Indi mi ricongiunsi a Nullo, dirigendoci ambidue verso la brigata per

rinfocolarvi lo spirito della rivolta. Ma dovemmo cedere alle istanze

dei borghigiani, che vollero scendessimo in casa d'uno di loro a

ristorarci. Con argomentazione perentoria agguantate le briglie ci

forzarono all'obbedienza. Discinta la spada, mi beatificai con un

catino d'acqua fresca, adocchiando contemporaneamente nella propinqua

sala la mensa festante di diverse frutta che parevano colte nel

paradiso terrestre, onde tardavami d'irrorare la gola arsa dal caldo e

dalla sete, allorchè un paesano salendo le scale a salti con voce

trarotta ci avvertì che un picchetto di lancieri borbonici

spesseggiava, per riunirsi alla brigata. Colla faccia tuttavia bagnata

e grondante, monto in arcione e mi precipito dietro quei cavalieri.

Avevo un cavallo di sangue inglese che volava come Baiardo. Nullo

balza in sella un istante dopo, ma lo lascio indietro a perdita

d'occhio. La briglia sul collo del corsiero, oltrepasso il picchetto

nemico. Girato il cavallo, grido ai sopravvegnenti:

--Indietro! siete prigionieri: al quartier generale di Garibaldi!

Un maggiore, due capitani, un medico di reggimento, quattro sergenti e

otto soldati.

Il maggiore, conte C..., sguainò la sciabola.

Adesso, pensai, m'infilzano.--Io ripetei immantinente, ingrossando la

voce:--Indietro! e soggiunsi:

--Anche il generale Briganti sta in nostra mano.

--Andiamo a Garibaldi, esclamarono i soldati voltando i cavalli. Alle

parole e ai movimenti dei soldati, il maggiore, ringuainata la

sciabola, mi disse con isforzata rassegnazione:

--Dunque prigioniero; ho una bandiera ed è vostra.

--La darete a Garibaldi. Italiani voi come noi, fatevi soldati della

libertà. Avrete avanzamenti e combatteremo insieme gli Austriaci,

Frattanto sopraggiunse Nullo.

Alla mia concione enfatica, piovuta sull'animo degli ufficiali, come

acqua sulle piume di un'oca, il maggiore di rimbecco replicò con

ironia signorile:

--Gli Austriaci sono lontani e i nostri costà d'appresso. Per arrivare

a quelli bisogna battere questi. Vi pare!...

Ma i sergenti facendo caracollare i cavalli mormoravano:

--Sì, andiamo con Garibaldi.

E dopo di loro i soldati. Il conte accigliato seccamente gli ammonì

con queste parole:

--Obbediremo ai comandi del nostro capo.

L'interrogai d'onde venissero, e mi rispose:

--Da una ricognizione.

--V'ho acchiappati in tempo, amabilissimi, ragionai meco stesso: se

foste riusciti alla vostra brigata, l'avreste indotta a decampare più

che di passo, annunciando Garibaldi discosto con iscarsa gente. In

quanto al vostro generale, avreste, al postutto, sperato di cambiarlo

coi nostri uffiziali in carrozzella.

E al maggiore non mancava l'animo a ciò, sibbene l'appoggio del suo

manipolo.

Durante il cammino si ciarlò di politica, di guerra e perfino di

letteratura. Egli si appalesò cavaliere e di molti studii.

In fama di _filibustieri_, ci ascoltava con istupore, scoprendone

gentiluomini.

Garibaldi alloggiava nella casetta di un campagnuolo. L'anticamera

riboccava d'uffiziali, di patrioti del vicinato, e di corrispondenti

di giornali esteri.

--Oh! proruppe il marchese.

--Tant'è, caro marchese, eccomi qua: vi presento il conte C...,

maggiore, e questi signori capitani. E me n'andai per non essere

indugiato nell'entrare in camera di Garibaldi.

--Non si può, non si può! mi cantarono, impedendo il passo alcuni

aiutanti di campo; il generale è in colloquio con Briganti.

