inneggia alla lieta fortuna. L'Orfeo della spedizione. Ha sempre
marciato e combattuto col flauto in tasca.
Il cavaliero, le mule, i barili, il flauto, i presagiti prosciutti
mutarono d'incanto in tripudio le prime malinconie. Il flautista,
finito il brindisi, suonò una polka, che ballarono parecchie coppie di
soldati. Altri con voci combinate e fuse insieme l'accompagnavano
benissimo a guisa di violoncelli e di contrabassi. Sembravamo una
brigata di virtuosi ad una festività campestre, anzichè un povero
manipolo di patrioti militanti, avventurato fra quattordicimila
nemici, diviso da' suoi per un ordine di fortificazioni, per la flotta
e pel mare. L'Jonio e il Tirreno con onda purpurea, baciando i lidi
della Sicilia, la quale, avviluppata da una nebbia di luce d'oro,
pareva palpitasse in quel misterioso amplesso, l'indefinibile mormorìo
delle foreste di faggi, ond'era chiomata l'erta vicina, che
propagavasi sulla pianura in suono di note vocali, davano colore e
tono a quell'idillio.
Frattanto arrivò il cavaliero.
Noi l'abbiamo amorevolmente circondato, e gli facemmo magnifiche
accoglienze.
--Nella notte, egli fece, sparsa la novella in Reggio del vostro
sbarco, il comitato segreto vi spedì sei mule cariche di viveri, e mi
mandò sull'istante per ragguagliarvi che bande armate di Calabresi vi
raggiungeranno. Il nemico ne sequestrò quattro. Ma, continuò quel pio
per attenuare la dolorosa impressione patita dall'uditorio, si
riparerà senza indugio alla perdita.
Il maggiore Missori ed io, invitato il nostro ospite a scendere di
sella, ci appartammo seco lui per chiedergli particolareggiate
informazioni sullo stato delle cose. Egli ci chiarì che il paese
aspettava Garibaldi, pronto e risoluto a secondarlo, che la
costituzione borbonica ottenne accoglienze irrisorie, che ogni
transazione colla famiglia regnante diventò oggimai impossibile, che
del resto le truppe rimanevano fedeli, che si sarebbero battute sino
agli estremi, malgrado le disfatte di Sicilia, che, oltre i diciotto
battaglioni custodi alla marina, dieci guardavano il punto strategico
di Mileto, donde facilmente avrebbero vietato l'ingresso nella seconda
Calabria a forze tre volte superiori.
--La cura di ciò spetta a Garibaldi, osservò il maggiore. Sapete ch'ei
conosce il segreto di vincere coi pochissimi i molti, e d'espugnare
fortezze senza uopo di cannoni; come avant'ieri Milazzo.
Durante il colloquio, il cavaliero ed io ci guardavamo con curiosa
indagine come chi fruga nella memoria un'idea smarrita, onde
finalmente gli dissi:
--Mi pare di conoscervi.
--E a me voi.
--Io non venni mai in Calabria. Voi viaggiaste?
--Dopo undici anni di galera, nel cinquantanove viaggiai a spese di
Ferdinando II verso l'America. S'era in sessanta, e giudicammo miglior
consiglio indurre il nocchiero a sbarcarci nella Gran Bretagna. Mi
chiamo Gerace e nacqui calabrese.
--Ecco! vi conobbi a Londra.
--Tornai in Calabria di nascosto per prepararci degnamente ai nuovi
eventi. Garibaldi si mostrerà contento della mia patria.
Egli si assunse di traversare nella notte lo stretto con nostre
lettere al Generale. Il _lapis_ c'era, ma la carta mancava.
L'arrivo delle mule e la tirannia dell'appetito interruppero la
ricerca della carta.
--Ecco qua la carta, disse il maggiore mostrando un foglio greggio che
avvolgeva una forma di caciocavallo; e vi stese il rapporto al
dittatore. Sopra un pezzo rimasto io scrissi a mia moglie, per
assicurarla col fatto della scrittura ch'ero vivo e sano.
--_Sans adieu_, disse Gerace nel dipartirsi da noi. Ricomparirò con
una mano di Calabresi entro due giorni.
Le scolte del nostro piccolo accampamento annunciarono la colonna del
comandante. Sospese le mense, si aspettarono gli amici.
