Io comandava l'avanguardia composta dei cacciatori Bonnet. Pervenuti

allo sbocco di una strada, volli cavarmi il puerile capriccio di

tentare il guado sparando il primo fucile, datomi da un soldato¹,

contro alcuni lancieri a cavallo. L'inopinato mostrarsi di bande

armate e combattenti che parevano fioccate dai cieli, seminò lo

spavento e la confusione negli abitanti, i quali con gemiti e lai

pietosi affollavansi a rifugio nelle barche dei pescatori. Ci venne

udita la generale. Indescrivibile la baraonda dei regî; ma in tremila,

eglino potettero bentosto ricuperarsi dal primo turbamento. Dopo

mezz'ora più compagnie d'infanteria ci s'avventarono contro da diverse

direzioni; s'accese un fuoco vivo e le respingemmo successivamente. In

pari tempo da Bagnara di sopra, sulla nostra destra, un movimento di

fanti, di cavalli e di cannoncini sulle schiene dei muli mirava ad

interromperci il ritorno. Laonde pacatamente ci ritraemmo;

all'avanguardia nella discesa, ero alla retroguardia nella salita.

Giunti all'ardua scala della rupe, i miei cacciatori avevano bruciata

l'ultima cartuccia. Il bergamasco flautista, uno di loro, vuotata più

presto de' compagni la giberna, pose mano al flauto, e fra il sibilo

delle archibusate suonava in aria di scherno _La bella Gigogin_,

equivoca canzone lombarda, che ci fece prorompere in argoliche risa.

Ma il nemico parve svogliato di venirci a panni. Cotti dal sole,

trafelati, quando piacque agli Iddj montammo all'ultimo gradino.

Ripiegando sovra Solano, trascorremmo a sinistra dell'osteria, più

veloci dei regî che volevano interdirne quel passo strategico; però

più veloci di poco.

¹ Questo soldato si chiama Achille Olivieri e vive a

Castel d'Ario nel mantovano.

Ivi si mangiò e si bevve in pace. Io alloggiai in casa d'un prete, il

quale mi ammannì un piatto di maccheroni al pomodoro e mi diede una

camicia di bucato, in cambio della mia che rassomigliava alla

tavolozza d'un pittore. Però essa era di finissimo lino, e l'accorto

prete giudaicamente me ne infilò una di cotone piuttosto sdruscita.

--Badate ch'è consacrata, ei mi disse con ciera di furfante.

Ed io di ripicco:--Se non che la mia vi paga i maccheroni d'un

trimestre!

L'odore di bucato mi sollevava ad un mondo nuovo! Quanti dolci

pensieri, quanti ricordi, quanta delizia da quell'odore! Steso sul

sofà e rapito in mezza estasi m'addormentai. Il prete rientrò nella

camera e scuotendomi diabolicamente:--Il nemico, il nemico, ululava;

presto, presto, non mi compromettete.

Traballando, instupidito dalla stanchezza e dal sonno, esco e m'unisco

al residuo dei compagni sulla piazza.

Alcuni istanti prima v'era arrivato l'oste a tutta corsa, senza

cappello, senza gabbano, coi capelli irti, tralunato, cadaverico,

disperato. Appena potè articolare le seguenti parole:--Gl'infami

trucidarono mia figlia!

Oppresso da mortale angoscia cadde svenuto. Scoppiò un'esclamazione

d'orrore dal petto d'ognuno di noi e dei paesani accorsi; e ci rodemmo

le mani d'esser troppo pochi e senza munizioni per trarne immediata

vendetta. In mancanza d'acqua di Colonia, riversammo una secchia

d'acqua di pozzo sul capo del padre infelice, il quale tosto ricuperò

i sensi.

