--Con regio bando proscritti dall'isola tutti i gatti, nel secolo

scorso, per non danneggiare la propagazione di quei nobili augelli, in

pochi anni moltiplicarono a miriadi i ratti e divennero una

spaventevole calamità. Giardini e case e chiese e sagrestie e armadi,

e fin'anco le canne d'organo, ogni cosa invasero e rosero codesti

ratti; le provvisioni domestiche; i cadaveri prima della sepoltura, i

ragazzi nelle cune giacquero in preda dell'orribile flagello. L'isola

diventò inabitabile. Finalmente i paesani corsero ai piedi del re,

seminando sul suo passaggio un gregge di tali quadrupedi, e ottennero

la revocazione del disastroso decreto. Tolta poscia la caccia, ora e

fagiani e francolini abitano il parco di Caserta.

La chiusa gelò sul labbro la sensazione di piacevolezza che l'aneddoto

vi dipinse.

Dall'opposta sponda della Cornicella, sovra altra barca tragittammo lo

stretto canale che separa le due isole, e approdammo in Ischia.

Posto piede sulla terra ribelle che al nuovo sole mi proponevo di

percuotere col braccio della mia plenipotenza, il sindaco ci condusse

ad una casa due miglia lontana da Borgo d'Ischia. La padrona

introdusse dittatore e dittatrice in una modesta camera da letto e

favellò in questi sensi:

--Ecco i fiammiferi, ed ecco la bottiglia d'acqua. Posso servirli?

--Grazie, noi rispondemmo, ed ella partì.

Acconciatomi in fretta, discinta la spada, camminando su e giù per la

stanza, e stropicciandomi le mani, aspettavo cupidamente la chiamata a

tavola.

--Tu fai il moto della fiera nella gabbia poco prima del pasto,

osservò mia moglie; ma non ravvisasti nel saluto della padrona una

bella e tonda _felice notte_?

--Tu mi sgomenti! esclamai.

Indi a mezz'ora uscii tentando la via della cucina.

Silenzio, fuoco morto, e lumi spenti. Il sergente dormiva

nell'anticamera il sonno dello sfinimento sovra una sedia, il sindaco

russava sul sofà, e i padroni di casa eransi ritirati.

--Signor sindaco! gridai scuotendolo senza cerimonie.

Il pover uomo, fregandosi gli occhi, balbutì:--Colonnello!

--Si costuma l'ospitalità dell'arcivescovo Ruggeri nella vostra isola?

Qui si sviene di fame.

--Colonnello, siamo discosti dal Borgo e in casa, non esiste bricciolo

di pane.

Il sergente svegliatosi m'informò che ad un ricco proprietario del

Borgo, il signor L..., non parrebbe vero d'offrirci la cena, ma che il

sindaco volle conservato il secreto sulla nostra presenza nell'isola.

--Vi do tempo un'ora, e altre parole non vi appulcro--cantai al

sindaco ponendolo sotto custodia del sergente, e rientrai nella mia

camera.

--Indovinasti!

E la moglie a me sorridendo:--Mi congratulo del perfettamente assunto

piglio dittatoriale!

Accesi il sigaro, mi gettai sul letto senza speranza a meditare sulla

vanità delle umane grandezze, e così gemei:

--Sovrano assoluto dell'isola e arbitro dei destini di

ventiquattromila abitanti, mi tocca venire a letto senza pranzo e

senza cena! E dopo una pausa ripigliai:--Il sindaco forse suppose che

i garibaldini si pascano di vento come il Rabicano dell'Ariosto; o

forse divisò vendicarsi del mio umile sbarco, senza seguito di

soldati, senza rumore di proclami, senza pompa proconsolare, siccome

egli dee avere fantasticato sull'ali della sua classica erudizione, e

promesso a' suoi amici politici.

Adagio adagio mi si velarono gli occhi e i pensieri e m'addormentai.

Lo stomaco travagliato agendo sul cervello con vibrazioni ineguali vi

suscitò imagini strane e sconvolte; sognai asserragliamenti e campane

a stormo; sognai che il sindaco mi calava in un pozzo, mentre Nullo,

Giulio Cesare e simili eroi divoravano murene, frutta di mare e

francolini.

--Signor dittatore, la cena in tavola, disse mia moglie svegliandomi.

Come Nerone avreste incendiata la vostra Roma, se non levavo in tempo

il sigaro caduto sulle lenzuola.