Per più ruinosi sentieri del nostro arrampicaronsi essi, e noi li
rivedemmo stracciati e sparuti. Ma l'insperata refezione e il favoloso
bicchier di vino distribuito a ciascheduno rinnovellarono gli spiriti
afflitti e fecero dimenticare le sopportate tribolazioni.
Rimessi in cammino e traversato l'altipiano, ci arrestammo ad una
fattoria che sorge al piede del monte di Sant'Angelo. Ivi piantammo
gli alloggiamenti. La fattoria, vecchio edificio solidamente costrutto
e chiuso, aveva le sembianze d'un castello. Secolari faggi
ombreggiavano i suoi dintorni, temperavano gli ardori quasi tropicali
dell'agosto in quell'ultima regione d'Italia, e davano asilo alla
nostra milizia. Il comandante e lo stato maggiore abitavano la casa
dei contadini, prospiciente la pianura, che componevasi della cucina e
di tre cameruccie basse, affumicate e misere. Il resto dell'edificio
granai, cantine, fienili, rimesse e stalla; ma senza grano, senza
vino, senza fieno, senza carri, senza animali. I due cordiali
contadini ospiti nostri, cedettero il gramo letto coniugale al
comandante; noi si dormiva sulle panche.
Il quartier generale era relativamente numeroso e singolare. Il
colonnello comandante, un maggiore, quattro capitani, un luogotenente,
due sottotenenti. Tre mesi addietro, di cotesti nove, uno era poeta,
due avvocati, uno mercadante di tele, uno fotografista, uno notaio,
uno ingegnere, uno agricoltore e uno letterato; quasi tutti soldati
volontari nelle guerre italiane dell'indipendenza, indi esuli, o
carcerati. Il coraggio e l'intuito supplivano alla scienza militare.
La mala riuscita della spedizione scemò autorità al comandante, il
quale sentì il bisogno di agire dietro proposte discusse nel seno dei
nove. I nove componevano il Consiglio di guerra in permanenza, il
quale entrò in funzioni il mattino del 10 agosto. Altri propose di
gettarsi sopra Cosenza e provocare l'insurrezione nelle due Calabrie
superiori, altri di tentare un'irruzione su Reggio. Vinse il partito
di attendere sino all'indomani i soccorsi calabresi e di eseguire,
quale obbietto invariabile della nostra azione, una serie d'assalti
improvvisi lungo lo stretto, tirandoci dietro il maggior nerbo di
nemici possibile, per assottigliare i reggimenti che presidiavano la
costa, e rendere così più agevole lo sbarco a Garibaldi. Stabilita
inoltre la nostra base d'operazione sui gioghi d'Aspromonte, eravamo
in grado di ricevere istruzioni fresche da Garibaldi stesso.
I contadini c'informarono che avremmo trovate qua e là pecore, patate
e cipolle, e limpidissime fontane da per tutto. Laonde rimaneva
sciolto il problema delle vettovaglie.
Sul meriggio capitarono ben centoventi calabresi in sandali, cappello
conico e brache corte a similitudine del nostro pastore. Li guidava De
Lieto. Ognuno aveva fucile con baionetta, due pistole a pietra alla
cintola e coltello. Il giorno susseguente crebbero d'un centinaio
capitanati da Plutino, e d'un centinaio la sera con Gerace. De Lieto e
Plutino reggiani, Gerace di Catanzaro.
Io contemplai con ammirazione in quegli alleati uno dei più belli tipi
della razza umana. Appartenevano essi alla costa bagnata dall'Jonio ed
erano campagnuoli. Di statura media, di membra asciutte e vigorose; i
capelli nerissimi cuoprivano, come nelle statue antiche, la fronte
quadra e piena, e sotto due sopracciglia sottili e leggermente arcate
sfavillavano grandi occhi a mandorla, neri quanto i capelli; pure un
senso arcano di mestizia velava la vivacità della loro espressione. Il
naso era fine e olivastra la tinta del viso, ornato di barba folta. La
testa, piuttosto piccola, posava sovra un collo erculeo, pei calori
estivi ignudo; ignudo aveano anche il petto velloso. Parevami che la
vetustissima stirpe della Magna Grecia si fosse in costoro mantenuta
nella sua primitiva integrità. Certamente due famiglie differentissime
abitano le sponde dello stretto di Messina. Se nella calabrese si
addita l'innesto greco sul tronco italico, nella sicula vi si discerne
l'innesto africano. In me le due genti, come i due paesi, produssero
l'impressione di due mondi.
