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Nota di trascrizione:
_corsivo_
__spazieggiato__
|maiuscoletto|
{piccolo}
SCRITTORI D'ITALIA
G. BERCHET
OPERE
II
GIOVANNI BERCHET
OPERE
A CURA DI
EGIDIO BELLORINI
VOLUME SECONDO
SCRITTI CRITICI E LETTERARI
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1912
PROPRIETÀ LETTERARIA
LUGLIO MCMXII--31762
[p.1]
I
LETTERA
|sul dramma «Demetrio e Polibio» cantato nel teatro Carcano|
Di Milano, il dí 27 luglio 1813.
Non ho fatto risposta prima d'ora alla tua dimanda intorno al merito
dell'opera seria _Demetrio e Polibio_, perché il giudicio mio in
fatto di musica, non potendo io derivarlo, come sai, da conoscenza
alcuna dell'arte, sarebbe forse parso intempestivo anche a me
medesimo, se per indurmi a proferirlo avessi stimato sufficiente il
suffragio delle prime sensazioni del cuor mio. E però, non
contentandomi io di quello, mi parve di dover aspettare che il voto
del cuore, per la ripetizione continuata ed uniforme delle stesse
sensazioni, pervenisse ad ottenere anche la fredda approvazione della
mente.
Se primo adunque e forse unico istituto della musica gli è quello
d'impadronirsi rapidamente dei cuori umani e di dirigerne e
travolgerne ad arbitrio assoluto di lei gli affetti; se il terrore, se
la pietá, se l'amore, se la téma e la gioia si sollevano a vicenda
dentro di me e mi agitano fortemente, appunto quando il maestro intese
di volere suscitare in me queste passioni; se manifestissimi segni mi
convincono che la medesima commozione che io provo è sempre e con gli
stessi mezzi destata né piú né meno viva nell'universalitá degli
spettatori, a segno di togliermi affatto ogni dubbio che ella possa
prodursi in me solamente, o per ignota e bizzarra disposizione di
fibre, per una [p.2] debolezza non comune di anima, o per certe troppo
squisite attitudini a sentire, alle quali m'abbia disposto forse
malamente una peculiare educazione; e se infine dal maggiore o minore
conseguimento d'affetti è lecito far paragone fra una musica e
l'altra, e il misurarne cosí la bontá positiva di ciascheduna non è
logica strana; io sprezzerò con ardimento deliberato qualsivoglia
anatema dei pedanti dell'arte musica, e quantunque non iniziato ne'
loro misteri, non grave il capo di crome e biscrome, giurerò
solennemente a te, e teco, se ti aggrada, anche al pubblico intero,
che il signor Rossini quando dettava quest'opera era quasi certamente
ispirato da un genio buono.
Modellando il signor Rossini l'arte sua al vero gusto italiano, si
sgabellò delle astruse metafisiche di molti degli oltramontani; e
lasciando che a loro tenga luogo d'ogni altro senso l'orecchio, vide
che in Italia v'erano anche de' bisogni nel cuore, e questi studiò di
appagare; vide che se la sola armonia bastava all'udito, ella non
bastava però a conseguire quel fine a cui egli mirava, ed a lei
saviamente accoppiò la cantilena; vide che la persuasione è operata
dalla continuitá del pensiero e, certo egli di possedere profondamente
la scienza musica, non si curò di farne uso vano e puerile, ma
maneggiandola da padrone allungò i suoi pensieri in modo da schivare
le tante e ricercate spezzature, delle quali pare che vadano
innamorati i moderni eruditi dell'arte; vide che il suono degli
strumenti, quando sia unito al canto, non può ragionevolmente
affettare il primato, ma sí bene deve a quello sottostare
pazientemente, e non si diede perciò a seppellire la dolcezza delle
voci umane nella tempesta dei timpani e nello stridore delle corde e
dei chiarini; vide egli insomma tutto quello di cui si erano accorti
prima di lui e Pergolesi e Iomelli e Cimarosa e Paesiello e,
rispettandone l'ombre senza seguirle servilmente, si aprí una via alla
gloria. E se vago, com'egli è, dell'aver semplicitá, pur non ebbe il
coraggio di inimicarsi del tutto i cacciatori dei ghirigori musicali,
bisogna almeno confessare che nel placar di frastagli e ricami quella
divinitá egli fu scarso assai ne' suoi sagrifici. Fortunato
giovinetto, e fortunati noi pure, se le meritate lodi, delle quali lo
onorano [p.3] i suoi paesani, varranno a mantenerlo ostinato nel suo
proposito e ad irritare sempre piú nell'animo di lui quella sete di
fama che io vorrei necessariamente insaziabile ed eterna nei grandi
ingegni, ma che però con danno universale si spegne talvolta per colpa
della facile contentabilitá giovanile.
Ora immáginati, amico mio, una musica quale noi la invocammo tante
volte, allorché uscivamo di teatro inveleniti contro la crescente
barbarie dei tempi nostri e stanchi di bestemmiarla. Que' precetti,
che allora venivano dettati da noi, non erano per comune nostra
fortuna uditi da altra anima vivente che ne potesse redarguire la
troppa presunzione; e come ignote a noi sono le regole dell'arte
musica, e cosí rimanevano ignoti agli altri i delíri nostri intorno a
lei. Ma io intanto scommetto che il signor Rossini pensò forse piú
ordinatamente, ma non diversamente certo di quello che noi facessimo.
E però ti so dire che i desidèri nostri sono oggimai per grazia di lui
avverati pienamente.