Il signor L..., rinvenuto dal sindaco, fornì la mensa di pane, di vino

e d'un piatto di calamari e di naselli pescati appositamente.

Trattandosi d'un uffiziale di Garibaldi, i pescatori del luogo

volontieri diedero mano alle reti nell'insolita ora, e per tutta

ricompensa vollero vedermi, assicurarsi ch'ero uomo come gli altri

uomini, e, secondo la consuetudine delle Sicilie, baciarmi la mano. Il

signor L...., che interrogai sullo stato dell'isola, ripetè le notizie

di gravi torbidi in Forio sparse il mattino dal sindaco, e soltanto

aggiunse che il battello a vapore, il quale salpa da Forio a mezzodì e

soffermasi a Borgo d'Ischia per Napoli alle due, non ricomparve, che

Borgo e i territori di Casamicciola e di Lacco favoreggiavano

caldamente la causa d'Italia e Garibaldi.

Ingiunsi al sindaco di spedire immantinenti una staffetta a' suoi

amici in Forio avvertendoli del mio sbarco, e mandai ordine al

comandante la guardia nazionale di Borgo di distaccare alle sette del

mattino una compagnia per una passeggiata militare verso Casamicciola

e mezza compagnia per girare il monte Epomeo al lato opposto fino a

tre miglia da Forio, e incaricai il signor L... di procurarci le

cavalcature.

L'isola è un gigantesco cono vulcanico, la cui base ha un circuito di

diciotto miglia, e il vertice elevasi all'altezza del Vesuvio. Questo

cono si appella monte Epomeo. Noi viaggiavamo lungo la costa

settentrionale fra gli olivi e i vigneti che rivestono da cima a fondo

l'isola meravigliosa. Il sindaco ci illustrò ogni zolla e ogni sasso

con erudizione d'antiquario e d'agricoltore.--Narrò che un terremoto

separolla da Procida; che Omero e Pindaro l'appellano _Inarima_ perchè

abitata da scimmie, che le incessanti esplosioni vulcaniche la

mantennero deserta sino ai tempi del re Jerone; che nel 1302 venne

nuovamente derelitta da un ombrello di fuoco emerso dalla Solfatara

pel corso di due mesi; che nel 1440 Alfonso d'Aragona ne cacciò tutti

gli abitanti maschi e costrinse le vedove a sposare uomini catalani e

spagnuoli. Poscia si diffuse sulle sorgenti termali di Castiglione e

di Scroffa, e ci fece gustare il _duplice ficu_ cantato da Orazio.

Sostammo allo stabilimento dei bagni di Casamicciola, a corta distanza

dal focolare della rivolta. Io stetti alquanto perplesso sul partito a

cui appigliarmi: la ragione militare suggerivami l'uso delle armi; ma

a me, soldato della libertà, ripugnava il versare sangue cittadino.

D'altra parte non eranmi ben chiari, dalle informazioni del sindaco,

la portata, l'indole e l'oggetto della insurrezione: a lui più d'ogni

altra cosa caleva persuadermi della necessità di raccogliere in sua

mano temporaneamente ogni potestà di toga e di spada. La situazione

poteva aggravarsi con una irruzione di borbonici della vicina Gaeta;

però riseppi che da tre giorni non segnalossi alcuna delle due navi di

Francesco II. Sembravami consiglio prudente piantare il mio quartiere

generale a Casamicciola, commettere ai sindaci dei comuni fedeli di

spedire in fretta distaccamenti di guardie nazionali verso la cima

dell'Epomeo soprastante a Forio, che avrebbero formato il centro del

corpo d'operazione; poi di mandare in Forio, oratore, il mio sergente,

intimando di deporre le armi e d'inviarmi deputati.

Se non che lo spirito garibaldino, forse per alcuna ora sopito nel mio

cuore, si ridestò repente e disperse tutte sì fatte anticaglie.

Rammentando che entrammo in quattordici a Napoli e che Napoli fu

nostra, scrissi un biglietto di contr'ordine alla guardia del Borgo e

comandai al mio seguito:--A cavallo per Forio.

Dissi e me ne andai dalla sala troncando a metà il gesto e la parola

del sindaco allibito. Rimontammo sui nostri asini, io in testa di

colonna, poi mia moglie, poi il sergente e in coda il sindaco.