Epperò di tre nuovi uffiziali, di data ancora più recente,
arricchivasi il Consiglio di guerra. E sommò a dodici. De Lieto e
Gerace capitani; Plutino colonnello. Costui, de' principali cittadini
di Reggio e di molto seguito in quest'ultima Calabria, venne a
dividere la nostra sorte per afforzarci della sua influenza politica
nelle nostre operazioni militari, e, abbellito il proprio nome di fama
guerriera in tempi pendenti all'eroico, per presentarsi a Garibaldi,
dopo lo sbarco, governatore nato della provincia, o quanto meno capo
della guardia nazionale. Veramente la sua azione politica non ebbe
grandi occasioni di manifestarsi in quelle selve e in quei deserti
campi di patate, ma risentimmo il salutare influsso de' suoi anteriori
provvedimenti, nella spedizione periodica dalle circostanti borgate
delle sante mule cariche di vivande e di vino. Ed elle arrivavano
scalpitando, ragliando, alzando il muso e aprendo le labbra al
sorriso, quasi per chiara coscienza del pietoso officio. E fra i
soldati riconoscenti altri ne tergeva il sudore, altri ne confortava i
riposi con eletto strame.
Il colonnello Plutino, uomo sui cinquant'anni, gentiluomo, di viso
simpatico e di voce, alto e prestante della persona, di facile e
sensato eloquio, guadagnossi prestamente gli animi; e le sue attinenze
personali col conte di Cavour, se lo resero men gradito nel nostro
campo ove predominavano spiriti democratici, conferirono certamente
qualità al suo nome e al suo consiglio. Lungamente esule, pratico di
varie genti, accostumato alle lotte della politica, aveva acquistato
quella destra pieghevolezza che schiva la discussione ardente, e
concede posto d'onore all'altrui opinione, quell'arte di non istancare
con prolisso discorso, quella perspicacità di svolgere un'idea alla
volta, inducendola da un fatto, ma celando che essa fosse la morale
della favola.
La presenza di lui turbò i pensieri del nostro comandante. Calabresi
entrambi, agognavano al primato nelle Calabrie, e l'uno appariva
intoppo all'altro. Benchè il comandante fosse colonnello e garibaldino
solamente da una settimana, Plutino vedeva con occhio torbido sul
crine del duce del primo sbarco in Calabria tremolare una fronda
qualunque d'alloro, che mancava alla propria corona; presagiva che
l'evento, benchè fallito nel suo primo scopo, avrebbe procurato al
rivale una pericolosa celebrità; se ne rodeva e meditava di
scavalcarlo.
Di poco favorevoli apparenze, piccolo, magrissimo e livido, il
comandante non possedeva nè eloquenza, nè scienza, nè pratica
militare. Mi sollecitò in Milazzo di condurlo in assisa di colonnello
alla presenza di Garibaldi. Dichiaratoglisi esperto dei luoghi e degli
uomini calabresi, e in segrete comunicazioni coi soldati del forte
d'Alta Fiumara, ei s'impegnò di consegnargli il forte in una notte, se
condottiero di pochi dal cuore saldo. Il patriotismo di lui era
provato, il coraggio presunto, non dubitabili i concerti narrati.
Tanto bastava al Generale per affidargli l'impresa. In quanto al
successo, Garibaldi riposava con animo tranquillo sugli uomini onde
formò il piccolo corpo di spedizione.
Se non che il comandante stavasi pago di campeggiare in Calabria, nè
gran che si doleva del forte non preso, e forse non ci aveva mai
pensato molto seriamente. Almeno i nostri soldati così credevano, e ne
mormoravano, e rammaricavansi d'obbedire ad uomo che non conobbero in
campo, e tanto più acerbamente per gl'indugi frapposti al pronto
operare, sembrando loro tardi di segnalarsi agli occhi di Garibaldi
con qualche gesto degno del proprio passato. Desideravano che il
comando venisse assunto dal maggiore Missori, capo delle guide a
cavallo, valoroso e amabile uffiziale. Taluno nel Consiglio dei Dodici
favellò in questa sentenza, e ne nacque disputa penosa e infiammata.