--Briganti o non Briganti, bisogna che gli parli senza ritardo.

Dibattuto il sì e il no calorosamente fra le due parti, alfine Basso

mi annunciò. Entrai.

--Una parola, generale.

Briganti si ritrasse in disparte a guardare alcune vecchie carte

geografiche appiccicate alle pareti. Noi ci accostammo alla finestra.

E Garibaldi a me:

--Che lancieri sono codesti?

--Nullo ed io li facemmo prigionieri or ora con un maggiore e tre

capitani.

--Ebbene, che cosa volete?

--Generale, penetrammo nel campo nemico a predicarvi la ribellione;

gli animi della brigata sono sossopra; gli ufficiali si peritano, ma i

soldati vogliono posare le armi. Basta che voi mandiate a gran passi

le due compagnie onde adesso disponete a far atto di presenza presso

il campo borbonico, avanguardia presunta dell'esercito. Sola

condizione espressa per decidere la brigata ad arrendersi.

Io ritenevami tanto sicuro del fatto mio e con tanta foga di

convinzione pronunciai il mio sermone che m'aspettavo dal generale un

sì di petto. Egli con favella pacatissima rispose:

--Lasciate andare: non ve ne fidate; io conosco questa razza di gente;

lasciate andare!

E qui calarono le penne della mia presunzione. Nondimeno insistetti,

ed egli, non avvezzo a repliche, si tirò sugli occhi il cappellino. Al

noto segno di mal'umore, io sull'istante soggiunsi colla mano alla

visiera:

--Generale, sempre agli ordini vostri.

--Bravo, fecemi con amichevole accento; ed uscii.

--Nullo, andiamo.

Afflitto e irritato lo ragguagliai dell'abortita opera nostra,

censurando il rifiuto del generale.

--Se egli, come noi, conchiudevo, fosse stato testimone della

dissoluzione morale della brigata, avrebbe mandato le due compagnie in

carrozza.

I compagni nostri, che desinavano cogli uffiziali borbonici in

un'osteria contigua all'accampamento, divisero il nostro dispetto e il

nostro cordoglio, rinacerbito poscia dall'arrivo di Briganti, del

maggiore e dei capitani, che sedettero a mensa con molta fame e con

assai tranquillità.

In su quel punto una guida ci avvisò ansiosamente dell'arrivo di

Garibaldi. Salutati i nemici, fummo in sella in un lampo con lo

spavento in cuore non gli fosse teso un agguato; e via alla

carriera... Incontratolo a breve tratto di là, con la solita calma ci

disse:

--Venite meco.

Abbandonata la strada maestra, pigliammo il monte a dritta. Gli

cavalcava a lato un prete, che appellavano don Cicillo, in qualità di

conducitore, e dopo mezz'ora si smontò ad una villa signorile. Da un

finestrino del granaio, Garibaldi si pose a speculare col cannocchiale

San Giovanni, la brigata Briganti e superiormente una seconda legione

nemica.

--Che soldati son quelli? chiese Nullo a don Cicillo.

--La brigata Melendez.

Non istette guari a spuntare sulla via tortuosa incassata nel monte

ragguardevole colonna de' nostri.

Tutti i vincitori di Reggio. Garibaldi appena riseppe dell'avventurosa

visita di noi sei nel campo nemico, della conseguente sospensione

della ritirata, degli animi titubanti dei borbonici, del loro generale

costretto a parlamento, mandò frettoloso comando che si vuotasse

Reggio di soldati, sollecitandoli verso San Giovanni per sentieri

indicati. Compresi allora il riposto significato del diniego di lui ai

miei inesperti suggerimenti, arrossii delle mie critiche e mi persuasi

che non conoscevo sillaba delle cose di guerra.

Garibaldi e don Cicillo davanti, noi di dietro, e dietro di noi la

colonna, silenziosi e cauti si girò il monte di San Giovanni. Protetti

dall'oscurità, il generale condusse i suoi battaglioni all'opposto

versante e li dispose in triplice semicerchio sulla sommità

sovrastante agli accampamenti regi. Colassù, verso le dieci, una

staffetta gli recò la novella che il generale Cosenz, sbarcato la

vigilia con due mila uomini a Bagnara, e combattuto a Solano,

attendeva un cenno ai Forestali. Garibaldi al chiaro di luna scrisse

col lapis in un pezzetto di carta: «Venite subito sopra San Giovanni a

marcia forzata.» Poi chiamato Nullo:

--Scegliete cinquanta uomini di vostra fiducia, stendeteli in lunga

catena e, radendo il suolo come draghi, avvicinatevi alle prime linee

dei regi. Molestateli tutta la notte, impedite che ei dormano e

innanzi l'alba coll'istessa diligenza ritornate.

Innanzi l'alba si discese a piedi in più bassa parte, occupando il

monte da un fianco all'altro in linee concentriche. Sulla sinistra fu

collocata sovra un poggio la riserva, e l'artiglieria più in giù; a

diritta la strada maestra, unico passaggio, volgendo ad angolo,

insuperabilmente dominavano i carabinieri genovesi. Impossibile la

ritirata o la fuga. Al primo sole il nemico si trovò costretto dalle

braccia di ferro di Briareo. Mentre i battaglioni gli sfilavano sotto

gli occhi aprendosi come branche di scorpione, Garibaldi comandava e

raccomandava non rispondessero al fuoco del nemico, il quale ci

tempestava con quattro obici e colle carabine dei cacciatori.

Garibaldi poscia andò a collocarsi solo e ritto, siccome statua sovra

piedestallo, sulla calva cima del monte. Visibile a tutti gli sguardi,

vedevalo anche il nemico e salutavalo con una pioggia di granate che

cadevangli intorno o scoppiavano in alto. Cinquemila camicie rosse in

una serie di curve parallele gli fiammeggiavano ai piedi, formidabili

e pittoresche. Alla base agitavansi irosi e impotenti i nemici ch'ei

sbaragliò tante volte, e di prospetto esultava bellissima e maestosa

la Sicilia ch'ei liberò. Era l'apoteosi dell'eroe.

Conferito il comando di ciascuna linea ad un suo aiutante di campo,

ordinò a me di unirmi al marchese.

Ambedue, passeggiando da un capo all'altro della nostra schiera, si

vigilava affinchè i soldati non perdessero l'imposta pazienza.

Il nostro silenzio non sembrava vero al nemico, il quale raddoppiava

di vigore e di precisione ne' suoi colpi invendicati. Ognuno di parte

nostra sedeva sul pendìo col fucile per terra, aspettandosi d'un punto

all'altro di passare a miglior vita da quella comoda giacitura. Nè

tutti più tardi si rialzarono. Udivo un sordo fremito nelle file e

notavo la mal celata ansietà di placare le ombre dei compagni spenti,

sommergendo i regi nello stretto. Pure, durante tre ore consecutive di

quella gragnuola di palle, non un solo schioppo si sparò dal nostro

campo, benchè l'avanguardia fossesi accostata ad un tiro di pistola

all'opposta avanguardia.

A me quella inflitta immobilità e quell'astensione dalle offese

apparivano enigmi indecifrabili; ma, rimembrando il granchio del

giorno prima, non dubitava ne dovesse emergere un risultato solenne

quanto imprevedibile.

--Caro marchese, io cominciai, sediamoci qui, e fumiamo un sigaro.

--Non fumo che dopo colazione.

Nell'accendere il sigaro, una granata scoppiata a pochi passi ci gettò

sul volto grumoli di terra.

--Ecco la colazione; fumate, marchese.

--Per aver pace fumerò.

Le palle dei cacciatori sibilavano spessissimo vicino a noi; onde io

ricominciando:

--Certamente, marchese, vi riconobbero. I cacciatori vogliono uccidere

l'amico del re nemico. Vi veggo e non vi veggo.

--Ma voi non siete qui anche voi?

--Sì, ma non partecipo ai vostri amori, e codeste le sono palle che

non mi riguardano.

--Stranezze di voi altri repubblicani! Di razza felina, dicono: per

altro nella vostra specie ridonda la giovialità. Ma bando agli

scherzi: qui tirano da indemoniati; se morissi, raccogliete questa mia

borsa ad armacollo; la seconda tasca contiene una carta depositaria

delle mie ultime volontà. Consegnatela alla mia signora, in Reggio.

--Povera e bella signora! dovrò raccomandarla al vostro re?

--No, perdio!

--Ho capito...

Alla quarta ora Garibaldi fece inalberare bandiera bianca, e scorgemmo

ondoleggiante dal tetto d'una casuccia in prossimità del nemico una

coperta di lana confitta ad un palo e sostenuta da un soldato. Di

repente il soldato stramazzò boccone sul declivio del tetto e la

bandiera cadde su esso.

--Gli mancò un piede, dissi al marchese; si rialzerà, ma ciò prova che

Garibaldi e bandiera bianca stanno insieme, come l'acquasanta e il

diavolo.

--Pregiudizi! sclamò il marchese con filosofico sogghigno.

Se non che l'oste moltiplicava le offese, il soldato caduto non si

rizzava, ed un secondo spuntò dall'abbaino a risollevare la coperta di

lana.

--L'hanno ucciso! l'hanno ucciso! Ah! gl'infami! ognuno gridò; e

tutti, punti dall'istesso sdegno, si vibrarono sui piedi

minacciosamente. E non si stimi lieve assunto l'averli frenati. Il

fuoco indi principiò a rallentare, e grado grado tacque. Chiamati, il

marchese ed io salimmo a Garibaldi.

--Andate a Melendez, egli comandò al marchese, intimate che consegnino

le armi, e che se ne vadino a casa.

Discese il nobile oratore, e a suon di trombetta entrò nella tenda del

generale regio.

In questo mezzo la staffetta della vigilia ricomparve a narrare

imminente l'arrivo della brigata Cosenz da Aspromonte.

--Movetele incontro, ingiunsemi Garibaldi, e schierate un reggimento

sulla sommità del monte. Il secondo gli si accampi da tergo di

riserva.

A un quarto d'ora di là sostava l'ambulanza generale proveniente da

Reggio, e con essa rividi dopo venti giorni la moglie mia, la quale mi

donò un paio di floride pesche. Assegnati i luoghi alla brigata, porsi

a Garibaldi la più bella pesca del paio, che gli fu inaspettata,

peregrina ed unica vivanda in quella giornata.

La brigata Cosenz, opportunamente venuta e stesa a foggia d'immenso

festone sull'arco della montagna, completava la scena stupenda e

conferiva a noi, per la prima ed ultima volta durante la campagna, una

superiorità assoluta sui borbonici.

Il corpulento marchese, affannato dall'alpestre passeggiata,

accompagnò al dittatore due uffiziali a parlamento, un capitano e un

sottotenente.

Garibaldi sedeva a terra fumando, dopo mangiata la pesca,

l'invariabile mezzo sigaro. E noi lì da presso.

Si volse al capitano con ciera fosca e con un punto interrogativo. Il

capitano, avvezzo alle etichette militari, alla pompa delle

decorazioni, degli spallini e dei pennacchi, parve sorpreso della

giacitura del generale, dell'abito modesto, del cappellino più

modesto, del mezzo sigaro d'un soldo e della squallida comparsa dei

suoi aiutanti. Tradendo da fuggevoli contrazioni della bocca un senso

d'alto dispregio, si diffuse in una lunga parlata sulla efficacia

delle proprie posizioni, sulle forze prepotenti, sulle navi,

sull'arrivo del general Viale.

E Garibaldi troncando quella sventurata eloquenza:

--Veniamo al fatto. Posso trarvi prigionieri o gettarvi in mare; ma vi

lascio partire disarmati o venire col vostro grado al mio campo. Vi do

tempo sino alle due pomeridiane. E rimandolli.

--Meglio gettarli in mare e vendicare il soldato della bandiera bianca

assassinato, proruppe un sottotenente vestito a nuovo e assiso sul

ciglione.

Garibaldi, udendo il feroce consiglio, girò lentamente il guardo sul

crudele interlocutore.

--Chi è quel gagliardo? m'interrogò sottovoce.

--Gallenga il regicida, corrispondente del _Times_.

Non sorrise egli, perchè grave pensiero l'occupava in quel punto, ma

l'ala dell'ironia gli sfiorò, passando, le gote.

Quivi un episodio alla marina richiamò l'universale attenzione. La

_Borbona_, pirofregata regia di 50 cannoni, transitava fra Scilla e

Cariddi.

La nostra artiglieria da campo, in batteria alla spiaggia del Faro,

osò attaccarla. Noi godevamo di lassù, come da loggia di anfiteatro,

lo spettacolo nuovo e ammirando. I nostri giovani artiglieri tiravano

da disperati. Notavamo con chiara veduta ogni colpo esatto o fallito,

e con cuore palpitante esclamavamo:

--Basso! alto! bene! ancora!

A Garibaldi

«Sì buon guerrier al mar come all'asciutto»

scintillavano gli occhi d'inusitato splendore.

--Peccato che si guasti, perchè nuova, gorgogliava il marchese. S. M.

il re Vittorio Emanuele non ci manderà le sue congratulazioni per

questa ragazzata.

--_Laissez les enfants gagner ses épérons_, risposegli Garibaldi senza

staccare dal ciglio il cannocchiale.

Prime armi in vero della sua artiglieria!

Mutò i fianchi più d'una fiata la nave superba, e molti danni e morti

seminò, ma s'ebbe accoglienze di mano in mano più aspre. Più spessi i

colpi e più certi partivano dai nostri cannoni, ed essa, o fosse

elezione o necessità, si risolse di proseguire la rotta, bersagliata a

poppa meglio dal furore che dalla ragione, poichè si tirò anche quando

le palle non arrivavano, e quei rimbombi innocenti sembravano od erano

salve di gaudio.

Ripresentatisi oratori gli stessi uffiziali, invece dell'attesa

risposta perentoria, fecero scialo di retorica, tentarono

tergiversazioni, chiesero dilazioni, allusero alla speranza di vicini

aiuti, o d'imbarchi notturni, e nell'ipotesi d'una combinazione posero

patto indeclinabile la promozione di tutta l'uffizialità. Garibaldi,

abbassato il cappellino, tuonò:

--Non mercanteggio, ed ora rifiuto gli uffiziali. Andate voi a

Melendez, proseguì indirizzandomi la parola, e tirando di tasca

l'oriuolo: intimategli la resa a discrezione entro venti minuti

dall'arrivo. Sono le quattro; alle quattro e trentacinque assalterò.

Avvisatene Menotti all'avanguardia. Andateci anche voi, soggiunse al

marchese e al capitano Angelini.

Calammo a gran passi, per giugnere nel quarto d'ora prescritto.

Discesi all'avanguardia, Menotti, insofferente di nuove dimore,

scoppiò con labbro corrucciato:

--Ancora parlamenti! Se comandassi io! Papà è troppo buono!

Io gli comunicai i comandi del padre suo, e procedemmo oltre.

Toccato l'intervallo che separa i due campi, gli oratori regi ci

inculcarono di rimanervi perchè non guarentivano la nostra vita dal

furore dei soldati.

--Riferiremo noi al generale Melendez l'_ultimatum_ di Garibaldi, e

ritorneremo qui a parteciparvi la volontà del nostro capo.

Indignato più che stupito dallo strano linguaggio, risposi:

--Noi non temiamo il furore dei vostri soldati. Se con aperta

violazione del diritto delle genti saremo assassinati, Garibaldi ci

vendicherà. Non uno di tutti voi escirà vivo da questo campo

scellerato. Guardate!

E col dito indicai le nostre schiere che si condensavano alla nostra

volta.

Il sole piegato all'occaso suscitava un infinito sfolgorìo dalle

baionette agitate e brunite. Il rumore cupo della marcia concitata e a

balzi, e lo strepito delle armi, pervenivano chiari al nostro

orecchio. Quella paurosa sensazione penetrando, pel duplice adito

della vista e dell'udito, al cervello dei soldati borbonici, deve

avervi raddrizzati alquanti pensieri irrazionali.

--Ora, ripigliai, conducetemi alla presenza di Melendez.

Ivi la china del monte s'interrompe e dilatasi in largo piano

orizzontale, festante di vigneti e d'orti, ove campeggiava la brigata

Melendez. Quinci il monte dirupasi sino alla Villa San Giovanni.

Introdotti a Melendez, gli ripetei senza esordio il corto dilemma di

Garibaldi, coll'oriuolo alla mano. Il gentile marchese s'industriò di

addolcire con melato eloquio l'acerbità del mio detto, e, con esempi,

citazioni, sillogismi, di trarre il vecchio generale a mansueti

consigli. Ma io rammemorando la cura di Garibaldi, per suoi motivi a

me oscuri ma religiosamente riveriti, d'evitare la lotta, tagliai di

netto le argomentazioni del marchese con queste parole:

--Generale, ancora otto minuti. Vedete costà? la procella s'avanza.

--Interrogherò i miei uffiziali, rispose con palese turbamento, e si

ritirò lasciando a metà la concione del marchese, il quale piombato su

me imperterrito, ne compendiò il resto con la seguente appendice:

--Credete; ci vuol pratica in tali negozi. Voi foste troppo letterale

nell'ambasciata; io con bella maniera e con un tantino di dialettica

infransi la sua ostinazione e lo persuasi. Vedrete che cederà.

--Non ne dubito. Peccato che non abbia ascoltato la seconda parte del

discorso! Avrebbe ceduto addirittura.

--Perchè dunque, egli riprese mestamente, mi guastaste le uova nel

paniere?

Ma il nostro colloquio fu alla sua volta guastato da alti clamori. I

soldati di Briganti, stanchi dei sotterfugi onde vennero tenuti a bada

nella giornata, consapevoli delle proposte di Garibaldi, smossi e

rilasciati la vigilia dalle arringhe dei sei garibaldini, convinti

ancora più dalla rovina sovrastante, gettarono le armi, abbandonarono

gli uffiziali e s'avviarono in frotte giubilando per tornarsene alle

proprie case.

Mancavano tre minuti al ventesimo. I comandanti separandosi da

Melendez corsero ai loro corpi. Melendez e noi movemmo ad incontrarci

a vicenda. Egli ci annunziò la resa. Ed ecco Menotti coll'avanguardia,

e un momento di poi Garibaldi. Una batteria, molti cavalli,

quattromila fucili, e il forte Punta del Pezzo spoglie opime. La notte

si dormì a San Giovanni.

L'indomani mattina (25 agosto) cavalcammo verso i forti della costa.

All'affacciarsi di Garibaldi i presidî, senza intimazione, senza

minaccia, senza apparato di forze nostre, ne uscivano spontanei e

inermi. Così vuotaronsi successivamente Torrecavallo, Altafiumara,

Scilla, quasi per incantesimo. Quei forti e le batterie del faro,

formando un triangolo inespugnabile, vietavano il transito delle navi

nemiche e proteggevano gli sbarchi delle nostre genti. Garibaldi,

raggiante di gloria e di gioia, circondato dai suoi generali Medici,

Bixio, Sirtori, Cosenz, contemplava la discesa dall'ardue rôcche dei

trasognati borbonici, e, accortosi della presenza di mia moglie,

dissele con benevolo motteggio:

--Signora, non ho bisogno della vostra ambulanza. Vedeteli là con che

buon garbo se ne vanno. Andremo a Napoli posteggiando.

Appellatomi con cenno, mi commise di passare lo stretto e di ordinare

al generale Milbitz l'immediato imbarco per la Calabria di seimila

uomini e delle artiglierie. Eseguii, ritornai, lo raggiunsi al di là

di Scilla, ove dormì al rezzo d'una pergola a lato della strada.

Durante la _toilette_ lo ragguagliai del fatto mio.

Ed egli:--S'imbarcarono subito?

--Subito.

--Assisteste allo sbarco?

--No. Ma a quest'ora...

Il pettine in mano, i capelli non ancora spartiti, interrompendomi a

mezza frase:

--Io costumo, quando una cosa mi preme, di star sin ch'è fatta, e

allora vivo sicuro che è fatta.

Sentendomi colorire il volto di tutte le tinte dell'iride, una dopo

l'altra, gli risposi:

--Generale, non me lo direte due volte.

Taciturno e col capo chino quel giorno e l'altro non potevo estrarre

dal cuore la spina del rimprovero. Giusto e meritato senza dubbio; ma,

dedotto da un ordine d'idee a cui il mio pensiero non s'innalzò,

parevami caduto dalle stelle. Militando con Garibaldi, reputasi soave

parzialità della fortuna la visita d'una palla al paragone d'una

censura, anche lieve, di lui. Una forse tra le cause occulte di ciò

che il vulgo denomina--i suoi miracoli.

I soldati delle due brigate disciolte furono quel fiocco di neve in

alpe che, rotolando, diventa valanga. Sul loro passaggio decomposero e

travolsero seco i battaglioni di Bagnara, di Palmi, di Mileto, ove i

cacciatori del 14° uccisero il generale Briganti. Poi l'informe massa

si disperse, e ciascuno per vario cammino riparò ai sospirati alberghi

domestici, memore delle ineffabili disfatte, e apostolo della

generosità di Garibaldi.

Rividi il conte C..., maggiore dei lancieri, già mio prigioniero. Mi

ravvisò egli e strinsemi la mano con emozione, e fra l'altre cose mi

disse:

--Grand'uomo il vostro Garibaldi!

--Lo so.

--Ma agli occhi miei probabilmente per motivi diversi dai vostri.

--E perchè no?

--A San Giovanni ci poteva schiacciare o mandar prigionieri in

Sicilia. Quattromila nemici di meno! Qualunque generale l'avrebbe

fatto. Egli tollerò, tacendo, le nostre provocazioni, e tre ore di

offese. Questa sdegnosa magnanimità soggiogò l'animo dei nostri

soldati più di tutte le sue vittorie.

--Affeddedieci il solo magnanimo nel suo campo! Se stava a noi, vi

avremmo a suon di baionetta cacciati in seno al gran _padre Oceàno_.

--Evidentemente doveva essere il solo. Egli solo, comprendendo i tempi

e il quarto d'ora, italiano contro italiani, divinò con sùbita

ispirazione tutti i risultati della rifiutata battaglia e della

consentita libertà. Con un lampo di genio vide lo sfacelo delle nostre

legioni diroccando l'una sull'altra, e in fondo del quadro il trionfo

della sua idea trasfigurata in prodigio.

--Sorite demagogico, per cui il predicato della proposizione

antecedente diventa il soggetto della susseguente.

--Voi scherzate e avete ragione. Ma io gemo sul precipizio della mia

causa.

--Perchè non vi unite al grand'uomo, campione della causa buona?

--Perchè il giuramento, la gratitudine, la fede di gentiluomo mi

legano al mio re.

--Tornate a casa o in campo?

--Vo a Monteleone per congiungermi al corpo di Viale. Persevererò

finchè avrò incontrata la morte. Voi morrete per la libertà, io pel

dovere. Il vostro sepolcro sarà infiorato dalla lode; il mio non avrà

che il compianto di qualche rara anima imparziale.

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 6 / 15 段