Parlando e piangendo raccontò che millecinquecento uomini muovevano a

marcia forzata verso Solano per circondarci e conquiderci; che un

distaccamento, invasa l'osteria, minacciato di morte la figlia, perchè

soccorse e onorò i garibaldini, le consentì la vita a patto del

disonore; che, essendosi ella fieramente rifiutata, ed avendo

impugnato un coltello da cucina per ferire chiunque avessela

avvicinata, un sergente destramente l'agguantò al polso e disarmolla;

che dibattendosi ella e svincolandosi dagli infami amplessi e

gridando, uno di loro le vibrò un colpo di baionetta sul volto. La

vista del sangue inebbriò quei crudeli, che di più colpi la

trafissero.--La selvaggia scena, proseguì quello sventurato,

rappresentarono sotto gli occhi miei, guardato da un picchetto di

soldati e destinato ad una regolare fucilazione. Profittando della

ressa dei sopravvegnenti e dello scompiglio causato dalla curiosità,

mi sottrassi ai custodi, balzai nel vigneto. Inseguito per un miglio e

fulminato, alfine mi perdettero d'occhio, e col cuore rotto mi

trascinai fin qui.

Da una formidabile posizione sopra Solano aspettammo di piè fermo per

due ore il nemico, il quale non osò nemmeno penetrare nel borgo, sin

che non ebbe certezza che ripigliammo la via del ritorno.

Da quell'altura si assiste ad uno spettacolo che forse non ha pari:

l'arcipelago Eolio, il golfo di Gioia, lo stretto di Messina, ed alle

due estremità del quadro due vulcani, Etna e Stromboli. Che mare! che

monti! che cielo! che luce! che linee! che palpito di natura! quante

memorie! quanti secoli! quanti popoli! quante civiltà!

Il sole tramontava. Involuto in una nebbia leggiera, pigliò figura di

globo rosso, e l'occhio poteva affisarlo impunemente. Parve che quel

globo posasse alcuni minuti secondi, come sovra candelabro, sulla

punta dello Stromboli, piramide isolata in mezzo al mare.

Pieno la mente del magico tramonto e dell'imagine di Luisa morta, che

sul mezzodì contemplai fiorente di vita, di bellezza e con tutto un

mondo incantato davanti all'ingenuo pensiero, rifeci malinconicamente

le sei ore di strada che avanzavano per arrampicarsi ai Forestali.

Pervenuti al sospirato altipiano, ci venne veduto gran chiarore sulla

direzione della nostra casa, il quale cresceva a misura che

c'inoltravamo. Che il nemico si fosse spinto costassù da Sant'Angelo

fu la prima idea nostra. Epperò sostammo per raccogliere la colonna e

regolarne le mosse colle debite precauzioni. Ventidue ore di moto per

quelle rupi esaurirono le forze della nostra gente.

Appena fermati, quasi tutti si addormentarono di primo acchito. I

Calabresi, rimasti alla retroguardia, serbaronsi freschi e gagliardi,

e li collocammo in prima linea, guardiani del sonno d'un'ora

consentito agli altri.

Faticosamente si ottennero da quelli cinque cartuccie delle cinquanta

onde ciascuno aveva zeppa la giberna, e le distribuimmo ai nostri già

rinfrancati e presti. Con movimento obliquo su tre ordini si

procedette innanzi, impiegando due ore e mezzo a fendere l'eterna

pianura. La luce mano mano diventando gran fiamma, cadde ogni dubbio

che non fosse fuoco d'accampamento. Eseguito un movimento di fianco

sulla destra, per tentare di gettarci a ridosso dell'erta, si

mandarono alquanti cacciatori a riconoscere il vero. Scopersero

costoro cinquanta calabresi accorsi ad ingrossare la nostra schiera, i

quali, costrutta una pira di vecchio legname razzolato intorno alla

casa dei Forestali, vi s'assisero dappresso placidamente per

riscaldarsi, e novellare, ed affettare prosciutto, e mescer vino. Si

mangiò adunque divinamente, si bevve un bicchiere di più alla salute

de' nuovi commilitoni, che s'assunsero per quella notte la guardia del

campo, e si dormì profondamente fino alle dieci.