Gli uffiziali calabresi parteggiavano pel comandante come paesano e
noto in quelle provincie. L'istesso Plutino ne li secondava, perchè,
consigliere e difensore degli atti prudenti e d'una cauta strategia,
antivedeva in che gravi repentagli sarebbe stato tratto dall'audacia
del maggiore.
Si statuì alfine, sulla mia proposta, che il colonnello, serbando il
comando ideale, provvederebbe all'agitazione politica da promuoversi
nelle Calabrie, e che il comando reale l'avrebbe il maggiore. Il
colonnello piegò a cosiffatto divisamento, avvegnachè una lettera di
Garibaldi, consegnata durante la seduta, ingiungevagli di porsi
d'accordo col maggiore.
Subitamente il maggiore, un calabrese ed io, cavalcando le mule dei
viveri, calammo a mare per esplorare le forze e le intenzioni del
nemico. Pervenuti ad un poggio che domina il forte Torrecavallo,
vedemmo schierato un battaglione intorno alla cinta, reduce dalla
messa. Ci mostrammo sulla sommità a due tiri d'arco. L'inattesa
apparizione di due camicie rosse alle spalle del forte provocò il
segno dello all'armi. Il battaglione dopo varie manovre ci salutò a
carabinate. Noi ci affacciammo successivamente da altri poggi, e
mentre un'ala dei regii cercava di girarci, i rimasti ci saettavano
alla bersagliera. Nel dubbio che i nostri volteggiando fra quei colli
studiassero un assalto, tutti i posti nemici, nella lunghezza di
parecchie miglia, si atteggiarono a difesa. Intanto noi, ripetuta la
via, sul tramonto smontammo ai nostri alloggiamenti. Abbandonato
immediatamente monte Sant'Angelo, si mosse al nord-ovest d'Aspromonte,
salendo all'altipiano dei Forestali da cui spiccasi l'ultima cima di
quell'immenso gruppo appenninico, tragicamente illustrato due anni più
tardi, nell'istesso mese, dal generale Garibaldi. E vi giugnemmo
all'alba. Il quartier generale si stabilì in una casa nuova, non
finita, deserta, detta dei Forestali. La casa giace dove l'altipiano
finisce e principia l'erta pittoresca, deliziata da copiose sorgenti
d'acqua freschissima e pura che serpeggiano in ruscelli perenni.
Volgeva il quinto giorno. Nè pettine aveva solcato i miei capelli, nè
acqua confortata la mia faccia, nè l'unica camicia ottenuto il cambio
nel suo ministero da più pulita compagna. Un paio di guanti gialli che
fin allora non cavai, solo oggetto di lusso, conservarono
sufficientemente nitide le unghie e le mani. Malgrado il sonno e la
stanchezza grande, non mi riescì fatto di addormentarmi. Stetti tre
ore in uno stato di febbrile vaneggiamento. Indi mi riscossi:
spaventato e frenetico fuggii l'orribile albergo. Sembravami che cento
formiche brulicassero sul mio corpo, mordendolo senza misericordia. Le
giudicai formiche al tatto, ma erano pulci bisavole alla vista. Corsi
al ruscello, e con precipitazione sbattendole dai panni le annegai.
Risalito il ruscello ove l'onda spandevasi in laghetto, ridivenni
l'uomo di cinque giorni avanti, con un lustrale lavacro. Poi m'accorsi
che mancavano i pannilini. Epperò mi rasciugai al sole, e riposai
soavemente all'ombra di quei boschi superbi sovra un letto soffice di
foglie cadute in molti autunni.
Faggi e pini a ombrello e alcuna quercia si raggruppano ivi in masse
diverse e spartite: l'accozzamento di verdi differentissimi e la più
differente struttura degli alberi inducono una combinazione attraente
di prospetti e di colori. La comune robustezza e la comune vetustà
imparentano quella varietà mirabile. Gli alti fusti e le separazioni
delle masse, permettendo alla luce di penetrarvi, conferiscono
all'insieme una trasparenza che rende eleganti quelle forme
gigantesche. Fra una massa e l'altra s'interpongono umili famiglie di
nocciuole, di minori alberelle e d'odorifere madreselve, onde si
disegnano sentieri e viottoli e meandri che paiono opere d'arte
squisita. Pochi passi dalla pendice separano la mite temperatura della
primavera dagli ardori dell'altipiano, ove nella notte il freddo è
intenso. Quivi il sole ci bruciava, e le stelle c'intirizzivano.
