--Se così è, vivrò per compierla. Porgendomi un sigaro, proseguì

coll'usata modestia: fu una semplice combinazione. Tacque per poco,

indi ripigliò: pensate che la costituzione bandita da Francesco II

abbia appagati i Napolitani?

--Avrebbeli forse, senza la spedizione di Marsala. Il re è giovane ed

innocente delle colpe del padre; ma i Napoletani odiano la sua stirpe

impastata di perfidia. D'altronde, l'unità nazionale oggi domina idea

sovrana, che voi, Generale, con questa spedizione faceste scendere

quaggiù dai cieli dell'astrazione e dell'utopia. Quind'innanzi nessun

profitto locale potrà soddisfare gli Italiani.

--Fino all'ultimo momento del mio soggiorno a Palermo mi si tormentò

con perpetue istanze di annessione al Piemonte. E tuttora la

cospirazione prosegue; mi s'intralcia il cammino. Che la facciano! A

me bastano poche migliaia di soldati per balzare in Calabria.

--A Palermo vi manifestai la mia opinione, ed ora ve la ripeto: Mero

grido di partito. Se voi cedete la Sicilia prima d'avere Napoli,

perdete la base d'operazione, e vi verrà impedito o quanto meno

contrastato il transito dello Stretto. Il programma fissò lo scopo

dell'impresa. Si parlerà d'annessione a Roma. Voi ne ammoniste di già

chiaramente i Palermitani dal poggiuolo del palazzo reale con quelle

parole monumentali, «dopo le battaglie, le urne e le assemblee.»

--Non siete persuaso che i Siciliani desiderino l'annessione?

--Desiderano l'unità italiana, non conoscono che Garibaldi.

--Sì, bisogna profittare dell'aura.

Garibaldi ascoltava il mio parere, come quello d'ogni patriota,

benignamente sempre. Ma è inesatta la voce diffusa e creduta ch'ei

ceda alle influenze e pieghi alle sollecitudini ed ai consigli altrui.

Veruna accusa più di questa lo crucciava; e se ne rammaricava sovente.

Io gli stetti vicino negli svolgimenti del dramma del 1860, e posso

affermare che egli ha un'idea propria sulle cose, lungamente e

solitariamente meditata. Solo quell'idea determina le sue azioni. Però

la piccola guerra, il raggiro, l'insidia, l'opposizione occulta e

pertinace lo irritano e lo stancano. Come leone che si sente avvolto

in una rete, ne rompe le maglie e va via sdegnoso.

Poscia, ragguagliatolo sullo stato dell'Istituto, sulla sostituzione

degli uffiziali, lo pregai di nominare altra persona in vece mia.

--Tenete in mano vostra la direzione e sceglietevi un vice-direttore.

Un bel giorno manderemo a chiamare il nostro primo battaglione: per

adesso lasciamo le cose come stanno. Indi, datemi alcune commissioni

che rendevano necessario il mio ritorno a Palermo, soggiunse: Mi

raggiungerete a Messina. Le truppe di Bosco ora s'imbarcano a bordo di

legni francesi. La vittoria decisiva del 20 chiuse il nostro lavoro in

Sicilia.

Quattro giorni in appresso mi gli presentai a Messina in camicia rossa

e colla nomina in tasca di sottotenente d'ordinanza di lui.

La spensierata festività della reggia normanna non riapparve al

quartier generale di Messina. Garibaldi, assorto in gravi pensieri,

divenne taciturno, e la sua fronte, sempre spianata e serena, si fece

corrugata e scura. Ogni dì, e spesso due volte, egli percorreva la via

da Messina al Faro.

Un dopo pranzo ve l'accompagnai in carrozza col maggiore Stagnetti, e

non si pronunciò verbo mai nell'andata e nel ritorno. Egli, come

soleva, salì sulla torre ad interrogare per lunga ora col cannocchiale

la riva opposta.

Ma più del problema militare del passaggio che il suo genio avrebbe

certamente sciolto, turbavanlo gl'inciampi politici che incontrava ad

ogni passo. E massime una lettera di Vittorio Emanuele che lo pregava

di rinunciare alla liberazione di Napoli, a cui peraltro il Generale

rispose, «le popolazioni mi chiamano; io mancherei al mio dovere e

comprometterei la causa italiana se non ascoltassi la loro voce.»

Cessata pertanto ogni incertezza, risoluto di proceder oltre, raccolse

tutte le forze nella costruzione d'un ponte invisibile fra Cariddi e

Scilla. Epperò egli sentivasi alfine nel proprio elemento, e dall'urto

delle difficoltà materiali scoppiavano per lui scintille di nuova

luce.