L'impossibilità di trasportare i feriti tra quegli scoscendimenti ci

obbligò di lasciarli a Solano. Il nemico trasseli prigionieri, ma li

trattò con umanità, forse considerando che anche noi ne avevamo dei

suoi. Un messo speditoci da un patriota di Solano riferì ch'ei vennero

trasferiti a Reggio.

--Entro un mese andremo a riprenderceli, gli disse Missori.

Un fuggevole sogghigno d'incredulità sfiorò la bocca dell'astuto

messaggiere montanaro. E la medesima incredulità mantenne

inespugnabili al nostro apostolato i prigionieri borbonici.

Impossibile indurli a militare sotto la nostra bandiera e a ridiventar

liberi. Anteposero il proprio stato, benchè dovessero seguirci e

partecipare ai nostri pericoli. Io particolarmente m'occupai di

convertirli alla religione della patria italiana. Ma non m'è venuto

fatto nemmeno di ottenere il menomo ragguaglio sulle cose del nemico.

A qualunque quesito, l'uno come l'altro regolarmente rispondeva:--_Non

saccio_.

Il messaggiere per cortesia non rivocò in dubbio l'asserzione del

maggiore, nè bastatogli l'animo di spingere l'adulazione sino a

simulare di aggiustar fede a ciò ch'ei giudicava l'assurdo, mutò

discorso, avvertendo che aveva seco la cassetta dei medicinali, e una

sacchetta di biancheria per filaccie commessa da noi a Solano. Così

dopo una settimana potè curarsi la mano del veneto ferito la prima

notte, impassibile come uno spartano, arguto come un ateniese. Il

chinino ci restituì una mezza dozzina di malati della terzana: ma

senza lacryma-cristi e senza bistecche non erano sanabili altri sei o

sette esinaniti dalle fatiche.

Quel mattino tutti i soldati vispi e ciarlieri aggiravansi nudi e

crudi intorno al ruscello, da essi denominato il Giordano, altri

bagnandosi, altri risciacquando le camicie o sbattendole su qualche

sasso, o distendendole al sole. Una buona dormita, il bagno, il

bucato, e la prima zuppa calda con brodo di prosciutto distribuita

poi, li abilitarono a nuove gesta.

Nel Consiglio dei Dodici si discusse maturamente, il medesimo mattino,

la nostra situazione. Volgeva il settimo giorno dallo sbarco; esigui

gli aiuti calabresi; veruna notizia di Garibaldi; sfiduciate le ultime

lettere del Comitato di Reggio; incertissimi i viveri, quasi sempre

rapiti dal nemico; e finite le munizioni.

Riversiamoci nella Calabria citeriore, propose il capitano Salomone,

appena tornato dalle solite escursioni per istudiare i luoghi,

com'egli solea dire, e collocare gli avamposti. Gli avamposti

costituivano la sua idea fissa, e quando noi, dopo una giornata di

cammino, ci sentivamo rifiniti e rotte le ossa, egli tranquillamente

si addossava la cura di descrivere un cerchio di sei o sette miglia di

montagna «per istudiare i luoghi e collocare gli avamposti.» Nato

abruzzese, partecipava alla natura ferrea degli orsi, suoi

compaesani.--Penetriamo nel Cosentino; al nostro mostrarci, quelle

fiere popolazioni sorgeranno e conquisteremo a Garibaldi un lido per

l'approdo, e gli daremo una provincia per l'azione. Che cosa ci

ripromettiamo fra questi burroni e questi boschi deserti? Qui noi

possiamo gettare i nostri denti dietro le spalle come Cadmo, ma non ne

nasceranno patrioti armati. Se il nemico possiede un'oncia di senso

comune, con poche pattuglie volanti può impedire le vettovaglie, e

senza consentirne l'onore di un fatto d'armi, in cinque giorni può

averci a discrezione, ovvero al giorno sesto visitarci cadaveri su

questo Calvario.--

L'enfasi, l'inaspettata erudizione ellenico-cristiana, l'accento

abruzzese, il crescendo della voce, lo sguardo semi-serio

dell'oratore, il mappamondo sulla tunica di tela russa colorito dal

sudore, il capitano Nullo, l'eroico Nullo, che lisciandosi i lunghi

baffi neri coronò la concione in suo dialetto bergamasco con un _miga

mal!_ e un _bravo Cadmo_ scattato di bocca dal maggiore, provocarono

un'ilarità benevola e prolungata. Ed egli, il simpatico e valoroso

abruzzese, rise al nostro riso.

