movimento di decomposizione e di sfacelo. Ma non trascorsero cinque
minuti, che vi capitò in mezzo Garibaldi, soletto.
Propagatasene elettricamente la notizia, un nugolo d'uffiziali
staccatosi dalle compagnie gli fece ressa intorno, anelando di
vederlo, di conoscerlo, d'ammirarlo. I fanti buttarono via i fucili, i
lancieri abbandonarono i cavalli, gli artiglieri i cannoni.
--A casa, a casa, urlarono tumultuariamente. E in meno di un'ora
quelle armi e quel campo furono nostri.
Garibaldi da Soveria andò a Napoli coi cavalli di posta.
IV.
Dittatura di tre giorni.
Era il 7 settembre del 1860. Il conflitto delle diverse violente
ineffabili emozioni provate in quel giorno del nostro ingresso
trionfale in Napoli, immezzo a trecentomila persone che piangevano di
gioia, che deliravano d'entusiasmo, all'improvviso e incruento
passaggio dalla schiavitù alla libertà, e alla vista della figura
raggiante e simpatica di Garibaldi emancipatore, aveva esauste le mie
forze. Sentii, all'avvicinarsi della notte, che il mio cervello non
reggeva oggimai ad alcuna reazione, quando al largo del palazzo
d'Angri, ove Garibaldi prese stanza, e in via Toledo, l'onda popolare
riagitandosi come in tempesta, migliaia di _carrozzelle_ montate
confusamente da donne, frati, soldati, cittadini, correndo su e giù
fra gli ululati di _Viva l'Italia una_, un immenso carro in forma di
bastimento, che tiravano sedici bovi fantasticamente bardati, trasse
con grande strepito davanti al palazzo, pieno di cantori e di
suonatori i quali eseguivano per la prima volta l'_Inno_ indi famoso.
Epperò appena finita la guardia, e il generale si coricò, consegnato
il mio indirizzo nel caso d'una chiamata, seguii un napolitano gentile
all'albergo suggerito da lui e mi trovai installato con mia moglie in
un quartiere confortevole, donde prospettavasi il Largo delle Pigne.
--Possibile, cominciò ella, l'ingresso in Napoli nel numero di
quattordici, e Garibaldi dittatore? Dicono puntati i cannoni di tutti
i forti sulla città e in armi quattordicimila soldati borbonici. Come
gli occhi del generale si dilatarono e l'aureola che circondava la sua
fronte fiammeggiò passando davanti alla reggia! i soldati affascinati
gli rendettero gli onori militari? hai...
--Sì, sì; lascia da banda le rapsodie, risposi guardando con avido
occhio il saccone elastico, le materasse egregie e le lenzuola di
bucato che m'invitavano dall'alcova con atti cortesi.
Dopo quattro notti dormite in vettura da Castrovillari a Napoli e
venticinque per terra da Aspromonte a Castrovillari col firmamento per
soffitto, la visione d'un letto soffice e la prospettiva di dodici ore
di sonno sembravanmi l'apice della umana felicità.
--Viene o non viene la cena? dimandai impazientemente al cameriere
entrato in quel punto con le mani vuote.
--Signore, un gentiluomo in abito nero, spada al fianco, fascia a
tracolla insiste di parlarvi. Lo accompagna un ispettore di polizia.
Quest'ultima frase fu aggiunta con evidente rincrescimento. La porta
dell'alcova, continuò il cameriere con frettolosa parola, mette ad un
corridoio e giù per la scala di dietro. Signore! additandomi la porta;
indi scomparve.
--Garibaldi in pericolo, dissi a mia moglie, e qui si fa la morte del
topo. I quattordicimila soldati pensarono che noi siamo quattordici.
Guadagnata la porta, proseguii: ricevili, e di' che vengo subito.
Proverò di raggiungere il generale; che imprudenza allontanarsi dal
palazzo! Tutto lo stato maggiore, meno Basso, sarà assente.
Ed ella:--Lasciami venire, se no, una seconda volta ci chiuderanno in
carcere separata.
--Che! anche se vieni non ci metteranno insieme. Non apparire così
smarrita: il caso per noi non è nuovo nè il peggiore. Ti ho detto che
cosa dovevi aspettarti quando volesti assolutamente accompagnarmi.
--Va, sono qui, rispose ricoverando il suo coraggio; ed io via come
una freccia.
