codesto paladino del dovere convenzionale, mi produssero una penosa
impressione e mi destarono un interesse per lui molto affine alla
tenerezza. Nel distaccarmi da esso avevo un gruppo alla gola e gli
dissi addio con voce commossa.
Pochi giorni appresso lo incontrai in altro campo sfortunato, ov'ei
ripassò sotto le medesime forche caudine. Poscia riseppi che cadde
trafitto nella battaglia del Volturno e che venne sotterrato con calce
in una fossa promiscua fra mille cadaveri. E l'indistinta sepoltura
contese alle sue reliquie la dolcezza del sognato compianto.
Da San Giovanni principiò la corsa trionfale di Garibaldi fino a
Napoli. Le lagrime, le ovazioni, i fiori, i baci, le benedizioni di un
popolo immaginoso, che credevasi emancipato da un _fiat_
sovrannaturale, piovvero lungo trecento miglia sul capo del vincitore.
Entro un modesto calesse, lo precedetti a caso con mia moglie
nell'ingresso a Palmi. Le vie, le piazze, le logge, i poggiuoli, le
terrazze, riboccavano di popolo. Un grido inarticolato, continuo,
frenetico, ci salutò. Le donne, massime, curvandosi fuori delle
finestre sin quasi a precipitarne, ci protendevano le braccia, con
occhi, con visi, con detti deliranti. Hanno pigliato me e lei per
Garibaldi e sua figlia. E quando più tardi capitò il vero Garibaldi,
esausti i petti, rauche le gole, esalato il profumo dell'entusiasmo,
s'ebbe amorose, ma non forsennate accoglienze. E qualche altra fiata
mi accadde d'essere scambiato per lui. Il secondo giorno dell'entrata
in Napoli, alla festa uffiziale nella chiesa di Piedigrotta,
Garibaldi, inginocchiato sovra un cuscino di velluto, riceveva,
dall'arcivescovo in pontificale la palma che solevasi d'antico
offerire l'8 settembre al re delle Sicilie. Io gli stavo ritto di
dietro ed eranmi ai lati Liborio Romano e Bertani, quando, abbracciato
con islancio e stretto la testa fra le mani ed il seno palpitante
d'una giovane e vezzosa gentildonna, fui baciato e ribaciato sulle
labbra. Io non mi opposi per non parere scortese. Indi proruppi con
gemito:
--Signora, ahimè! ma questi è Garibaldi.
Nelle Calabrie avanzavano tuttavia intatti ventimila borbonici fra
Monteleone e Cosenza. Il general Viale aveva divisato di contrastarci
il varco difficile di Monteleone; però, temendo che gli sbandati
sopravvegnenti da Mileto involgessero nell'istesso disastro la sua
brigata, rinunciò al disegno e si ritrasse. Noi godevamo il fresco
sotto gli ulivi giganteschi delle pianure di Gioia. Un frettoloso
messaggiero portò la notizia a Garibaldi, che la sera sarebbe sbarcato
a Nicotera un colonnello regio con proposte di capitolazione. La Masa,
Basso ed io saliti in carrozza col generale si corse a Nicotera.
--La dedizione del nemico, io osservai, con doppie forze delle nostre,
con posizioni vantaggiose, e a trenta miglia da noi, stimo il maggior
miracolo della campagna. Fors'esso impaurì delle truppe disciolte.
--Potrebbe sottrarsene, obbiettò Garibaldi, accelerando la ritirata
verso Napoli. Deve senza dubbio scendere a patti, perchè i bravi
Calabresi gli avranno nuovamente precluso il passo.
Un fiumicello diramato in due o tre rivi impedì a mezza strada
l'avanzarsi della carrozza. Valicato il primo rivo saltando da un
ciottolone all'altro, ci mancò il beneficio dei ciottoloni nel secondo
e nel terzo, ed il generale la Masa opinò di retrocedere per tentare
miglior guado.
--Non torno mai indietro, fece Garibaldi, e con piedi bagnati toccammo
l'opposta ripa. Al termine d'una camminata faticosa di nove miglia in
terreni sabbiosi, declinammo alla marina, facendo negli orti suburbani
di Nicotera una copiosa provvista di fichi, frutto sovra tutti gradito
al generale.
Aveva dianzi ormeggiato ivi la nostra corvetta il Tukery. V'entrammo,
soffocati dall'afa, per ristorarci. Veduti gli opimi fichi, il
generale n'ebbe allegrezza grande: e, fico per fico mangiato, ne
descriveva i pregi.
