Del resto, il maggiore Rodi era valente istruttore, e in pia

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Nazionale Braidense - Milano)

Pubblicazione periodica. Esce al 1 e al 10 d'ogni mese.

BIBLIOTECA ROMANTICA

ECONOMICA

Una Lira al Volume

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ALBERTO MARIO

_______

LA CAMICIA ROSSA

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P. CANDI

LA PUBBLICITÀ

VOLUME UNICO

MILANO

EDOARDO SONZOGNO, EDITORE

14, Via Pasquirolo, 14.

1875

Esce al 1 ed al 10 d'ogni mese Pubblicazione periodica.

ALBERTO MARIO

LA CAMICIA ROSSA

LA

CAMICIA ROSSA

EPISODI

PER

ALBERTO MARIO

Terza edizione riveduta e corretta

MILANO

Edoardo Sonzogno, Editore

_14, Via Pasquirolo, 14_

1875.

Proprietà letteraria riservata.

Tipografia Sociale successa alla Cooperativa di Milano--Via S. Radegonda, 6.

ALLA MEMORIA

DI NULLO E DI ZASIO

EROI

La seguente lettera del compianto nostro concittadino Carlo Cattaneo

ci venne gentilmente favorita dal dottor Agostino Bertani, che egli

tolse da un copioso e interessante epistolario dell'illustre uomo, che

speriamo tra non molto di veder pubblicato.

L'EDITORE.

AD ALBERTO MARIO

SALÒ.

22 giugno 1866.

_Mio caro amico,_

Aveva letto avidamente il tuo libro _La Camicia Rossa_. Ieri ebbi il

tuo indirizzo e me ne valgo.

Il tragitto del Faro e le notti d'Aspromonte e di Castel Petroso mi

hanno fatto correre i brividi nelle ossa.

Ma, poichè fosti testimonio di vista anche al Volturno, dovevi aver

fatto un capitolo di più. Per le tante favole d'allora la battaglia

del 1.º e del 2.º ottobre è sempre un indovinello.

Hai la fortuna inaspettata, che a forza di tardare, il tuo libro

arrivò in un accesso di pubblica simpatia.

Nell'_Addio_ quel _Benone!_ mi parve una delle più belle righe di

Tacito.

--E siamo da capo. Tuttavia, mi par meglio che voi, non ostante tutto,

non siate mancati nemmeno questa volta¹, e non manchiate mai. S'alleva

un'altra generazione; si fonda una tradizione indistruttibile:

L'Italia armata, l'Italia libera.

I miei saluti e quelli di Anna alla tua Jessie. Spero rivedervi

contenti di voi stessi.

_L'amico tuo_

CARLO CATTANEO.

¹ Il Cattaneo allude alla guerra del Sessantasei.

LA CAMICIA ROSSA

I.

Il ponte invisibile.

Fra i grati ricordi del contatto personale col liberatore delle Due

Sicilie, veruno mi si affaccia così vivido alla memoria, come le

mattutine passeggiate a cavallo nelle vicinanze di Palermo sino alla

battaglia di Milazzo.

Erano giornaliera occupazione del dittatore comporre l'esercito,

provvedere alla cosa pubblica, aggiustare querele municipali,

temperare il troppo zelo degli amici, accorciare i panni degli

avversari politici, ond'egli, faticato da sì svariate cure, dalla

ressa di tanta gente, dal rumore di sì diverse favelle che ponevano a

severissima prova la sua natura semplice e amante di solitudine,

corcavasi di buon'ora. Ma l'aurora rivedevalo sempre fresco e con

faccia serena. Una tazza di caffè e a cavallo.

Una mattina abbiamo visitato il forte Castellammare, che il popolo,

esecutore d'un decreto dittatoriale, demoliva allegramente,

incoraggiato dai preti, i quali gli dimostravano nel papa

l'anticristo, nei Borboni una banda di sicarî, in Garibaldi il

messaggiero di Dio. Quel forte, terrore di Palermo, come Sant'Elmo di

Napoli, spariva alla parola del liberatore, quasi gigante di neve al

sole. Centinaia di mani gagliarde disfacevano i baluardi, le caserme,

i magazzini e le paurose carceri, ove giacquero tanti patrioti, e

dianzi gli ostaggi del 6 aprile.

--Eppure si afferma che questi popoli meridionali sono indolenti!

disse Garibaldi, fermando il cavallo davanti al lato del castello che

prospetta la città.

In quelle cotidiane peregrinazioni, i più frequentemente visitati

furono i conventi femminili che popolano i dintorni della città.

La figura leggendaria di Garibaldi aveva accesa la fantasia delle

monache palermitane, le quali ne diventarono santamente innamorate.

