--È un giovane volontario bergamasco, sorse a narrarmi un vicino, che

inneggia alla lieta fortuna. L'Orfeo della spedizione. Ha sempre

marciato e combattuto col flauto in tasca.

Il cavaliero, le mule, i barili, il flauto, i presagiti prosciutti

mutarono d'incanto in tripudio le prime malinconie. Il flautista,

finito il brindisi, suonò una polka, che ballarono parecchie coppie di

soldati. Altri con voci combinate e fuse insieme l'accompagnavano

benissimo a guisa di violoncelli e di contrabassi. Sembravamo una

brigata di virtuosi ad una festività campestre, anzichè un povero

manipolo di patrioti militanti, avventurato fra quattordicimila

nemici, diviso da' suoi per un ordine di fortificazioni, per la flotta

e pel mare. L'Jonio e il Tirreno con onda purpurea, baciando i lidi

della Sicilia, la quale, avviluppata da una nebbia di luce d'oro,

pareva palpitasse in quel misterioso amplesso, l'indefinibile mormorìo

delle foreste di faggi, ond'era chiomata l'erta vicina, che

propagavasi sulla pianura in suono di note vocali, davano colore e

tono a quell'idillio.

Frattanto arrivò il cavaliero.

Noi l'abbiamo amorevolmente circondato, e gli facemmo magnifiche

accoglienze.

--Nella notte, egli fece, sparsa la novella in Reggio del vostro

sbarco, il comitato segreto vi spedì sei mule cariche di viveri, e mi

mandò sull'istante per ragguagliarvi che bande armate di Calabresi vi

raggiungeranno. Il nemico ne sequestrò quattro. Ma, continuò quel pio

per attenuare la dolorosa impressione patita dall'uditorio, si

riparerà senza indugio alla perdita.

Il maggiore Missori ed io, invitato il nostro ospite a scendere di

sella, ci appartammo seco lui per chiedergli particolareggiate

informazioni sullo stato delle cose. Egli ci chiarì che il paese

aspettava Garibaldi, pronto e risoluto a secondarlo, che la

costituzione borbonica ottenne accoglienze irrisorie, che ogni

transazione colla famiglia regnante diventò oggimai impossibile, che

del resto le truppe rimanevano fedeli, che si sarebbero battute sino

agli estremi, malgrado le disfatte di Sicilia, che, oltre i diciotto

battaglioni custodi alla marina, dieci guardavano il punto strategico

di Mileto, donde facilmente avrebbero vietato l'ingresso nella seconda

Calabria a forze tre volte superiori.

--La cura di ciò spetta a Garibaldi, osservò il maggiore. Sapete ch'ei

conosce il segreto di vincere coi pochissimi i molti, e d'espugnare

fortezze senza uopo di cannoni; come avant'ieri Milazzo.

Durante il colloquio, il cavaliero ed io ci guardavamo con curiosa

indagine come chi fruga nella memoria un'idea smarrita, onde

finalmente gli dissi:

--Mi pare di conoscervi.

--E a me voi.

--Io non venni mai in Calabria. Voi viaggiaste?

--Dopo undici anni di galera, nel cinquantanove viaggiai a spese di

Ferdinando II verso l'America. S'era in sessanta, e giudicammo miglior

consiglio indurre il nocchiero a sbarcarci nella Gran Bretagna. Mi

chiamo Gerace e nacqui calabrese.

--Ecco! vi conobbi a Londra.

--Tornai in Calabria di nascosto per prepararci degnamente ai nuovi

eventi. Garibaldi si mostrerà contento della mia patria.

Egli si assunse di traversare nella notte lo stretto con nostre

lettere al Generale. Il _lapis_ c'era, ma la carta mancava.

L'arrivo delle mule e la tirannia dell'appetito interruppero la

ricerca della carta.

--Ecco qua la carta, disse il maggiore mostrando un foglio greggio che

avvolgeva una forma di caciocavallo; e vi stese il rapporto al

dittatore. Sopra un pezzo rimasto io scrissi a mia moglie, per

assicurarla col fatto della scrittura ch'ero vivo e sano.

--_Sans adieu_, disse Gerace nel dipartirsi da noi. Ricomparirò con

una mano di Calabresi entro due giorni.

Le scolte del nostro piccolo accampamento annunciarono la colonna del

comandante. Sospese le mense, si aspettarono gli amici.