Immáginati, dico, una tale musica, cantata con maestria inestricabile
da due care voci femminili le piú simpatiche che tu possa desiderare,
da un baritono destro nel mestiere suo quanto basti per poter
secondare ottimamente ogni piú ardito professore e mantenere
armoniosissimo ed esatto qualsivoglia concento a cui egli si
frammetta, e da un tenore poi il quale ha tutte in pronto le piú
recondite dottrine dell'arte e le vie tutte della seduzione e che, ad
una rara e somma energia d'animo e ad una robustezza non comune di
petto congiungendo un delicatissimo sentimento del bello, sa con fina
disinvoltura riparare le onte che gli anni devono per natural legge
aver recate alla sua voce. Le quali onte però se non isfuggono, come
che lievi, all'udito del conoscitore, non offendono per nulla l'animo
di lui. E tanto è il predominio del buon gusto sul brio ineducato de'
soliti cantori nostri, che ogni spettatore d'indole appena appena non
triviale non si lascerebbe indurre cosí di leggieri a rinunziare, per
le lusinghe della fresca voce d'un giovinotto, alle diverse lusinghe
colle quali quest'uomo ne riduce alla memoria il bel metodo antico dei
recitativi, e ne mostra [p.4] com'egli intenda e senta sempre ciò
ch'egli dice, e n'insegna l'utilitá del sillabare con esattezza le
parole, e ne dispiega una acuta cognizione de' recessi piú riposti del
cuore umano e lo zelo costante con cui egli si propose di parlare a
lui e d'intenerirlo, anziché farsi a correr dietro alla smania volgare
di rendersi ammirato per dovizia di arzigogoli e trilli. Vieni ad
udirlo, amico mio, e non appena avrai cominciato a gemere di non
averlo potuto ascoltare nella sua gioventú, che giá vinto dal piacere
presente dimenticherai affatto le ipotesi, ed una forza segreta ti
scambierá sul labbro la prima esclamazione: «Quale sará stato egli
mai!», nell'altra piú sentita: «Quale egli è mai costui!»
Non contento però il signor Mombelli di allettarne giá tanto colle sue
belle maniere musicali, volle valersi anche d'un altro mezzo
astutissimo onde trarre a sé la nostra riconoscenza, e seppe rifarci
perfino del poco decadimento della sua voce. Avvedutosi egli di quanto
la natura era stata in ciò liberale colle due sue figliuole, educò con
vero amore paterno e con sí appassionato studio le floride voci di
quelle gentili giovinette, che lo spirito del padre, versandosi tutto,
per cosí dire, nelle anime novelle delle fanciulle, tornò a giovinezza
e si adornò di ben altri vezzi e di ben altre ed infinite soavitá.
Davvero mi bisognerebbe tutta l'abilitá dell'Albano per poter trovar
modo onde darti ad intendere di quante ridenti idee m'abbiano inondata
la memoria, di che dolcezza m'abbiano inebriato il cuore queste due
vergini grazie. Ti ricordi, carissimo amico, quell'ultima lettera
ch'io ti scriveva due mesi fa? Quella lettera riboccava di fantasie
tutte negre, come l'anima mia era allora, piena zeppa di amarezze e
travagliata dalla noia della vita, terribilissima delle umane
sciagure. Oh se mi vedessi ora! Se vedessi come m'abbia guarito lo
spirito questa magica operetta! Fa' conto che in vita mia non mi
sovviene d'aver mai tanto benedetta l'esistenza come a questi dí. Mi
sono riconciliato con me medesimo e cogli uomini; ed ora l'universo mi
sorride innanzi seminato tutto di rose. Ed ogni oggetto che mi si
affaccia io lo credo partecipe della mia gioia; ed ogni suono mi par
l'eco che ripeta colla divina cantilena:
[p.5]
Questo cor ti giura amore,
mia speranza, mio tesoro.
E come l'anima si commove tutta, io me la sento dalle sedi segrete
rispondere:
Questo cor ti giura amore,
mia speranza, mio tesoro.
Mille volte ho desiderata la tua compagnia. Mille volte ho desiderato
di dividere con te questo diletto di paradiso. Che importerebbe a noi
del sogghigno di quelle mute fisonomie calcolatrici, su cui non
isbalza mai una scintilla dell'anima?
Invidieremo forse noi a costoro il letargo che gli assidera, noi che
piú che per la mente viviamo pel cuore? Che se voi, o freddi filosofi,
mi togliete queste care illusioni, questa violenza di emozioni, io
offro alla vostra scure anche il collo mio, e vi cedo tosto e di buon
grado la vita, per la pace del sepolcro: ma s'ella precede la morte,
io l'abborro.
Ma tu forse sospetterai che a tanto incantesimo contribuisca non poco
l'aspetto della bellezza e delle tante attrattive della gioventú.
Maligno animo! Io ti confesso candidamente che le due ragazze Mombelli
ebbero entrambe propizia assai la venustá, e che la minore di esse,
per quanto appare dalle scene, unendo ad un volto animatissimo e ad un
par d'occhi leggiadri un sorriso tutto serenitá ed una certa ingenua
lindura di modi, non riescirebbe vano soggetto di studio a quel
pittore che colla contemplazione di vari modelli naturali volesse
arricchirsi la mente d'immagini delicate ed arrischiarsi di ridurre a
umane forme l'idea astratta dell'amabilitá. Tu però, in compenso della
sinceritá mia, accetta per sacrosanto il giuramento che ti fo d'avere
io scrupolosamente poste ad analisi le mie sensazioni, d'averne
investigato l'origine, e d'aver trovato che questo piacevole
entusiasmo che mi rapisce è generato dalla dolcezza tutta nuova della
voce di lei che tiene assai del contralto e che, senza svagarsi,
piomba diritto sui cuori altrui e se ne impadronisce; poi dal metodo
semplice, ma affettuoso, ma pieno di [p.6] veritá, con cui ella
canta. I dotti nell'arte ravvisano forse piú vasta conoscenza di
musica e piú agilitá di voce nella maggiore delle fanciulle. E le
belle milanesi, che si piegano al parere dei dotti per mantenersi
anch'esse riputazione di dottrina e che, placidamente leziose,
infastidiscono il cantar piano, a lei dánno la palma. Ma il piú degli
uomini, che non sono né belli né dotti, ammirano e lodano la signora
Ester, e si lasciano vincere dal canto della signora Annetta. Se poi
la musica sia fatta per dilettare i dotti soltanto o sí bene tutta
l'umana razza, s'ella debba giudicarsi dagli effetti generali o da'
particolari, io non so, né vorrei dirlo ora se lo sapessi. Bensí mi è
caro il vedermi confortato nell'opinione mia dall'applauso con cui è
festeggiata sempre la signora Annetta dalle persone tutte che,
venerando la ragione dell'intelletto, cedono pure alla prepotenza
della ragione del cuore.
Non per questo vorrei però io scompagnate mai le due angeliche
cantatrici; ché anzi, giovandosi elle a vicenda mirabilmente, l'una
all'altra a vicenda porge tratto tratto occasione onde far in piú
lucida guisa spiccare la propria maestria. Ed unite poi, perfettissimo
accordo, ne risulta quella armoniosa voluttá che si spande sugli animi
degli uditori, e a poco a poco li induce all'oblio intero delle cure
moleste ed al sentimento carissimo della loro origine celeste.