Ogni giorno comparivano alla residenza del Generale copiosi doni di

canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama, adorni di

filigrane, di nastri ricamati e d'ogni qualità di minuti lavori

monacali. Una letterina pia, ed anche uno zinzino erotica,

accompagnava il dono. Eccone una: «A Te, Giuseppe, eroe e cavaliere

come san Giorgio, bello e dolce come un serafino. Ricordati delle

monache di...., che t'amano teneramente, e pregano santa Rosalia che

ti faccia beato nel sonno e nella veglia.» Una mattina visitammo il

convento di..., fuori di Porta Nuova. Le monache, preavvertite,

prepararono una colazione coi fiocchi. La paziente industria del

chiostro, nella più svariata confezione di dolci, brillò sulla ricca

mensa. Castelli di zucchero, torri, tempietti, cupole di zucchero, e

nel centro la statua di Garibaldi di zucchero. La mensa aveva

l'aspetto di un bazar.

All'eccezione d'alquante attempatelle e di qualche rara vecchia, le

monache erano giovani e di famiglie nobili. Ci attendevano nel

refettorio, ove fummo condotti dalla badessa, che ricevette il

dittatore al vestibolo del monastero. Entrato questi nel refettorio,

le tosate vergini gli si affollarono intorno ansiose e commosse. La

fisonomia sorridente e soave del glorioso capitano e i modi compiti

del gentiluomo, le ebbero immediatamente affidate.--Come somiglia a

nostro Signore! susurrò una di loro all'orecchio della vicina.

Un'altra, nel calore dell'entusiasmo, gli prese la mano per

baciargliela; egli la ritrasse, ed ella, abbracciandolo vivamente, gli

depose quel bacio sulla bocca. La coraggiosa trovò imitatrici le

compagne giovinette, indi le più mature, e finalmente anche la

badessa, a tutta prima scandalizzata.

Noi si stava a guardare!

Nel corso di un mese si visitarono quasi tutti codesti conventi e gli

stabilimenti pii. E non fu sempre argomento di zuccheri e di baci. Il

Generale aveva in mira di penetrare i misteri sin'allora inviolati di

quelle antisociali clausure, di scoprire impuniti disordini, ignorati

patimenti, e di rimediarvi. Molte fanciulle, immolate dall'avarizia

dei parenti, o sviate da un passeggiero ascetismo, o vinte nella lotta

di più geniali e più umani affetti, trovarono in lui la provvidenza

riparatrice. Mai lo vidi sì profondamente turbato come durante la

visita ad un ospizio di trovatelle. Egli udì dal loro labbro la

pietosa istoria dei supplizî cotidiani:--Il pane infetto, i cibi

scarsi, la mondizia negletta, il non loro peccato rinfacciato. I volti

sparuti di quelle dolorose, le dilatate pupille, le misere vestimenta,

spandevano sinistro lume di verità sulla loro patetica eloquenza. Il

Generale, in mezzo a quelle poverette che gli si aggrupparono intorno

stringendogli le ginocchia, le mani, la spada, piangeva al loro

pianto, e veruno di noi rimase a ciglio asciutto. E quando i guardiani

brutali tentarono di scusarsi, uno sguardo terribile di lui li ridusse

muti e tremanti. Lasciati due de' suoi aiutanti per investigare e

riferire, ei rimontò in sella taciturno.

Giunto a Porta Nuova piegò a sinistra e, percorrendo la strada del

pomerio, si diresse alla piazza d'armi, che apresi all'occidente della

città sino ai piedi del monte San Pellegrino, ed entrò nell'ombroso

giardino reale della Favorita. Al rullo del tamburo e alla voce

_Galibardo_, _Galibardo_, in un baleno sbucò dai cespugli e schierossi

lungo il viale uno sciame di ragazzi, in camicia rossa di cotone, coi

gomiti laceri, quale calzato e quale no, e quasi tutti senza berretta.

Appena conquistata Palermo, Garibaldi ordinò ad un suo vecchio

commilitone di Montevideo di raccogliere quanti fanciulli poveri

potevagli venir fatto, e di addestrarli negli esercizî militari.

Era l'ora del riposo, epperò dal sollione di piazza d'armi essi

ritraevansi a quella frescura. Il maggiore Rodi, che lasciò la mano

sinistra a Montevideo e gliene sostituì altra di legno, galoppando

sulla fronte della brulicante legione gridava:--Allineamento a destra:

fissi!--Poi trattenuto il cavallo davanti a Garibaldi così

parlò:--Generale, condussi cento barbieri alla spiaggia, faticosamente

pescati nella città e nei dintorni, e stamane feci tosare tutti

costoro. Indi li feci tuffare in acqua. Nuotano come pesci! Ora sono

puliti, e si può avvicinarli senza pericolo. A quest'ultime parole il

Generale proruppe in uno scoppio di risa. Poscia dimandò:

--Quanti sono?