Per più ruinosi sentieri del nostro arrampicaronsi essi, e noi li

rivedemmo stracciati e sparuti. Ma l'insperata refezione e il favoloso

bicchier di vino distribuito a ciascheduno rinnovellarono gli spiriti

afflitti e fecero dimenticare le sopportate tribolazioni.

Rimessi in cammino e traversato l'altipiano, ci arrestammo ad una

fattoria che sorge al piede del monte di Sant'Angelo. Ivi piantammo

gli alloggiamenti. La fattoria, vecchio edificio solidamente costrutto

e chiuso, aveva le sembianze d'un castello. Secolari faggi

ombreggiavano i suoi dintorni, temperavano gli ardori quasi tropicali

dell'agosto in quell'ultima regione d'Italia, e davano asilo alla

nostra milizia. Il comandante e lo stato maggiore abitavano la casa

dei contadini, prospiciente la pianura, che componevasi della cucina e

di tre cameruccie basse, affumicate e misere. Il resto dell'edificio

granai, cantine, fienili, rimesse e stalla; ma senza grano, senza

vino, senza fieno, senza carri, senza animali. I due cordiali

contadini ospiti nostri, cedettero il gramo letto coniugale al

comandante; noi si dormiva sulle panche.

Il quartier generale era relativamente numeroso e singolare. Il

colonnello comandante, un maggiore, quattro capitani, un luogotenente,

due sottotenenti. Tre mesi addietro, di cotesti nove, uno era poeta,

due avvocati, uno mercadante di tele, uno fotografista, uno notaio,

uno ingegnere, uno agricoltore e uno letterato; quasi tutti soldati

volontari nelle guerre italiane dell'indipendenza, indi esuli, o

carcerati. Il coraggio e l'intuito supplivano alla scienza militare.

La mala riuscita della spedizione scemò autorità al comandante, il

quale sentì il bisogno di agire dietro proposte discusse nel seno dei

nove. I nove componevano il Consiglio di guerra in permanenza, il

quale entrò in funzioni il mattino del 10 agosto. Altri propose di

gettarsi sopra Cosenza e provocare l'insurrezione nelle due Calabrie

superiori, altri di tentare un'irruzione su Reggio. Vinse il partito

di attendere sino all'indomani i soccorsi calabresi e di eseguire,

quale obbietto invariabile della nostra azione, una serie d'assalti

improvvisi lungo lo stretto, tirandoci dietro il maggior nerbo di

nemici possibile, per assottigliare i reggimenti che presidiavano la

costa, e rendere così più agevole lo sbarco a Garibaldi. Stabilita

inoltre la nostra base d'operazione sui gioghi d'Aspromonte, eravamo

in grado di ricevere istruzioni fresche da Garibaldi stesso.

I contadini c'informarono che avremmo trovate qua e là pecore, patate

e cipolle, e limpidissime fontane da per tutto. Laonde rimaneva

sciolto il problema delle vettovaglie.

Sul meriggio capitarono ben centoventi calabresi in sandali, cappello

conico e brache corte a similitudine del nostro pastore. Li guidava De

Lieto. Ognuno aveva fucile con baionetta, due pistole a pietra alla

cintola e coltello. Il giorno susseguente crebbero d'un centinaio

capitanati da Plutino, e d'un centinaio la sera con Gerace. De Lieto e

Plutino reggiani, Gerace di Catanzaro.

Io contemplai con ammirazione in quegli alleati uno dei più belli tipi

della razza umana. Appartenevano essi alla costa bagnata dall'Jonio ed

erano campagnuoli. Di statura media, di membra asciutte e vigorose; i

capelli nerissimi cuoprivano, come nelle statue antiche, la fronte

quadra e piena, e sotto due sopracciglia sottili e leggermente arcate

sfavillavano grandi occhi a mandorla, neri quanto i capelli; pure un

senso arcano di mestizia velava la vivacità della loro espressione. Il

naso era fine e olivastra la tinta del viso, ornato di barba folta. La

testa, piuttosto piccola, posava sovra un collo erculeo, pei calori

estivi ignudo; ignudo aveano anche il petto velloso. Parevami che la

vetustissima stirpe della Magna Grecia si fosse in costoro mantenuta

nella sua primitiva integrità. Certamente due famiglie differentissime

abitano le sponde dello stretto di Messina. Se nella calabrese si

addita l'innesto greco sul tronco italico, nella sicula vi si discerne

l'innesto africano. In me le due genti, come i due paesi, produssero

l'impressione di due mondi.

Epperò di tre nuovi uffiziali, di data ancora più recente,

arricchivasi il Consiglio di guerra. E sommò a dodici. De Lieto e

Gerace capitani; Plutino colonnello. Costui, de' principali cittadini

di Reggio e di molto seguito in quest'ultima Calabria, venne a

dividere la nostra sorte per afforzarci della sua influenza politica

nelle nostre operazioni militari, e, abbellito il proprio nome di fama

guerriera in tempi pendenti all'eroico, per presentarsi a Garibaldi,

dopo lo sbarco, governatore nato della provincia, o quanto meno capo

della guardia nazionale. Veramente la sua azione politica non ebbe

grandi occasioni di manifestarsi in quelle selve e in quei deserti

campi di patate, ma risentimmo il salutare influsso de' suoi anteriori

provvedimenti, nella spedizione periodica dalle circostanti borgate

delle sante mule cariche di vivande e di vino. Ed elle arrivavano

scalpitando, ragliando, alzando il muso e aprendo le labbra al

sorriso, quasi per chiara coscienza del pietoso officio. E fra i

soldati riconoscenti altri ne tergeva il sudore, altri ne confortava i

riposi con eletto strame.

Il colonnello Plutino, uomo sui cinquant'anni, gentiluomo, di viso

simpatico e di voce, alto e prestante della persona, di facile e

sensato eloquio, guadagnossi prestamente gli animi; e le sue attinenze

personali col conte di Cavour, se lo resero men gradito nel nostro

campo ove predominavano spiriti democratici, conferirono certamente

qualità al suo nome e al suo consiglio. Lungamente esule, pratico di

varie genti, accostumato alle lotte della politica, aveva acquistato

quella destra pieghevolezza che schiva la discussione ardente, e

concede posto d'onore all'altrui opinione, quell'arte di non istancare

con prolisso discorso, quella perspicacità di svolgere un'idea alla

volta, inducendola da un fatto, ma celando che essa fosse la morale

della favola.

La presenza di lui turbò i pensieri del nostro comandante. Calabresi

entrambi, agognavano al primato nelle Calabrie, e l'uno appariva

intoppo all'altro. Benchè il comandante fosse colonnello e garibaldino

solamente da una settimana, Plutino vedeva con occhio torbido sul

crine del duce del primo sbarco in Calabria tremolare una fronda

qualunque d'alloro, che mancava alla propria corona; presagiva che

l'evento, benchè fallito nel suo primo scopo, avrebbe procurato al

rivale una pericolosa celebrità; se ne rodeva e meditava di

scavalcarlo.

Di poco favorevoli apparenze, piccolo, magrissimo e livido, il

comandante non possedeva nè eloquenza, nè scienza, nè pratica

militare. Mi sollecitò in Milazzo di condurlo in assisa di colonnello

alla presenza di Garibaldi. Dichiaratoglisi esperto dei luoghi e degli

uomini calabresi, e in segrete comunicazioni coi soldati del forte

d'Alta Fiumara, ei s'impegnò di consegnargli il forte in una notte, se

condottiero di pochi dal cuore saldo. Il patriotismo di lui era

provato, il coraggio presunto, non dubitabili i concerti narrati.

Tanto bastava al Generale per affidargli l'impresa. In quanto al

successo, Garibaldi riposava con animo tranquillo sugli uomini onde

formò il piccolo corpo di spedizione.

Se non che il comandante stavasi pago di campeggiare in Calabria, nè

gran che si doleva del forte non preso, e forse non ci aveva mai

pensato molto seriamente. Almeno i nostri soldati così credevano, e ne

mormoravano, e rammaricavansi d'obbedire ad uomo che non conobbero in

campo, e tanto più acerbamente per gl'indugi frapposti al pronto

operare, sembrando loro tardi di segnalarsi agli occhi di Garibaldi

con qualche gesto degno del proprio passato. Desideravano che il

comando venisse assunto dal maggiore Missori, capo delle guide a

cavallo, valoroso e amabile uffiziale. Taluno nel Consiglio dei Dodici

favellò in questa sentenza, e ne nacque disputa penosa e infiammata.

Gli uffiziali calabresi parteggiavano pel comandante come paesano e

noto in quelle provincie. L'istesso Plutino ne li secondava, perchè,

consigliere e difensore degli atti prudenti e d'una cauta strategia,

antivedeva in che gravi repentagli sarebbe stato tratto dall'audacia

del maggiore.

Si statuì alfine, sulla mia proposta, che il colonnello, serbando il

comando ideale, provvederebbe all'agitazione politica da promuoversi

nelle Calabrie, e che il comando reale l'avrebbe il maggiore. Il

colonnello piegò a cosiffatto divisamento, avvegnachè una lettera di

Garibaldi, consegnata durante la seduta, ingiungevagli di porsi

d'accordo col maggiore.

Subitamente il maggiore, un calabrese ed io, cavalcando le mule dei

viveri, calammo a mare per esplorare le forze e le intenzioni del

nemico. Pervenuti ad un poggio che domina il forte Torrecavallo,

vedemmo schierato un battaglione intorno alla cinta, reduce dalla

messa. Ci mostrammo sulla sommità a due tiri d'arco. L'inattesa

apparizione di due camicie rosse alle spalle del forte provocò il

segno dello all'armi. Il battaglione dopo varie manovre ci salutò a

carabinate. Noi ci affacciammo successivamente da altri poggi, e

mentre un'ala dei regii cercava di girarci, i rimasti ci saettavano

alla bersagliera. Nel dubbio che i nostri volteggiando fra quei colli

studiassero un assalto, tutti i posti nemici, nella lunghezza di

parecchie miglia, si atteggiarono a difesa. Intanto noi, ripetuta la

via, sul tramonto smontammo ai nostri alloggiamenti. Abbandonato

immediatamente monte Sant'Angelo, si mosse al nord-ovest d'Aspromonte,

salendo all'altipiano dei Forestali da cui spiccasi l'ultima cima di

quell'immenso gruppo appenninico, tragicamente illustrato due anni più

tardi, nell'istesso mese, dal generale Garibaldi. E vi giugnemmo

all'alba. Il quartier generale si stabilì in una casa nuova, non

finita, deserta, detta dei Forestali. La casa giace dove l'altipiano

finisce e principia l'erta pittoresca, deliziata da copiose sorgenti

d'acqua freschissima e pura che serpeggiano in ruscelli perenni.

Volgeva il quinto giorno. Nè pettine aveva solcato i miei capelli, nè

acqua confortata la mia faccia, nè l'unica camicia ottenuto il cambio

nel suo ministero da più pulita compagna. Un paio di guanti gialli che

fin allora non cavai, solo oggetto di lusso, conservarono

sufficientemente nitide le unghie e le mani. Malgrado il sonno e la

stanchezza grande, non mi riescì fatto di addormentarmi. Stetti tre

ore in uno stato di febbrile vaneggiamento. Indi mi riscossi:

spaventato e frenetico fuggii l'orribile albergo. Sembravami che cento

formiche brulicassero sul mio corpo, mordendolo senza misericordia. Le

giudicai formiche al tatto, ma erano pulci bisavole alla vista. Corsi

al ruscello, e con precipitazione sbattendole dai panni le annegai.

Risalito il ruscello ove l'onda spandevasi in laghetto, ridivenni

l'uomo di cinque giorni avanti, con un lustrale lavacro. Poi m'accorsi

che mancavano i pannilini. Epperò mi rasciugai al sole, e riposai

soavemente all'ombra di quei boschi superbi sovra un letto soffice di

foglie cadute in molti autunni.

Faggi e pini a ombrello e alcuna quercia si raggruppano ivi in masse

diverse e spartite: l'accozzamento di verdi differentissimi e la più

differente struttura degli alberi inducono una combinazione attraente

di prospetti e di colori. La comune robustezza e la comune vetustà

imparentano quella varietà mirabile. Gli alti fusti e le separazioni

delle masse, permettendo alla luce di penetrarvi, conferiscono

all'insieme una trasparenza che rende eleganti quelle forme

gigantesche. Fra una massa e l'altra s'interpongono umili famiglie di

nocciuole, di minori alberelle e d'odorifere madreselve, onde si

disegnano sentieri e viottoli e meandri che paiono opere d'arte

squisita. Pochi passi dalla pendice separano la mite temperatura della

primavera dagli ardori dell'altipiano, ove nella notte il freddo è

intenso. Quivi il sole ci bruciava, e le stelle c'intirizzivano.

L'altipiano descrive un semicerchio di molte miglia di raggio, la cui

base è l'erta, e solo punto sull'orizzonte il cilestro cono troncato

dell'Etna. Ad enormi intervalli notasi, unica piacevole discordanza in

quella interminabile monotonia, qualche capanna e qualche chiuso per

le vacche, ma nessun vestigio d'animale vivente. L'altipiano sta a

cavaliere di Torrecavallo, di Scilla e di Bagnara; e la fama che due o

tre migliaia di calabresi armati campeggiassero con noi, pose il

nemico in grave cura.

Esso spinse una forte ricognizione sino a Monte Sant'Angelo, e sguernì

il lito da Torrecavallo a San Giovanni di due battaglioni, che si

attendarono sulle alture. Dilungandoci dalla fattoria di Sant'Angelo,

noi ci dirigemmo alla volta di Reggio. I contadini della fattoria

udirono susurrare d'una sorpresa in questa città, e interrogati dal

nemico, lo assicurarono che vi ci eravamo avviati. Se non che nella

notte, operato un subito _dietro fronte_, si ascese ai Forestali.

Il maggiore Missori propose al Consiglio dei Dodici un'irruzione in

Bagnara. Plutino obbiettava vivamente che Bagnara guardavano tremila

borbonici, che le truppe di Scilla ci avrebbero minacciato di fianco,

che da Sant'Angelo saremmo stati circuiti e impediti nella ritirata ai

Forestali, che destreggiandoci intorno alle occupate altezze avremmo

parimente conseguito il fine di costringere alquanti battaglioni sulle

nostre pedate, e che frattanto nuove bande paesane sarebbero giunte

ausiliarie al nostro campo.

--Noi, signor Plutino, replicò il maggiore, non contraemmo l'abitudine

di numerare il nemico; i Mille di Marsala vinsero a Calatafimi e

liberarono Palermo. Qui siamo devoti a morte, ma vogliamo morire

degnamente. Se rifiutate di seguirci coi vostri, andremo soli; troppo

sciolti e snelli del resto per non isfuggire ai tardi movimenti di

truppe regolari.

I partigiani dei propositi più arditi, costituendo i tre quarti del

Consiglio, votarono per Bagnara. Plutino, vuotato il sacco delle

obbiezioni, concluse volgendosi a noi:--Quando vi ascolto e vi guardo,

bravi giovinotti, io vi adoro, ma siete matti. Nondimeno starò con voi

sino alla fine.

Partimmo a mezzanotte, e traversato l'altipiano si cominciò la discesa

per luoghi quasi impraticabili e inusitati. La luna cortesemente

illuminava la via, ma su quelle ripidissime chine sgretolate si andava

più spesso a ruzzoloni che sui nostri piedi. Una risata ad ogni caduta

mantenne la colonna nel miglior umore, e alleviò una marcia di dieci

ore consecutive. Le squadre calabresi non risero mai, perchè colle

loro scarpe di cimossa reggevansi in gamba meglio di noi; ed anche

perchè la giovialità e l'allegria spensierata degli Italiani del nord

contrastano notabilmente colla serietà mesta e contemplativa degli

Italiani del sud.

Toccati i dorsi che dividono i versanti di Scilla da quelli di

Bagnara, vi collocammo i trecento calabresi affidandoli a Francesco

Curzio, l'uffiziale-poeta dello stato maggiore. Essi ci proteggevano

il fianco sinistro.

Eravamo scesi già sino alla zona abitata. Olivi, vigneti, cedri,

aranci, alberi di frutti d'ogni sapore ingemmavano quei clivi

lussureggianti. La vista del mare azzurro, della Sicilia, delle isole

Lipari, le quali pel purissimo aere sembravano vicinissime, la

certezza di menar le mani fra poca ora, e sopratutto l'incontro

d'un'osteria c'innondarono il petto di gratissimi affetti.

I nostri soldati, seduti sotto i festoni delle viti, piluccavano

beatamente i pingui grappoli pendenti di zibibo, a titolo d'antipasto.

Lo stato maggiore entrò nell'osteria. L'oste ci attendeva sulla porta

con uno schioppo da caccia a due canne e col cappello in mano. Datoci

con lieta faccia il benvenuto, soggiunse:--Eccellenze! viva l'Italia!

Io verrò con voi indicatore e guida, e intanto pongo a vostra

disposizione la mia canova e il mio forno.

Dietro di lui lampeggiavano due stupendi occhi cilestri che ci

guardavano con fanciullesca curiosità. L'oste appartandosi

proseguì:--Vi presento la mia figliuola, che avrà l'onore di servirvi.

Vestì gli abiti di festa all'annuncio della vostra visita, perchè

ell'è garibaldina. Comparve sulla soglia della bettola una bianca,

bionda e dolce giovinetta sui diciassette anni, che con garbo ci

salutò.--Guà! esclamai, la Madonna del Sacco di Andrea del Sarto! Chi

entrò nel chiostro dell'Annunziata in Firenze, ricorderà l'affresco

insigne di Andrea. La soave testa della vergine è qualche cosa di più

umano delle Madonne di Raffaello, e di più divino delle Madonne del

Murillo.

Uno zendado di panno caffè con frangia d'oro piegato a quattro doppî

copriva il capo della vergine calabrese e pioveale dietro le spalle.

Cinque fili di corallo le fregiavano il collo e il seno. Di sopra ad

una veste bianca scollata, con le maniche a campana, dal gomito in giù

ricamate agli orli ed all'ingiro della parte superiore del braccio,

essa portava un'elegante tunica fimbriata, di lana cremisi, alquanto

più corta della vesta. Il busto pure di lana cremisi, semi-aperto

davanti, con duplice riga trapuntata, disegnava due leggiadre curve

sopra le spalle.

Allo spettacolo d'una sì peregrina e delicata bellezza noi restammo

sospesi in atto. Io dimandai all'oste in quali acque avess'egli

pescata la rarissima perla.

E costui con visibile emozione:--Sua madre era una gentildonna. Io

nacqui in casa di lei e vi crebbi staffiere. Pare che fossi piuttosto

belloccio. Fatto sta che l'amai e che ella mi amò. Fuggimmo.

Diseredata, visse povera meco e felice, e morì due anni or sono. Il

mio pensiero, il mio lavoro, i miei guadagni, la mia vita io consacrai

ad allevare Luisa. Ella non serve nessuno, perchè voglio accasarla per

bene.

Ed io a lui:--A guerra finita, qualche giovinotto garibaldino te la

dimanderà, e da oggi mi offro compare dell'anello.

--Eccellenza, vi bacio la mano, conchiuse con enfasi l'oste arzillo.

In questo mezzo, la fanciulla apparecchiò la mensa sotto la pergola e

l'oste ci cosse una frittata. Rimirai lunga fiata, mentr'ella ci

mesceva il vino, le sue piccole mani vellutate e nitide come quelle

d'una duchessa.

Indi, approntati alcuni orci di vino e vari canestri di pane, che

l'oste in fretta mandò a comperare alla borgata di Solano, Luisa

percorse la fronte della colonna, dispensiera di cibo e d'entusiasmo.

Per ordine di Missori, il capitano Federico Salomone aveva già

opportunamente disseminate sentinelle ad impedire la discesa in

Bagnara di chicchessia. Verso mezzodì ci rimettemmo in cammino, ed

ecco Bagnara ai nostri piedi: grossa terra fabbricata sul colle e

serpeggiante alla marina. Vedevamo sulla spiaggia una striscia di

barchette, vedevamo l'andirivieni degli abitanti e dei soldati alla

spicciolata. Un vapore da guerra avanzavasi proveniente da Scilla, ed

una barchetta gli remigava incontro a ricevere o a recare dispacci.

Veruno indizio che il nemico si fosse avveduto di noi o che

sospettasse alcun male al mondo. La difficoltà riducevasi nel

sottrarci ai cannocchiali della nave. Vennero tolte le baionette e

rivoltati i fucili per evitare il bagliore delle canne. Scendemmo in

catena quatti quatti per mezz'ora, guizzando fra gli alberi, le siepi

e le viti. Ma Bagnara distava più che a primo aspetto non sembrasse. A

un tratto il monte dirupando, si dovette l'un dopo l'altro calare per

entro una fessura a scaglioni, aperta nel masso, di cento metri di

precipizio. Poscia distesi nei vigneti e negli oliveti, e procedendo

alla sordina, capitammo finalmente sopra Bagnara al tocco e mezzo.

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 3 / 15 段