All'ultima svolta della strada, un miglio da Forio, nuvoli di polvere

annunciavano la popolazione in marcia. Appena i ribelli ci potettero

discernere, s'intese un fragore come di tuono, e i più prossimi a noi

correndo e ululando ci si avventarono addosso con aspetto di

forsennati, ci abbracciarono e baciarono piangendo e delirando. Era

una miscela di ragazzi, di signore, di contadini e di giovani

bennati.--Garibaldi! Garibaldi! Biondi la barba e i capelli, mi

scambiarono per Garibaldi. Li assicurai che non ero Garibaldi.

---Non importa, è la stessa cosa.

Alcuni notabili presero le redini del mio asino; le signore e le

fanciulle, vestite di bianco e ornate di bende tricolori, circondarono

mia moglie, e una di loro spiegò su lei un'ombrella di damasco e

d'oro, l'ombrella del Viatico, e le colmarono il grembo di mazzi di

fiori che ad ogni passo dell'asino cadevano a destra e a mancina e

venivano surrogati da nuovi mazzi. Nel momento dell'ingresso in città

si udì uno scoppio di mortai, il suono di tutte le campane e di bande

musicali; le finestre parate di scialli e di tappeti; la contrada

letteralmente coperta di frondi e di fiori, e noi si procedeva sotto

una pioggia di confetti e di ghirlande. Sulla piazza la guardia

nazionale schierata ci presentò le armi; il rullo dei tamburi

s'aggiunse all'assordante frastuono delle voci, delle campane e agli

interminabili spari di mortai. A sinistra sorgeva un altare posticcio,

altissimo, sfarzosamente addobbato con numero grande di candele

accese; un prete in piviale e due ale di chierici in cotta agitavano

turriboli e cantavano il _Benedicite pueri Dominum_.

Frattanto i gentiluomini palafrenieri guidavano il mio ciuco oltre il

palazzo di città e inutilmente li supplicai di condurmi a casa.

--Eccellenza, mi ripetevano, consentite questa soddisfazione al popolo

che brama vedervi.

E dovetti adattarmi di percorrere tutti i viottoli di Forio su quella

semiseria cavalcatura.

Rinvenuto dal primo stupore di essere accolto a mazzi di fiori anzi

che a colpi di fucile, curai con diligenza di schivare lo sguardo

della moglie durante il lungo supplizio di cosiffatta processione. Ma

ritornando dal capo d'una fra le vie minori mi trovai necessariamente

viso a viso con lei, la quale malignamente m'indirizzò queste

parole:--Salut, roi d'Yvetot.--La somiglianza al re modello che

_Sur un âne pas a pas

Parcourait son royaume,_

m'ha colpito sì vivamente, che dovetti mordere il labbro per mantenere

la serietà, sforzo tanto più difficile, avvenga che strappatasi la

logora cigna del basto, non mi sentivo in grado di smontare, certo di

non mettere a terra i piedi per primi, nè mi sentivo saldo in arcione

nel su e giù delle contrade in collina. Colavami a goccioloni il

sudore per le guance, all'idea di compromettere con ignobile caduta la

gravità della suprema magistratura!

Il sergente dal suo canto aveva pigliato la cosa in sul serio, e gli

applausi, onde fu coperto a cagione della camicia rossa, se li prese

per sè, proprio per sè. Spacciatosi mio segretario, accoglieva

suppliche, accordava patrocinio, dava speranze d'impieghi, di

promozioni, e in breve gran frequenza di clienti ingombrava la sua

anticamera, ove piantò in qualità di sentinella e di usciere un milite

della guardia nazionale del picchetto destinato al mio appartamento.

Il municipio, i magistrati, l'uffizialità della guardia, molti

spettabili cittadini spesseggiarono alla mia residenza in atto di

omaggio al luogotenente del dittatore. Io risposi rallegrandomi che al

solo mostrarsi della camicia rossa, simbolo di libertà e di giustizia,

la reazione borbonica di Forio, che afflisse l'animo di Garibaldi,

fosse scomparsa; segno indubitabile che una minoranza audace soverchiò

la popolazione con istantaneo assalto. Soggiunsi che, risoluto di

estirparla senza pietà, di soddisfare alla ragione del popolo, di

avviarlo col lume del diritto e della moralità nella vita nuova, io

facevo assegnamento sui nobili istinti di esso, sulla cooperazione

delle autorità, sul coraggio della guardia nazionale e sui consigli

disinteressati degli uomini liberali. E terminai:--Se dovremo

combattere, io sarò primo al pericolo, fiero di esporre la mia vita

per la salute degli abitanti di Forio.