Arrivato alla scala mi venne udito uno scoppio di risa. E un momento
dopo il personaggio colla barba bianca e la spada al fianco
stringevami, baciavami, e sfogava la sua contentezza con impeto
meridionale. Era Mignogna. Nacque in Basilicata, visse quindici anni
in galera coll'appendice della tortura, dieci in esilio ove io lo
conobbi. Sbarcò a Marsala coi Mille e lo rividi in agosto a Messina.
Di gran seguito nella sua provincia, precedette Garibaldi per
agevolargli la strada di Napoli.
--Scendete subito, così favellò, e venite con noi; la carrozza ci
attende. Vi presento Mele mio compagno di prigione e da stamane
ispettore di polizia, il quale vi desidera ospiti suoi.
Non valsero obbiezioni, si dovette obbedire senza indugi.
Il buon letto dell'ospite era troppo buono; abituato alla terra dura e
all'aria aperta, il chiuso della stanza pareva mi soffocasse, e la
morbidezza delle piume destavami la sensazione del vuoto; laonde girai
sino al mattino intorno a me stesso. Scesi, apersi la finestra che
dava in un poggiuolo e rimasi come uomo stupefatto davanti ad uno
spettacolo inatteso. La tenue luce dell'alba non toglieva alle lave
ardenti, che solcavano in due linee parallele e orizzontali il Vesuvio
a due terzi del suo dorso, l'apparenza di grandi masse rutilanti di
carbonchio. Sarebbesi creduto il cono del vulcano semiaperto da un
punto fisso a guisa di coperchio, e scorrente dall'immensa fessura un
fiume di gemme colate. Quel rosso cinabro intenso, ondulante,
contrastava decisamente con la tinta di calcedonio, la quale come velo
diafano involve la natura nei pochi minuti che precedono la comparsa
del sole. Gradualmente le lave sembravano disinfiammarsi e
impallidire, e il golfo di Napoli venivasi disegnando magnifico,
voluttuoso e inenarrabile. Ond'io poetando proruppi:--Splende così la
prima aurora della libertà!--Mentre mi cullava in cosiffatte
contemplazioni, erasi accalcata sotto il poggiuolo una turba da me non
avvertita di popolani che mi affisavano in silenzio. Appena rinvenuto
dalla mia estasi mi chinai a riguardare la contrada e tuonò un _Viva
Garibaldi!_ Avvedutomi che la camicia rossa causò l'assembramento,
feci una riverenza e mi ritrassi tirandomi dietro la persiana. Non
veduto, vidi che la folla tosto si diffuse e si confuse
nell'ondulatorio e perpetuo movimento di gente sulla spiaggia di Santa
Lucia. E lungo codesta spiaggia sorgevano in fila più di cento enormi
leggii, a quattro palmi l'uno dall'altro, e da tergo verso il
muricciuolo, a mare, tavoli e panche. Sorto il sole, ciascun leggìo
venne scoperchiato da un personaggio scalzo, scollato, in farsetto e
berretta frigia; spartivasi in caselle a scacchiera, ed entro ogni
casella parevami ravvisare un pezzo cristallizzato a colori
vivissimi.--Un museo mineralogico, pensai, sulla pubblica via! e i
curiosi naturalisti che ci sono in questo paese!--Riseppi che
ell'erano frutta di mare, e lazzaroni pescatori i seminudi Linnei. La
sera a quei tavoli s'accosta numerosa gente che, alla brezza del
golfo, cibasi con delizia grande di quei molluschi aperti, rose e
giacinti e fiordalisi marini mollemente natanti in un umore di
porpora. Ghiotta grazia di Dio onde ogni sera mi confermai lo spirito
e lo stomaco, assiso sulla panchetta al chiaro di luna col Vesuvio
all'ovest, il leggìo all'est, a settentrione il Castello dell'Uovo e
al sud il piatto di molluschi. E a quella mensa degli Dei trassi
parecchi de' miei commilitoni, e si combinò per la sera del 12
settembre un'imbandigione in tutta regola. Io m'impegnai per le frutta
di mare, le ostriche, il pane; Nullo pel vino di Capri e i maccheroni,
altri pel Lacrima-Christi e le angurie.
Sul mezzodì del 12 di ritorno al palazzo d'Angri da una visita al
Castello dell'Uovo, mi si chiamò con premura alla Segreteria. Il
colonnello Bertani, segretario generale del dittatore, mi presentò un
signore sui cinquant'anni, d'aspetto grave, di faccia e di persona
quadra come il _miles romanus_, vestito in nero, giubba a tagliere,
cravatta bianca e berretta da capitano nella mano sinistra su cui
brillava un cammeo. Nel mentre m'affacciai sulla soglia della porta,
questi stava parlando con accento vibrato, con fisonomia alterata, in
piedi.