Il 7 agosto io era di guardia al palazzo. Chiamato nella sua

stanza:--Volete prender parte, mi disse, ad una impresa audace e forse

decisiva?

--Generale! risposi con impeto di contentezza.

--Domani alle quattro pomeridiane al Faro. Sarà opera di pochi scelti.

L'indomani, avviandomi al Faro in vettura, verso le due, incontrai il

dottore Ripari, l'invitai a montare, e gli ripetei il colloquio della

vigilia con Garibaldi.

Al vecchio soldato fluì subito il sangue alla testa, e nella lusinga

di potersi rifare della mancatagli giornata di Milazzo:--Vengo

anch'io, esclamò.

--E l'ambulanza generale?

--Troverà modo di tenermi dietro. Intanto vado io.

Garibaldi era a bordo dell'_Aberdeen_ ancorato sulla rada. Salimmo.

Egli passeggiava sul ponte.

--Eccomi agli ordini, Generale.

--Partirete col colonnello Muss..., e apparterrete al suo stato

maggiore.

--Generale! così Ripari, se mi permettete, andrò anch'io in compagnia

di Mario.

E il Generale con occhio affettuoso e con benevola ironia:--Non è

affare per voi; siete troppo vecchio!

Alle inaspettate parole, Ripari, acceso e spento quasi ad un punto,

stette muto e immoto. Poi riscotendosi mi stese la mano, sillabando

con voce abbassata d'un tono:--Sono troppo vecchio! Addio. Saltò in

una lancia, disparve, e tornò a Messina a piedi per provare a sè

stesso d'essere ancora abbastanza giovane.

Sull'imbrunire capitarono successivamente quattro ufficiali ad

avvertire il Generale che le loro squadre trovavansi al luogo fissato.

--Va bene: tornate là e attendetemi.

Un quarto d'ora appresso, seguito dal generale Medici, da due aiutanti

e da me, egli scese in un palischermo. Postosi al timone, si sguizzò

inavvertiti fra le molte barche, e s'entrò in un canale che serpeggia

intorno alle trincee del Faro. Alla foce stava preparato un navilio di

settanta barchette e sulle ripe alcuni gruppi di gente armata; quivi

fucilieri, costì cacciatori, colà guide, in silenzio, mentre

sull'attigua spiaggia dello stretto riagitavansi e romoreggiavano

migliaia di soldati nell'imminenza della ritirata.

Il Generale mi mandò al capo d'ogni gruppo per ordinare l'imbarco di

tre uomini in ciascuna barchetta. Ridiscesi noi a mare, le settanta

navicelle circondarono il nostro palischermo. Il Generale rapidamente

spartille in isquadre distinte per numeri. Ciascuna barchetta

governavano quattro rematori siciliani e un timoniere. Vi ebbe nel

primo istante un po' di confusione; mancavano i _revolvers_, le scale

d'assalto, alquanti soldati e parte della munizione. Alfine tutto fu

in punto. Quand'ecco le guide, armate di carabine, s'accorgono che le

cartucce superano la portata dell'arma; se ne sparge la notizia.

--Generale, gridò il non troppo accorto comandante della spedizione,

le cariche non vanno alle carabine.

Il momento era supremo; ogni indugio impossibile. Prontamente e con

accento soggiogatore, Garibaldi rispose:--Fatevela a pugni!

S'udì un sì collettivo ed elettrico.

Indi, ordinatomi di entrare nella barchetta del comandante,

maestrevolmente sviluppò in un girar di ciglio quell'ingombro

galleggiante che a foggia di spira avvolgeva la sua lancia. I tamburi

avevano già battuta la ritirata.

La quiete regnava profonda. Noi non udivamo che la voce di Garibaldi a

intervalli, sonora, concitata, onnipotente.

--O Rossi! rasentate la costa, dirigetevi sulla punta del Faro. Così

egli comandava in dialetto genovese.

Rossi, genovese, capitano di mare, sedeva al timone della prima

barchetta occupata dal colonnello Muss..., da Libero Stradivari, da

Ergisto Bezzi e da me.

Manovrando su e giù lungo la linea, il Generale stabiliva le distanze

fra barchetta e barchetta, fra squadra e squadra, e ammoniva i

timonieri. Egli più a mare di noi diresse la propria lancia alla punta

del Faro, disegnando una retta, e vi arrivò mentre la mia barchetta

spuntava dall'ultima estremità di Cariddi, e si affacciava al nostro

sguardo lo spettacolo del doppio mare.