Dio vi benedica entrambe, o creature gentili; e mandi sul capo vostro
mille felicitá, e vi conservi, colla domestica virtú e colla bella
onestá dei costumi vostri, il diritto di meritarvele sempre maggiori.
Dio vi benedica entrambe; e le sorti sieno feconde di prosperitá verso
dei parenti vostri, quantunque a loro sia giá invidiatissima delizia
la compiacenza di avervi allevato tanto bene.
E tu, amico mio, sbrigati di far presto quello che devi fare costí; e
corri per caritá a Milano prima che si chiudano nuovamente le porte
del teatro Carcano. Io non ti dico che tu ci avrai di che pascerti gli
occhi nello splendore delle decorazioni e nello sfarzo delle vesti;
perché la veritá è che ve n'ha proprio una penuria men che decente, né
tu sei ragazzotto da [p.7] gongolare di sí fatte baie. Non ti dico
che tu ci vedrai la recita di belli versi, sebbene il libretto non
debba invero temere di venire al paragone con tanti del moderno teatro
nostro. Ma se per lo stile esso tiene dietro rigorosamente ai vestigi
di alcuni dolcissimi pseudo Metastasi della Scala, s'è posto però un
tantino al disopra delle Signorie Loro, per certa chiarezza e
semplicitá d'argomento, per certa ragionevolezza di condotta e per
l'introduzione non infelice dei cosí detti «colpi di scena» e delle
«situazioni teatrali». Aggiungasi che chi lo scrisse merita poi
facilmente da te, che sei buon femminiero per la vita, un qualche
compatimento. Oh guarda il furfantaccio come egli straluna gli occhi
per la curiositá di saperne l'autore! Indovinalo tu: e se non te ne
basta l'animo, strabilia e trasusa quanto piú vuoi; ma sappi che l'ha
composto la signora Vincenza Mombelli, la madre istessa delle due
fanciulle. E se i servi cortigiani di Nerone sagramentavano essere
nobilissimi i versi di quel tiranno, tu, che ti vanti cortigiano e
servo d'un'altra tirannia meno austera, smetti, per Dio, gli occhiali
e non mi far tanto lo schizzinoso su questo libretto.
In compenso però di alcune poche mancanze, tu troverai dei piaceri piú
veri e piú durevoli. E proverai siccome ella sia proprio una
consolazione il vedere che i concittadini nostri ritengono pur
tuttavia una gran dose di buon senso, e che eglino accorrono sempre in
folla al teatro Carcano, quasi bramosi di espiare con ciò i lunghi
traviamenti, pei quali diedero non ha guari tanta materia di scandalo
in altro teatro. E sta' certo poi che il canto della signora Annetta
ti sanerá appieno quella piaguzza da cui devi sentirti lacerare il
cuore nel separarti per alcun tempo da codesta tua innamorata.
Poveretta! salutala per nome mio, ma non le dire che, se tu vieni a
Milano, io tremo davvero per certo presagio a lei poco felice. Sta'
sano intanto ed amami.
Il tuo N. N.
[p.8][p.9]
II
|Sul «Cacciatore feroce» e sulla «Eleonora» di Goffredo Augusto Bürger|
|Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo|
Figliuolo carissimo,
M'ha fatto maraviglia davvero che tu, convittore di un collegio, ti
dessi a cercarmi con desiderio cosí vivo una traduzione italiana di
due componimenti poetici del Bürger. Che posso io negare al figliuolo
mio? Povero vecchio inesercitato, ho penato assai a tradurli; ma pur
finalmente ne sono venuto a capo.
In tanta condiscendenza non altro mi stava a cuore che di farti
conoscere il Bürger: però non mi resse l'animo di alterare con colori
troppo italiani i lineamenti di quel tedesco; e la traduzione è in
prosa. Tu vedi che anche col fatto io sto saldo alle opinioni mie; e
la veritá è che gli esempi altrui mi ribadiscono ogni dí piú questo
chiodo. Non è per altro ch'io intenda dire che tutto tuttoquanto di
poetico manda una lingua ad un'altra s'abbia da questa a tradurre in
prosa. Nemico giurato di qualunque sistema esclusivo, riderei di chi
proponesse una legge siffatta, come mi rido di Voltaire che voleva che
i versi fossero da tradursi sempre in versi. Le ragioni che devono
muovere il traduttore ad appigliarsi piú all'uno che all'altro partito
stanno nel testo, e variano a seconda della diversa indole e della
diversa provenienza di quello.
Tutti i popoli, che piú o meno hanno lettere, hanno poesia. Ma non
tutti i popoli posseggono un linguaggio poetico separato dal
linguaggio prosaico. I termini convenzionali per l'espressione del
bello non sono da per tutto i medesimi. Come la squisitezza nel modo
di sentire, cosí anche l'ardimento nel modo di dichiarare poeticamente
le sensazioni è determinato presso [p.10] di ciaschedun popolo da
accidenti dissimili. E quella spiegazione armoniosa di un concetto
poetico, che sará sublime a Londra od a Berlino, riescirá non di rado
ridicola se ricantata in Toscana.
Ché se tu mi lasci il concetto straniero ma, per servire alle
inclinazioni della poesia della tua patria, me lo vesti di tutti panni
italiani e troppo diversi da' suoi nativi, chi potrá in coscienza
salutarti come autore, chi ringraziarti come traduttore?
Colla prosa la faccenda è tutt'altra; da che allora il lettore non si
dimentica un momento mai che il libro ch'ei legge è una traduzione, e
tutto perdona in grazia del gusto ch'egli ha nel fare amicizia con
genti ignote e nello squadrarle da capo a piedi tal quali sono. Il
lettore, quand'ha per le mani una traduzione in verso, non sempre può
conseguire intera una tale soddisfazione. La mente di lui, divisa in
due, ora si rivolge a raffigurare l'originalitá del testo, ora a
pesare quanta sia l'abilitá poetica del traduttore. Queste due
attenzioni non tirano innanzi molto cosí insieme; e la seconda per lo
piú vince, perché l'altra, come quella che è la meno direttamente
adescata e la meno contentata, illanguidisce. Ed è allora che chi
legge si fa schizzinoso di piú; e come se esaminasse versi originali
italiani, ti crivella le frasi fino allo scrupolo.