--Più zuccherosi a mio gusto quelli di Nizza, soggiunse, in forma di
postilla, Basso, suo compaesano.
Al nome di Nizza, tacque il liberatore esule, e cessò la festività
della conversazione. Abbandonati i fichi e la corvetta, montammo per
una cordonata, che arieggiava il bramantesco, in cima del ripidissimo
colle ove giace Nicotera.
La notte, introdotto il colonnello borbonico nella camera di
Garibaldi, stettero entrambi in privato discorso mezz'ora.
Poi questi mi ordinò di accompagnarlo a bordo. Il colonnello entrò
lieto e uscì intorbidato. Pungevami curiosità di saperne qualche cosa.
Accennai alla bellissima rada di Nicotera, al valore dei soldati
napoletani, ed a non so quali altri argomenti atti ad ingraziarmigli,
e finalmente gli domandai:
--Vi combinaste?
--No. Il generale fu spinoso e inflessibile.
--Stupisco che non abbia accettato di rimandarvi liberi e disarmati
come Melendez e Briganti.
--Questo ei voleva. Io gli chiesi il passaggio tutelato sino a Napoli,
per risparmiare nuovo sangue. Tre brigate sostenute da altre due nel
Cosentino non possono piegarsi all'ignominia di cedere le armi davanti
a villani insorti.
--Ma voi siete stretti fra gl'insorti e noi. Ineluttabile la resa.
--Noi ci batteremo.
--Come vi piace.
A questo punto del dialogo, egli entrò nella lancia della corvetta il
_Tancredi_ e ci augurammo la buona notte. E in vero ai fianchi dei
regi e di fronte s'accese l'insurrezione come funesta ghirlanda di
fuoco. Ardeva nel Cosentino, in Basilicata, in Capitanata, nelle
Puglie. Gl'insorti del barone Stocco vittoriosamente contrariavano
nella ritirata le tre brigate. Al sud di Tiriolo le montagne solcate
da un ampio torrente, si sollevano a picco formando un bastione
convesso insuperabile. Alla base la strada si biforca; un ramo d'essa
lo gira, il secondo lo fende serpeggiando fino alle altezze di
Tiriolo. Poche squadre bastano per vietare l'accesso a molti
battaglioni. E c'erano le squadre dai cappelli conici, dalle brache
corte e dalle scarpe di cimossa: e quegli alpestri cacciatori con
infallibili moschetti tenevano le porte chiuse in faccia al generale
Ghio.
Garibaldi sollecitò la marcia dei suoi verso Monteleone. A Mileto
alloggiò nel palazzo del vescovo, da cui fuggì inorridito
ricoverandosi all'ombra d'un pero fuori della città. Io frattanto allo
sbocco della piazza passavo in rassegna i reggimenti per iscoprire il
mio cavallo rubatomi a Nicotera la notte. Venne il cavallo e lo
conobbi. Montavalo un giovinotto, aiutante d'un colonnello d'oltralpe.
Furioso per le dieci miglia a piedi da Nicotera a Mileto in causa del
furto, saltai davanti al colonnello e al giovinotto e trattenni per le
briglie i cavalli d'ambidue.
--Scendete, dissi a costui; questo è il mio cavallo che voi rubaste a
Nicotera.
--Egli scendendo e abbandonandomi il cavallo, rispose:
--Lo presi d'ordine del comandante.
Con pronuncia ostrogota tentò costui di giustificarsi, ma io
l'interruppi con queste parole:
--Sul monte di Villa San Giovanni, signor comandante, vi cantai più
volte--alta la testa--quando la piegavate col moto della civetta al
fischio delle palle. Mi rubaste il cavallo per vendicarvi?
--In quanto a te, soggiunsi al giovinotto manutengolo, voglio
scaldarti le orecchie con quattro sciabolate qui sulla piazza, subito.
E volgendomi al sottotenente De Cristoforis di Milano, che rideva
della scena eroicomica:
--Siimi padrino.
Ritiratosi il comandante senza pronunciar verbo nè avverbio, il suo
degno aiutante, il quale oltre la camicia aveva rossi anche i calzoni,
osservò che, trovandoci noi davanti al nemico, ne avrebbe dapprima
dimandata licenza a Garibaldi.
Ne avvertii Garibaldi, ma la licenza non fu mai dimandata, nè più
potei ripescare il giovinotto. Due anni dopo, il comandante segnalossi
contro l'uomo che avevalo alzato a quel grado.