L'altipiano descrive un semicerchio di molte miglia di raggio, la cui
base è l'erta, e solo punto sull'orizzonte il cilestro cono troncato
dell'Etna. Ad enormi intervalli notasi, unica piacevole discordanza in
quella interminabile monotonia, qualche capanna e qualche chiuso per
le vacche, ma nessun vestigio d'animale vivente. L'altipiano sta a
cavaliere di Torrecavallo, di Scilla e di Bagnara; e la fama che due o
tre migliaia di calabresi armati campeggiassero con noi, pose il
nemico in grave cura.
Esso spinse una forte ricognizione sino a Monte Sant'Angelo, e sguernì
il lito da Torrecavallo a San Giovanni di due battaglioni, che si
attendarono sulle alture. Dilungandoci dalla fattoria di Sant'Angelo,
noi ci dirigemmo alla volta di Reggio. I contadini della fattoria
udirono susurrare d'una sorpresa in questa città, e interrogati dal
nemico, lo assicurarono che vi ci eravamo avviati. Se non che nella
notte, operato un subito _dietro fronte_, si ascese ai Forestali.
Il maggiore Missori propose al Consiglio dei Dodici un'irruzione in
Bagnara. Plutino obbiettava vivamente che Bagnara guardavano tremila
borbonici, che le truppe di Scilla ci avrebbero minacciato di fianco,
che da Sant'Angelo saremmo stati circuiti e impediti nella ritirata ai
Forestali, che destreggiandoci intorno alle occupate altezze avremmo
parimente conseguito il fine di costringere alquanti battaglioni sulle
nostre pedate, e che frattanto nuove bande paesane sarebbero giunte
ausiliarie al nostro campo.
--Noi, signor Plutino, replicò il maggiore, non contraemmo l'abitudine
di numerare il nemico; i Mille di Marsala vinsero a Calatafimi e
liberarono Palermo. Qui siamo devoti a morte, ma vogliamo morire
degnamente. Se rifiutate di seguirci coi vostri, andremo soli; troppo
sciolti e snelli del resto per non isfuggire ai tardi movimenti di
truppe regolari.
I partigiani dei propositi più arditi, costituendo i tre quarti del
Consiglio, votarono per Bagnara. Plutino, vuotato il sacco delle
obbiezioni, concluse volgendosi a noi:--Quando vi ascolto e vi guardo,
bravi giovinotti, io vi adoro, ma siete matti. Nondimeno starò con voi
sino alla fine.
Partimmo a mezzanotte, e traversato l'altipiano si cominciò la discesa
per luoghi quasi impraticabili e inusitati. La luna cortesemente
illuminava la via, ma su quelle ripidissime chine sgretolate si andava
più spesso a ruzzoloni che sui nostri piedi. Una risata ad ogni caduta
mantenne la colonna nel miglior umore, e alleviò una marcia di dieci
ore consecutive. Le squadre calabresi non risero mai, perchè colle
loro scarpe di cimossa reggevansi in gamba meglio di noi; ed anche
perchè la giovialità e l'allegria spensierata degli Italiani del nord
contrastano notabilmente colla serietà mesta e contemplativa degli
Italiani del sud.
Toccati i dorsi che dividono i versanti di Scilla da quelli di
Bagnara, vi collocammo i trecento calabresi affidandoli a Francesco
Curzio, l'uffiziale-poeta dello stato maggiore. Essi ci proteggevano
il fianco sinistro.
Eravamo scesi già sino alla zona abitata. Olivi, vigneti, cedri,
aranci, alberi di frutti d'ogni sapore ingemmavano quei clivi
lussureggianti. La vista del mare azzurro, della Sicilia, delle isole
Lipari, le quali pel purissimo aere sembravano vicinissime, la
certezza di menar le mani fra poca ora, e sopratutto l'incontro
d'un'osteria c'innondarono il petto di gratissimi affetti.
I nostri soldati, seduti sotto i festoni delle viti, piluccavano
beatamente i pingui grappoli pendenti di zibibo, a titolo d'antipasto.
Lo stato maggiore entrò nell'osteria. L'oste ci attendeva sulla porta
con uno schioppo da caccia a due canne e col cappello in mano. Datoci
con lieta faccia il benvenuto, soggiunse:--Eccellenze! viva l'Italia!