Chi porrá mente alle circostanze differenti che rendono differente il
modo di concepire le idee e verrá investigando le origini delle varie
lingue e letterature, troverá che i popoli, anche per questo lato,
hanno tra di loro de' gradi maggiori o minori di parentela. Da ciò
deriverá al traduttore tanto lume che basti per metter lui sulla buona
via, ov'egli abbia intenzione conforme all'obbligo che gli corre,
quella cioè di darci a conoscere il testo, non di regalarcene egli uno
del suo.
Il signor Bellotti imprese a tradurre Sofocle; e prima ancora che
comparisse in luce quell'esimio lavoro, chi sognò mai che egli si
fosse ingannato nella scelta del mezzo, per avere pigliato a condurre
in versi la sua traduzione?
Per lo contrario vedi ora, figliuolo mio, se io ti abbia vaticinato il
falso quando ti parlai tempo fa d'una traduzione del [p.11] teatro di
Shakespeare, prossima allora ad uscire in Firenze. Il signor Leoni ha
ingegno, anima, erudizione, acutezza di critica, disinvoltura di
lingua italiana, cognizione molta di lingua inglese, tutti insomma i
requisiti per essere un valente traduttore di Shakespeare. Ma il
signor Leoni l'ha sbagliata. I suoi versi sono buoni versi italiani.
Ma che vuoi? Shakespeare è svisato; e noi siamo tuttavia costretti ad
invidiare ai francesi il loro Letourneur. E sí che il signor Leoni
bastava a smorzarcela affatto questa invidia!
Di quanti altri puntelli potrebbesi rinfiancare questo argomento, lo
sa Dio. Ma perché sbracciarmi a dimostrare che il fuoco scotta? Chi
s'ostina a negarlo, buon pro per lui!
E non occorre dire che la lingua nostra non si pieghi ad una prosa
robusta, elegante, snella, tenera quanto la francese. La lingua
italiana non la sapremo maneggiare con bella maniera né io né tu,
perché tu sei un ragazzotto ed io un vecchio dabbene e nulla piú; ma
fa' ch'ella trovi un artefice destro, ed è materia da cavarne ogni
costrutto. Ma questa materia non istá tutta negli scaffali delle
biblioteche. Ma non lá solamente la vanno spolverando que' pochi
cervelli acuti che non aspirano alla fama di messer lo Sonnifero.
In Italia qualunque libro non triviale esca in pubblico incontra bensí
qua e lá qualche drappelletto minuto di scrutinapensieri, che pure non
lo spaventano mai con brutto viso, perché genti di lor natura savie e
discrete. Ma poveretto! eccolo poi dar nel mezzo ad un esercito di
scrutinaparole, infinito, inevitabile e sempre all'erta e prodigo
sempre d'anatemi. Però io, non avuto riguardo per ora alla fatica che
costano i bei versi a tesserli, confesso che qui, tra noi, per
rispetto solamente alla lingua, chiunque si sgomenta de' latrati dei
pedanti piglia impresa meno scabra d'assai se scrive in versi e non in
prosa. Confesso che per rispetto solamente alla lingua e non ad altro,
tanto nel tradurre come nel comporre di getto originale, il montar su'
trampoli e verseggiare costa meno pericoli. Confesso che allo
scrittore di prose bisogna studiare e libri e uomini e usanze;
perocché altro è lo stare ristretto a' confini determinati [p.12] di
un linguaggio poetico, altro è lo spaziarsi per l'immenso mare di una
lingua tanto lussuriante ne' modi, e viva e parlata ed alla quale non
si può chiudere il vocabolario, se prima non le si fanno le esequie.
Ma lo specifico vero per salire in grido letterario è forse
l'impigrire colle mani in mano, e l'inchiodar se stessi sul
vocabolario della Crusca, come il giudeo inchioda sul travicello i
suoi paperi perché ingrassino?
No no, figliuolo mio, la penuria che oggidí noi abbiamo di belle prose
non proviene, grazie a Dio, da questo che la lingua nostra non sia
lingua che da sonetti. Fa' che il tuo padre spirituale ti legga la
parabola dei talenti nell'evangelista; e la santa parola con quel
«_serve male et piger_» ti snebbierá questo fenomeno morale.
Ora, per dire di ciò che importa a te, sappi, o carissimo, che i
lirici tedeschi piú rinomati, parlo della scuola moderna, sono tre: il
Goethe, lo Schiller e il Bürger. Quest'ultimo, dotato di un sentire
dilicato ma d'un'immaginazione altresí arditissima, si piacque spesso
di trattare il terribile. Egli scrisse altre poesie sull'andare del
_Cacciatore feroce_ e della _Eleonora_; ma queste due sono
le piú famose. lo credo di doverle chiamare «romanzi»; e se il
vocabolo spiacerá ai dotti d'Italia, non farò per questo a
scappellotti colle Signorie Loro.
Poesie di simil genere avevano i provenzali; bellissime piú di tutti e
molte ne hanno gli inglesi; ne hanno gli spagnuoli; altre e d'altri
autori i tedeschi; i francesi le coltivavano un tempo; gli italiani,
ch'io sappia, non mai: se pure non si ha a tener conto di leggende in
versi congegnate non da' poeti letterati, ma dal volgo, e cantate da
lui; fra le quali quella della _Samaritana_ meriterebbe forse il
primato per la fortuna di qualche strofetta. Non pretendo con ciò di
menomare d'un pelo la reputazione di alcuni «romanzi» in dialetti
municipali; perché, parlando di letteratura italiana, non posso aver
la mira che alla universale d'Italia[1].
[p.13]
Il Bürger portava opinione «che la sola vera poesia fosse la
popolare». Quindi egli studiò di derivare i suoi poemi quasi sempre da
fonti conosciute e di proporzionarli poi sempre con tutti i mezzi
dell'arte alla concezione del popolo. Anche delle composizioni che ti
mando oggi tradotte, l'argomento della prima è ricavato da una
tradizione volgare, quello della seconda è inventato, imitando le
tradizioni comuni in Germania; il che vedremo in séguito piú
distesamente. Anche in entrambi questi componimenti v'ha una certa
semplicitá di narrazione, che manifesta nel poeta il proponimento di
gradire alla moltitudine.
Forse il Bürger, com'è destino talvolta degli uomini d'alto ingegno,
trascorreva in quella sua teoria agli estremi. Ma perché i soli uomini
d'alto ingegno sanno poi di per se stessi ritenersene giudiziosamente
nella pratica, noi, leggendo i versi del Bürger, confessiamo che
neppure il dotto vi scapita, né ha ragione di dolersi del poeta.
L'opinione nondimeno che la poesia debba essere popolare non albergò
solamente presso del Bürger, ma a lei s'accostarono pur molto anche
gli altri poeti sommi d'una parte della Germania. Né io credo
d'ingannarmi dicendo ch'ella pende assai nel vero. E se, applicandola
alla storia dell'arte e pigliandola per codice nel far giudizio delle
opere dei poeti che furono, ella può sembrare troppo avventata
(giacché al [p.14] Petrarca, a modo d'esempio, ed al Parini, benché
rade volte popolari, bisogna pur fare di cappello), parmi che,
considerandola come consiglio a' poeti che sono ed ammettendola con
discrezione, ella sia santissima. E dico cosí, non per riverenza
servile a' tedeschi ed agli inglesi, ma per libero amore dell'arte e
per desiderio che tu, nascente poeta d'Italia, non abbia a dare nelle
solite secche che da qualche tempo in qua impediscono il corso agli
intelletti e trasmutano la poesia in matrona degli sbadigli.
Questa è la precipua cagione per la quale ho determinato che tu smetta
i libri del Blair, del Villa e de' loro consorti, tosto che la barba
sul mento dará indizio di senno in te piú maturo. Allora avrai da me
danaro per comperartene altri, come a dire del Vico, del Burke, del
Lessing, del Bouterweck, dello Schiller, del Beccaria, di madama de
Staël, dello Schlegel e d'altri che fin qui hanno pensate e scritte
cose appartenenti alla estetica: né il _Platone in Italia_ del
consigliere Cuoco sará l'ultimo dei doni ch'io ti farò. Ma per ora non
dir nulla di questo co' maestri tuoi, che giá non t'intenderebbono.
Tuttavolta, perché la massima della popolaritá della poesia mi preme
troppo che la si faccia carne e sangue in te, contentati ch'io
m'ingegni fin d'ora di dimostrartene la convenienza cosí appena di
volo, e come meglio può un vecchiarello che non fu mai in vita sua né
poeta né filologo né filosofo.
Tutti gli uomini, da Adamo in giú fino al calzolaio che ti fa i begli
stivali, hanno nel fondo dell'anima una tendenza alla poesia. Questa
tendenza, che in pochissimi è attiva, negli altri non è che passiva,
non è che una corda che risponde con simpatiche oscillazioni al tocco
della prima.
La natura, versando a piene mani i suoi doni nell'animo di que' rari
individui ai quali ella concede la tendenza poetica attiva, pare che
si compiaccia di crearli differenti affatto dagli altri uomini in
mezzo a cui li fa nascere. Di qui le antiche favole sulla quasi divina
origine de' poeti, e gli antichi pregiudizi sui miracoli loro, e
l'«_est deus in nobis_». Di qui il piú vero dettato di tutti i
filosofi: che i poeti fanno classe a parte, e non sono cittadini di
una sola societá ma dell'intero universo. E per [p.15] veritá chi
misurasse la sapienza delle nazioni dalla eccellenza de' loro poeti,
parmi che non iscandaglierebbe da savio. Né savio terrei chi nelle
dispute letterarie introducesse i rancori e le rivalitá nazionali.
Omero, Shakespeare, il Calderon, il Camoens, il Racine, lo Schiller
per me sono italiani di patria tanto quanto Dante, l'Ariosto e
l'Alfieri. La repubblica delle lettere non è che una, e i poeti ne
sono concittadini tutti indistintamente. La predilezione con cui
ciascheduno di essi guarda quel tratto di terra ove nacque, quella
lingua che da fanciullo imparò, non nuoce mai alla energia dell'amore
che il vero poeta consacra per instituto dell'arte sua a tutta insieme
la umana razza, né alla intensa volontá per la quale egli studia colle
opere sue di provvedere al diletto ed alla educazione di tutta insieme
l'umana razza. Però questo amore universale, che governa l'intenzione
de' poeti, mette universalmente nella coscienza degli uomini l'obbligo
della gratitudine e del rispetto; e nessuna occasione politica può
sciogliere noi da questo sacro dovere. Finanche l'ira della guerra
rispetta la tomba d'Omero e la casa di Pindaro.
Il poeta dunque sbalza fuori delle mani della natura in ogni tempo, in
ogni luogo. Ma per quanto esimio egli sia, non arriverá mai a scuotere
fortemente l'animo de' lettori suoi, né mai potrá ritrarre alto e
sentito applauso, se questi non sono ricchi anch'essi della tendenza
poetica passiva. Ora siffatta disposizione degli animi umani,
quantunque universale, non è in tutti gli uomini ugualmente squisita.
Lo stupido ottentoto, sdraiato sulla soglia della sua capanna, guarda
i campi di sabbia che la circondano, e s'addormenta. Esce de' suoi
sonni, guarda in alto, vede un cielo uniforme stendersegli sopra del
capo, e s'addormenta. Avvolto perpetuamente tra 'l fumo del suo
tugurio e il fetore delle sue capre, egli non ha altri oggetti dei
quali domandare alla propria memoria l'immagine, pe' quali il cuore
gli batta di desiderio. Però alla inerzia della fantasia e del cuore
in lui tiene dietro di necessitá quella della tendenza poetica.
Per lo contrario un parigino agiato ed ingentilito da tutto il lusso
di quella gran capitale, onde pervenire a tanta civilizzazione, [p.16]
è passato attraverso una folta immensa di oggetti, attraverso mille e
mille combinazioni di accidenti. Quindi la fantasia di lui è stracca,
il cuore allentato per troppo esercizio. Le apparenze esterne delle
cose non lo lusingano (per cosí dire); gli effetti di esse non lo
commovono piú, perché ripetuti le tante volte. E per togliersi di
dosso la noia, bisogna a lui investigare le cagioni, giovandosi della
mente. Questa sua mente inquisitiva cresce di necessitá in vigoria, da
che l'anima a pro di lei spende anche gran parte di quelle forze che
in altri destina alla fantasia ed al cuore; cresce in arguzia per gli
sforzi frequenti a' quali la meditazione la costringe. E il parigino
di cui io parlo, anche senza avvedersene, viene assuefacendosi a
perpetui raziocini o, per dirla a modo del Vico, diventa filosofo.
Se la stupiditá dell'ottentoto è nimica alla poesia, non è certo
favorevole molto a lei la somma civilizzazione del parigino. Nel primo
la tendenza poetica è sopita; nel secondo è sciupata in gran parte. I
canti del poeta non penetrano nell'anima del primo, perché non trovano
la via d'entrarvi. Nell'anima del secondo appena appena discendono
accompagnati da paragoni e da raziocini: la fantasia ed il cuore non
rispondono loro che come a reminiscenze lontane. E siffatti canti, che
sono l'espressione arditissima di tutto ciò che v'ha di piú fervido
nell'umano pensiero, potranno essi trovar fortuna fra tanto gelo? E
che maraviglia se, presso del parigino ingentilito, quel poeta sará
piú bene accolto che piú penderá all'epigrammatico?
Ma la stupiditá dell'ottentoto è separata dalla leziosaggine del
parigino fin ora descritto per mezzo di gradi moltissimi di
civilizzazione, che piú o meno dispongono l'uomo alla poesia. E s'io
dovessi indicare uomini che piú si trovino oggidí in questa
disposizione poetica, parmi che andrei a cercarli in una parte della
Germania.
A consolazione non pertanto de' poeti, in ogni terra, ovunque è
coltura intellettuale, vi hanno uomini capaci di sentire poesia. Ve
n'ha bensí in copia ora maggiore, ora minore; ma tuttavia sufficiente
sempre. Ma fa d'uopo conoscerli e ravvisarli ben bene, e tenerne
conto. Ma il poeta non si accorgerá mai della loro [p.17] esistenza,
se per rinvenirli visita le ultime casipole della plebe affamata, e di
lá salta a dirittura nelle botteghe da caffé, ne' gabinetti delle
Aspasie, nelle corti de' principi, e nulla piú. Ad ogni tratto egli
rischierá di cogliere in iscambio la sua patria, ora credendola il
capo di Buona speranza, ora il cortile del Palais-royal. E dell'indole
dei suoi concittadini egli non saprá mai un ette.
Ché s'egli considera che la sua nazione non la compongono que' dugento
che gli stanno intorno nelle veglie e ne' conviti; se egli ha mente a
questo: che mille e mille famiglie pensano, leggono, scrivono,
piangono, fremono e sentono le passioni tutte, senza pure avere un
nome ne' teatri; può essere che a lui si schiarisca innanzi un altro
orizzonte, può essere che egli venga accostumandosi ad altri pensieri
ed a piú vaste intenzioni.
L'annoverare qui gli accidenti fisici propizi o avversi alla tendenza
poetica; il dire minutamente come questa, del pari che la virtù
morale, possa essere aumentata o ristretta in una nazione dalla natura
delle instituzioni civili, delle leggi religiose e di altre
circostanze politiche; non fa all'intendimento mio. Te ne
discorreranno, o carissimo, a tempo opportuno, i libri ch'io ti
presterò. Basti a te per ora il sapere che tutte le presenti nazioni
d'Europa--l'italiana anch'essa né piú né meno--sono formate da tre
classi d'individui: l'una di ottentoti, l'una di parigini e l'una, per
ultimo, che comprende tutti gli altri individui leggenti ed
ascoltanti, non eccettuati quelli che, avendo anche studiato ed
esperimentato quant'altri, pur tuttavia ritengono attitudine alle
emozioni. A questi tutti io do nome di «popolo».
Della prima classe, che è quella dei balordi calzati e scalzi, non
occorre far parole. La seconda, che racchiude in sé quei pochi i quali
escono dalla comune in modo da perdere ogni impronta nazionale, vuole
bensí essere rispettata dal poeta, ma non idolatrata, ma non temuta.
Il giudizio, che i membri di questa classe fanno delle moderne opere
poetiche, non suole derivare dal suffragio immediato delle sensazioni,
ma da' confronti. Negli anni del fervore eglino hanno trovato il bello
presso tale e tal [p.18] altro poeta; e ciò che non somiglia al bello
sentito un tempo, pare loro di doverlo ora ricusare. Le opinioni
scolastiche, i precetti bevuti pigramente un tempo come infallibili,
reggono tuttavia il loro intelletto, che non li mise mai ad esame,
perché d'altro curante. Però l'orgoglio umano, a cui è duro il dover
discendere a discredere ciò che per molti anni s'è creduto, il piú
delle volte li fa tenaci delle massime inveterate. E il piú delle
volte eglino combattono per esse come per l'antemurale della loro
riputazione. Allora ogni arme, ogni scudo giova. E perché una serie di
secoli non si brigò piú che tanto di discutere l'importanza di quelle
massime, eccoti in campo un bello argomento di difesa nel silenzio
delle generazioni. «Chi tace non parla», diciamo noi. Ma «chi tace
approva», dicono essi, e il sopore dei secoli lo vanno predicando come
consenso assoluto di tuttaquanta la ragione umana alla necessitá di
certe regole chiamate, Dio sa perché, di «buon gusto»; e però via via
d'ugual passo sgozzano ad esse ogni tratto qualche vittima illustre.
La lode, che al poeta viene da questa minima parte della sua nazione,
non può davvero farlo andare superbo; quindi anche il biasimo ch'ella
sentenzia non ha a mettergli grande spavento. La gente ch'egli cerca,
i suoi veri lettori stanno a milioni nella terza classe. E questa,
cred'io, deve il poeta moderno aver di mira, da questa deve farsi
intendere, a questa deve studiar di piacere, s'egli bada al proprio
interesse ed all'interesse vero dell'arte. Ed ecco come la __sola
vera poesia__ sia la __popolare__: salve le eccezioni sempre, come ho
giá detto; e salva sempre la discrezione ragionevole, con cui questa
regola vuole essere interpretata.
Se i poeti moderni d'una parte della Germania menano tanto romore di
sé e in casa loro e in tutte le contrade d'Europa, ciò è da ascriversi
alla popolaritá della poesia loro. E questa salutare direzione
ch'eglino diedero all'arte fu suggerita loro dagli studi profondi
fatti sul cuore umano, sullo scopo dell'arte, sulla storia di lei e
sulle opere ch'ella in ogni secolo produsse: fu suggerita loro dalla
divisione in «classica» e «romantica» ch'eglino immaginarono nella
poesia.