Finita la concione, aspettavo che gli uditori, stesa la mano in atto

di chi giura, si profferissero difensori deliberati della terra nativa

e della patria comune.

Tacquero tutti, mirandosi l'un l'altro con occhio smarrito; pareva che

quelle fisonomie e quell'atteggiamento significassero o ch'io

farneticavo, o che eglino avevano paura. Il mio discorso cascò come

carbone acceso in una secchia d'acqua. Girai il guardo in cerca del

sindaco: chiesi di lui; ei s'era ritirato. Invitai il comandante della

guardia nazionale ad avvicinarsi, e più voci risposero:--Il comandante

è il sindaco. Al silenzio e alla immobilità un sommesso favellìo

sottentrò, e un decomporsi e ricomporsi in gruppi diversi come di

gente che affrettatamente ponga in sodo un'idea. Alfine un

sottotenente della guardia nazionale, avanzatosi quale interprete del

sentimento collettivo, disse:

--Eccellenza, il signor B..., uomo ricco, ambizioso e prepotente, si

fisse in capo d'esser a un tempo sindaco e comandante della guardia.

La violazione della legge e la incompatibilità delle due funzioni

provocarono rimostranze per parte della guardia a cui appartiene il

fiore della cittadinanza. Nel breve periodo della costituzione di

Francesco II l'abuso passò liscio; ma, fuggito Francesco davanti a

Garibaldi, lo s'invitò formalmente di dimettersi da uno dei due

uffizî. Infiammato da' suoi criati, diniegossi con alterigia di

rendere ragione al diritto, sostenendo che tale concentrameto di

poteri consuonava col governo dittatoriale, e che, nel rimutato ordine

pubblico, lo spirito turbolento della nostra plebe doveva rattenersi

con mano vigorosa. Il malcontento, sceso immezzo al popolo di cui egli

mostrossi sempre schivo e dispregiatore, cominciò a manifestarsigli

con dimostrazioni palesi di ostilità. Si riseppe aver egli detto che

sarebbe corso a Napoli e tornato con un battaglione di garibaldini per

ridurre a segno questa canaglia. Quindi l'altr'ieri sera una turba di

popolo, eccitata dagli emuli di lui, irruppe irritatissima verso le

sue case imprecando e minacciando. In quell'impeto scattò qualche

colpo di fucile e di pistola; ed egli si sottrasse destramente al

pubblico risentimento, e col favore dell'oscurità gli è venuto fatto

di gettarsi in una barca, d'irsene a Pozzuoli e di là a Napoli. Se

l'hanno rispettato nel vostro ingresso in Forio, ciò avvenne per

ossequio a Vostra Eccellenza.

--Ma la reazione borbonica? io dimandai.

--Nessuna reazione al mondo, nessun fatto all'infuori di quanto

esposi. Gli abitanti di Forio caldeggiano la libertà e adorano

Garibaldi. Il sindaco ha calunniata la sua città.

Gli astanti accennarono affermativamente alle parole dell'oratore,

tranne un solo:

--Il signor B... è uomo ambizioso, questi rispose, e il sentimento

della vendetta talvolta lo acceca; ma ponete a calcolo, Eccellenza, i

molti e influenti partigiani di lui, il disinteresse e l'integrità

sua, e la valentìa nell'amministrazione della cosa pubblica.

La rivelazione inattesa e difficilmente indovinabile del sottotenente

lumeggiò senza misericordia il lato grottesco e ridicolo della mia

arringa melodrammatica.--Sindaco empio! mormorai fra i denti.

Dissimulando alla meglio lo stato mio deplorabile di quel momento, mi

congratulai della levità dell'evento, promisi riparazione pronta, li

pregai di deporre alla porta il loro nome e il loro indirizzo, e con

leggero inchino li accomiatai.

Rimaso soletto, dovetti sorridere della burla, beatissimo del resto

che la fosse una burla. Pure non mi riesciva di capacitarmi come mai

il sindaco immaginasse d'ingannare così goffamente il governo e me, e

di farci strumenti per la sua riconferma di tiranno di Forio. Non

volli giudicarlo sovra un'accusa, veridica nell'insieme ma ostile

nello spirito, e tenendo conto delle osservazioni del secondo oratore,

m'affiatai in singolare colloquio con parecchie persone avverse e

favorevoli all'accusato. E conobbi che la città, divisa d'antico,

soggiaceva alle influenze rivali di due famiglie, la famiglia B... e

la famiglia R..., che il B..., uomo di molte lettere, di più gagliardo

animo e più opulento degli R..., comechè questi gli soprastassero per

nobiltà di casato e per l'affezione del popolo, ottenuto l'uffizio di

sindaco, assunse anche il grado di comandante della guardia perchè non

l'avesse qualcuno degli R..., temendo il rivale armato; non rinunciò

alla carica di sindaco perchè intollerabile a lui la dipendenza, quale

comandante della guardia, dal padre degli R... sindaco inevitabile.