--O Rossi!

--Generale!

--Puntate la prora su Alta Fiumara. Vicino a terra piegate a destra.

Approdino tutti sulla vostra sinistra.

E volgendo la parola al corpo di spedizione:

--A voi l'onore di precedermi. L'impresa è ardita, ma ho fede in voi.

Vi conosco a prova. Ci rivedremo fra poco... E intanto la piccola

armata gli sfilava davanti.

Suonavano le dieci. La brezza notturna increspava leggermente il mare;

le correnti dello stretto ci spingevano alquanto fuori della bocca del

canale, onde timoneggiando verso il punto fisso, l'avventurosa

flottiglia formava un arco stupendo, che io dalla mia barca in testa

di colonna vedevo mano mano disegnarsi. La notte era stellata e senza

vento, e fantastici volumi di nuvole coprendo la luna, spandevano una

oscurità propizia sul nostro passaggio. Il timoniere coll'acuto occhio

marinaro aveva a tutta prima ravvisati due legni borbonici della

crociera, i quali, passando sotto Alta Fiumara, muovevano alla volta

di Scilla. Verso il mezzo dello Stretto la luce rossa dei fanali e il

distinto brontolio del vapore che scaricavasi dal minor tubo, ci

segnalavano due o tre altre navi da guerra nemiche.

--In che l'oggetto della spedizione? dimandai al comandante, amico

mio.

--Nell'assalto inopinato del forte di Alta Fiumara, durante la notte.

Dianzi travestito penetrai in Calabria, m'affiatai con qualche

sergente calabrese mio compaesano; fo capitale sovra una parte del

presidio. Padroni del Faro da un lato, la presa di Alta Fiumara

assicurerà il transito dell'esercito, impedendo col fuoco dei due

forti di fronte l'avvicinarsi dei legni di Francesco II.

--Conducesti teco le guide del luogo?

--No, le troveremo di là. Appena a terra, egli mi commise, dividerai

il corpo in tre schiere, piglierai il comando di quella di destra e

risalirai il torrente fino alla strada quetamente, indi piegando a

sinistra, assalirai il forte dalla parte superiore, le altre

l'investiranno dal lato opposto. Una scala ad ogni cinque uomini. Mi

fu promessa una porta aperta: il resto colle scale, coi revolvers,

colle baionette. Un colpo di cannone annuncierà al dittatore il fatto

compiuto.

--Santo diavolone! Un vapore! Siamo perduti! ulularono esterrefatti i

nostri rematori.

Il pauroso grido volò di barca in barca, come eco cento volte

ripetuta. Girai l'occhio sulle barche seguaci, e notai un attimo di

sosta; un moto oscillatorio agitava quella magica curva natante, che

solo si discerneva pel solco argenteo dell'acqua e per le fosforiche

scintille provocate dal colpo dei remi. Ma essa conteneva intrepidi

petti, ai quali il profondare sarebbe sembrata una festa al paragone

del retrocedere.

--Non lo vedete? là sulla dritta? ci viene addosso, ripeterono i

rematori con voce soffocata, stesi boccone e cercando puerilmente

riparo dietro la sponda dello schifo. Noi li afferrammo per la veste,

e col revolver li costringemmo a rialzarsi e a remigare.

Rimessi in piedi ricaddero ginocchioni; con parole rotte dal singulto

e colle braccia aperte, imploravano misericordia per le loro famiglie,

invocando santa Rosalia e la Madonna dei sette dolori. Ripresi i remi,

si sforzarono di virare di bordo. Allora saltammo noi ai remi; laonde

eglino giudicarono miglior consiglio l'obbedire. Una scena consimile

accadde in ogni battello.

--Eccolo, eccolo là! gridarono.

Di fatti una massa nera, che noi non sapemmo distinguere dapprima,

avanzavasi visibilmente sulla nostra direzione.

--Ferma, comandò il timoniere Rossi, che in tale frangente mostrò

l'abituale bravura.

--Morte per morte, io dissi al comandante, dobbiamo tentare

l'arrembaggio.

--Il vapore più veloce di noi, rispose Rossi sorridendo della mia

imperizia, non si lascerà avvicinare, e ci manderà a picco standosene

alla debita distanza.

Nondimeno fu trasmesso comando d'investire il vapore in caso di

attacco.

Frattanto quella massa nera diventava sempre più manifesta e meno

nera, e non andò guari che in parte apparve bianca. Ci raggiunse

alfine.