[p.19]
Però sappi, tra parentesi, che tale divisione non è un capriccio di
bizzarri intelletti, come piace di borbottare a certi giudici che
senza processare sentenziano; non è sotterfugio per sottrarsi alle
regole che ad ogni genere di poesia convengono; da che uno de' poeti
chiamati «romantici» è il Tasso. E fra le accuse che si portano alla
_Gerusalemme_, chi udí mai messa in campo quella di trasgressione
delle regole? Qual altro poema piú si conforma alle speculazioni
algebraiche degli aristotelici?
Né ti dare a credere, figliuolo mio, che con quella divisione i
tedeschi di cui parlo pretendessero che d'un'arte, la quale è unica,
indivisibile, si avesse a farne due; perocché stolti non erano. Ma se
le produzioni di quest'arte, seguendo l'indole diversa dei secoli e
delle civilizzazioni, hanno assunte facce differenti, perché non potrò
io distribuirle in tribú differenti? e se quelle della seconda tribú
hanno in sé qualche cosa che piú intimamente esprime l'indole della
presente civilizzazione europea, dovrò io rigettarle per questo solo
che non hanno volto simile al volto della prima tribú?
Di mano in mano che le nazioni europee si riscuotevano dal sonno e
dall'avvilimento, di che le aveva tutte ingombrate la irruzione de'
barbari dopo la caduta dell'impero romano, poeti qua e lá emergevano a
ringentilirle. Compagna volontaria del pensiero e figlia ardente delle
passioni, l'arte della poesia, come la fenice, era risuscitata di per
sé in Europa, e di per sé anche sarebbe giunta al colmo della
perfezione. I miracoli di Dio, le angosce e le fortune dell'amore, la
gioia de' conviti, le acerbe ire, gli splendidi fatti de' cavalieri
muovevano la potenza poetica nell'anima de' trovatori. E i trovatori,
né da Pindaro instruiti né da Orazio, correndo all'arpa prorompevano
in canti spontanei ed intimavano all'anima del popolo il sentimento
del bello, gran tempo ancora innanzi che l'invenzione della stampa e i
fuggitivi di Costantinopoli profondessero da per tutto i poemi de'
greci e de' latini. Avviata cosí nelle nazioni d'Europa la tendenza
poetica, crebbe ne' poeti il desiderio di lusingarla piú degnamente.
Però industriaronsi per mille maniere di trovare soccorsi; e
giovandosi della occasione, si volsero anche [p.20] allo studio delle
poesie antiche, in prima come ad un santuario misterioso accessibile
ad essi soli, poi come ad una sorgente pubblica di fantasie, a cui
tutti i lettori potevano attignere. Ma ad onta degli studi e della
erudizione, i poeti, che dal risorgimento delle lettere giú fino a' dí
nostri illustrarono l'Europa e che portano il nome comune di
«moderni», tennero strade diverse. Alcuni, sperando di riprodurre le
bellezze ammirate ne' greci e ne' romani, ripeterono, e piú spesso
imitarono modificandoli, i costumi, le opinioni, le passioni, la
mitologia de' popoli antichi. Altri interrogarono direttamente la
natura: e la natura non dettò loro né pensieri né affetti antichi, ma
sentimenti e massime moderne. Interrogarono la credenza del popolo: e
n'ebbero in risposta i misteri della religione cristiana, la storia di
un Dio rigeneratore, la certezza di una vita avvenire, il timore di
una eternitá di pene. Interrogarono l'animo umano vivente: e quello
non disse loro che cose sentite da loro stessi e da' loro
contemporanei; cose risultanti dalle usanze ora cavalleresche, ora
religiose, ora feroci, ma o praticate e presenti o conosciute
generalmente; cose risultanti dal complesso della civiltá del secolo
in cui vivevano.
La poesia de' primi è «classica», quella de' secondi è «romantica».
Cosí le chiamarono i dotti d'una parte della Germania, che dinanzi
agli altri riconobbero la diversitá delle vie battute dai poeti
moderni. Chi trovasse a ridire a questi vocaboli può cambiarli a posta
sua. Però io stimo di poter nominare con tutta ragione «poesia de'
morti» la prima, e «poesia de' vivi» la seconda. Né temo di ingannarmi
dicendo che Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide ecc. ecc., al tempo
loro, furono in certo modo romantici, perché non cantarono le cose
degli egizi o de' caldei, ma quelle dei loro greci; siccome il Milton
non cantò le superstizioni omeriche, ma le tradizioni cristiane. Chi
volesse poi soggiungere che, anche fra i poeti moderni seguaci del
genere classico, quelli sono i migliori che ritengono molta mescolanza
del romantico e che giusto giusto allo spirito romantico essi devono
saper grado se le opere loro vanno salve dall'obblio, parmi che non
meriterebbe lo staffile. E la ragione non viene [p.21] ella forse in
sussidio di siffatte sentenze, allorché gridando c'insegna che la
poesia vuole essere specchio di ciò che commuove maggiormente l'anima?
Ora l'anima è commossa al vivo dalle cose nostre che ci circondano
tuttodí, non dalle antiche altrui che a noi sono notificate per mezzo
soltanto de' libri e della storia.
Allorché tu vedrai addentro in queste dottrine, e ciò non sará per via
delle gazzette, imparerai come i confini del bello poetico siano ampi
del pari che quelli della natura, e che la pietra di paragone, con cui
giudicare di questo bello, è la natura medesima e non un fascio di
pergamene; imparerai come va rispettata davvero la letteratura de'
greci e de' latini, imparerai come davvero giovartene. Ma sentirai
altresí come la divisione proposta contribuisca possentemente a
sgabellarti del predominio sempre nocivo della autoritá. Non giurerai
piú nella parola di nessuno, quando trattasi di cose a cui basta il
tuo intelletto. Farai della poesia tua una imitazione della natura,
non una imitazione di imitazione. A dispetto de' tuoi maestri, la tua
coscienza ti libererá dall'obbligo di venerare ciecamente gli oracoli
di un codice vecchio e tarlato, per sottoporti a quello della ragione,
perpetuo e lucidissimo. E riderai de' tuoi maestri che colle lenti sul
naso continueranno a frugare nel codice vecchio e tarlato, e vi
leggeranno fin quello che non v'è scritto.
Materia di lungo discorso sarebbe il voler parlare all'Italia della
divisione suaccennata; ed importerebbe una anatomia lunghissima delle
qualitá costituenti il genere classico e di quelle che determinano il
romantico. A me non concede la fortuna né tempo né forze sufficienti
per tentare una siffatta dissertazione, perocché il ripetere quanto
hanno detto in ciò i tedeschi non basterebbe. Avvezzi a vedere ogni
cosa complessivamente, eglino non di rado trascurano di segnare i
precisi confini de' loro sistemi; e la fiaccola, con cui illuminano i
passi altrui, manda talvolta una luce confusa. Ma poiché in Italia, a
giudicare da qualche cenno giá apparso, non v'ha difetto intero di
buona filosofia, io prego che un libro sia composto finalmente qui tra
noi, il quale non tratti d'altro che di questo argomento, e trovi
[p.22] modo di appianar tutto, di confermare nel proposito i giá
iniziati, di rincorare i timidi e di spuntare con cristiana caritá le
corna ai pedanti.
Ben è vero che a que' pochi del mestiere, a' quali può giovare per le
opere loro una idea distinta del genere romantico, questa, io spero,
sará giá entrata nel cervello loro, mercé l'acume della propria lor
mente. Ma perché voi altri giovinetti siete esposti alla furia di
tante contrarie sentenze, e la veritá non siete in caso di snudarla da
per voi, è bene che qualcuno metta in mano vostra ed in mano del
pubblico un libro che vi scampi dal peccato, pur sí frequente in
Italia, di bestemmiare ciò che s'ignora.
Intanto che il voto mio va ricercando chi lo accolga e lo secondi;
intanto che, irritati dalla novitá del vocabolo «romantico», da Dan
fino a Bersabea si levano a fracasso i pedanti nostri, e fanno a
rabbuffarsi l'un l'altro e a contumeliarsi e a sagramentare e a non
intendersi tra di loro, come a Babilonia; intanto che la divisione per
cui si arrovellano è per loro piú mistica della piú mistica dottrina
del _Talmud_; vediamo, figliuolo mio, quali effetti ottenessero i
poeti che la immaginarono.
Posti frammezzo a un popolo non barbaro, non civilissimo, se se ne
riguarda tutta la massa degli abitanti e non la sola schiera degli
studiosi, i poeti recenti d'una parte della Germania dovevano superare
in grido i loro confratelli contemporanei sparsi nel restante
d'Europa. Ma della fortuna della poesia loro tutto il merito non è da
darsi alla fortuna del loro nascimento. L'essersi avveduti di questa
propizia circostanza e l'aver saputo trarne partito, è merito
personale. E a ciò contribuí, del pari che l'arguzia dell'ingegno, la
santitá del cuore.
Sentirono essi che la verissima delle muse è la filantropia, e che
l'arte loro aveva un fine ben piú sublime che il diletto momentaneo di
pochi oziosi. Però, avidi di richiamare l'arte a' di lei principi,
indirizzandola al perfezionamento morale del maggior numero de' loro
compatrioti, eglino non gridarono, come Orazio:
_Satis est equitem nobis plaudere_;
[p.23] non mirarono a piaggiare un Mecenate, a gratificarsi un
Augusto, a procurarsi un seggio al banchetto dei grandi; non ambirono
i soli battimani d'un branco di scioperati raccolti nell'anticamera
del principe.
Oltrediché non è da tacersi come insieme a questo pio sentimento
congiurasse anche nelle anime di que' poeti la sete della gloria,
ardentissima sempre ne' sovrani ingegni e sprone inevitabile al far
bene. Eglino avevano letto che in Grecia la corona del lauro non
l'accordavano né principi né accademie, ma cento e cento mila persone
convenute d'ogni parte in Tebe e in Olimpia. Avevano letto che i canti
di Omero, di Pindaro, di Tirteo non erano misteri di letterati, ma
canzoni di popolo. Avevano letto che Eschilo, Sofocle, Euripide,
Aristofane non si facevano belli della lode de' loro compagni di
mestiere, ma anelavano al plauso di trentamila spettatori e
l'ottenevano. Quindi, agitati da castissima invidia, vollero anch'essi
quel plauso e quella corona. Ma e in che modo conseguirla? Posero
mente alle opere che ci rimangono de' poeti greci; e quantunque
s'innamorassero sulle prime della leggiadria di quei versi, dello
splendore di quella elocuzione, dell'artificio mirabile con cui le
immagini erano accoppiate e spiegate, pure non si diedero a credere
che in ciò fosse riposto tutto il talismano. E come crederlo, se in
casa loro e fuori di casa vedevano condannati all'untume del
pizzicagnolo versi, a cui né sceltezza di frasi mancava né armonia?
Lambiccarono allora essi con piú fina critica quelle opere, onde
scoprire di che malie profittavansi in Grecia i poeti per guadagnarsi
tanto suffragio dai loro contemporanei. Videro che quelle malie erano
i loro dèi, la loro religione, le loro superstizioni, le loro leggi, i
loro riti, i loro costumi, la storia loro, le loro tradizioni volgari,
la geografia loro, le loro opinioni, i loro pregiudizi, le fogge loro,
ecc. ecc. ecc.--E noi--dissero eglino,--noi abbiamo altro Dio, altro
culto; abbiamo anche noi le nostre superstizioni; abbiamo altre leggi,
altri costumi, altre inclinazioni piú ossequiose e piú cortesi verso
la beltá femminina. Caviamo di qui anche noi le malie nostre, e il
popolo c'intenderá. E i versi nostri non saranno per lui reminiscenze
d'una [p.24] fredda erudizione scolastica, ma cose proprie e
interessanti e sentite nell'anima.
A rinforzarli nella determinazione soccorse loro l'esempio altresí de'
poeti che dal risorgimento delle lettere in Europa fino a' dí nostri
sono i piú famosi. E chi negherá questi essere tanto piú venerati e
cari, quanto di queste nuove malie piú sparsero ne' loro versi?
Cosí i poeti d'una parte della Germania, co' medesimi auspici, con
l'arte medesima né piú né meno, col medesimo intendimento de' greci,
scesero nell'aringo, desiderarono la palma e chiesero al popolo che la
desse loro. E il popolo, non obbliato, non vilipeso da' suoi poeti, ma
carezzato, ma dilettato, ma istruito, non ricusò d'accordarla.