Alzossi con rigido sembiante il colonnello M... comandante _in

partibus_:--Più gravi di quanto pare vogliansi considerare sono le

riflessioni del capitano Salomone, e degna d'esame la sua proposta.

L'impresa di Cosenza fia non meno ardua e pericolosa che il nostro

campeggiare in Aspromonte, epperciò conforme ai vostri appetiti di

gloria. Quivi non abbiamo munizioni nè modo di trovarne, onde

l'istessa soddisfazione dei combattimenti ci viene contesa. Nato nel

Cosentino, vi ho parentela numerosa, e amici, e clienti, e, non fo per

dire, il mio nome vi suona gradito. Non credete millanteria, se vi

affermo che il paese risponderà virilmente al nostro appello e

all'audacia del nostro movimento. Nulla conosciamo di Garibaldi, e

trascorsero oggimai sette giorni. La nostra missione in questi luoghi

è compiuta.

Il colonnello Plutino, a cui non garbavano le nostre scorrerie

temerarie sull'esempio di Bagnara, e ancora meno sarebbegli garbato

vedere il rivale sollevato sugli scudi nella Calabria citeriore, si

oppose energicamente a quel disegno, asserendo problematica

l'influenza del preopinante.

Questa frase dura ruppe il vaso delle ire distillate in segreto, e i

due colonnelli si saettarono parole crudeli con pallide labbra.

Richiamatili all'argomento e consigliati di risolvere le questioni

personali su altro terreno, Plutino ricuperò la calma consueta, e

suggerì di ripiegare su Gerace, forzando il nemico a distaccare dalla

sua base d'operazione considerevoli forze per inseguirci sulle rive

dell'Jonio.--In tale forma eviteremo, egli conchiudeva, d'essere

tagliati a pezzi ai passi di Mileto e di Monteleone, prima d'arrivare

a Cosenza, e staremo a campo in terre popolose e liberali. Accresciute

le nostre file, potremo stendere la mano ai patrioti di Catanzaro e

stabilire in questa città il focolare dell'insurrezione delle tre

Calabrie.

--Ieri, io così parlai, piombando su Bagnara, provvedemmo

all'ambulanza, dimani troveremo altrove la munizione. Il nemico è

laggiù allo stretto; al di là vi sono i nostri che anelano di

tragittarlo. Noi non gli daremo posa sin che non l'avremo in buona

parte attirato quassù. Che importa se esso quivi ne circuirà, batterà,

distruggerà, purchè venga fatto a una legione di sbarcare? Il piano ci

dà patate discrete, l'erta chiare, fresche e dolci acque. Questo il

nostro centro, questo il nostro posto.

E il sottotenente Zasio:--Non sappiamo nulla di Garibaldi, ma quando

ei tace agisce. «Precedetemi, e a rivederci presto,» disse quella

notte che ci mandò qui. Egli suol fare più che non prometta. Senza

navi da guerra non può tentare con molta gente lontani sbarchi.

Uccello di terra e di mare, saprà toccare il continente sotto il naso

del nemico, in questo estremo lembo della penisola. Quivi dobbiamo

aspettarlo, aspettarlo combattendo per stringergli la mano sul lido

ov'egli approderà.

--Propongo un'invasione a Pedavoli, disse il maggiore; là procureremo

la munizione, ordineremo comitati rivoluzionarii, e di là minacceremo

Palmi.

--A Pedavoli, interruppe Plutino, fu assassinato dal popolo il

patriota Romeo nel 1848; quel popolo borbonico si opporrà al nostro

ingresso, e noi dovremo bagnarci di sangue concittadino.

--Dove si mostra la camicia rossa, gli rispose Nullo con un accento

che non ammetteva replica, guerra civile niente. La camicia rossa è

l'assisa del popolo.

Si deliberò la spedizione a Pedavoli.

A traverso foreste secolari di roveri e per vallate anguste e

profondissime, dopo otto ore di sudato cammino giungemmo a Pedavoli al

nord d'Aspromonte. Io m'era procacciato un mulo che montavo a bardosso

e beavami nel pensiero di economizzare le mie povere forze ridotte

agli sgoccioli. Ma la china del monte cadeva sì ripida che, per non

scivolare dagli orecchi della bestia, fu gran mestieri smontare.

Questa volta anche i Calabresi, malgrado i sandali e la singolare

destrezza, dovettero accontentarsi di scendere sdrucciolando come noi

e poi di salire a quattro gambe. Io ritentai il mulo, salendo, ma

scivolato dal verso della coda, rotolai giù alcuni metri sin che un

albero mi trattenne.

Dovetti starmi pago di ascendere con mani e piedi, come gli altri.

La colonna sostò ad una frescura di castagni superiormente al

villaggio. Il comandante e noi, stato maggiore, s'entrò fra quelle

mura temute. Pedavoli contiene duemila abitanti, e giace in una

stretta gola. Era il quindici agosto. Il villaggio parato a festa,

affollato di montanari del circondario, avvivato da bande musicali

venute da Palmi, celebrava l'Assunta. La popolazione, stupefatta della

nostra inesplicabile comparsa, ci guardava con dilatati occhi. Noi

percorrevamo l'unica contrada, fatta a budello, in mezzo ad una turba

che aprivasi gradualmente dinanzi e si rinchiudeva dietro a noi.--Ecco

la casa ove trucidarono Romeo, ci fece il capitano Salomone, il quale

nel quarantotto avea militato sotto gli ordini del nobile martire

calabrese e fu testimone della sua tragica fine. Bisogna vendicarlo.

Quando di repente aperta la porta della casa, ne uscì una mano di

Calabresi, de' nostri, mormorando le parole:--Fuggirono!

Costoro, vecchi compagni di Romeo, staccatisi chetamente dalla propria

squadra, penetrarono là entro dalla banda del cortile per placare

l'ombra, giusta la loro frase, dell'estinto condottiero. Ma la

famiglia degli uccisori fortunatamente riparò a Palmi, tosto che si

seppe della nostra visita.

Rimandammo con severo comando gl'indisciplinati, e ci dirigemmo al

palazzo del comune. Sparsa la voce che noi fossimo venuti a far pagare

il fio ai Pedavolesi per la morte di Romeo, un visibile sbigottimento

si dipinse su tutti i volti. Dall'altro canto noi sospettavamo che la

popolazione meditasse di assalirci, e si stava in sull'avviso. Avevamo

già cautamente provveduto che la colonna ci attendesse coll'arma al

piede. Due paure trovavansi di fronte.

Stemmi, busti in gesso e ritratti borbonici decoravano la sala

comunale: il segretario, curvato dai settant'anni e sordo, sedeva

aggomitolato in una logora poltrona di pelle voltando la schiena alla

porta. Capitatigli noi sopra per di dietro improvvisi, il maggiore gli

picchiò sulla spalla. Ci ravvisò in un attimo il segretario, saltò in

piedi colla sveltezza di vent'anni, e cercò di ricuperarsi dallo

sgomento appartando il seggiolone e ponendosi gli occhiali.

--E il maggiore a lui:--Siete il sindaco?

--Eccellenza, sono sordo.

--Siete il sindaco?

--Il segretario, eccellenza. Ho servito quarantadue anni. Spero che il

generale Garibaldi...

--Dov'è il sindaco?

--Giovannino, rispose volgendosi all'usciere, conduci qua don Saverio;

digli che...

--Spicciatevi, interruppe il maggiore.

--Va, figliuolo, digli che venga subito. Signori illustri, io ho

servito la patria, mi spetta la giubilazione con paga intera. Lor

signori non vorranno cacciarmi sulla strada con sette figli. Evviva

sempre Garibaldi!

--E quei busti di Ferdinando II e di Francesco II? gli domandò

Salomone.

--Ho due figli gendarmi, uno guardia urbana e uno carceriere,

signorino. Le pubbliche magistrature sono dignità tradizionali nella

mia famiglia.

--Che magistratura esercitavate voi quando i vostri concittadini

uccisero Romeo? ripigliò Salomone.

--Ah! Romeo, buon'anima. Peccato che la memoria di lui... Tant'è la

sua riputazione rimase macchiata.

--Macchiata! sciagurato sgherro borbonico, proruppe Salomone colle

pugna chiuse.

--Macchiata, eccellenza, proseguì il segretario in atteggiamento

supplichevole e con aria ingenua, dalle calunnie del governo di

Ferdinando II. Perla d'uomo Romeo! Posso attestarne, perchè fui suo

carceriere in altri tempi... Ecco don Saverio!

Il sindaco ci accolse graziosamente, fornì la nostra truppa di viveri

e ci volle ospiti suoi.

Naturale curiosità punse la moltitudine in grande frequenza verso il

castagneto ad ammirarvi quei terribili garibaldini, onde la fama aveva

divulgate cose portentose, nelle quali entrò senza punto di dubbio la

coda del diavolo. Erano laceri, scottati dal sole, smagriti dai

disagi, ma in ogni soldato discernevansi ben presto i lineamenti, il

contegno e i modi del gentiluomo.

Distribuiti una razione di vino, di pane, di salame fettato e sigari,

pagata sul luogo ogni cosa da ciascheduno con alto stupore della folla

spettatrice, svanirono a poco a poco i reciproci sospetti,

principiarono a fraternizzare insieme i nostri ed il popolo, e fatte

venire le due bande musicali, la solennità religiosa e la processione

per la Madonna tramutaronsi in una festa da ballo che si protrasse

sino a notte. Cantarono inni patriottici insegnati e appresi al

momento; e con questo musicale apostolato, colle _furlane_, colle

_monferrine_ e colla _tarantella_ le turbe s'accesero d'entusiasmo

italico. Capo orchestra Libero Stradivari, pronipote dello insigne

fabbricatore di violini.

Dai discorsi, dal portamento, dalla cortesia e dal pagare a pronti

contanti, quei montanari compresero che non eravamo soldati di

mestiere, che militavamo per una causa generosa, epperò le mogli e le

figliuole, derogando dalla selvatichezza nativa, obbliata la chiesa e

l'Assunta, parteciparono al ballo campestre.

Il sindaco ci preparò un lauto pranzo e invitò gli uomini principali e

liberali della terra. Gli uffiziali calabresi rifiutarono l'invito e

s'astennero dall'ingresso in Pedavoli. Accusavano la popolazione della

morte di Romeo; censuravano la nostra imprudente fiducia e predicevano

un tradimento. Essi accamparono le loro squadre in poggio più

eminente, per separarsi dai paesani.

--Non scendete a Pedavoli? dimandai al colonnello Plutino.

--A vendicare Romeo?

--No, a mangiare un pollo arrosto.

--Temo il veleno, o un'archibusata dalla finestra d'un granaio.

--Contemplai or ora la mensa imbandita del sindaco; c'è fior di

maccheroni, e burro eletto, e mastelletti opimi di miele, e vini

prelibati, e frutta superbe, e fiori, e olezzante biancheria, e posate

d'argento e lieti visi. A questi patti, caro colonnello, vale la pena

di lasciarsi avvelenare.