--Un brigantino mercantile, proruppero in coro i rematori.

--Un brigantino, un brigantino! s'udì ripetere su tutta la linea: e il

brigantino col vento in poppa e a vele spiegate tragittando a qualche

metro da noi nel più alto silenzio, piegò verso l'ovest, e si perdette

rapidamente nell'oscurità.

Rinfrancatisi, i marinari si diedero a vogare a tutta lena.--Quelle

tre luci rosse costà, osservò uno di loro indicando colla mano due più

alte e la terza più bassa, sono due vapori e una cannoniera. Li

notammo partendo. Se ci veggono, siamo a tiro.

Ancora un quarto d'ora e la spiaggia calabrese ci si offerse alla

vista come una livida striscia sull'onda bruna.

--Avanti! comandò Rossi a' marinari; cacciate la prora nel lido. E

vôlto a noi: Seduti, signori. Indi con forza, a mezza voce, ai primi:

Voga, voga! Ed ecco la prora penetrar con violenza nella sabbia della

riva.

Desideroso di toccare per primo il suolo di Calabria, spiccai

prestamente un salto e fui a terra, ma il sottotenente Bezzi divise

meco quella priorità. In pochi minuti approdarono successivamente le

settanta barchette a mancina della nostra: poscia, vuote dei soldati e

delle scale, spesseggiarono al Faro.

Su quel ponte invisibile traversarono lo stretto duecentodieci

garibaldini.

II.

I pionieri.

In obbedienza alle ingiunzioni del comandante, correndo lungo la

spiaggia, composi le tre schiere.

Dal dosso sporgente del colle ci sovrastava il forte di Alta Fiumara

che a noi pareva già d'avere in mano.

Tornato al comandante, riseppi che le guide paesane mancarono al

convegno, ond'io a lui in suono di domanda:--Dunque?

Ed egli a me tranquillamente:--Si fa senza guide.

Postomi alla testa dell'ala destra, cinquanta uomini, salii l'asciutto

torrente di Alta Fiumara. I sassi bianchi ond'era aspro il letto

riflettevano una certa specie di chiarore in mezzo al buio fittissimo

che c'involgea da circa mezz'ora. Toccai prestamente la strada

maestra, e snodai alla bersagliera la mia squadra per approssimarmi

inavvertito al forte.

Sopravvenuta una vettura a tre cavalli, ne feci scendere i passeggieri

ingombri d'improvviso stupore, non forse dalla presenza di gente

armata, sibbene dal non paesano accento.

--Donde venite?

--Da Reggio e andiamo a Scilla. Siamo calabresi.

--Tranquillatevi. Non vi vogliamo alcun male. Ma per ora dovete

sostare.

--Signore, viaggiamo per negozi privati.

--A voi Calabresi saranno famigliari questi monti.

--Io li conosco, disse impetuosamente un giovinotto. Come cacciatore

li tentai per ogni verso.

--Va bene. Tu verrai meco mezz'ora.

--Signore, interruppemi altro di loro con voce di pianto, il mio unico

figlio! abbiate compassione d'un povero vecchio. Anch'io ho pratica

dei siti; concedetemi in grazia ch'io v'accompagni in cambio di lui.

--Verrete entrambi. Non ho un minuto da perdere. Chi mi regala un

sigaro?

Tutti ad un fiato:--Io.

Avuto il sigaro, fu acceso uno zolfanello, e a quella fiamma brillò la

camicia rossa.

--Ah! esclamarono esultando, garibaldini! Quando sbarcaste? quanti

siete? c'è Garibaldi? Nella tempesta dei quesiti mi diedero baci e

strette di mano e di braccia e di collo.

Poi con favella ansiosa soggiunsero:--Badate, signor capitano, che a

un quarto d'ora di qui oltrepassammo un battaglione di regii, diretto

a Scilla per rilevare i presidî dei forti.

Spedii immediatamente il sottotenente Perelli¹ ad avvertirne il

comandante.

¹ Questo valoroso pavese è stato ferito al petto nel

combattimento del 21 luglio 1866 a Bezzecca.

Interrogatili sulle forze borboniche da Reggio a

Scilla:--Quattordicimila uomini, disse il vecchio. E voi?

--Il nostro nome è legione!

Frattanto mi venne udita una vivissima moschetteria e poco dopo un

colpo di cannone dal forte. Ordinato al cocchiere d'andarsene, augurai

la buona notte ai viaggiatori, trattenendo le due guide.