Conobbi che il messo spiccato il mattino dal signor B... recava

istruzioni affinchè, tenuta occulta la mia venuta, gli amici di lui al

mio ingresso in città mi circondassero in attestato di onoranza,

impedissero che altri m'avvicinasse, mi ragguagliassero a loro modo

sugli eventi, mi spiegassero i segni sicuri di animavversione popolare

contro essi e contro il B... quali riprove della reazione, e

m'inducessero a riaffidare le due spade al B... come provvedimento

eccezionale consigliato dalla situazione. Conobbi ch'egli procacciò si

trattenesse in porto a sua disposizione il battello a vapore, a ciò

che io stessi separato dagli altri anche nel ritorno. Ma il signor

L..., il nostro anfitrione di Borgo d'Ischia, aveva anch'egli

trasmesso avviso della mia visita a Forio, epperò tutta la tela ordita

dal sindaco cadde in un batter d'occhio sfioccata e guasta.

Mandai a chiamarlo. Egli avea illividita la gota, ma tranquillo il

sembiante, e cominciò:

--Colonnello, le murene d'Ortensio, pescate oggi, sono in Forio.

--Sono pure in Forio, signor B..., i granchi al secco che pigliaste in

questi due giorni.

--Signore, non vi comprendo.

--Entro mezz'ora rimetterete in mie mani il sigillo della città. Voi

non siete più sindaco.

Quivi mi fece la riverenza di persona rassegnata e obbediente.

--Nominerò sindaco in vece vostra il signor R...

--Rimetto in vostre mani anche il grado di capitano della guardia

nazionale.

--Vi proponeste di antivenirmi? Vuota precauzione. Chi vi conferì il

grado di capitano?

--In verun caso avrei sofferto di dipendere dal mio maggiore nemico.

--Voi magistrato, per abuso di potere, per rapporti non veri,

dipenderete dal bargello tra poco.

--Preferisco questa dipendenza alla prima. Errai, nol nego, ma con la

convinzione di giovare al pubblico bene. La mia amministrazione fece

rifiorire la città; capo della guardia, ordinai un corpo modello.

--E le cause della vostra inimicizia col signor R...?

--Cause profonde: le ereditammo dai padri nostri, s'annidano nelle

molecole del nostro sangue, vivono nella memoria di antichi lutti e di

offese recenti.

--Voi dovete espiare le colpe commesse come magistrato.

--Saprò espiarle degnamente, da gentiluomo.

--Non basta. Dovete saperle espiare da patriota.

--E come?

--Accettando il comando della guardia. Eccovi il brevetto di nomina

che vi ho firmato.

--Colonnello, pretendete l'impossibile.

--La vostra colpa esige la maggior punizione, e questa è la punizione

che v'infliggo in virtù della mia autorità. Oggi vi attendo a pranzo

in assisa di capitano.

E senza concedergli agio a più lungo dialogo, lo salutai ed ei si

ritrasse.

Immediatamente trasmisi, col mezzo del sergente, al signor R... il

decreto della sua nomina a sindaco di Forio, e l'accompagnai con

lettera cortese, avvertendolo che io stesso mi riserbavo di ricevere

in persona la risposta di accettazione, in casa sua.

La notizia in un attimo corse la città e vi suscitò gioia universale.

Il popolo riaffollatosi nuovamente sulla piazza battendo le mani e

bociando _Viva Garibaldi! Viva la libertà!_ insistette che mi

accostassi alla finestra. Io dissi ch'ero venuto a compiere un'opera

di riparazione e anche di conciliazione, perchè giustizia e amore

ispiravano la missione emancipatrice di Garibaldi; che in un paese

come Forio, non solcato da fazioni avverse alla redenzione d'Italia,

gli odî privati, nati e inveleniti nei tempi tristi della oppressione,

dovevano scomparire in un'opera fraterna di rinnovamento nazionale;

che perciò nominai sindaco il signor R... (applausi prolungati),

nominai comandante della guardia il signor B... Silenzio profondo per

alquanti secondi; e poscia s'intesero alcuni sì qua e là, finalmente

un _sì_ generale. La banda suonò l'inno e ne nacque un tripudio

indescrivibile.