--Ho capito, me l'ha già narrato, interrompevalo Bertani con manifesta
impazienza, e contento del mio apparire volsemi il discorso:--Il
signor B..., sindaco di Forio d'Ischia.
Il sindaco, sbirciatomi in un baleno, non mostrossi molto entusiasta
di me, e me ne accorsi da una leggera e velocissima contrazione che
sorpresi sull'angolo destro della sua bocca. Certamente egli immaginò
un uffiziale superiore splendido di ricami d'oro, algerina di
_cachemire_ bianco sulle spalle, stivali alla scudiera e speroni
affibbiati, onde riluceano le sale del palazzo d'Angri. Ma
disgraziatamente io non ero che luogotenente, avevo un cappellino nero
conforme a quello di Garibaldi, fatto rossastro dal sole e dalle
rugiade notturne, tutto gualcito perchè mi servì di guanciale durante
la campagna; avevo un paio di calzoni di panno grigio e una tunica
rossa annerita all'ingiro dalla cintura della spada e con larghe
macchie di terra e d'erba.
--Il signor sindaco, proseguì Bertani, giunse testè apportatore della
triste novella che a Forio d'Ischia scoppiò una forte sommossa a
favore del governo caduto, la quale egli opina si dilati e possa
mettere sossopra tutta l'isola. Con grave pericolo remigò sin qui per
chiedere al governo aiuto immediato, un uffiziale energico che
comandi, mezzi sommarî; per offerirsi ad ogni sbaraglio, e promettere
l'uso della propria influenza nella parte liberale, sorpresa e
battuta, ma coraggiosa e capace d'alte prove se soccorsa in tempo. Il
dittatore non dissimulò il turbamento cagionatogli dalla inaspettata
notizia, e dopo breve silenzio disse:--Manderò A. M.; e ci licenziò.
Egli ti attende per darti le debite istruzioni. E, rivolto al sindaco,
soggiunse:--Si affidi a questo uffiziale, e vedrà in poco d'ora
sbarbato ogni segno di ribellione nell'isola.
Malgrado la scelta di Garibaldi, malgrado le assicurazioni così
formali del suo segretario, il sindaco non parve molto soddisfatto, e
chinato il capo e gli occhi, aperte le braccia lungo le coscie tanto
da formare con queste e col gomito per vertice due angoli acuti, con
aria rassegnata rispose al segretario:--Eccellenza!
--Addio frutta di mare! mormorai gemendo: e rammemorai l'_adieu rotî_
di Rousseau fanciullo mandato a letto prima di cena.
Ritornando nell'anticamera del generale con cera scura, col cappellino
all'orecchio, strascicando la sciabola sui pavimenti di maiolica delle
sale, non curai la solita gente addensata sull'uscio e trattenuta
dalle sentinelle: chi guaiva _eccellenza!_ chi _colonnello!_ chi
_signorino_, chi _bacio le mani_, e chi tacendo alzava l'indice per
significare _ascoltate una sola parola_. Ed io soleva essere loro
forse più che altri cortese; respinti quasi sempre da' miei camerati,
ne introducevo al generale quanti più mi veniva fatto, imperocchè egli
non accomiatava veruno sconsolato. E udii storie pietose di domestici
lutti incredibili e ignorati, perchè la mano di Ferdinando II arrivava
terribilmente ove l'occhio sempre non arrivava. Ma questa volta tirai
diritto con cuore indurato ed entrai nella camera del generale a
ricevere gli ordini. Bertani e il sindaco mi tennero dietro.
--Andate subito in Ischia, mio rappresentante con pieni poteri.
Il sindaco esclamò:--_Alter ego_, e Bertani gli tirò la falda della
velata in segno di silenzio. Il sindaco balbettò sotto voce:--_Aggio
caputo_.
Il generale continuò:--Domate la ribellione, restituite la libertà e
tenetemi ragguagliato.
--E se occorre...? io domandai raffigurando con le braccia uno
schioppo spianato.
--Siate giusto e umano.
Ritiratomi, Nullo in anticamera mi fece:--Mandai il vino di Capri e i
maccheroni a casa tua.
--Rimanda a pigliarli.
--E perchè?
--Vo in Ischia.
--Ai bagni?
--Ad eseguire una _Sainte-Barthélemy_.
--Che!
--C'è la reazione in armi. Forio cadde in sua mano.
--E le frutta di mare?