--Eccoci scoperti, pensai; l'impresa fallì; non ci avanza che di

vendere cara la vita. Raccolti i miei, mossi verso il forte in linea

obliqua per comunicare col resto della colonna, che giudicai in grave

pericolo, avendo alle spalle il mare, e per vigilare ad un tempo

l'arrivo del battaglione nemico. A breve tratto di là rovesciai e

dispersi una pattuglia borbonica alla baionetta, traendo due

prigionieri. Un momento appresso mi fu segnalato un drappello di

soldati all'alveo del fiume. Invertita la fronte e avvicinatici l'un

l'altro:--Chi va là?--_Calabria_--_Messina_: nostra parola d'ordine.

Il maggiore Missori e le guide.

--Che c'è di nuovo?

Ed egli:--Venuti per sorprendere fummo sorpresi.

--Ed il resto della colonna?

--Muove parallelamente alla montagna.

--Ma come accadde che il nemico s'accorse di noi?

--Il comandante non sapeva nemmeno ove giacesse il forte. I cacciatori

Bonnet, i quali formavano la sinistra, spintisi fino alla cinta,

s'imbatterono in una grossa pattuglia.--Arrendetevi, disse

l'ufficiale. La pattuglia rispose con una scarica a pochi passi. I

nostri d'un balzo le si avventarono addosso e la ributtarono

precipitosamente nel forte, malconcia e scemata. Portata la notizia

colassù, tuonò il cannone d'avviso. Ecco quindi in vista i fanali di

due vapori da guerra.

--A momenti un battaglione di regii avvilupperà tra due fuochi il

corpo del comandante e fors'anche il nostro.

--Il comandante lo sa.

--Appiattandoci dietro il ciglione superiore alla strada, potremo,

benchè pochi, cogliere all'impensata il battaglione nel suo passaggio,

fulminarlo a bruciapelo, sbaragliarlo e vendicarci dell'impresa

mancata.

--L'ordine preciso è di guadagnare la montagna. Terremo però d'occhio

il battaglione, per tutelare i nostri se in ritardo. Cerchiamo una

guida al primo casolare.

--Ne ho due meco.

Collocate sentinelle morte a corta distanza dalla strada, volteggiammo

sulla sinistra sin che avemmo certezza che il grosso della colonna

pervenne in sicura parte e che il battaglione passò oltre. Poscia,

rivalicato il torrente, si cominciò l'ascesa per luogo dirupato e

talora quasi insuperabile, figurandosi a parapetti. Se il buio e

l'esagerata opinione delle nostre forze, siccome risapemmo dai

prigionieri, non trattenevano il nemico dall'inseguirci, eravamo

perduti. In quei frangenti desideravamo le scale che, diventate

impaccio, furono abbandonate. Montando l'uno sull'altro, superammo i

parapetti. All'ultimo dei nostri rimaso si sporgeva dall'alto un

fucile ch'ei afferrava a due mani, e, stampando passi scivolanti sul

parapetto, venivagli fatto di alzarsi sino alla portata delle braccia

d'altri soldati che tiravanlo al nuovo stadio. Affranti dalla fatica,

grondanti di sudore, si proseguì fino a notte alta quel sentiero da

camosci. Gradualmente alleggerito l'animo dell'angoscia per la non

riuscita spedizione, abituati, come si era, alla vittoria, e pel

temuto corruccio di Garibaldi, si tirava innanzi esilarati di tempo in

tempo da qualche facezia dei soldati, molti dei quali studenti

d'università.

--Una capanna! esclamò uno di loro dall'altezza del nuovissimo

parapetto. La speranza di trovarvi acqua da bere balenò quasi raggio

di luce ricreatrice, quando si intese uno sparo di fucile, ripercosso

di monte in monte. Subitamente ciascuno pose mano alle armi.--Cosa da

nulla, disse un soldato in dialetto veneziano: nel porgere il fucile

lungo il parapetto, partì la botta e mi forò la mano. La palla aveva

trapassato il palmo della mano. Gli diedi la mia pezzuola per fasciare

la ferita e lo condussi alla capanna. Il solo medico della spedizione

trovavasi col comandante. Il ferito, curato ivi alla meglio, continuò

intrepido la marcia, abbastanza disastrosa.