Il signor R... era un vecchio settuagenario e cieco, d'aspetto nobile

e dolce, decoroso della persona, e altamente rispettato nell'isola.

Diventò cieco nella galera di Ventottene, ove Ferdinando II lo tenne

lungh'anni rinchiuso perchè fautore di libertà e nemico aperto dei

Borboni sino dalla rivoluzione del 1820. Egli mi ricevette nella sua

libreria; ampia sala decorata di busti e di antichi ritratti di

famiglia. Le scansie, gli armadi, lo scrittoio, il leggìo, il canapè,

ridondavano d'intagliature della decadenza adattate alla sala, sulle

cui pareti erano colorati ad affresco peristili, portici, loggie,

scale con colonne spirali, con figure a cavalcione dei cornicioni,

secondo il gusto introdotto dal Borromini nel secolo XVII.

Lo trovai seduto in una poltrona, il cui dossale sovrastava di due

palmi alla sua testa calva, e al dossale un'arme gentilizia baronale

dell'istessa noce tarlata. Ai piedi gli folleggiavano quattro nipoti

fanciulli; le nuore trapungevano una bandiera tricolore per Garibaldi;

la sorella di lui filava bavella da una rocca di _bambou_; la figlia

del primogenito, giovinetta diciottenne, d'una bellezza orientale,

inginocchiata sovra un cuscino, la testa sul braccio sinistro del

padre di suo padre, leggevagli la mia lettera.

Affacciatomi alla porta:

--È lui! dissegli ella piano.

Assurse il barone con alacrità, e guidato per mano dalla nipote mi

mosse incontro e si abbandonò fra le mie braccia con tale effusione

d'affetti che quasi venne meno, ed anche gli occhi miei si

inumidirono.

--Un seguace del nostro redentore sotto il mio tetto! Ah! Nora, Nora,

egli esclamò, sollevando le spente pupille al cielo. Fossi tu vissuta

a vedere questo giorno!

--Oh gran Dio! lo fosse, proruppe una delle nuore, mentre tutte e la

sorella del barone mi si appressavano con un geniale benvenuto dipinto

sul sembiante.

La lacrima che mi tracciò una riga sino al mento, avvertita dalle

signore, servì di passaporto al loro animo, le sciolse dagli impacci

del riserbo al contatto d'un forestiero, e me le improvvisò ausiliarie

nell'indurre il barone, che opponeva la cecità e gli anni, ad

accettare l'officio di sindaco.

La giovine Norina condussemi al balcone che dava sul mare, e

indicandomi un gruppo cilestro in lontananza:

--Quella è Ventottene; il nonno giacque là incatenato tredici anni; e

quivi la nonna soleva sedersi e piangere, e morì pregando invano pel

suo ritorno. Io porto il nome di lei, soggiunse, alzando sui miei li

suoi grandi occhi nuotanti.

Con una specie di famigliarità squisita e con delicata curiosità,

negli intervalli di silenzio del barone, quelle gentili mi strinsero

con cento interrogazioni sul genio, sulla virtù, sulla bellezza di

Garibaldi, sui pericoli corsi, sui prodigi compiuti, sulle speranze,

sull'avvenire. La loro commozione e la gratitudine salirono al colmo

quando le regalai dell'unico ritratto del generale che tenni sempre

meco nel portafogli con la firma autografa di lui.

Ma a me importava vincere il signor R... in un altro campo. Dopo una

discussione animata in cui la Norina pugnando al mio fianco rivolse

contro il nonno l'ingenuità della sua eloquenza, la musica della voce,

il magisterio delle carezze, e le seduzioni della preghiera, egli

acconsentì di deporre sull'ara della patria gli ereditari rancori

contro i B..., che per sì lungo tempo contristarono la terra materna e

velarono la serenità d'una virtuosa famiglia.

Solo la vecchia zia, rigida conservatrice di tutto intero il passato

dei baroni di R..., ritornò taciturna e implacabile alla bavella e al

bambou.

Appoggiato al mio braccio, il generoso vecchio venne alla mia

residenza fra due fitte siepi di popolo, a cui di rado mostravasi,

amoroso e riverente.

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 9 / 15 段