Forse il Bürger, com'è destino talvolta degli uomini d'alto

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Nota di trascrizione:

_corsivo_

__spazieggiato__

|maiuscoletto|

{piccolo}

SCRITTORI D'ITALIA

G. BERCHET

OPERE

II

GIOVANNI BERCHET

OPERE

A CURA DI

EGIDIO BELLORINI

VOLUME SECONDO

SCRITTI CRITICI E LETTERARI

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1912

PROPRIETÀ LETTERARIA

LUGLIO MCMXII--31762

[p.1]

I

LETTERA

|sul dramma «Demetrio e Polibio» cantato nel teatro Carcano|

Di Milano, il dí 27 luglio 1813.

Non ho fatto risposta prima d'ora alla tua dimanda intorno al merito

dell'opera seria _Demetrio e Polibio_, perché il giudicio mio in

fatto di musica, non potendo io derivarlo, come sai, da conoscenza

alcuna dell'arte, sarebbe forse parso intempestivo anche a me

medesimo, se per indurmi a proferirlo avessi stimato sufficiente il

suffragio delle prime sensazioni del cuor mio. E però, non

contentandomi io di quello, mi parve di dover aspettare che il voto

del cuore, per la ripetizione continuata ed uniforme delle stesse

sensazioni, pervenisse ad ottenere anche la fredda approvazione della

mente.

Se primo adunque e forse unico istituto della musica gli è quello

d'impadronirsi rapidamente dei cuori umani e di dirigerne e

travolgerne ad arbitrio assoluto di lei gli affetti; se il terrore, se

la pietá, se l'amore, se la téma e la gioia si sollevano a vicenda

dentro di me e mi agitano fortemente, appunto quando il maestro intese

di volere suscitare in me queste passioni; se manifestissimi segni mi

convincono che la medesima commozione che io provo è sempre e con gli

stessi mezzi destata né piú né meno viva nell'universalitá degli

spettatori, a segno di togliermi affatto ogni dubbio che ella possa

prodursi in me solamente, o per ignota e bizzarra disposizione di

fibre, per una [p.2] debolezza non comune di anima, o per certe troppo

squisite attitudini a sentire, alle quali m'abbia disposto forse

malamente una peculiare educazione; e se infine dal maggiore o minore

conseguimento d'affetti è lecito far paragone fra una musica e

l'altra, e il misurarne cosí la bontá positiva di ciascheduna non è

logica strana; io sprezzerò con ardimento deliberato qualsivoglia

anatema dei pedanti dell'arte musica, e quantunque non iniziato ne'

loro misteri, non grave il capo di crome e biscrome, giurerò

solennemente a te, e teco, se ti aggrada, anche al pubblico intero,

che il signor Rossini quando dettava quest'opera era quasi certamente

ispirato da un genio buono.

Modellando il signor Rossini l'arte sua al vero gusto italiano, si

sgabellò delle astruse metafisiche di molti degli oltramontani; e

lasciando che a loro tenga luogo d'ogni altro senso l'orecchio, vide

che in Italia v'erano anche de' bisogni nel cuore, e questi studiò di

appagare; vide che se la sola armonia bastava all'udito, ella non

bastava però a conseguire quel fine a cui egli mirava, ed a lei

saviamente accoppiò la cantilena; vide che la persuasione è operata

dalla continuitá del pensiero e, certo egli di possedere profondamente

la scienza musica, non si curò di farne uso vano e puerile, ma

maneggiandola da padrone allungò i suoi pensieri in modo da schivare

le tante e ricercate spezzature, delle quali pare che vadano

innamorati i moderni eruditi dell'arte; vide che il suono degli

strumenti, quando sia unito al canto, non può ragionevolmente

affettare il primato, ma sí bene deve a quello sottostare

pazientemente, e non si diede perciò a seppellire la dolcezza delle

voci umane nella tempesta dei timpani e nello stridore delle corde e

dei chiarini; vide egli insomma tutto quello di cui si erano accorti

prima di lui e Pergolesi e Iomelli e Cimarosa e Paesiello e,

rispettandone l'ombre senza seguirle servilmente, si aprí una via alla

gloria. E se vago, com'egli è, dell'aver semplicitá, pur non ebbe il

coraggio di inimicarsi del tutto i cacciatori dei ghirigori musicali,

bisogna almeno confessare che nel placar di frastagli e ricami quella

divinitá egli fu scarso assai ne' suoi sagrifici. Fortunato

giovinetto, e fortunati noi pure, se le meritate lodi, delle quali lo

onorano [p.3] i suoi paesani, varranno a mantenerlo ostinato nel suo

proposito e ad irritare sempre piú nell'animo di lui quella sete di

fama che io vorrei necessariamente insaziabile ed eterna nei grandi

ingegni, ma che però con danno universale si spegne talvolta per colpa

della facile contentabilitá giovanile.

Ora immáginati, amico mio, una musica quale noi la invocammo tante

volte, allorché uscivamo di teatro inveleniti contro la crescente

barbarie dei tempi nostri e stanchi di bestemmiarla. Que' precetti,

che allora venivano dettati da noi, non erano per comune nostra

fortuna uditi da altra anima vivente che ne potesse redarguire la

troppa presunzione; e come ignote a noi sono le regole dell'arte

musica, e cosí rimanevano ignoti agli altri i delíri nostri intorno a

lei. Ma io intanto scommetto che il signor Rossini pensò forse piú

ordinatamente, ma non diversamente certo di quello che noi facessimo.

E però ti so dire che i desidèri nostri sono oggimai per grazia di lui

avverati pienamente.

Immáginati, dico, una tale musica, cantata con maestria inestricabile

da due care voci femminili le piú simpatiche che tu possa desiderare,

da un baritono destro nel mestiere suo quanto basti per poter

secondare ottimamente ogni piú ardito professore e mantenere

armoniosissimo ed esatto qualsivoglia concento a cui egli si

frammetta, e da un tenore poi il quale ha tutte in pronto le piú

recondite dottrine dell'arte e le vie tutte della seduzione e che, ad

una rara e somma energia d'animo e ad una robustezza non comune di

petto congiungendo un delicatissimo sentimento del bello, sa con fina

disinvoltura riparare le onte che gli anni devono per natural legge

aver recate alla sua voce. Le quali onte però se non isfuggono, come

che lievi, all'udito del conoscitore, non offendono per nulla l'animo

di lui. E tanto è il predominio del buon gusto sul brio ineducato de'

soliti cantori nostri, che ogni spettatore d'indole appena appena non

triviale non si lascerebbe indurre cosí di leggieri a rinunziare, per

le lusinghe della fresca voce d'un giovinotto, alle diverse lusinghe

colle quali quest'uomo ne riduce alla memoria il bel metodo antico dei

recitativi, e ne mostra [p.4] com'egli intenda e senta sempre ciò

ch'egli dice, e n'insegna l'utilitá del sillabare con esattezza le

parole, e ne dispiega una acuta cognizione de' recessi piú riposti del

cuore umano e lo zelo costante con cui egli si propose di parlare a

lui e d'intenerirlo, anziché farsi a correr dietro alla smania volgare

di rendersi ammirato per dovizia di arzigogoli e trilli. Vieni ad

udirlo, amico mio, e non appena avrai cominciato a gemere di non

averlo potuto ascoltare nella sua gioventú, che giá vinto dal piacere

presente dimenticherai affatto le ipotesi, ed una forza segreta ti

scambierá sul labbro la prima esclamazione: «Quale sará stato egli

mai!», nell'altra piú sentita: «Quale egli è mai costui!»

Non contento però il signor Mombelli di allettarne giá tanto colle sue

belle maniere musicali, volle valersi anche d'un altro mezzo

astutissimo onde trarre a sé la nostra riconoscenza, e seppe rifarci

perfino del poco decadimento della sua voce. Avvedutosi egli di quanto

la natura era stata in ciò liberale colle due sue figliuole, educò con

vero amore paterno e con sí appassionato studio le floride voci di

quelle gentili giovinette, che lo spirito del padre, versandosi tutto,

per cosí dire, nelle anime novelle delle fanciulle, tornò a giovinezza

e si adornò di ben altri vezzi e di ben altre ed infinite soavitá.

Davvero mi bisognerebbe tutta l'abilitá dell'Albano per poter trovar

modo onde darti ad intendere di quante ridenti idee m'abbiano inondata

la memoria, di che dolcezza m'abbiano inebriato il cuore queste due

vergini grazie. Ti ricordi, carissimo amico, quell'ultima lettera

ch'io ti scriveva due mesi fa? Quella lettera riboccava di fantasie

tutte negre, come l'anima mia era allora, piena zeppa di amarezze e

travagliata dalla noia della vita, terribilissima delle umane

sciagure. Oh se mi vedessi ora! Se vedessi come m'abbia guarito lo

spirito questa magica operetta! Fa' conto che in vita mia non mi

sovviene d'aver mai tanto benedetta l'esistenza come a questi dí. Mi

sono riconciliato con me medesimo e cogli uomini; ed ora l'universo mi

sorride innanzi seminato tutto di rose. Ed ogni oggetto che mi si

affaccia io lo credo partecipe della mia gioia; ed ogni suono mi par

l'eco che ripeta colla divina cantilena:

[p.5]

Questo cor ti giura amore,

mia speranza, mio tesoro.

E come l'anima si commove tutta, io me la sento dalle sedi segrete

rispondere:

Questo cor ti giura amore,

mia speranza, mio tesoro.

Mille volte ho desiderata la tua compagnia. Mille volte ho desiderato

di dividere con te questo diletto di paradiso. Che importerebbe a noi

del sogghigno di quelle mute fisonomie calcolatrici, su cui non

isbalza mai una scintilla dell'anima?

Invidieremo forse noi a costoro il letargo che gli assidera, noi che

piú che per la mente viviamo pel cuore? Che se voi, o freddi filosofi,

mi togliete queste care illusioni, questa violenza di emozioni, io

offro alla vostra scure anche il collo mio, e vi cedo tosto e di buon

grado la vita, per la pace del sepolcro: ma s'ella precede la morte,

io l'abborro.

Ma tu forse sospetterai che a tanto incantesimo contribuisca non poco

l'aspetto della bellezza e delle tante attrattive della gioventú.

Maligno animo! Io ti confesso candidamente che le due ragazze Mombelli

ebbero entrambe propizia assai la venustá, e che la minore di esse,

per quanto appare dalle scene, unendo ad un volto animatissimo e ad un

par d'occhi leggiadri un sorriso tutto serenitá ed una certa ingenua

lindura di modi, non riescirebbe vano soggetto di studio a quel

pittore che colla contemplazione di vari modelli naturali volesse

arricchirsi la mente d'immagini delicate ed arrischiarsi di ridurre a

umane forme l'idea astratta dell'amabilitá. Tu però, in compenso della

sinceritá mia, accetta per sacrosanto il giuramento che ti fo d'avere

io scrupolosamente poste ad analisi le mie sensazioni, d'averne

investigato l'origine, e d'aver trovato che questo piacevole

entusiasmo che mi rapisce è generato dalla dolcezza tutta nuova della

voce di lei che tiene assai del contralto e che, senza svagarsi,

piomba diritto sui cuori altrui e se ne impadronisce; poi dal metodo

semplice, ma affettuoso, ma pieno di [p.6] veritá, con cui ella

canta. I dotti nell'arte ravvisano forse piú vasta conoscenza di

musica e piú agilitá di voce nella maggiore delle fanciulle. E le

belle milanesi, che si piegano al parere dei dotti per mantenersi

anch'esse riputazione di dottrina e che, placidamente leziose,

infastidiscono il cantar piano, a lei dánno la palma. Ma il piú degli

uomini, che non sono né belli né dotti, ammirano e lodano la signora

Ester, e si lasciano vincere dal canto della signora Annetta. Se poi

la musica sia fatta per dilettare i dotti soltanto o sí bene tutta

l'umana razza, s'ella debba giudicarsi dagli effetti generali o da'

particolari, io non so, né vorrei dirlo ora se lo sapessi. Bensí mi è

caro il vedermi confortato nell'opinione mia dall'applauso con cui è

festeggiata sempre la signora Annetta dalle persone tutte che,

venerando la ragione dell'intelletto, cedono pure alla prepotenza

della ragione del cuore.

Non per questo vorrei però io scompagnate mai le due angeliche

cantatrici; ché anzi, giovandosi elle a vicenda mirabilmente, l'una

all'altra a vicenda porge tratto tratto occasione onde far in piú

lucida guisa spiccare la propria maestria. Ed unite poi, perfettissimo

accordo, ne risulta quella armoniosa voluttá che si spande sugli animi

degli uditori, e a poco a poco li induce all'oblio intero delle cure

moleste ed al sentimento carissimo della loro origine celeste.

Dio vi benedica entrambe, o creature gentili; e mandi sul capo vostro

mille felicitá, e vi conservi, colla domestica virtú e colla bella

onestá dei costumi vostri, il diritto di meritarvele sempre maggiori.

Dio vi benedica entrambe; e le sorti sieno feconde di prosperitá verso

dei parenti vostri, quantunque a loro sia giá invidiatissima delizia

la compiacenza di avervi allevato tanto bene.

E tu, amico mio, sbrigati di far presto quello che devi fare costí; e

corri per caritá a Milano prima che si chiudano nuovamente le porte

del teatro Carcano. Io non ti dico che tu ci avrai di che pascerti gli

occhi nello splendore delle decorazioni e nello sfarzo delle vesti;

perché la veritá è che ve n'ha proprio una penuria men che decente, né

tu sei ragazzotto da [p.7] gongolare di sí fatte baie. Non ti dico

che tu ci vedrai la recita di belli versi, sebbene il libretto non

debba invero temere di venire al paragone con tanti del moderno teatro

nostro. Ma se per lo stile esso tiene dietro rigorosamente ai vestigi

di alcuni dolcissimi pseudo Metastasi della Scala, s'è posto però un

tantino al disopra delle Signorie Loro, per certa chiarezza e

semplicitá d'argomento, per certa ragionevolezza di condotta e per

l'introduzione non infelice dei cosí detti «colpi di scena» e delle

«situazioni teatrali». Aggiungasi che chi lo scrisse merita poi

facilmente da te, che sei buon femminiero per la vita, un qualche

compatimento. Oh guarda il furfantaccio come egli straluna gli occhi

per la curiositá di saperne l'autore! Indovinalo tu: e se non te ne

basta l'animo, strabilia e trasusa quanto piú vuoi; ma sappi che l'ha

composto la signora Vincenza Mombelli, la madre istessa delle due

fanciulle. E se i servi cortigiani di Nerone sagramentavano essere

nobilissimi i versi di quel tiranno, tu, che ti vanti cortigiano e

servo d'un'altra tirannia meno austera, smetti, per Dio, gli occhiali

e non mi far tanto lo schizzinoso su questo libretto.

In compenso però di alcune poche mancanze, tu troverai dei piaceri piú

veri e piú durevoli. E proverai siccome ella sia proprio una

consolazione il vedere che i concittadini nostri ritengono pur

tuttavia una gran dose di buon senso, e che eglino accorrono sempre in

folla al teatro Carcano, quasi bramosi di espiare con ciò i lunghi

traviamenti, pei quali diedero non ha guari tanta materia di scandalo

in altro teatro. E sta' certo poi che il canto della signora Annetta

ti sanerá appieno quella piaguzza da cui devi sentirti lacerare il

cuore nel separarti per alcun tempo da codesta tua innamorata.

Poveretta! salutala per nome mio, ma non le dire che, se tu vieni a

Milano, io tremo davvero per certo presagio a lei poco felice. Sta'

sano intanto ed amami.

Il tuo N. N.

[p.8][p.9]

II

|Sul «Cacciatore feroce» e sulla «Eleonora» di Goffredo Augusto Bürger|

|Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo|

Figliuolo carissimo,

M'ha fatto maraviglia davvero che tu, convittore di un collegio, ti

dessi a cercarmi con desiderio cosí vivo una traduzione italiana di

due componimenti poetici del Bürger. Che posso io negare al figliuolo

mio? Povero vecchio inesercitato, ho penato assai a tradurli; ma pur

finalmente ne sono venuto a capo.

In tanta condiscendenza non altro mi stava a cuore che di farti

conoscere il Bürger: però non mi resse l'animo di alterare con colori

troppo italiani i lineamenti di quel tedesco; e la traduzione è in

prosa. Tu vedi che anche col fatto io sto saldo alle opinioni mie; e

la veritá è che gli esempi altrui mi ribadiscono ogni dí piú questo

chiodo. Non è per altro ch'io intenda dire che tutto tuttoquanto di

poetico manda una lingua ad un'altra s'abbia da questa a tradurre in

prosa. Nemico giurato di qualunque sistema esclusivo, riderei di chi

proponesse una legge siffatta, come mi rido di Voltaire che voleva che

i versi fossero da tradursi sempre in versi. Le ragioni che devono

muovere il traduttore ad appigliarsi piú all'uno che all'altro partito

stanno nel testo, e variano a seconda della diversa indole e della

diversa provenienza di quello.

Tutti i popoli, che piú o meno hanno lettere, hanno poesia. Ma non

tutti i popoli posseggono un linguaggio poetico separato dal

linguaggio prosaico. I termini convenzionali per l'espressione del

bello non sono da per tutto i medesimi. Come la squisitezza nel modo

di sentire, cosí anche l'ardimento nel modo di dichiarare poeticamente

le sensazioni è determinato presso [p.10] di ciaschedun popolo da

accidenti dissimili. E quella spiegazione armoniosa di un concetto

poetico, che sará sublime a Londra od a Berlino, riescirá non di rado

ridicola se ricantata in Toscana.

Ché se tu mi lasci il concetto straniero ma, per servire alle

inclinazioni della poesia della tua patria, me lo vesti di tutti panni

italiani e troppo diversi da' suoi nativi, chi potrá in coscienza

salutarti come autore, chi ringraziarti come traduttore?

Colla prosa la faccenda è tutt'altra; da che allora il lettore non si

dimentica un momento mai che il libro ch'ei legge è una traduzione, e

tutto perdona in grazia del gusto ch'egli ha nel fare amicizia con

genti ignote e nello squadrarle da capo a piedi tal quali sono. Il

lettore, quand'ha per le mani una traduzione in verso, non sempre può

conseguire intera una tale soddisfazione. La mente di lui, divisa in

due, ora si rivolge a raffigurare l'originalitá del testo, ora a

pesare quanta sia l'abilitá poetica del traduttore. Queste due

attenzioni non tirano innanzi molto cosí insieme; e la seconda per lo

piú vince, perché l'altra, come quella che è la meno direttamente

adescata e la meno contentata, illanguidisce. Ed è allora che chi

legge si fa schizzinoso di piú; e come se esaminasse versi originali

italiani, ti crivella le frasi fino allo scrupolo.

Chi porrá mente alle circostanze differenti che rendono differente il

modo di concepire le idee e verrá investigando le origini delle varie

lingue e letterature, troverá che i popoli, anche per questo lato,

hanno tra di loro de' gradi maggiori o minori di parentela. Da ciò

deriverá al traduttore tanto lume che basti per metter lui sulla buona

via, ov'egli abbia intenzione conforme all'obbligo che gli corre,

quella cioè di darci a conoscere il testo, non di regalarcene egli uno

del suo.

Il signor Bellotti imprese a tradurre Sofocle; e prima ancora che

comparisse in luce quell'esimio lavoro, chi sognò mai che egli si

fosse ingannato nella scelta del mezzo, per avere pigliato a condurre

in versi la sua traduzione?

Per lo contrario vedi ora, figliuolo mio, se io ti abbia vaticinato il

falso quando ti parlai tempo fa d'una traduzione del [p.11] teatro di

Shakespeare, prossima allora ad uscire in Firenze. Il signor Leoni ha

ingegno, anima, erudizione, acutezza di critica, disinvoltura di

lingua italiana, cognizione molta di lingua inglese, tutti insomma i

requisiti per essere un valente traduttore di Shakespeare. Ma il

signor Leoni l'ha sbagliata. I suoi versi sono buoni versi italiani.

Ma che vuoi? Shakespeare è svisato; e noi siamo tuttavia costretti ad

invidiare ai francesi il loro Letourneur. E sí che il signor Leoni

bastava a smorzarcela affatto questa invidia!

Di quanti altri puntelli potrebbesi rinfiancare questo argomento, lo

sa Dio. Ma perché sbracciarmi a dimostrare che il fuoco scotta? Chi

s'ostina a negarlo, buon pro per lui!

E non occorre dire che la lingua nostra non si pieghi ad una prosa

robusta, elegante, snella, tenera quanto la francese. La lingua

italiana non la sapremo maneggiare con bella maniera né io né tu,

perché tu sei un ragazzotto ed io un vecchio dabbene e nulla piú; ma

fa' ch'ella trovi un artefice destro, ed è materia da cavarne ogni

costrutto. Ma questa materia non istá tutta negli scaffali delle

biblioteche. Ma non lá solamente la vanno spolverando que' pochi

cervelli acuti che non aspirano alla fama di messer lo Sonnifero.

In Italia qualunque libro non triviale esca in pubblico incontra bensí

qua e lá qualche drappelletto minuto di scrutinapensieri, che pure non

lo spaventano mai con brutto viso, perché genti di lor natura savie e

discrete. Ma poveretto! eccolo poi dar nel mezzo ad un esercito di

scrutinaparole, infinito, inevitabile e sempre all'erta e prodigo

sempre d'anatemi. Però io, non avuto riguardo per ora alla fatica che

costano i bei versi a tesserli, confesso che qui, tra noi, per

rispetto solamente alla lingua, chiunque si sgomenta de' latrati dei

pedanti piglia impresa meno scabra d'assai se scrive in versi e non in

prosa. Confesso che per rispetto solamente alla lingua e non ad altro,

tanto nel tradurre come nel comporre di getto originale, il montar su'

trampoli e verseggiare costa meno pericoli. Confesso che allo

scrittore di prose bisogna studiare e libri e uomini e usanze;

perocché altro è lo stare ristretto a' confini determinati [p.12] di

un linguaggio poetico, altro è lo spaziarsi per l'immenso mare di una

lingua tanto lussuriante ne' modi, e viva e parlata ed alla quale non

si può chiudere il vocabolario, se prima non le si fanno le esequie.

Ma lo specifico vero per salire in grido letterario è forse

l'impigrire colle mani in mano, e l'inchiodar se stessi sul

vocabolario della Crusca, come il giudeo inchioda sul travicello i

suoi paperi perché ingrassino?

No no, figliuolo mio, la penuria che oggidí noi abbiamo di belle prose

non proviene, grazie a Dio, da questo che la lingua nostra non sia

lingua che da sonetti. Fa' che il tuo padre spirituale ti legga la

parabola dei talenti nell'evangelista; e la santa parola con quel

«_serve male et piger_» ti snebbierá questo fenomeno morale.

Ora, per dire di ciò che importa a te, sappi, o carissimo, che i

lirici tedeschi piú rinomati, parlo della scuola moderna, sono tre: il

Goethe, lo Schiller e il Bürger. Quest'ultimo, dotato di un sentire

dilicato ma d'un'immaginazione altresí arditissima, si piacque spesso

di trattare il terribile. Egli scrisse altre poesie sull'andare del

_Cacciatore feroce_ e della _Eleonora_; ma queste due sono

le piú famose. lo credo di doverle chiamare «romanzi»; e se il

vocabolo spiacerá ai dotti d'Italia, non farò per questo a

scappellotti colle Signorie Loro.

Poesie di simil genere avevano i provenzali; bellissime piú di tutti e

molte ne hanno gli inglesi; ne hanno gli spagnuoli; altre e d'altri

autori i tedeschi; i francesi le coltivavano un tempo; gli italiani,

ch'io sappia, non mai: se pure non si ha a tener conto di leggende in

versi congegnate non da' poeti letterati, ma dal volgo, e cantate da

lui; fra le quali quella della _Samaritana_ meriterebbe forse il

primato per la fortuna di qualche strofetta. Non pretendo con ciò di

menomare d'un pelo la reputazione di alcuni «romanzi» in dialetti

municipali; perché, parlando di letteratura italiana, non posso aver

la mira che alla universale d'Italia[1].

[p.13]

Il Bürger portava opinione «che la sola vera poesia fosse la

popolare». Quindi egli studiò di derivare i suoi poemi quasi sempre da

fonti conosciute e di proporzionarli poi sempre con tutti i mezzi

dell'arte alla concezione del popolo. Anche delle composizioni che ti

mando oggi tradotte, l'argomento della prima è ricavato da una

tradizione volgare, quello della seconda è inventato, imitando le

tradizioni comuni in Germania; il che vedremo in séguito piú

distesamente. Anche in entrambi questi componimenti v'ha una certa

semplicitá di narrazione, che manifesta nel poeta il proponimento di

gradire alla moltitudine.

Forse il Bürger, com'è destino talvolta degli uomini d'alto ingegno,

trascorreva in quella sua teoria agli estremi. Ma perché i soli uomini

d'alto ingegno sanno poi di per se stessi ritenersene giudiziosamente

nella pratica, noi, leggendo i versi del Bürger, confessiamo che

neppure il dotto vi scapita, né ha ragione di dolersi del poeta.

L'opinione nondimeno che la poesia debba essere popolare non albergò

solamente presso del Bürger, ma a lei s'accostarono pur molto anche

gli altri poeti sommi d'una parte della Germania. Né io credo

d'ingannarmi dicendo ch'ella pende assai nel vero. E se, applicandola

alla storia dell'arte e pigliandola per codice nel far giudizio delle

opere dei poeti che furono, ella può sembrare troppo avventata

(giacché al [p.14] Petrarca, a modo d'esempio, ed al Parini, benché

rade volte popolari, bisogna pur fare di cappello), parmi che,

considerandola come consiglio a' poeti che sono ed ammettendola con

discrezione, ella sia santissima. E dico cosí, non per riverenza

servile a' tedeschi ed agli inglesi, ma per libero amore dell'arte e

per desiderio che tu, nascente poeta d'Italia, non abbia a dare nelle

solite secche che da qualche tempo in qua impediscono il corso agli

intelletti e trasmutano la poesia in matrona degli sbadigli.

Questa è la precipua cagione per la quale ho determinato che tu smetta

i libri del Blair, del Villa e de' loro consorti, tosto che la barba

sul mento dará indizio di senno in te piú maturo. Allora avrai da me

danaro per comperartene altri, come a dire del Vico, del Burke, del

Lessing, del Bouterweck, dello Schiller, del Beccaria, di madama de

Staël, dello Schlegel e d'altri che fin qui hanno pensate e scritte

cose appartenenti alla estetica: né il _Platone in Italia_ del

consigliere Cuoco sará l'ultimo dei doni ch'io ti farò. Ma per ora non

dir nulla di questo co' maestri tuoi, che giá non t'intenderebbono.

Tuttavolta, perché la massima della popolaritá della poesia mi preme

troppo che la si faccia carne e sangue in te, contentati ch'io

m'ingegni fin d'ora di dimostrartene la convenienza cosí appena di

volo, e come meglio può un vecchiarello che non fu mai in vita sua né

poeta né filologo né filosofo.

Tutti gli uomini, da Adamo in giú fino al calzolaio che ti fa i begli

stivali, hanno nel fondo dell'anima una tendenza alla poesia. Questa

tendenza, che in pochissimi è attiva, negli altri non è che passiva,

non è che una corda che risponde con simpatiche oscillazioni al tocco

della prima.

La natura, versando a piene mani i suoi doni nell'animo di que' rari

individui ai quali ella concede la tendenza poetica attiva, pare che

si compiaccia di crearli differenti affatto dagli altri uomini in

mezzo a cui li fa nascere. Di qui le antiche favole sulla quasi divina

origine de' poeti, e gli antichi pregiudizi sui miracoli loro, e

l'«_est deus in nobis_». Di qui il piú vero dettato di tutti i

filosofi: che i poeti fanno classe a parte, e non sono cittadini di

una sola societá ma dell'intero universo. E per [p.15] veritá chi

misurasse la sapienza delle nazioni dalla eccellenza de' loro poeti,

parmi che non iscandaglierebbe da savio. Né savio terrei chi nelle

dispute letterarie introducesse i rancori e le rivalitá nazionali.

Omero, Shakespeare, il Calderon, il Camoens, il Racine, lo Schiller

per me sono italiani di patria tanto quanto Dante, l'Ariosto e

l'Alfieri. La repubblica delle lettere non è che una, e i poeti ne

sono concittadini tutti indistintamente. La predilezione con cui

ciascheduno di essi guarda quel tratto di terra ove nacque, quella

lingua che da fanciullo imparò, non nuoce mai alla energia dell'amore

che il vero poeta consacra per instituto dell'arte sua a tutta insieme

la umana razza, né alla intensa volontá per la quale egli studia colle

opere sue di provvedere al diletto ed alla educazione di tutta insieme

l'umana razza. Però questo amore universale, che governa l'intenzione

de' poeti, mette universalmente nella coscienza degli uomini l'obbligo

della gratitudine e del rispetto; e nessuna occasione politica può

sciogliere noi da questo sacro dovere. Finanche l'ira della guerra

rispetta la tomba d'Omero e la casa di Pindaro.

Il poeta dunque sbalza fuori delle mani della natura in ogni tempo, in

ogni luogo. Ma per quanto esimio egli sia, non arriverá mai a scuotere

fortemente l'animo de' lettori suoi, né mai potrá ritrarre alto e

sentito applauso, se questi non sono ricchi anch'essi della tendenza

poetica passiva. Ora siffatta disposizione degli animi umani,

quantunque universale, non è in tutti gli uomini ugualmente squisita.

Lo stupido ottentoto, sdraiato sulla soglia della sua capanna, guarda

i campi di sabbia che la circondano, e s'addormenta. Esce de' suoi

sonni, guarda in alto, vede un cielo uniforme stendersegli sopra del

capo, e s'addormenta. Avvolto perpetuamente tra 'l fumo del suo

tugurio e il fetore delle sue capre, egli non ha altri oggetti dei

quali domandare alla propria memoria l'immagine, pe' quali il cuore

gli batta di desiderio. Però alla inerzia della fantasia e del cuore

in lui tiene dietro di necessitá quella della tendenza poetica.

Per lo contrario un parigino agiato ed ingentilito da tutto il lusso

di quella gran capitale, onde pervenire a tanta civilizzazione, [p.16]

è passato attraverso una folta immensa di oggetti, attraverso mille e

mille combinazioni di accidenti. Quindi la fantasia di lui è stracca,

il cuore allentato per troppo esercizio. Le apparenze esterne delle

cose non lo lusingano (per cosí dire); gli effetti di esse non lo

commovono piú, perché ripetuti le tante volte. E per togliersi di

dosso la noia, bisogna a lui investigare le cagioni, giovandosi della

mente. Questa sua mente inquisitiva cresce di necessitá in vigoria, da

che l'anima a pro di lei spende anche gran parte di quelle forze che

in altri destina alla fantasia ed al cuore; cresce in arguzia per gli

sforzi frequenti a' quali la meditazione la costringe. E il parigino

di cui io parlo, anche senza avvedersene, viene assuefacendosi a

perpetui raziocini o, per dirla a modo del Vico, diventa filosofo.

Se la stupiditá dell'ottentoto è nimica alla poesia, non è certo

favorevole molto a lei la somma civilizzazione del parigino. Nel primo

la tendenza poetica è sopita; nel secondo è sciupata in gran parte. I

canti del poeta non penetrano nell'anima del primo, perché non trovano

la via d'entrarvi. Nell'anima del secondo appena appena discendono

accompagnati da paragoni e da raziocini: la fantasia ed il cuore non

rispondono loro che come a reminiscenze lontane. E siffatti canti, che

sono l'espressione arditissima di tutto ciò che v'ha di piú fervido

nell'umano pensiero, potranno essi trovar fortuna fra tanto gelo? E

che maraviglia se, presso del parigino ingentilito, quel poeta sará

piú bene accolto che piú penderá all'epigrammatico?

Ma la stupiditá dell'ottentoto è separata dalla leziosaggine del

parigino fin ora descritto per mezzo di gradi moltissimi di

civilizzazione, che piú o meno dispongono l'uomo alla poesia. E s'io

dovessi indicare uomini che piú si trovino oggidí in questa

disposizione poetica, parmi che andrei a cercarli in una parte della

Germania.

A consolazione non pertanto de' poeti, in ogni terra, ovunque è

coltura intellettuale, vi hanno uomini capaci di sentire poesia. Ve

n'ha bensí in copia ora maggiore, ora minore; ma tuttavia sufficiente

sempre. Ma fa d'uopo conoscerli e ravvisarli ben bene, e tenerne

conto. Ma il poeta non si accorgerá mai della loro [p.17] esistenza,

se per rinvenirli visita le ultime casipole della plebe affamata, e di

lá salta a dirittura nelle botteghe da caffé, ne' gabinetti delle

Aspasie, nelle corti de' principi, e nulla piú. Ad ogni tratto egli

rischierá di cogliere in iscambio la sua patria, ora credendola il

capo di Buona speranza, ora il cortile del Palais-royal. E dell'indole

dei suoi concittadini egli non saprá mai un ette.

Ché s'egli considera che la sua nazione non la compongono que' dugento

che gli stanno intorno nelle veglie e ne' conviti; se egli ha mente a

questo: che mille e mille famiglie pensano, leggono, scrivono,

piangono, fremono e sentono le passioni tutte, senza pure avere un

nome ne' teatri; può essere che a lui si schiarisca innanzi un altro

orizzonte, può essere che egli venga accostumandosi ad altri pensieri

ed a piú vaste intenzioni.

L'annoverare qui gli accidenti fisici propizi o avversi alla tendenza

poetica; il dire minutamente come questa, del pari che la virtù

morale, possa essere aumentata o ristretta in una nazione dalla natura

delle instituzioni civili, delle leggi religiose e di altre

circostanze politiche; non fa all'intendimento mio. Te ne

discorreranno, o carissimo, a tempo opportuno, i libri ch'io ti

presterò. Basti a te per ora il sapere che tutte le presenti nazioni

d'Europa--l'italiana anch'essa né piú né meno--sono formate da tre

classi d'individui: l'una di ottentoti, l'una di parigini e l'una, per

ultimo, che comprende tutti gli altri individui leggenti ed

ascoltanti, non eccettuati quelli che, avendo anche studiato ed

esperimentato quant'altri, pur tuttavia ritengono attitudine alle

emozioni. A questi tutti io do nome di «popolo».

Della prima classe, che è quella dei balordi calzati e scalzi, non

occorre far parole. La seconda, che racchiude in sé quei pochi i quali

escono dalla comune in modo da perdere ogni impronta nazionale, vuole

bensí essere rispettata dal poeta, ma non idolatrata, ma non temuta.

Il giudizio, che i membri di questa classe fanno delle moderne opere

poetiche, non suole derivare dal suffragio immediato delle sensazioni,

ma da' confronti. Negli anni del fervore eglino hanno trovato il bello

presso tale e tal [p.18] altro poeta; e ciò che non somiglia al bello

sentito un tempo, pare loro di doverlo ora ricusare. Le opinioni

scolastiche, i precetti bevuti pigramente un tempo come infallibili,

reggono tuttavia il loro intelletto, che non li mise mai ad esame,

perché d'altro curante. Però l'orgoglio umano, a cui è duro il dover

discendere a discredere ciò che per molti anni s'è creduto, il piú

delle volte li fa tenaci delle massime inveterate. E il piú delle

volte eglino combattono per esse come per l'antemurale della loro

riputazione. Allora ogni arme, ogni scudo giova. E perché una serie di

secoli non si brigò piú che tanto di discutere l'importanza di quelle

massime, eccoti in campo un bello argomento di difesa nel silenzio

delle generazioni. «Chi tace non parla», diciamo noi. Ma «chi tace

approva», dicono essi, e il sopore dei secoli lo vanno predicando come

consenso assoluto di tuttaquanta la ragione umana alla necessitá di

certe regole chiamate, Dio sa perché, di «buon gusto»; e però via via

d'ugual passo sgozzano ad esse ogni tratto qualche vittima illustre.

La lode, che al poeta viene da questa minima parte della sua nazione,

non può davvero farlo andare superbo; quindi anche il biasimo ch'ella

sentenzia non ha a mettergli grande spavento. La gente ch'egli cerca,

i suoi veri lettori stanno a milioni nella terza classe. E questa,

cred'io, deve il poeta moderno aver di mira, da questa deve farsi

intendere, a questa deve studiar di piacere, s'egli bada al proprio

interesse ed all'interesse vero dell'arte. Ed ecco come la __sola

vera poesia__ sia la __popolare__: salve le eccezioni sempre, come ho

giá detto; e salva sempre la discrezione ragionevole, con cui questa

regola vuole essere interpretata.

Se i poeti moderni d'una parte della Germania menano tanto romore di

sé e in casa loro e in tutte le contrade d'Europa, ciò è da ascriversi

alla popolaritá della poesia loro. E questa salutare direzione

ch'eglino diedero all'arte fu suggerita loro dagli studi profondi

fatti sul cuore umano, sullo scopo dell'arte, sulla storia di lei e

sulle opere ch'ella in ogni secolo produsse: fu suggerita loro dalla

divisione in «classica» e «romantica» ch'eglino immaginarono nella

poesia.