--Al ritorno.
--Ma se cadi?
--Offrile a' miei Mani e fa le libazioni d'uso.
Per ischivare i petenti e i piagnoni del corridoio principale, me ne
andai da una porta secondaria. Nel vestibolo del palazzo il sindaco,
che mi corse a panni, toccatomi leggermente una spalla, disse a capo
scoperto.
--Signor colonnello, la mia carrozza è costì a vostra disposizione.
Ed io seccamente:--Non sono colonnello.
--Perdonate, colonnello; il segretario mi commise di consegnarvi
questo documento firmato dal dittatore, che comprova l'autorità
conferitavi dell'_alter ego_.
--Sta bene.
--Ci vorrà un battaglione per isbarcare nell'isola autorevolmente. A
quale caserma comandate, colonnello, che il cocchiere ci conduca?
--All'ospedale dei feriti di San Sebastiano.
Salii in carrozza, e veduto a caso sul portone un giovinotto lombardo,
sergente che appartenne all'Istituto militare di Palermo:
--Siete in servizio? gli dimandai.
--Nossignore.
--Avete la rivoltella?
--L'ho.
--Montate in cassetta.
A San Sebastiano feci chiamare mia moglie occupata nella
trasformazione del Collegio dei Gesuiti in ospedale, e la informai di
che si trattava.
A cui ella:--Vengo anch'io. Non vi ha feriti in Napoli, e dobbiamo
sospendere ogni altra preparazione finchè non giunga l'ambulanza
generale.
Ond'io al cocchiere:--Ora a Pozzuoli.
Il sindaco, pietrificato, mi guatava con pupille stupide, e io leggevo
sulla sua fisonomia:--Codesto originale forse si pose in capo di
soffocare la rivolta con un sergente, con una pistola, con una
moglie!--Ma non osò fiatare a cagione del mio muso duro. Egli si
lusingò che io avrei guidato una schiera dei vincitori di Calatafimi e
di Milazzo per dare la caccia ai villani d'Ischia e per guardia
d'onore di lui nel suo ingresso in Forio. Intanto dovette starsi pago
che nessun contrassegno di grado mi distinguesse, onde a suo agio
poteva chiamarmi e annunciarmi colonnello.
Percorremmo via Toledo, Largo di Palazzo Reale, e voltammo a Santa
Lucia. Una fitta moltitudine, intesa ad ascoltare un frate che
predicava da una bigoncia a ridosso della fontana di marmo bianco
edificata al tempo degli Spagnuoli, ingombrava l'ampia via verso la
metà. Dietro la bigoncia sorgevano due trofei d'armi antiche di
cartone, involute di fasce tricolori, e a sinistra un fazzoletto di
seta a banderuola col ritratto di Garibaldi. Abbiamo impiegato cinque
minuti per penetrare nel cuore della folla dirimpetto al frate, ove
fece mestieri d'arrestarci. Il frate,--uomo di sessant'anni; bianchi i
capelli e la barba; di tinta ulivigna; d'occhi chiari; di sopracciglia
lunghe, foltissime e nere, che conferivano al suo sguardo una virtù
soggiogatrice; alto, asciutto e vigoroso delle membra; tuonava con
voce terribile; la sua posa era artistica, i suoi movimenti tardi,
appropriati ed energici. Quando stendeva le braccia davanti a sè con
mani aperte, le dita strette e il guardo fiso e immoto, quella massa
di donne e di lazzaroni curvavasi in figura di vasta onda di mare. Il
frate irradiava sulla folla una corrente magnetica come sovra una
sonnambula. Durante la sosta ci vennero udite le seguenti parole in
dialetto napolitano:
--... Ora che sapete che cosa ha fatto, vi dirò chi è. Giù le
berrette, popolo peccatore; guarda lassù, a Iddio e implora ch'ei ti
renda degno d'ascoltare la verità. Lassù!
Nel pronunciare questo avverbio, il frate mago, sollevato il braccio
destro, appuntò l'indice al cielo con sì imperioso gesto che le mille
teste della muta e commossa moltitudine macchinalmente si alzarono e
parea invocassero la discesa dello eterno spirito. Trascorso qualche
minuto secondo, il frate ripigliò:
--Or bene; nel fondo dell'anfiteatro di Pozzuoli, san Gennaro, alla
vigilia del martirio, chiamato a sè l'unico figliuolo, gli disse: «Va,
fuggi, affidati a una barca e remiga verso la Liguria; là sarai salvo,
là dai figli dei tuoi figli nascerà un figlio maschio, con capelli
come i raggi del sole, con faccia di leone, che non berrà vino nè
bibite forti, che si nudrirà di frutti della terra e avrà nome
Zibeppe, e gli uomini lo conosceranno dalla camicia rossa intinta nel
mio sangue, di cui dimani empierai un'ampolla che porterai teco in
esilio. Codesto mio nipote diletto tornerà alla terra de' suoi padri
vendicatore e redentore; i tiranni che avranno contristato il mio
popolo napolitano dilegueranno davanti a lui, e a questo popolo egli
apporterà libertà e maccheroni...