Un lumicino di ferro d'un becco, appeso ad un candeliere di legno

ricurvo, rischiarava con torbidi getti di luce la lurida e negra

stanza della capanna, appestata dall'odore di antica fuliggine che

l'ampia gola del camino esalava. Non valsero le nostre parole e la

cura d'ingentilire la voce a rassicurare una donna ed una ragazza,

rannicchiate sovra un giaciglio di paglia fradicia, le quali il

singulto quasi soffocava, perchè invitammo il marito e padre di

guidarci per miglior via. Non le vinse la pietà del ferito, non le

acquetò qualche moneta d'argento gettata loro in grembo, nè il

risaperci garibaldini e liberatori. Garibaldi e la libertà erano una

persona ed un'idea ignote in quella capanna. Le insolite armi in

quella inviolata solitudine ed in quell'ora della notte privolle

d'ogni senso di ragione.

Il pastore, che vide seguìto il suo insistente rifiuto di

accompagnarci dalle minacce, ed avvertì in due paia di piedate

sufficienti un principio d'esecuzione, si risolse di vestirsi.

Inforcate le brache di spelato frustagno, mozze al ginocchio, calzò

due sandali, di cimossa la suola e il tomaio, foggiati a punta ritorta

e legati con fettuccie a treccia intorno al collo del piede, ond'ei

camminava queto ed inavvertito come il Sonno dell'Ariosto che ha le

scarpe di feltro. Indi, messo un cappello conico di panno nero frusto,

orlato di velluto, dal cui vertice svolazzavano due liste pure di

velluto, e preso sotto il braccio un corto gabbano, disse addio alla

moglie ed alla figlia, le quali, prorompendo in acute strida, si

strinsero l'una l'altra convulse e disperate.

Sui muti passi del pastore ripigliammo il tribolato viaggio per

viottoli più agevoli. Presso la prima ora del mattino il cielo

principiò a rasserenarsi; potevamo scorgere la vetta sospirata, a cui

dovevasi arrivare. Vedevamo la lanterna di Cariddi ai nostri piedi e

più lontano lunghe strisce luminose che c'indicavano Messina, e più

lontano una piramide immensa e scura che sembrava sorreggesse l'arco

del cielo, ed era l'Etna. La notturna brezza, l'aria fine, la vista

dell'orizzonte ci rinfrancarono le forze semispente.

Si procedeva spediti, perchè nessuno di noi possedeva sacco o cappotto

o panno: non avevamo impicci d'ambulanza, nè di viveri, nè di

munizioni, e nemmeno di sigari.

Partiti per un'impresa di quattr'ore, per una sorpresa, ci trovammo di

un tratto capofitti nell'ignoto, con venti cartuccie ciascun soldato.

--Siamo in Aspromonte, ci fece il pastore, montagna deserta molte

miglia all'intorno. Quivi la terra si coltiva a patate e a frumento;

gli agricoltori vi ascendono dalle coste o dai più rimoti villaggi a

seminare e a mietere. Boschi di roveri, di pini e di faggi cuoprono la

massima parte di codesti dirupi.

A tali notizie lusinghiere, onde il pastore compulsato dalle nostre

interrogazioni, ci veniva consolando, i soldati facevano i più ameni

commenti, finchè si toccò in sull'alba la vetta.

Persuasi che la vetta fosse una vetta, ci occupò alta meraviglia nel

vedere spiegarsi al nostro sguardo una sterminata pianura, in fondo

della quale spiccava da capo la montagna. Licenziato il pastore,

cercammo ricovero in un pagliaio, ma il tremito delle membra e lo

stridore dei denti per vento freddissimo ci contrastarono il sonno,

malgrado la stanchezza grande, finchè il sole non ci ebbe intiepiditi.

Ci svegliammo alle nove, poi vennero le dieci, poi le undici.

«. . . . . e l'ora trapassava

«Che il cibo ne soleva essere addotto

«E per suo sogno ciascun dubitava.»

Stretti a consulta sul modo di vettovagliarci, disputavasi con varia

opinione senza che un partito razionale fosse manifesto, quando da

lunge comparve un cavaliero che, trottando alla nostra volta traverso

i campi di frumento mietuto, agitava per l'aria il cappello. Seguivano

più lente la sua traccia due mule cariche.

--Sento il fluido animale del prosciutto che s'accosta, disse un

soldato.

--Ed il fluido vegetale del pane che l'accompagna, soggiunse un

secondo.

Col cannocchiale del maggiore speculai i provvidenziali quadrupedi, ed

annunciai due barili. Un flauto a questa novella modulò dolcemente le

note del brindisi nell'_Ernani_:

«Allegri beviamo...»

--Un flauto! sclamai con gioconda sorpresa.

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 2 / 15 段