[p.19]

Però sappi, tra parentesi, che tale divisione non è un capriccio di

bizzarri intelletti, come piace di borbottare a certi giudici che

senza processare sentenziano; non è sotterfugio per sottrarsi alle

regole che ad ogni genere di poesia convengono; da che uno de' poeti

chiamati «romantici» è il Tasso. E fra le accuse che si portano alla

_Gerusalemme_, chi udí mai messa in campo quella di trasgressione

delle regole? Qual altro poema piú si conforma alle speculazioni

algebraiche degli aristotelici?

Né ti dare a credere, figliuolo mio, che con quella divisione i

tedeschi di cui parlo pretendessero che d'un'arte, la quale è unica,

indivisibile, si avesse a farne due; perocché stolti non erano. Ma se

le produzioni di quest'arte, seguendo l'indole diversa dei secoli e

delle civilizzazioni, hanno assunte facce differenti, perché non potrò

io distribuirle in tribú differenti? e se quelle della seconda tribú

hanno in sé qualche cosa che piú intimamente esprime l'indole della

presente civilizzazione europea, dovrò io rigettarle per questo solo

che non hanno volto simile al volto della prima tribú?

Di mano in mano che le nazioni europee si riscuotevano dal sonno e

dall'avvilimento, di che le aveva tutte ingombrate la irruzione de'

barbari dopo la caduta dell'impero romano, poeti qua e lá emergevano a

ringentilirle. Compagna volontaria del pensiero e figlia ardente delle

passioni, l'arte della poesia, come la fenice, era risuscitata di per

sé in Europa, e di per sé anche sarebbe giunta al colmo della

perfezione. I miracoli di Dio, le angosce e le fortune dell'amore, la

gioia de' conviti, le acerbe ire, gli splendidi fatti de' cavalieri

muovevano la potenza poetica nell'anima de' trovatori. E i trovatori,

né da Pindaro instruiti né da Orazio, correndo all'arpa prorompevano

in canti spontanei ed intimavano all'anima del popolo il sentimento

del bello, gran tempo ancora innanzi che l'invenzione della stampa e i

fuggitivi di Costantinopoli profondessero da per tutto i poemi de'

greci e de' latini. Avviata cosí nelle nazioni d'Europa la tendenza

poetica, crebbe ne' poeti il desiderio di lusingarla piú degnamente.

Però industriaronsi per mille maniere di trovare soccorsi; e

giovandosi della occasione, si volsero anche [p.20] allo studio delle

poesie antiche, in prima come ad un santuario misterioso accessibile

ad essi soli, poi come ad una sorgente pubblica di fantasie, a cui

tutti i lettori potevano attignere. Ma ad onta degli studi e della

erudizione, i poeti, che dal risorgimento delle lettere giú fino a' dí

nostri illustrarono l'Europa e che portano il nome comune di

«moderni», tennero strade diverse. Alcuni, sperando di riprodurre le

bellezze ammirate ne' greci e ne' romani, ripeterono, e piú spesso

imitarono modificandoli, i costumi, le opinioni, le passioni, la

mitologia de' popoli antichi. Altri interrogarono direttamente la

natura: e la natura non dettò loro né pensieri né affetti antichi, ma

sentimenti e massime moderne. Interrogarono la credenza del popolo: e

n'ebbero in risposta i misteri della religione cristiana, la storia di

un Dio rigeneratore, la certezza di una vita avvenire, il timore di

una eternitá di pene. Interrogarono l'animo umano vivente: e quello

non disse loro che cose sentite da loro stessi e da' loro

contemporanei; cose risultanti dalle usanze ora cavalleresche, ora

religiose, ora feroci, ma o praticate e presenti o conosciute

generalmente; cose risultanti dal complesso della civiltá del secolo

in cui vivevano.

La poesia de' primi è «classica», quella de' secondi è «romantica».

Cosí le chiamarono i dotti d'una parte della Germania, che dinanzi

agli altri riconobbero la diversitá delle vie battute dai poeti

moderni. Chi trovasse a ridire a questi vocaboli può cambiarli a posta

sua. Però io stimo di poter nominare con tutta ragione «poesia de'

morti» la prima, e «poesia de' vivi» la seconda. Né temo di ingannarmi

dicendo che Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide ecc. ecc., al tempo

loro, furono in certo modo romantici, perché non cantarono le cose

degli egizi o de' caldei, ma quelle dei loro greci; siccome il Milton

non cantò le superstizioni omeriche, ma le tradizioni cristiane. Chi

volesse poi soggiungere che, anche fra i poeti moderni seguaci del

genere classico, quelli sono i migliori che ritengono molta mescolanza

del romantico e che giusto giusto allo spirito romantico essi devono

saper grado se le opere loro vanno salve dall'obblio, parmi che non

meriterebbe lo staffile. E la ragione non viene [p.21] ella forse in

sussidio di siffatte sentenze, allorché gridando c'insegna che la

poesia vuole essere specchio di ciò che commuove maggiormente l'anima?

Ora l'anima è commossa al vivo dalle cose nostre che ci circondano

tuttodí, non dalle antiche altrui che a noi sono notificate per mezzo

soltanto de' libri e della storia.

Allorché tu vedrai addentro in queste dottrine, e ciò non sará per via

delle gazzette, imparerai come i confini del bello poetico siano ampi

del pari che quelli della natura, e che la pietra di paragone, con cui

giudicare di questo bello, è la natura medesima e non un fascio di

pergamene; imparerai come va rispettata davvero la letteratura de'

greci e de' latini, imparerai come davvero giovartene. Ma sentirai

altresí come la divisione proposta contribuisca possentemente a

sgabellarti del predominio sempre nocivo della autoritá. Non giurerai

piú nella parola di nessuno, quando trattasi di cose a cui basta il

tuo intelletto. Farai della poesia tua una imitazione della natura,

non una imitazione di imitazione. A dispetto de' tuoi maestri, la tua

coscienza ti libererá dall'obbligo di venerare ciecamente gli oracoli

di un codice vecchio e tarlato, per sottoporti a quello della ragione,

perpetuo e lucidissimo. E riderai de' tuoi maestri che colle lenti sul

naso continueranno a frugare nel codice vecchio e tarlato, e vi

leggeranno fin quello che non v'è scritto.

Materia di lungo discorso sarebbe il voler parlare all'Italia della

divisione suaccennata; ed importerebbe una anatomia lunghissima delle

qualitá costituenti il genere classico e di quelle che determinano il

romantico. A me non concede la fortuna né tempo né forze sufficienti

per tentare una siffatta dissertazione, perocché il ripetere quanto

hanno detto in ciò i tedeschi non basterebbe. Avvezzi a vedere ogni

cosa complessivamente, eglino non di rado trascurano di segnare i

precisi confini de' loro sistemi; e la fiaccola, con cui illuminano i

passi altrui, manda talvolta una luce confusa. Ma poiché in Italia, a

giudicare da qualche cenno giá apparso, non v'ha difetto intero di

buona filosofia, io prego che un libro sia composto finalmente qui tra

noi, il quale non tratti d'altro che di questo argomento, e trovi

[p.22] modo di appianar tutto, di confermare nel proposito i giá

iniziati, di rincorare i timidi e di spuntare con cristiana caritá le

corna ai pedanti.

Ben è vero che a que' pochi del mestiere, a' quali può giovare per le

opere loro una idea distinta del genere romantico, questa, io spero,

sará giá entrata nel cervello loro, mercé l'acume della propria lor

mente. Ma perché voi altri giovinetti siete esposti alla furia di

tante contrarie sentenze, e la veritá non siete in caso di snudarla da

per voi, è bene che qualcuno metta in mano vostra ed in mano del

pubblico un libro che vi scampi dal peccato, pur sí frequente in

Italia, di bestemmiare ciò che s'ignora.

Intanto che il voto mio va ricercando chi lo accolga e lo secondi;

intanto che, irritati dalla novitá del vocabolo «romantico», da Dan

fino a Bersabea si levano a fracasso i pedanti nostri, e fanno a

rabbuffarsi l'un l'altro e a contumeliarsi e a sagramentare e a non

intendersi tra di loro, come a Babilonia; intanto che la divisione per

cui si arrovellano è per loro piú mistica della piú mistica dottrina

del _Talmud_; vediamo, figliuolo mio, quali effetti ottenessero i

poeti che la immaginarono.

Posti frammezzo a un popolo non barbaro, non civilissimo, se se ne

riguarda tutta la massa degli abitanti e non la sola schiera degli

studiosi, i poeti recenti d'una parte della Germania dovevano superare

in grido i loro confratelli contemporanei sparsi nel restante

d'Europa. Ma della fortuna della poesia loro tutto il merito non è da

darsi alla fortuna del loro nascimento. L'essersi avveduti di questa

propizia circostanza e l'aver saputo trarne partito, è merito

personale. E a ciò contribuí, del pari che l'arguzia dell'ingegno, la

santitá del cuore.

Sentirono essi che la verissima delle muse è la filantropia, e che

l'arte loro aveva un fine ben piú sublime che il diletto momentaneo di

pochi oziosi. Però, avidi di richiamare l'arte a' di lei principi,

indirizzandola al perfezionamento morale del maggior numero de' loro

compatrioti, eglino non gridarono, come Orazio:

_Satis est equitem nobis plaudere_;

[p.23] non mirarono a piaggiare un Mecenate, a gratificarsi un

Augusto, a procurarsi un seggio al banchetto dei grandi; non ambirono

i soli battimani d'un branco di scioperati raccolti nell'anticamera

del principe.

Oltrediché non è da tacersi come insieme a questo pio sentimento

congiurasse anche nelle anime di que' poeti la sete della gloria,

ardentissima sempre ne' sovrani ingegni e sprone inevitabile al far

bene. Eglino avevano letto che in Grecia la corona del lauro non

l'accordavano né principi né accademie, ma cento e cento mila persone

convenute d'ogni parte in Tebe e in Olimpia. Avevano letto che i canti

di Omero, di Pindaro, di Tirteo non erano misteri di letterati, ma

canzoni di popolo. Avevano letto che Eschilo, Sofocle, Euripide,

Aristofane non si facevano belli della lode de' loro compagni di

mestiere, ma anelavano al plauso di trentamila spettatori e

l'ottenevano. Quindi, agitati da castissima invidia, vollero anch'essi

quel plauso e quella corona. Ma e in che modo conseguirla? Posero

mente alle opere che ci rimangono de' poeti greci; e quantunque

s'innamorassero sulle prime della leggiadria di quei versi, dello

splendore di quella elocuzione, dell'artificio mirabile con cui le

immagini erano accoppiate e spiegate, pure non si diedero a credere

che in ciò fosse riposto tutto il talismano. E come crederlo, se in

casa loro e fuori di casa vedevano condannati all'untume del

pizzicagnolo versi, a cui né sceltezza di frasi mancava né armonia?

Lambiccarono allora essi con piú fina critica quelle opere, onde

scoprire di che malie profittavansi in Grecia i poeti per guadagnarsi

tanto suffragio dai loro contemporanei. Videro che quelle malie erano

i loro dèi, la loro religione, le loro superstizioni, le loro leggi, i

loro riti, i loro costumi, la storia loro, le loro tradizioni volgari,

la geografia loro, le loro opinioni, i loro pregiudizi, le fogge loro,

ecc. ecc. ecc.--E noi--dissero eglino,--noi abbiamo altro Dio, altro

culto; abbiamo anche noi le nostre superstizioni; abbiamo altre leggi,

altri costumi, altre inclinazioni piú ossequiose e piú cortesi verso

la beltá femminina. Caviamo di qui anche noi le malie nostre, e il

popolo c'intenderá. E i versi nostri non saranno per lui reminiscenze

d'una [p.24] fredda erudizione scolastica, ma cose proprie e

interessanti e sentite nell'anima.

A rinforzarli nella determinazione soccorse loro l'esempio altresí de'

poeti che dal risorgimento delle lettere in Europa fino a' dí nostri

sono i piú famosi. E chi negherá questi essere tanto piú venerati e

cari, quanto di queste nuove malie piú sparsero ne' loro versi?

Cosí i poeti d'una parte della Germania, co' medesimi auspici, con

l'arte medesima né piú né meno, col medesimo intendimento de' greci,

scesero nell'aringo, desiderarono la palma e chiesero al popolo che la

desse loro. E il popolo, non obbliato, non vilipeso da' suoi poeti, ma

carezzato, ma dilettato, ma istruito, non ricusò d'accordarla.

Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari · 第 1 / 20 段