--Ottimamente; ma non vengo.

Dopo pranzo il comandante M..., in tutta la pienezza della sua

autorità politica consentitagli dal Consiglio dei Dodici, istituì un

Comitato di rivoluzione in Pedavoli, spedì lettere-circolari in tutte

le città e borgate della Calabria, con istruzioni di ordinamento e

d'insurrezione simultanea alla notizia dello sbarco di Garibaldi. Il

valentuomo sottoscrisse codeste circolari nella seguente conformità:

«M..., colonnello di stato maggiore, aiutante di campo del dittatore

generale Garibaldi, comandante in capo il primo corpo di spedizione

sbarcato sul continente con pieni poteri civili e militari!»

Poscia si mandò a Palmi per la munizione che doveva esserci ricapitata

in Aspromonte.

L'indomani retrocedemmo, e sulle quattro pomeridiane rieccoci al

nostro campo dei Forestali, ove ci aspettava una bella francese,

_madame Le M...._, corrispondente del _Journal des Débats_, partita la

vigilia da Messina. C'informò che il dittatore scomparve, che

l'ansietà e la perplessità erano universali, che il grido pubblico

dava noi per morti e seppelliti.

Alle sei il capitano Salomone, reduce dagli avamposti, annunziò che

alcune masse nere discernevansi ad intervalli alle estremità

dell'altipiano. La nostra Armida se ne tornò senza indugio, e rapì un

Rinaldo dello stato maggiore.

Missori ed io, oltrepassati gli avamposti, ravvisammo un grosso corpo

di nemici spartito in tre colonne. Le due ali, avanzando più

rapidamente del centro, intendevano a precluderci ogni scampo. Alle

sette e mezzo seimila uomini con cavalleria e pezzi da montagna,

sviluppati in una linea di cinque miglia, ci si offersero in battaglia

a breve distanza.

Dalla nostra parte i Calabresi occuparono la sommità dell'erta, i

duecento le falde. I malati vollero che li trasportassimo con noi; ma

il medico dimenticò nella casa le medicine, e i cuochi abbandonarono

le pecore scuoiate, i prosciutti e il pane. Era il crepuscolo. Le due

ali nemiche a perdita d'occhio raggiunsero i monti e penetrarono nei

boschi, il centro s'innoltrò a un miglio dalla casa; due compagnie di

cacciatori ne esploravano le circostanze per impadronirsene.

--Non c'è ragione, disse Nullo alla testa delle guide, che i nostri

malati rimangano senza medicine e noi senza prosciutti.

E un soldato:--Andiamo a pigliarceli.

E più voci:--Andiamo.

Scendemmo in trenta, e, scambiate alcune carabinate, con una corsa

alla baionetta disgomberammo il sito, e mercè della sinuosità del

terreno, delle piante, dell'oscurità crescente, traemmo in salvo

pecore, cerotti e pentole. Quindici al trasporto e quindici alla

difesa. Non si lasciò indietro nè un'oncia di carne, nè una benda.

Qual cena rapita ai cacciatori napoletani lassù! in quella solitudine

_senza tempo tinte_!

Troppo affaticati per consolarci di essere riusciti nello scopo

prefisso alle nostre operazioni militari, adescando sui nostri passi

cotanto nervo di nemici, abbiamo dormito tre ore. Altri però, non io,

dormì. Il freddo crudissimo s'impossessò senza misericordia della mia

povera persona, protetta da un paio di calzoni di tela e dalla camicia

rossa. Due guide, Stradivari e Lena, stavano accovacciati a me da lato

sotto una grama coperta. Lena mi raccontò che, sospeso tra la veglia e

il sonno, io protendeva le braccia tremanti e irrigidite verso la

coperta coll'ansia del naufrago, e che egli, vinto dalla pietà, me ne

stese un lembo sulle ginocchia. Ricordo che in quella notte implorai

la morte come gran ventura; avevo la sensazione

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 4 / 15 段