A tal passo della orazione, il sergente, tolte le redini di mano al
cocchiere, spinse i cavalli a suon di frusta, la folla s'aperse, il
rumore delle ruote soperchiò la voce del predicatore, e una triplice
risata traboccò dalle labbra del sergente, di mia moglie e dalle mie.
Il sindaco serio, e forse offeso della nostra empietà, spingando le
mani su e giù delle saccoccie, faceva le fiche contro la jettatura.
Il cocchiere, il quale probabilmente adottò la medesima precauzione
del sindaco, avvedutosi soltanto della risata del sergente, ne lo
redarguì con la seguente intemerata:
--Il signorino ha torto di ridere al padre Pasquale: egli è un
sant'uomo; ha patito dieci anni in catene al bagno di Nisida, per la
causa del popolo. Non riderebbe mica il signorino se conoscesse quanto
il padre abbia lavorato per convertire codesti infedeli di Santa
Lucia, serbatisi tutti affezionati a Bombino, finchè li convinse che
Zibeppe procede da san Gennaro.
Velocemente passato Chiatamone e Chiaia, pervenimmo alla Grotta di
Posilipo, al disopra della quale vuolsi sepolto Virgilio.
--L'ha scavata Lucullo o Agrippa? chiesi al sindaco per distrarlo e
porlo nell'imbarazzo.
Ma il valentuomo mi regalò una lezioncina di storia e di archeologia.
Citò gli autori che opinavano per Lucullo e quelli per Agrippa;
dimostrò l'insussistenza delle due opinioni, e conchiuse sostenendo
averla scavata in più rimoto secolo i Cumei e i Napolitani insieme,
per reciprocità commerciale; e con ciò capitammo a Pozzuoli.
Il governatore di Pozzuoli, da cui l'isola d'Ischia dipendeva,
avvisato per telegrafo del mio arrivo, s'affrettò all'albergo ove
discesi. Lo interrogai quali fossero le ultime notizie d'Ischia.
Ed egli:--Quelle portate dianzi dal sindaco.
--Mandaste esploratori?
--Mandai un esploratore, il quale non tornerà prima delle undici.
--Nessun abitante dell'isola si mostrò in Pozzuoli?
--Il sindaco.
--La guardia nazionale è armata?
--Un battaglione di cinquecentosei uomini.
--In quanto tempo può raccogliersi?
--Sta schierato vicino al porto per far onore al rappresentante di
Garibaldi.
--Sarebbe disposto a marciare?
--Una buona metà.
La consegna d'un dispaccio da Baja troncò il dialogo fra il
governatore e me. Nel forte di Baja esisteva il massimo deposito di
polveri dello Stato; artiglieri e fucilieri borbonici lo custodivano.
Alle intimazioni di resa risposero temporeggiando; uno di loro, nativo
di Baja, disertore, narrò aspettarsi dal presidio nella notte tre
legni borbonici per caricarvi le polveri e trasportarle a Gaeta, e
giudicò possibile dal canto nostro un assalto improvviso sulla fiducia
del presidio nelle trattative.
Provvidi che nella notte trecento della guardia di Pozzuoli insieme ai
militi di Baja circuissero il forte, ne impedissero l'uscita e
l'entrata, intimassero la resa alla dimane e all'uopo procedessero
all'assalto. Assegnai ai rimanenti del battaglione l'officio di
riserva in Pozzuoli, raccomandai al governatore di vigilare e trasmisi
un telegramma a Garibaldi.
Passato in rassegna il battaglione e tenutagli una breve concione
marziale, il sindaco, che avevalo covato con gli occhi, chiesemi
flebilmente:--E per Ischia?
Ed io asciutto asciutto:--Il mio sergente.
Scendemmo al porto ove stava pronta una snella barca veliera.
