutti sanno dire o che tutti
qui s'ostinano a non voler dire. Da bravo! Stia fermo, e non si lasci
atterrire da chi senza entrare in ragionamenti le abbaia dietro de'
mali motteggi e delle insipide satire. Siamo cristiani e sacerdoti
entrambi; perdoniamo adunque di buona volontá agli insolenti. Dio
n'abbia anch'egli misericordia! Sono montato in furia contro le
_Poetiche_, perché la sento cosí e perché questo mio maledetto
naturale è tutto stizza e non lo so mai frenare. Ma i filosofi
estetici io non li confondo cogli scrittori di _Poetiche_. No, no,
quelli li rispetto, e glielo giuro sull'onor mio. E le giuro che
qualche volta leggo con vera aviditá le cose del Burke e del Lessing,
come se fossero squarci della _Cittá di Dio_ del mio sant'Agostino. Ma
Ella compatisca se in questo punto delle Poetiche io sono di parere
contrario a quello manifestato da lei: compatisca e mi voglia bene.--
Interrogazione seconda. «Il _Cacciatore feroce_ e l'_Eleonora_
piaceranno in Italia?».
Questo è quesito di non cosí facile scioglimento come il primo. Madama
de Staël, nell'ingegnosa ed arguta sua opera sull'_Alemagna_, ha
analizzati entrambi questi romanzi. E come è solito dei fervidi ed
alti intelletti, che hanno sortita fantasia vasta, l'aggiungere senza
avvedersene qualche cosa sempre del loro alle opere altrui delle quali
s'innamorano, ella vi trovò bellezze forse piú che non hanno e gli
ammirò forse troppo. Nondimeno ella è di parere che difficile e quasi
impossibile sarebbe il far gustare que' romanzi in Francia; e che ciò
provenga dalla difficoltá del tradurli in versi, e da questo: che in
Francia «_rien de bizarre n'est naturel_». In quanto alla bizzarria ed
alla difficoltá di tradurre in versi, sta a' francesi ed a madama de
Staël il decidere. In quanto al poterne tentare una versione in prosa
francese, io credo di non errare pensando che, se madama de Staël
avesse voluto piegarsi ella stessa all'ufficio di traduttore, i
francesi avrebbero accolta come eccellente la traduzione di lei. E se
mai il giudizio, che ella portò sulla incompatibilitá del gusto
francese colla bizzarria de' pensieri, fosse meno esatto, la tanta
poesia che vive in tutte le [p.31] prose di madama si sarebbe trasfusa
di certo anche in questa, per modo che la mancanza del metro non
sarebbe stata sciagura deplorabile. L'armonia non è di cosí essenziale
importanza da dover dipendere totalmente da essa la fortuna di un
componimento.
Per riguardo all'Italia, io non saprei temere di un ostacolo dal
semplice lato della bizzarria, da che l'Ariosto è l'idolo delle
fantasie italiane. Però, lasciato stare il danno che a questi romanzi
può venire dall'andar vestiti di una poco bella traduzione per le
contrade d'Italia, dico che a me sembra di ravvisare in essi una
cagione piú intrinseca, per la quale non saranno forse comunemente
gustati tra di noi.
Entrambi questi romanzi sono fondati sul maraviglioso e sul terribile,
due potentissime occasioni di movimento per l'animo umano. Ma l'uomo
che, per uscire del letargo che gli è incomportabile, invoca anche
scosse violenti all'anima sua e anela sempre di afferrare siffatte
occasioni, pure non se ne lascia vincere mai, se non per via della
credenza. E il terribile e il maraviglioso, quando non sono creduti,
riescono inoperosi e ridicoli, come la verga di Mosé in mano a un
misero levita.
L'effetto dunque, che produrranno i due romanzi del Bürger, sará
proporzionato sempre alla fede che il lettore presterá agli argomenti
di maraviglia e di terrore de' quali essi riboccano. Ora, dipendendo
da ciò principalmente l'esito della loro emigrazione presso gli
italiani, a me non dá il cuore di pronosticarla fortunata.
Cominciamo dal primo. Ecco la traduzione del _Cacciatore feroce_.
IL CACCIATORE FEROCE.
Il conte di Rheingrafenstein[3] diede fiato alla cornetta:--Olá olá,
su su, in piedi e in sella!--
[p.32]
Il Suo cavallo mise nitriti, e via d'un salto si slanciò innanzi. E
dietro a lui precipitosa a fracasso tutta la salmeria; e un correre,
uno squittire di cani squinzagliati su e giú per mezzo a biade e
prunaie, per mezzo a ginestreti ed a stoppie.
Illuminata dal raggio mattutino della domenica, biancheggiava da alto
la cupola del duomo. Con tocchi distinti, con un rombar grave, le
campane festive chiamavano il popolo alla messa cantata. Di lontano
risonavano i cantici della turba divota de' cristiani.
E via via via, attraverso bivi e quadrivi veniva impetuosa la caccia:
e da per tutto erano gridi, «to to to, ciuee ciuee!».
Ed ecco a destra, ecco a sinistra uscire un cavaliero di qui, un
cavaliero di lá. Il corridore del cavaliero a destra era nitido come
argento; del color del fuoco era quello che portava il cavaliero a
sinistra.
Chi era mai il cavaliero a destra, chi mai il cavaliero a sinistra?
Ben me lo presagisce il cuore, ma chi sieno non so.
Il cavaliero a destra comparve in candido vestimento e con un volto
soave come la primavera. Il cavaliero a sinistra, orrendo e vestito
d'un fosco giallo, vibrava folgori dall'occhio come la tempesta.
--In tempo, in tempo giungeste! Ben venga ognuno di voi alla nobile
caccia! Né qui in terra, né su in cielo vi ha spasso piú caro di
questo.--
Egli cosí esclamò; e lieto fe' scoppiar la palma sull'anca; e toltosi
di testa il cappello, l'agitò su per l'aria.
--Mal si accorda il suono della tua cornetta alla squilla festiva ed
a' cantici del coro,--disse con placido animo il cavaliero a
destra.--Torna, torna in dietro: la tua caccia è mal augurata
quest'oggi. Cedi al consiglio dell'angelo buono, e non ti lasciar
traviare dal cattivo.
--Innanzi, innanzi, séguita su, séguita la tua caccia, o mio nobil
signore!--interruppe violento il cavaliero a sinistra.
--Che ronzo di squilla? che clamore di coro? Ben piú vi fará allegri
la gioia della caccia. Io v'insegnerò quali trastulli si [p.33]
convengano a' principi. Non istate a dar, no, retta al costui
spauracchio.
--Ah sí, ben parli, o cavaliero a sinistra! Tu sei un eroe secondo il
cuor mio. Chi rifugge l'uscire a caccia, vada in malora a snocciolar
paternostri. A tuo dispetto, bacchettone scimunito, a tuo dispetto
voglio cavarmi la mia brama.--
E via via via, fuor d'un campo, dentro un altro, su pel poggio, giú
per la china, sempre sempre gli venivano cavalcando stretti a' fianchi
il cavaliero a destra e il cavaliero a sinistra. Quand'ecco a un
tratto smacchiar di lontano un bianco cervo con corna di sedici
palchi.
Il conte raddoppiò il fiato alla cornetta, e piú veloci accorsero
d'ogni parte cavalieri e pedoni. Ed ecco, or di dietro or dinanzi, or
l'uno or l'altro de' seguaci stramazzare tramortito sul terreno per la
gran furia.
--Stramazza pure, stramazza, al diavolo! Non per questo deve andar
guasto lo spasso de' principi.--
La belva si accoscia in un campo di spighe e vi spera rifugio. Ecco un
povero contadino trarre innanzi umilmente e metter gemiti e lagrime:
--Pietá, signor mio, pietá! Abbiate riguardo agli stenti, al sudore
del poverello.--
Il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e bontá
ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo
instiga all'oltraggio maligno. Il conte schernisce le ammonizioni del
cavaliero a destra e si lascia traviare dal cavaliero a sinistra.
--Via di qua, miserabile!--grida sbuffando terribile il conte al
povero aratore--o ch'io, per Satanasso! su te, su te dirizzo la
caccia. Olá, compagni! addosso addosso! dálli dálli! In segno che ho
giurato il vero, fategli fischiar le fruste sugli orecchi.--
Detto fatto, il conte si scagliò furibondo al disopra la siepe; e
dietro a lui un bisbiglio, un rimbombo, e tutto quanto il traino
[p.34] con cani e cavalli e pedoni. E cani e pedoni e cavalli
pestavano i fusti del grano, sicché la campagna tutta era un polverio.
All'avvicinarsi di quello schiamazzo, spaventata, la belva, via via,
fuor d'un campo, dentro un altro, su pel poggio, giú per la china,
messa in fuga, inseguita, ma non arrivata, guadagna i piani del
pascolo comunale; e astuta si frammette alle mansuete mandre onde
salvarsi.
Ma di qua, di lá, per campagne e per boschi; di su, di giú, per boschi
e per campagne, i veltri la perseguitano e n'hanno tosto fiutata la
traccia.
Il mandriano[4], pieno d'angoscia pel suo armento, si butta a' piedi
del conte.
--Pietá, signore, pietá! Fate di lasciare in pace queste mie povere
bestie mansuete. Ponete mente, signor mio, che qui pascolano le vacche
di tante povere vedove, che non hanno altra sostanza. Abbiate pietá
de' poveri. Misericordia, signor mio, misericordia!--
Il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e bontá
ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo
instiga all'oltraggio maligno. Il conte schernisce le ammonizioni del
cavaliero a destra e si lascia traviare dal cavaliero a sinistra.
--Ribaldo, temerario, che a me contrasti! Ah perché non sei tu
incarnato tu stesso nella migliore delle tue vacche, e in lei non è
incarnata altresí ognuna di quelle sgualdrine? Che gioia sarebbe
allora pel cuor mio lo incalzarvi tutti insieme a dirittura fino
all'altro mondo!
Olá, compagni! addosso addosso, dálli dálli! To to, qui qui, ciuee
ciuee ciuee!--
[p.35]
E ciascuno de' cani s'avventò aizzato sul primo oggetto che gli si
parò innanzi. Insanguinato cadde a terra il mandriano, insanguinate
caddero l'una dopo l'altra le vacche.
A stento la belva si sottrae a quel macello, con sempre minor lena di
corso. Spruzzata di sangue, intrisa di bava, eccola prendere il cupo
della foresta e ripararvisi. Addentro addentro ella si inselva, e
viene a trovar nascondiglio nella cappella di un eremita.
Via via, senza posa mai.--To to, ciuee ciuee, to to to!--Allo scoppiar
delle fruste, all'abbaiare de' veltri, allo squillare dei corni la
schiera feroce anche colá si precipita.
Il santo eremita uscí della cappelletta e si fece incontro con mite
scongiuro.
--Rimanti, rimanti, abbandona la traccia. Non profanare l'asilo di
Dio.
La creatura manda gemiti al cielo e implora da Dio il gastigo tuo.
Lasciati per l'ultima volta ammonire, o la tua empietá ti trarrá in
perdizione.--
Sollecito il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e
bontá ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo
instiga all'oltraggio maligno. E, oh Dio! ad onta delle ammonizioni
del cavaliero a destra, egli si lascia traviare dal cavaliero a
sinistra.
--Che empietá, che perdizione parli tu mai? Forse--grida egli,--forse
che la mi spaventa gran fatto? Questa mia caccia, dovessi io anche
vederla spinta fino al terzo cielo, che rileva, che monta a me? Sí,
per Dio! vo' proseguirla, voglio sbramarmi. E sia pure a dispetto di
te, o scimunito, e a dispetto di Dio.--
Egli mena vibrata la frusta, dá fiato alla cornetta.--Olá, compagni,
addosso addosso! dálli dálli!--
Oh Dio! Ecco in un tratto spariscono innanzi a lui ed eremita e
cappelletta; spariscono dietro a lui e cavalli e pedoni. E in un
batter d'occhio, e fracassi e suoni ed urli di caccia, tutto tutto
ingoia un silenzio di morte.
[p.36]
Atterrito il conte gira lo sguardo; dá fiato alla cornetta, e la
cornetta non rende suono; mette un grido, e non ha piú sentore della
propria voce; vibra la frusta, e la frusta non fischia; sprona l'un
fianco e l'altro al destriero, né può cavalcare innanzi o retrocedere.
E subito intorno a lui un buio, e piú e piú sempre un buio, come di
sepolcro; ed un mugghiare, come di marina lontana. Su alto per l'aria,
al di sopra del suo capo, una voce di tuono grida tremenda con furor
di burrasca questa sentenza:
--O tiranno, o indole d'inferno, che insolentisci contro Dio, contro
gli uomini, contro ogni cosa! Il singulto, il gemito della creatura e
la tua iniquitá ti hanno citato a gran voce innanzi al tribunale, lá
su dove arde la fiaccola della vendetta.
Fuggi, empio, fuggi. E sia tu da qui innanzi per tutta l'eternitá
perseguitato tu stesso in caccia dall'inferno e dal demonio. E sia
spavento, questo, de' principi d'ogni secolo che, a saziare le loro
voglie scellerate, non perdonano né a Creatore né a creatura.--