Corsi al pero. Il generale giaceva sopra alcune pezze di damasco
ecclesiastico stese sull'erba e comandava si cercasse il maggiordomo
del vescovo.
--Questa genia pretina, esclamava con insolita collera, è uguale
dappertutto. M'hanno assegnato a posta quel letto affinchè fossi
mangiato vivo.
--Che cosa accadde? feci a Basso sul cui volto riverberava l'ira di
Garibaldi.
Il generale corcatosi in casa del vescovo, due centinaia di cimici,
senza la retroguardia, lo svegliarono mangiando le sue carni. Per la
prima volta in sua vita egli conobbe la via della fuga.
Dopo due ore di sonno, restituito alla calma abituale, mandò a
liberare il maggiordomo.
Oltrepassato Monteleone, ove la famiglia Gagliardi diedeci ospitalità
principesca, ci apprestavamo ad una seria battaglia contro le tre
brigate, allorchè si riseppe che per un ordine sbagliato o mal
compreso del nostro capo dello stato maggiore generale, agl'insorti,
le tre brigate ottennero il passo franco e scapparono. La congiunzione
coll'altre due della prima Calabria avrebbe loro assicurato il cammino
su Napoli, ingrossandosi d'ottomila uomini in Basilicata, e avrebbele
abilitate d'affrontarci con solida speranza di successo.
Le nostre divisioni s'allungavano sovra una linea di molte miglia
accelerando il piede verso Monteleone, epperò impossibile di
riafferrare il nemico che s'aveva già lasciato alle spalle Tiriolo.
Nondimeno Garibaldi commise si raddoppiasse la velocità. Egli in
calesse precorse l'esercito di lunga mano.
Adagiato sul carrozzone dell'ambulanza, per altra via e la mercè di
rapidissimi cavalli, precorsi Garibaldi. Mia moglie comperò un
centinaio d'uova, cammin facendo, e si fece punto fermo a un'osteria
oltre la Termopile oramai invano insuperabile. L'osteria era vuota
d'ogni provvigione.
--Vuota per i borbonici passati testè, non per voi, disse l'oste
patriota. Cateriniella, proseguì voltandosi alla figliuola, fa
trasportare il vino e il pane.
Egli avevali nascosti in una fossa vicina. Indi a venti minuti ci
raggiunse il generale col barone Stocco.
--Oh! esclamò sorridendo appena vide mia moglie; qui madama? Avete
invertito le parti. L'ambulanza che deve seguire alla coda, antivenne
l'avanguardia.
Ed ella di rimando:
--Se non vi occorrono le nostre coppette, non vi saranno inutili le
nostre vivande. Venni a prepararvi la colazione.
Una solenne frittata di sessanta uova in quel derelitto luogo parve
all'affamato quartier generale più pellegrina dape di tutti gli eletti
e pruriginosi cibi, onde gl'industri cuochi del Gagliardi fregiarono
il banchetto di Monteleone. Un tuorlo d'uovo sbattuto nello zucchero e
diluito in un bicchier di vino fu sostanzioso alimento alle guide e ad
altri uffiziali.
Rimbionditi così, ci rimettemmo alacremente in viaggio. Traversato
Tiriolo, la notte si prese stanza a San Pier di Tiriolo. Io alloggiai
in una umile casa privata in compagnia del sottotenente Picozzi, del
capitano Canzio e di Antonio Gallenga.
Dopo cena continuarono a letto le più pazze risate per uno
schioppettio di motteggi di codesti due uffiziali burloni a tutte
spese del Gallenga. Ma ecco d'improvviso ci sentiamo diabolicamente
abburrattati, con cigolìo di porte, di stipiti, di travi e di
muraglie. Io caddi dal letto; Gallenga n'era sceso, e barcollando come
briaco, sillabò:--Il terremoto!--I sussulti e le oscillazioni
perseveravano. Io agguantai in tempo la lucerna in atto di
capovolgersi e la mantenni accesa. La sua luce tremolante illuminava a
sprazzi la guancia costernata, il costume in _naturalibus_ e le
capriole del Gallenga; laonde più potè in noi questo quadretto
fiammingo che la coscienza della sovrastante ruina, e abbiamo riso
sino ad averne lo stomaco doloroso. Seguìta la calma, l'ex-regicida,
ricoricandosi, mormorava fra i denti:--Il malanno e la malapasqua. La
stanchezza ci vinse e dormimmo sino all'alba, insensibili a nuove ma
più umane scosse.
All'alba in sella. A ventiquattro guide, comandate da Nullo, fu
commessa una ricognizione sul nemico trascinatosi alcune miglia di là.
--Badate, Garibaldi raccomandò secondo il consueto, di non inoltrarvi
troppo.
Io m'aggiunsi a quello stuolo d'amici, e via.
Dopo otto miglia eccoci al tu per tu coi posti avanzati delle tre
brigate. Erano le cinque ore. Un torrentello separavali da noi.
Discernevamo i comignoli delle case e il campanile del villaggio di
Soveria situato in una valle oblunga. Sulla sua destra il colle si
erge a forma di poggio ove altre case disseminate biancheggiano, e vi
scorgemmo squadriglie di cacciatori. A sinistra le sinuosità del
terreno si addolciscono, quindi si rizzano in colline a curva. Nel
retrocedere per ragguagliarne Garibaldi, mi rivolsi a Nullo con queste
parole:
--Permetti che io vada prima ad intimare la resa al condottiero
borbonico?
La mia proposizione suscitò qualche ilarità negli amici, visto il
nostro numero di ventiquattro, e considerato che il generale era
lontano cinque o sei miglia e da quindici a trenta l'esercito.
--Lasciami andare; tentiamo. Terrò in ciarle il generale nemico e
Garibaldi potrà sopraggiungere.
Stette Nullo sospeso; poi acconsentì. Per rendermi autorevole mi diede
la sua berretta di maggiore, il luogotenente Zasio per compagno e una
guida. Spiccato un ramoscello di salice e appiccicatovi a foggia di
pennoncello la mia pezzuola, con codesto segno parlamentare
precedevami la guida. Un cacciatore con carabina spianata ci cantò
l'_alto chi va là?_ E la guida:
--Oratore di Garibaldi!
Introdotti nel campo, presentossi un capitano, e scambiati i saluti
d'uso, gli feci con gravità:
--Il dittatore, generale Garibaldi, manda me, suo aiutante di campo, a
conferire col vostro comandante supremo.
--Il general Ghio?
Io ignoravo se Ghio od altri fosse il comandante, ma risposi come chi
sa:
--Appunto.
Forse per ostentazione delle loro forze non ci bendarono gli occhi.
In tutta la lunghezza del villaggio, sui due lati della contrada
scintillavano a intervalli i fasci d'armi.
I soldati altri addormentati, altri seduti; quelli in piedi scuoiavano
e rosolavano agnelle e pecore. Bella gioventù, perfettamente
equipaggiata. Stava adunata sulla piazza la cavalleria, e
l'artiglieria in fondo al villaggio.
Novemila fanti, cinquecento lancieri, cencinquanta gendarmi e undici
cannoni. L'ingombro dei cariaggi, delle ambulanze, dei muli rendeva
malagevole la nostra traversata, benchè i soldati ci facessero ala con
segni di rispetto e assai più di sbalordimento, perchè veruno di loro
pareva potesse spiegarsi come noi, creduti lontanissimi, fossimo già
alle loro calcagna. Palleggiati per quattro mesi di sorpresa in
sorpresa, eglino sentivansi moralmente oppressi da una forza arcana,
invincibile e inevitabile. Nelle stanche menti Garibaldi assunse grado
grado le proporzioni e la parvenza del Fato. Traluceva dai loro
sembianti il presentimento di nuovi e non immaginabili guai, e
affisando con molta fame e con rimesso ciglio le agnelle alla bragia,
sembrava dubitassero che cuocerle non fosse sinonimo di mangiarle.
Il capitano conduttore ci fece salire una scala di legno esterna d'una
casipola di contadino all'estremità di Soveria, padiglione del
comandante.
Aperta la porta senza toppa, entrammo in una cameruccia atra pel fumo
d'un ampio camino, ove la massaia e tre soldati attizzavano il fuoco
sotto un paiuolo di fagiuoli, e sotto una tegghia di stufato che,
gorgogliando, esalava soave odore di garofano. Presso una trave
ospitale del soppalco nidificò una coppia di rondini, che con fidati
voli andavano e venivano da un finestrino senza impannata. A traverso
le fessure del vecchio solaio scorgevansi accatastate alla rinfusa
nella stanza sottostante biche di paglia e fascine, e tini e botti. A
lato del camino, su due scansie, una lista di piatti di peltro in
costa e una di terraglia smaltata, e in basso due secchie a foggia
d'anfora, di rame lustrato, appese a ganci di ferro orizzontali. Nel
mezzo un tavolo ovale rivestito di noce in parte scrostata, e una pila
di tre mattoni che pareggiava la differenza d'un piede rotto. Alla
parete opposta del camino un letto con coltre di damasco in seta,
articolo di lusso, che si consente anche il povero nelle Sicilie.