Traversando la piazza, osservai due statue collocate di prospetto ai
due lati opposti, una di Lollio pretore e augure, l'altra di San
Gennaro in sul punto di benedire. Questo contrasto di cattolicismo e
di paganesimo, la coesistenza di due mondi, di due civiltà, di due
tradizioni contradditorie che si additano ad ogni passo nella
provincia di Napoli, riflettesi nella gente napolitana in cui si
confondono ingegno arguto e grossa superstizione, in cui si combinano
Vico e Pulcinella. Interrogai il sindaco se san Gennaro trinciasse
contro la jettatura dell'augure.
Ed egli di ripicco, punto dal mio irriverente sarcasmo:
--No, colonnello, benedice ai fedeli, perdona agli empî e prega per
tutti.
Dissimulando la freccia scoccatami con tanta destrezza, entrai in
barca e ci ponemmo alla vela.
Mancavano due ore a sera. Il sole dell'occidente vestiva di porpora il
golfo di Baja che incurvavasi sulla nostra diritta. La barca
veleggiando da Pozzuoli al Capo Miseno tracciava la corda dell'arco.
La molle aura, le tinte calde e vaporose dell'autunno, il mare oleoso,
la calma della natura, la presenza augusta di ventidue secoli di
storia che pareano figure solenni assise sui gradini dell'immenso
anfiteatro, conciliavano al silenzio e alla contemplazione a cui non
s'è mai così disposti quanto dopo la tumultuosa vita degli
accampamenti, la tensione morale delle rivoluzioni, le sensazioni
irritanti dei pericoli, e le logoranti fatiche di una lunga campagna.
Nell'incanto di quella scena, nel cumulo di tante memorie, nello
spettacolo di tante rovine, vidi Annibale minacciar Miseno; assistetti
ai funerali di Scipione, schivo della patria ingrata, a Literno;
all'agonia di Silla in Pozzuoli; di Tiberio alla Dragonara; e di
Porzia in Nisida; udii il tragico _ventrem feri_ di Agrippina
all'imperatore matricida ripercotersi d'eco in eco sul lago Lucrino;
penetrai nelle logge principesche della villa di Cicerone mentr'egli
componeva _Le questioni accademiche_; seguitai con ansia Bruto che
studiava un rifugio nei giardini di Lucullo; salii sul cassero della
nave capitana di Sesto Pompeo nel quarto d'ora in che i Triumviri a
cena spartivansi il mondo romano; visitai la flotta d'Augusto
all'àncora; guardai al trionfo di Caligola sul ponte costrutto fra
Pozzuoli e Baja, all'esercito sul ponte, al notturno sole di milioni
di fiaccole, al banchetto, al proditorio tonfo in mare dei magistrati
imperiali e degli amici dell'imperatore briaco; ripopolai la costa dei
circhi, dei portici, dei giardini, delle ville, dei templi di Nettuno
e di Venere genitrice, delle stufe e dei bagni di Nerone, del palazzo
di Cesare, della Piscina mirabile, della gioventù elegante di Roma, e
nel mio entusiasmo classico ruppi il lungo silenzio declamando quel
verso d'Orazio:
_Nullus in orbe sinus...._
Il sindaco terminandolo:--_Baiis praelucet amenis_.
--Precisamente! io soggiunsi, e le fantasime sparirono.
Intanto s'era girato il Capo Miseno, ed ecco le isole di Procida e
d'Ischia, e verso levante Cuma e le rive euboiche celebrate da
Virgilio.
--Costà, narrò il sindaco affisando la parte esterna del promontorio,
si pescano eccellenti murene; presso al lido sorgeva la villa
dell'oratore Ortensio, il quale pescava gli antichissimi avi delle
presenti murene, e avevane addestrata una che alla sua voce accorreva
a lui e attirava perfidamente le compagne nell'agguato.
--Domata la ribellione, imbandirete la nostra tavola dittatoriale
colle ultime nipoti delle murene d'Ortensio.
--Colonnello, la pesca in questa notte medesima.
Già al corto crepuscolo succedeva la notte; ancora un miglio, indi
sbarcammo in Procida sulla costa di San Cattolico.
Traversammo l'isola a piedi, con un appetito che la brezza marina acuì
e più acuto allora rendevano gli effluvî degli aranci e dei cedri. Per
giunta lo spietato sindaco ci descrisse le migliaia di grassi fagiani
e di francolini della caccia reale di Procida. Laonde fra le murene
dell'indomani della lotta e i francolini che presumevamo mangiare la
vigilia ci sembrava mill'anni di arrivare alla prima stazione del
viaggio. Il sindaco continuò il racconto nella seguente conformità: