«Dell'infinita vanità del tutto;»

e la convinzione che mi sarei lasciato tagliare a pezzi dai

Napoletani, impotente, non dirò di difendermi, di muovermi. Il mio

pensiero pareva anch'esso gelato come le membra. L'ultima e forse

l'unica cosa pensata fu che Cocito, ove si gela, era troppo più

terribile pena di Malebolge ove si brucia, e che Dante se ne

intendeva.

Trascorse quelle tre ore assassine, venne comandato di rimettersi in

viaggio. Fatti venti passi a guisa d'ubbriaco, ricuperai via via l'uso

delle giunture e della coscienza, e ridiventai me stesso. Si camminò

indefessamente tutta la notte, e fra le altre contentezze si dovette

guadare un torrente sino all'inguinaia, ma, rincalorite le membra, non

ci si abbadò gran che. Abbiamo corso il tramite d'una freccia tra

quelle foreste e quei valloni verso mezzodì, per isguizzare

dall'abbracciamento stimato inevitabile del destro corno borbonico.

La sùbita partenza ci crucciò soltanto in causa della munizione.

Temevamo che il nemico l'avesse sorpresa strada facendo, e per giunta

avesse fucilato i portatori. Non potevamo attenderla a Pedavoli senza

essere tagliati fuori da Aspromonte, senza smarrire l'obbietto delle

nostre manovre.

Il momento era grave. Il nemico, dieci volte più poderoso, c'inseguiva

come un limiero. Qualche giorno ancora e avrebbeci presi o gettati in

mare. Impossibile nè voluta una contromarcia al nord. L'opportunità e

la fortezza dei siti rese inutili dal difetto delle munizioni. O

cedere o morire. Il dilemma sfolgorava dinanzi agli occhi ardente e

inesorabile. Spartite le poche vivande della casa dei Forestali,

furono scarsa colazione. Nessuna speranza di mule per il desinare. La

vigilia si mangiò una sola volta, il mattino, in Pedavoli. E la

dimane? E il giorno appresso? Abbandonando l'altipiano dovemmo dire un

mesto addio alle patate. Sulla massima altezza di Aspromonte, nella

più stupenda foresta di pini veduta da me, le pigne vennero invece di

patate. Taluno susurrò di travestimento, di discesa all'opposta

marina, e di veleggiamento alla chetichella per Catania. Tal'altro

mostrò buon viso alla capitolazione offertaci dal nemico

dianzi:--trasporto in Sicilia armati--onori di guerra. Ma codeste

pusillanimi ciarle senza conseguenze, derise e respinte da altre

ciarle contradditorie, interruppe un grido prolungato d'entusiamo

riecheggiato per la pineta.

Due intrepidi abitanti di Pedavoli, conducendo tre mule cariche,

seppero schivare il nemico, deluderne l'attenzione, e con travagli

incredibili camminando giorno e notte per sentieri assurdi, portarci

cartucce e pane.

--Credete che il pane sia avvelenato? io chiesi sogghignando a

Plutino.

--Perchè?

--Lo cossero fornai di Pedavoli!

--Ma la morte di Romeo?

--Ma la vita di noi!

--Insomma, volete indurmi a perdonare.

--E a mangiare il pane.

Adunate in circolo le sparute genti, il maggiore disse con tranquilla

energia:--I nostri sforzi furono coronati; il nemico s'ostinò sulla

nostra orma indebolendo grandemente le linee dello stretto. Noi siamo

quasi circondati. Ma adesso che abbiamo le munizioni, possiamo farci

valere per tre o quattro giorni ancora. Il nemico mi propose una

capitolazione onorevole. Risposi che i garibaldini non capitolano. Ho

interpretato il vostro pensiero?

--Sì, urlarono cinquecento bocche.

--Ma se alcuno tra voi non si sentisse la virtù pari al cimento, se ne

vada sin che c'è tempo. Fra qualche ora sarà troppo tardi.

Egli tacque. E seguì un silenzio solenne. Indi riprese e dimandò:

--Nessuno parte?

Ogni capo di compagnia rispose:--Nessuno.

Proseguendo di cresta in cresta verso il sud e solleticando il nemico

a tenerci dietro senza che mai gli riescisse fatto di ghermirci,

improvvisamente la notte del diecisette ci gettammo sull'altro

versante dell'Appennino, e dopo venti ore disastrose per dorsi cirenei

e calvi, non consolati mai d'ombre nè di fontane, sostammo nel fondo

d'una valle.

Alla sinistra, sul fianco d'una montagna rocciosa, scoscesa e per

avventura inespugnabile, biancheggiavano in lontananza le case di

Bova, le quali si specchiano nell'Jonio. Alla destra ergesi un colle a

pan di zucchero, sulla cui sommità sembra che esulti il paesetto di

San Lorenzo.

Il colonnello Plutino vigorosamente perorava per Bova:--Ivi troveremo

un sicuro rifugio fino allo sbarco di Garibaldi. Conosco il sito e gli

abitanti e ne rispondo.

E il maggiore con amaro ripiglio:--Noi venimmo qui per batterci e non

per nasconderci. Con tale intendimento, suppongo, Garibaldi ci affidò

questo posto d'onore. Occuperemo San Lorenzo. Di là minacceremo la

linea nemica da Melito a Reggio; come d'in sulla cima d'Aspromonte

l'abbiamo minacciata da Torrecavallo a Palmi.

A raffermarci in cosiffatto proponimento capitò il signor Rossi,

sindaco di San Lorenzo, il quale in nome dei suoi conterranei ci ha

invitati colassù «per la vita e per la morte.» Montati su

quell'eccelso apice, vi fummo ricevuti a braccia aperte e

generosamente ospitati. Il sindaco aperse la sua casa allo stato

maggiore: poltrone, sofà, letti elastici, zanzaliere; ogni bendiddio!

bagni, specchi, pavimenti alla veneziana. Dopo la capanna del pastore,

la fattoria di Sant'Angelo e la casa dei Forestali, l'appartamento del

sindaco ci parve la reggia di Priamo.

Il diecinove, eletto presidente della Commissione di difesa e

d'approvigionamento, spiccai varie squadre alla requisizione di bovi e

di farine, e fortificai il mulino ad acqua alla radice del monte. I

Calabresi dovevano presidiare la cittadella e i duecento infestare i

regii lungo il semicerchio della via consolare alla marina da

Amendolio a Melito, a Montebello, a Motta San Giovanni: centro San

Lorenzo. Il nemico, custode della costa, s'accinse alle offese, e di

tal forma la bisogna procedeva letteralmente secondo le nostre

intenzioni.

Chiamato il sindaco, gli susurrai:--Signor Rossi, il vostro comune

dovrebbe compiere un atto coraggioso e importante.

--Quale?

--La decadenza della dinastia borbonica e l'inaugurazione della

dittatura di Garibaldi, in nome della libertà d'Italia.

--E chi salverà gli abitanti dalla vendetta del re?

--Noi, deliberati di combattere sino all'ultimo fiato, e Garibaldi che

verrà fra poco. Non sentite l'aura ispiratrice delle grandi cose? Non

vi seduce la gloria che questa piccola terra abbia, per prima al di

qua del Faro, osato bandire il diritto umano e il diritto della patria

italiana in danno e in onta dell'esosa stirpe che da centotrent'anni

disonora il nobile popolo meridionale? Non vi sorride l'onore di

associarvi il nome vostro?

A queste parole il sangue fluttuava alla testa del brav'uomo;

goccioloni di sudore gli colavano dalla fronte; le sue obbiezioni

divenivano più fiacche; io lo urgeva, se non con potenza d'argomenti,

certo con molto gesto e con fervidezza di sguardi e d'accento.

Finalmente egli se n'andò sclamando: «Vedremo!» Raccolse subito il

Consiglio comunale. Entrarono i padri coscritti in brache corte, in

sandali, in cappello conico, in manica di camicia, colle mani callose,

colla pelle abbronzata, ma col cuore schietto e chiuso al timore.

Un'ora di poi s'udì il tamburo che chiamava il popolo a comizio.

Dal balcone del comune il sindaco, circondato dai padri, proclamava il

governo nazionale. Tuono d'assensi, applausi e pubbliche allegrezze.

--Voi, mi stillò all'orecchio l'indomani il prudente colonnello

Plutino, al quale non gradivano forse questi atti d'indole popolare,

vi addossate con troppa leggerezza la risponsabilità di vedere

probabilmente raso il borgo e trucidati i borghigiani.

--Non avrò tempo pel rimorso, considerando che dovremo esser rasi e

trucidati noi dapprima.

Il fragore del cannone troncò il nostro dialogo.

Senza indugio riunimmo i soldati. Il cannone romoreggiava indefesso.

--Garibaldi! Garibaldi è arrivato, ripeteva giubilando ciascuno di

noi. Prorompendo tutti da San Lorenzo alla marina, un corriere al

galoppo recò il seguente biglietto al maggiore:

_«Sbarcai a Melito. Venite_

«G. GARIBALDI.»

Alle sette con affrettato passo si giunse sul monte che sovrasta a

Melito. Sul monte parallelo e separato dal nostro per una stretta e

profondissima gola accampava Garibaldi con quattromila uomini. Un

grido prolungato di gioia e un agitar di berrette salutarono la nostra

venuta. Era la sera del 20 agosto. Giù a mare il _Franklin_, che

trasportò Garibaldi, giaceva arenato, il _Torino_, fulminato da due

navi borboniche, divampava, ed una terza nave mandava a noi un

benvenuto di granate e di bombe. Il mattino del 22 eccoci sotto

Reggio. Garibaldi, impegnato già nell'assalto, aveva guadagnata

un'altura che domina la città. Quivi lo rivedemmo a mezzogiorno. Ci

accolse amorosamente e ci beò col suo sorriso.

Frattanto il nemico da un colle più elevato ci tempestava con un

micidiale fuoco di fila. Garibaldi ne lo sloggiò alla baionetta. Ma

alle spalle il forte, nel cuore della città, ci disturbava. Garibaldi

ingiunse al maggiore di scegliere una trentina dei nostri cacciatori,

di accostarsi al forte cautamente e tirare ai cannonieri. Affacciato a

un poggetto, soggiunse ai trenta che discendevano:--Spargetevi per

ischivare la mitraglia. Non voglio un solo ferito.--Il maggiore,

inteso ad altre cure, ne affidò a me il comando. Io li condussi a

mezzo tiro di carabina. Eglino uccisero buona parte dei cannonieri.

Noi avemmo un solo ferito. Destri e coraggiosi, in due ore di fuoco

incessante costrinsero il forte a inalberare la bandiera bianca e ad

arrendersi.

In quel giorno furono promossi i topi che aiutarono il leone. Io

diventai luogotenente.

III.

Veni, vidi, vici.

La sera della espugnazione di Reggio, Garibaldi, siccome suole,

coricossi alle otto e mezzo. In letto egli costumava leggere i

giornali, fumare mezzo sigaro, e ciarlare confidenzialmente con alcuni

amici suoi del quartier generale, che ritti gli facevano cerchio.

Il generale Bixio, entrando vivacemente, avvertì il dittatore che il

nemico ritiravasi lentamente verso Villa San Giovanni, e dimandò se

dovevasi sorprenderlo. E Garibaldi, affisando con sembiante di

compiacenza l'audacissimo fra' suoi luogotenenti, che gli favellava in

vernacolo genovese sì caro ai suoi orecchi:--I nostri soldati hanno

bisogno di riposo, e voi curatevi la ferita. Domani sorprenderemo il

nemico.

--Sto benissimo, replicò Bixio, col braccio sinistro al collo, colpito

di palla il mattino.

E Garibaldi sorridendo:--Le palle che feriscono voi, sembrano di

pastafrolla!

Poi dirigendosi al suo Basso fedele:--La carrozza per le cinque.

--Scommetto che il generale, Bixio nell'andarsene bisbigliò a Basso,

fa assegnamento di pigliarsi con una scarrozzata le due brigate

borboniche.

Garibaldi rifecesi brioso e ringiovanì come al padiglione della reggia

di Palermo. Nella sua lunga missione di liberatore, quel giorno deve

segnalarsi fra i più luminosi perchè dei più decisivi.

Calatafimi preluse a Palermo: Reggio a Napoli. Aggiugni che lo sbarco

a Melito gli costò più pensieri dello sbarco a Marsala.

Volgendo il discorso al marchese Trecchi suo aiutante, inviato e

agente di Vittorio Emanuele, dissegli con qualche mestizia, ma senza

amarezza:--Il vostro ammiraglio Persano aveva l'ordine di lasciarmi

colare a picco.

Quivi Nullo mi susurrò in linguaggio bergamasco:--E senza la miseria

d'un palischermo per salvare il marchese, amico di casa!

Udillo il generale e rise; indi ripigliò:--Per passare lo stretto ci

fu mestieri girare mezzo Mediterraneo da Messina a Caprera, a Palermo,

alle acque di Malta, a Melito, e Persano con due fregate gustava da

Messina la musica delle cannonate borboniche contro i nostri tapini

vapori da trasporto.

--L'ammiraglio ed i suoi padroni vollero tributarvi tutto il merito

dell'impresa, generale, io soggiunsi ironicamente, sbirciando il

marchese il quale, uomo senza fiele, e forse impensierito del bagno in

cui l'avrebbero abbandonato gl'ingrati amici, si ritirò con noi

facendo eco alle celie.

Alle cinque Garibaldi chiamò Missori, promosso la vigilia a

tenente-colonnello:--Precederete colle guide la mia carrozza verso San

Giovanni, non più d'un miglio.

--Permettete, generale, che vada anch'io colle guide? dimandai. Ed

ottenni.

Eravamo una ventina. Le guide a cavallo formavano a un dipresso la

guardia del corpo; leggiadri ed eleganti giovani di famiglie distinte

dell'Italia superiore, o patrizi, o proprietarii, o studenti. La

presenza di Garibaldi, che rende valenti i timidi, aveva esaltato il

loro coraggio siffattamente che ne nacque tra essi una tacita gara

d'audacie e di follìe. Il generale in ogni occasione andava temperando

quella foga e:--Non più d'un miglio dalla mia carrozza (replicò al

comandante Missori); segnalato il punto d'arrivo del nemico, datemene

notizia.

Il generale Cosenz doveva sbarcare a Bagnara colla sua brigata,

precludere ai regii la ritirata per via di terra, e, côlti tra due

fuochi, stringerli ad accettare battaglia in condizioni sfavorevoli, o

ad imbarcarsi: ciò che agevolmente poteva loro riescir fatto, coperti

dai forti di Punta del Pezzo, di Torrecavallo, di Altafiumara e di

Scilla, e protetti dalle navi di guerra; imperocchè la strada maestra

costeggia la marina.

Gli aiutanti e una scorta di duecento soldati a piedi seguivano la

carrozza. Noi la precedemmo al galoppo del miglio prescritto ed anche

di due.

La riviera orientale dello stretto è tutta florida di paeselli, di

ville, di giardini, di piante odorifere, di melagrani, di laureti e di

vigne. Sotto un viale d'aranci, un gentiluomo ci apparecchiò alcuni

canestri d'aurea uva e di fichi. Egli dissemi con poetica elocuzione:

--Il passaggio dei vostri cavalli traccia una riga corruscante; luce

della libertà.

Gli abitanti accorrevano e ci guardavano attoniti, sentendosi ad un

girar di ciglio sciolte le mani dalle antichissime catene.

In breve si cominciò a pestar la coda regia, afferrando parecchi

soldati rimasi più del necessario al vino e all'acquavite. Com'eglino

cadevano in nostra potestà, li consegnavamo alle guardie nazionali del

villaggio, che di tanti militi ingrossavasi all'istante di quanti

fucili erano presi.

Mentre ci occupavamo dei prigionieri, Missori, il tenente Damiani e

altri corsero a diporto sino alla vista della retroguardia.

Ritornati, ci narrarono d'averla avvicinata a trecento passi, e

condussero nuovi prigionieri. Ond'io al maggiore Nullo:

--Andiamo a vederla anche noi.

--Vi attendo qui, fece Missori, perchè di quattro miglia precorremmo

già il generale.

Nullo, il sottotenente Ergisto Bezzi, io, il sergente Quajotto di

Mantova e due guide, a spron battuto muovemmo a satisfare la nostra

curiosità. Alle prime case della lunga borgata di San Giovanni

sovrapposta al forte la Punta del Pezzo, il conduttore della

diligenza, trattenuto e interrogato da Nullo, ci assicurò essersi i

borbonici di molta via dilungati. Egli favellava con voce dispettosa e

ci guatava con occhio bieco.

--No, no, costui v'inganna! affermarono in coro i paesani.

Ed io a Nullo:--Arrestiamolo; ha il muso sinistro e probabilmente

indosso carte nemiche.

E m'apposi. Frugato, saltarono fuori lettere del generale borbonico ad

agenti borbonici in Reggio, per ragguagli sulle forze e sulle mosse di

Garibaldi.

Allora i paesani uscirono nella seguente argomentazione:

--Spia del nemico, dunque s'impicchi.

Ma Nullo tagliò in due l'entimema dicendo:

--La cura di ciò al dittatore; per adesso lo do in custodia della

guardia nazionale.

Noi proseguiamo il nostro galoppo. Gli abitanti, dalla strada e dalle

finestre mirando le sei camicie rosse in tanta fretta sulle calcagna

delle truppe regie, opinano si tratti d'oratori al nemico. Indi a

poco, girato un gomito della strada, c'imbattiamo in un corpo di

cinquanta soldati, su due file, l'arma al piede, al di qua di un

ponte. Con impulso unanime ci avventiamo loro addosso a briglia

sciolta vociando:

--Abbasso le armi, siete prigionieri.

Côlti all'impensata, impauriti dalla tempesta dei nostri cavalli e dal

tuono imperioso della nostra intimazione, quei soldati posano le armi

a terra. Ma comparsa sul ponte nell'istesso momento una testa di

colonna, gli arresi ripigliano il fucile. Avevamo questi di fianco,

quella di faccia. Che fare? O perire fuggendo, o perire assaltando.

Eravamo sei. Ciò dico ora; allora mancava il tempo da ponderare le

probabilità. L'intimazione, la comparsa della colonna, la ripresa

delle armi e l'avanti fulmineo di Nullo si succedettero in quattro

battute di polso. Confitti gli sproni nei fianchi dei cavalli, in un

baleno balziamo sul ponte. Davanti alla nostra furia apresi la

colonna, ed eccoci sull'altra sponda del torrente fra le braccia della

brigata Briganti, distesa parallelamente alla strada sul largo della

piazza di Villa San Giovanni: presso al ponte due squadroni di

lancieri, quindi l'infanteria. Col grido di _viva Garibaldi, deponete

le armi, venite con Garibaldi_, percorriamo da un capo all'altro la

fronte della brigata a guisa di rassegna in campo di manovre. E poichè

gl'immobili e sbalorditi soldati nè ci ammazzano, nè ci imprigionano,

frenando al passo i cavalli cominciamo su tutta la linea l'aperta

propaganda di ribellione.

--Garibaldi costà coll'esercito doppiato da nuovi sbarchi, là Cosenz

con quattromila uomini vi circondano. Voi italiani come noi. Perchè

questa guerra fraterna? Unitevi a Garibaldi. Andiamo insieme a Venezia

contro lo straniero. Garibaldi conserverà i vostri gradi. Vi chiamò

valorosi Garibaldi a Calatafimi, ma le vostre battaglie, combattute

per un tiranno, sono ingloriose. Volete la gloria? combattete per la

libertà d'Italia. Stracciate le insegne del vostro re, il quale vi

disonora. Venite con noi, o arrendetevi. Viva l'Italia! Viva

Garibaldi!

La nostra franchezza, l'inusitato linguaggio, il caso nuovo di

sentirsi arringati dai nemici, il nome di Garibaldi, l'arcano influsso

dei tempi, la convinzione che i nostri li abbiano investiti, alcune o

tutte insieme tali cause, producono l'effetto che numerosi _viva

l'Italia, viva Garibaldi_ scoppiano da quelle schiere, e molti soldati

dipartendosi dalle file, vengono a baciarci le ginocchia, le mani,

l'arcione.

Gli ufficiali, dispostissimi a rimpolpettarci con quattro palle in

petto, interdetti dallo inatteso entusiasmo dei gregari, tacciono con

viso ostile. Ma avvedendosi che per poco andare la brigata ci stende

la mano e si sfascia, raccolgonsi insieme in consiglio.--Succede un

intervallo di silenzio e di aspettazione. Io antiveggo in quel

silenzio il tentativo fallito e il nostro eccidio, riflettendo che i

medesimi soldati si batterono accanitamente in Reggio venti ore prima.

Un caporale veterano, appoggiato ad un colonnino dirimpetto alla sua

squadra, e che io notai a far segni e strisce irose per terra col

calcio del fucile, principia a discorrere della fedeltà militare, del

giuramento e dell'onore. Sul volto di quei soldati che l'udivano

manifestansi indizii d'esitazione e improvvise faville di nuovi e

truci pensieri.

Gli slancio contro il cavallo, che impennatosi lo toglie all'occhio

dei suoi e gli saetto a mezza voce:--Ti taglio la gola,

manigoldo!--Ond'egli ammutolì.

Gli ufficiali intanto comunicarono a noi e alla brigata la risoluzione

di rimettersi al voto del proprio generale per passare con Garibaldi o

rimanere alle bandiere.

E Nullo:

--Venga il generale! conducete qui il generale.

--Il generale, io soggiungo, comunicherà la sua decisione a Garibaldi.

Accompagnamolo a Garibaldi.

Il generale Briganti fu rinvenuto in chiesa, mentre recitava il

rosario. Narravasi dopo che vi avesse cercato asilo nell'idea che la

brigata fosse avviluppata e senza scampo. L'aspetto ed il contegno di

lui smentivano, in mia opinione, la diceria.

Al suo comparire noi gli movemmo incontro con segni di rispetto.

--Generale, fece Nullo con militare concisione, v'intimo di seguirci

per trattare col dittatore Garibaldi i termini della resa della vostra

brigata. Il dittatore trovasi costì dappresso alla testa

dell'esercito.

Il generale, soggiogato dall'accento energico, dall'occhio fiero e dai

baffi magiari di Nullo, ma, suppongo, ancora e veramente più dalla

scrollata disciplina dei suoi che l'accolsero fra gli evviva a

Garibaldi, rispose con sereno ciglio:

--Figliuoli miei, con tutto il piacere!

Nullo ed io gli cavalcavamo ai lati; da tergo una mano di lancieri.

Briganti oltrepassava i sessant'anni; bell'uomo, d'aspetto marziale,

garbato ed affabile.

--Ben contento, continuò parlando, di conoscere il glorioso vostro

capo, bravi giovanotti. Alfiere sotto il re Murat, militai anch'io per

l'indipendenza d'Italia sul Po. Ora la mia fede di soldato è legata a

Francesco II, e non la romperò. Del resto, ammiro il vostro valore e

m'è simpatica la causa che sostenete.

Ed io:

--Generale, onore a chi serba la data fede!

Ed egli, guardandomi con pupille accese:

--Parole saggie.

--Ma la fede al vostro re vi rende infedele alla patria e vi fa

spargere sangue fraterno per mantenerla schiava. La prima fede

all'Italia, Voi dovete ricomparire generale sul Po nel 1860, ove foste

alfiere nel 1815, contro lo stesso nemico. Ivi l'onore va in compagnia

della gloria.

Nel mentre di questo mio sermone di morale politica, spuntava dal

ponte una carrozzella di camicie rosse. Missori, non avendo più

notizie di noi, venne ad attingerne. Gli abitanti del luogo

raccontarongli l'evento, ed egli entrava in carrozza con Damiani,

Zasio e Manci, sottotenenti delle guide, nel mezzo della brigata

nemica ad alimentarvi il nostro apostolato.

La popolazione accorse in grande frequenza sul nostro passaggio

esultando dell'insperata salvazione nostra, su cui stette lunga ora

trepidante. Rivedendoci, col generale Briganti, ci coperse d'ovazioni

e di applausi, con ciera smarrita, come di chi assiste al compimento

di un prodigio.

Garibaldi distava da noi quattro miglia, e il generale Briganti non

sapendo capacitarsi di non incontrare un soldato nostro dopo due

miglia:

--Dov'è dunque il dittatore? dimandò. Non trovasi così vicino come mi

faceste supporre!

Nullo, colle fiamme alle guance, risentito dell'indiretta allusione

alla slealtà, rispose con acerbo detto:

--Quando sole quattro miglia separano Garibaldi dal nemico, questi è

battuto o preso. Ieri voi foste battuti, oggi siete presi.

Briganti ammutolì e spinse il cavallo al trotto. Io, per indorargli la

pillola, vedendolo annuvolato e mortificato, soggiunsi con voce

intermittente a cagione del trotto:

--Generale, nella guerra la realtà figura l'ordito, e la finzione il

tessuto.

Rallentò egli la velocità, non so se rabbonito dalla mia spiegazione o

perchè compiti i sessant'anni non sia troppo agevole parlare

trottando. Proferì alcune frasi che non ricordo, quando capitò il

marchese. Nullo glielo presentò in qualità di capo del quartier

generale.

Il marchese tenente-colonnello mi fece:

--Potete tornare indietro.

Ed io a lui:

--Accompagno il generale a Garibaldi.

--L'accompagno io.

--Ma il generale viene con noi, perchè fummo noi che...

--Me ne incarico io.

La disciplina mi turò la bocca e tornai. Tornò anche Nullo,

abbandonando al marchese gli allori per la non sua impresa. Nondimeno

qualche minuto di poi voltai il cavallo e arrivatogli a panni gli

dissi all'orecchio:

--Spedite un aiutante a schierare opportunamente i duecento soldati

usciti da Reggio. Briganti crede presente l'esercito. Importa non si

ricreda.

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 5 / 15 段