Io verrò con voi indicatore e guida, e intanto pongo a vostra
disposizione la mia canova e il mio forno.
Dietro di lui lampeggiavano due stupendi occhi cilestri che ci
guardavano con fanciullesca curiosità. L'oste appartandosi
proseguì:--Vi presento la mia figliuola, che avrà l'onore di servirvi.
Vestì gli abiti di festa all'annuncio della vostra visita, perchè
ell'è garibaldina. Comparve sulla soglia della bettola una bianca,
bionda e dolce giovinetta sui diciassette anni, che con garbo ci
salutò.--Guà! esclamai, la Madonna del Sacco di Andrea del Sarto! Chi
entrò nel chiostro dell'Annunziata in Firenze, ricorderà l'affresco
insigne di Andrea. La soave testa della vergine è qualche cosa di più
umano delle Madonne di Raffaello, e di più divino delle Madonne del
Murillo.
Uno zendado di panno caffè con frangia d'oro piegato a quattro doppî
copriva il capo della vergine calabrese e pioveale dietro le spalle.
Cinque fili di corallo le fregiavano il collo e il seno. Di sopra ad
una veste bianca scollata, con le maniche a campana, dal gomito in giù
ricamate agli orli ed all'ingiro della parte superiore del braccio,
essa portava un'elegante tunica fimbriata, di lana cremisi, alquanto
più corta della vesta. Il busto pure di lana cremisi, semi-aperto
davanti, con duplice riga trapuntata, disegnava due leggiadre curve
sopra le spalle.
Allo spettacolo d'una sì peregrina e delicata bellezza noi restammo
sospesi in atto. Io dimandai all'oste in quali acque avess'egli
pescata la rarissima perla.
E costui con visibile emozione:--Sua madre era una gentildonna. Io
nacqui in casa di lei e vi crebbi staffiere. Pare che fossi piuttosto
belloccio. Fatto sta che l'amai e che ella mi amò. Fuggimmo.
Diseredata, visse povera meco e felice, e morì due anni or sono. Il
mio pensiero, il mio lavoro, i miei guadagni, la mia vita io consacrai
ad allevare Luisa. Ella non serve nessuno, perchè voglio accasarla per
bene.
Ed io a lui:--A guerra finita, qualche giovinotto garibaldino te la
dimanderà, e da oggi mi offro compare dell'anello.
--Eccellenza, vi bacio la mano, conchiuse con enfasi l'oste arzillo.
In questo mezzo, la fanciulla apparecchiò la mensa sotto la pergola e
l'oste ci cosse una frittata. Rimirai lunga fiata, mentr'ella ci
mesceva il vino, le sue piccole mani vellutate e nitide come quelle
d'una duchessa.
Indi, approntati alcuni orci di vino e vari canestri di pane, che
l'oste in fretta mandò a comperare alla borgata di Solano, Luisa
percorse la fronte della colonna, dispensiera di cibo e d'entusiasmo.
Per ordine di Missori, il capitano Federico Salomone aveva già
opportunamente disseminate sentinelle ad impedire la discesa in
Bagnara di chicchessia. Verso mezzodì ci rimettemmo in cammino, ed
ecco Bagnara ai nostri piedi: grossa terra fabbricata sul colle e
serpeggiante alla marina. Vedevamo sulla spiaggia una striscia di
barchette, vedevamo l'andirivieni degli abitanti e dei soldati alla
spicciolata. Un vapore da guerra avanzavasi proveniente da Scilla, ed
una barchetta gli remigava incontro a ricevere o a recare dispacci.
Veruno indizio che il nemico si fosse avveduto di noi o che
sospettasse alcun male al mondo. La difficoltà riducevasi nel
sottrarci ai cannocchiali della nave. Vennero tolte le baionette e
rivoltati i fucili per evitare il bagliore delle canne. Scendemmo in
catena quatti quatti per mezz'ora, guizzando fra gli alberi, le siepi
e le viti. Ma Bagnara distava più che a primo aspetto non sembrasse. A
un tratto il monte dirupando, si dovette l'un dopo l'altro calare per
entro una fessura a scaglioni, aperta nel masso, di cento metri di
precipizio. Poscia distesi nei vigneti e negli oliveti, e procedendo
alla sordina, capitammo finalmente sopra Bagnara al tocco e mezzo.