Il generale Ghio, curvato sul tavolo, studiava una carta topografica
nel momento ch'io m'affacciai sulla soglia della porta. Superava di
poco i quarant'anni; di pelo nero, di viso bruno, di membra asciutte,
aveva nei lineamenti i caratteri dell'intelligenza, dell'energia e
della crudeltà. Rammentai che, colonnello a Padula nel 1857, fece
falciare dai paesani in armi trentasei seguaci di Pisacane
prigionieri. Erami adunque nemico e odioso. C'invitò a sedere con
accoglienze compite.
--Figliuoli miei, disse ai tre soldati, andatevene. E con essi si
ritirò il capitano.
--Orsù, signor maggiore, in che posso servirvi?
--V'intimo in nome di Garibaldi di arrendervi a discrezione.
--Garibaldi non si contraddice; dimandai e m'accordò la ritirata su
Napoli.
--Certo non si contraddice: venne per vincere e non per essere
battuto, permettendo che vi concentriate in Napoli. L'errata
interpretazione d'una frase del generale Sirtori indusse le squadre
del barone Stocco ad aprirvi lo sportello della gabbia.
--Aperta la gabbia, ci vogliono ben altre reti per pigliare e spennare
diecimila uomini!
--Generale, se preferite la battaglia, ci batteremo; e ci batteremo
come da noi si suole. Ma sul vostro capo la risponsibilità
dell'inutile strage.
--Un soldato non si batte mai inutilmente. Quando ogni altro argomento
vien meno, sta incrollabile la ragione suprema dell'onore.
--L'onore non si scompagna mai dalla giustizia. Morendo avvolto nella
vostra bandiera, non sareste pertanto onorato. La vostra causa non è
giusta. Voi servite un esoso tiranno.
--Signor maggiore! egli proruppe rizzandosi e battendo il pugno sul
tavolo. Le sue pupille apparvero vitree e senza luce.
--Siamo nemici e vi parlo da nemico.
I tre soldati, solleciti dei fagiuoli, rientrarono con un fastello di
legna. Ghio, trapassando dall'ira alla calma, con mite favella disse:
--Ma, figliuoli miei, lasciatemi in pace; andate. E leggermente
spingendoli accompagnolli alla porta.
Io continuai:
--Generale, rinunciamo alla discussione astratta, e veniamo al
concreto. Voi vi aggirate in un equivoco. Vi credete libero e siete
prigioniero.
--Come?
--Le bande armate di Morelli occupano fortemente le montagne di
Cosenza. Una legione nostra sbarcata a Sant'Eufemia, per la via di
Nicastro vi minaccia il fianco sinistro. Garibaldi vi romoreggia alle
spalle con tre divisioni. E poi la Basilicata è in fiamme; il paese
ostile vi nasconde i viveri, e vi obbliga di nutrirvi a tempi ineguali
e incerti con qualche gregge involato.
--Le mie informazioni non corrispondono al vostro quadro.
--Fallaci informazioni; nuovo documento dell'avversione universale.
D'altra parte, generale, i vostri soldati, affranti dalle fatiche,
scorati dalle disfatte e figli di questa patria risorta all'alito
della libertà, si negheranno d'avventurarsi a nuovi sbaragli, convinti
oggimai che la dinastia borbonica è irrevocabilmente perduta. Io
v'invito da capo a consegnare le armi e a sciogliere le vostre genti
come Melendez e Briganti. Garibaldi vi offre gli stessi patti.
--Non accetto.
--Or bene, generale; la lotta e subito.
E m'alzai prendendo commiato.
--Ascoltate, Propongo di decampare da questi luoghi alidi per sole
otto miglia. A Scigliano troverò acqua pei soldati. È una semplice
ragione umanitaria. Non mi vi determina nessun riflesso strategico. Di
là, meglio chiarito sulla mia situazione, tratteremo e ci accorderemo.
--Quivi e non altrove, oggi e non domani, la resa o la battaglia. Nè
io ho autorità di dipartirmi da questo dilemma. Ma pongasi fine agli
indugi: scegliete.
--Signor maggiore, vi prego di riferire la mia proposizione al
generale Garibaldi e di riportarmene la risposta. Io vi attenderò.
--Vana prova. Pure riferirò. Non ricomparendo, significherà che
Garibaldi rifiuta di rispondervi, e che, declinati da voi i consigli
della ragione, egli s'appiglia alla ragione delle armi.
E ci separammo. Nel cuore del villaggio un colonnello correndoci
incontro ululava:
--Arrestateli, arrestateli; tradimento: bande d'insorti ne circondano.
Avvicinatosi, rinfocò la filippica con ciera stravolta:
--Voi ci assicuraste il libero cammino fino a Napoli, ora espierete la
mancata fede.
Un nugolo di soldati e d'ufficiali alla rinfusa ci avviluppò con
grinte dure e sinistre.
--Nessuna promessa, colonnello, io gli risposi con pacata risolutezza.
Le nostre promesse a voi, miratele sulla punta della nostra spada, che
in questi accenti abbiamo sguainata. Se siete soldati d'onore e non
assassini, largo al parlamentario!
Spronammo i cavalli e ci aprimmo il varco. Intanto un lanciere al
galoppo portava il comando del generale Ghio che nessuno ci torcesse
un pelo.
Il drappello delle guide aspettavaci con ansietà e principiava già a
non aspettarci più. Narrai l'aneddoto, ed all'omerica rassegna delle
nostre forze furono fatte le più grasse risate del mondo. E Nullo a
me, allungandosi i baffi:
--Va a ragguagliarne il generale.
Dopo un miglio m'avvenni nel generale Cosenz accompagnato da due
aiutanti, il quale sperava per mezzodì nell'arrivo d'un suo
battaglione colle lingue fuori. Dopo tre miglia, incontrai Garibaldi,
sui colli di sinistra alla testa di un migliaio e mezzo di calabresi
condotti dal maggiore Mileti. Rendutogli atto dell'avvenuto, lo
interrogai se dovevo recare la risposta a Ghio.
--Che risposta! venite con me, andremo a dargliela di costà la
risposta!
Garibaldi, nel dispiccarsi dall'esercito coll'esigua scorta delle
guide e degli aiutanti a fine di ghermire per le falde dell'abito il
corpo di Ghio sguizzatogli di mano, fece a fidanza sulle squadre degli
insorgenti calabresi. Le rinvenne per verità, e con la sua arte
inimitabile di destreggiarsi sui monti, pensava molestare ed impedire
il Ghio di tanto, suscitandogli intorno nuove genti e nuove armi, che
le proprie divisioni avessero tempo di giungere.
Ghio aspettava la risposta; i soldati di lui cibavansi con penosa
incertezza le agnelle rubate, e noi, un migliaio che circuiva dieci
migliaia, in meno di due ore li avviluppammo. Il nemico diffuse tosto
in catena i suoi battaglioni di cacciatori e le offese stavano per
iscoppiare. Da un campo di maiz notavamo distintamente le esperte
manovre di quei cacciatori, e il generale Sirtori opinava ch'ei a loro
talento potessero tagliarci a fette tutti quanti. Sirtori guardava il
lato militare ed esterno della situazione e tornava difficile
obbiettargli; ma all'intuito di Garibaldi non isfuggiva la visione del
lato morale ed intrinseco. Conoscitore dell'aritmetica delle
rivoluzioni, computò su numeri misteriosi ma reali, e verun diverso
pensiero lo inforsava.
In questo mezzo spesseggiavano a manipoli i più lesti camminatori
delle nostre schiere ad afforzare le gracili file dei cappelli conici.
Smontati di sella, penetrammo fra le case del poggio che domina
Soveria. Garibaldi visitò i diversi posti: arditissimo quanto cauto ed
antiveggente, diede le disposizioni necessarie per la varia fortuna,
indi si collocò nel centro della prima linea a fianco d'una strada
incassata che precipita a Soveria. I nostri della destra trassero
alquanti colpi contro i cacciatori, ma i cacciatori tacquero. Nuovi
colpi e l'istesso silenzio. Allora s'intesero voci sparse di _Viva
Garibaldi, siamo fratelli_. Le medesime voci riecheggiarono fra i
borbonici.
Accostandosi via via e questi e quelli, si confusero insieme e si
abbracciarono.
--Adesso la pera è matura, esclamò Garibaldi.
Se non che il grosso dell'esercito nemico accampava in Soveria. A
mezzodì sopraggiunse un battaglione di Cosenz e si postò sulla strada
maestra. Allora il generale voltosi a me:
--Tornate a Ghio; gli do tempo a decidersi fino al tocco.