--Quasi duemila; e, profittando del lieto viso del dittatore, Rodi

soggiunse: colla paga di tre tarì, in una settimana avremo tutta la

figliuolanza di Palermo.

--Il mio intendente generale si rammarica di questa spesa.

--Ma ne caveremo dei bravi soldati in un batter d'occhio, Generale. E,

come saggio del loro progresso, il maggiore fece eseguire alcuni

movimenti.

Frattanto il Generale, volgendosi a me:--Questi poveri ragazzi,

esclamò, non sanno leggere, nè scrivere. Vorreste assumervi di fondare

una scuola militare per essi?

--Volentieri, Generale.

--Sta bene, ne riparleremo dimani al padiglione.

Io stesi, per sommi capi, un disegno d'Istituto militare, unico per

tutta la Sicilia, gratuito e capace di tremila allievi, nello scopo di

sottrarre, con una educazione virile, le giovani generazioni

dell'isola all'ignoranza profonda, sistematicamente mantenuta dal

governo borbonico. E l'indomani, verso il tramonto, andai al

padiglione per sottoporlo al dittatore.

Un ampio terrazzo, annesso alla reggia dei Normanni, forma l'ala

sinistra di quel complesso multiforme d'edifizî che appellasi palazzo

reale, all'estremità orientale di Palermo. In capo al terrazzo,

isolato e superbo sorge un padiglione costrutto sovra la Porta Nuova.

Lo abbelliscono due loggie; l'una al-* *l'ovest e infila via Toledo,

l'altra all'oriente e le s'incurva dinanzi l'emiciclo di Monreale, la

_conca d'oro_ dei poeti. Su due ordini concentrici di balaustri

elevasi la cupola con figura di piramide tronca foderata di zinco, e

sul vertice una lanterna, la cui punta vince la maggiore altezza del

palazzo. L'interno componesi d'una sala ampia e di due stanzuccie

oblunghe e disadorne. Era stanza da letto di Garibaldi quella che

guarda Monreale, abitava la seconda il suo segretario privato. Gli

aiutanti di guardia occupavano quattro letti collocati agli angoli

della sala e celati da paraventi.

Trovai il Generale in colloquio con un commodoro della marina

americana, ond'io m'accostai ad uno dei varî gruppi mescolati di

uffiziali garibaldini, della marina sarda, della inglese, della

americana, e di eleganti signore che verso il tramonto convenivano a

lieti ragionamenti sulla terrazza o alla galleria occidentale. Il mese

di giugno e parte di luglio del 1860 scorsero lassù inalterabilmente

abbelliti dal sorriso della vittoria, dai racconti delle nuovissime

maraviglie, dalla magnificenza del sito, dalla voluttà ch'effondeva

l'alito periodico dei sottostanti giardini, dal viso raggiante del

vincitore di Calatafimi, dalla fiducia illimitata nell'avvenire.

Garibaldi in quel padiglione era un mago. Si parlava dell'entrata in

Roma, di passaggio per Napoli, e dell'espugnazione di Verona come di

cose indubitabili prima dell'inverno. Il luogo, il tempo, gli eventi

producevano una specie d'estasi deliziosa che ravvicinava le distanze

e trasfigurava le cose. Vidi uffiziali inglesi partecipare a quelle

emozioni, a quelle illusioni, al pari delle più ardenti signorine di

Palermo.

Ed anche adesso¹, benchè il disinganno di quattro anni abbia spazzato

via con ala inesorabile fede e speranza, ci sono momenti nei quali mi

sembra di sedere sul terrazzo incantato, credendo nella realtà di

quell'avvenire che di lassù aprivasi allo sguardo.

¹ 1864

Ivi incontrai il maggiore Mosto, comandante dei carabinieri genovesi,

e mentre gli raccomandavo di aggiugnere alla sua schiera come semplice

soldato il capitano Ungarelli ferrarese, il caporale di guardia mi

annunciò che otto giovinotti di mia conoscenza bramavano di parlarmi.

Risposi li facesse passare.

Avanzavansi con passo vacillante, a guisa di convalescenti, squallidi

le vesti e l'aspetto. La barba rasa da alquanti giorni, crescendo

uniforme, faceva risaltare il malaticcio pallore del loro volto di

venticinque anni, anzi tempo alterato dai solchi della vecchiaia che

in quell'età sono i segni di lunghi tormenti e di angoscie profonde;

gli occhi erravano incerti o si affisavano senza guardare, e pareva

che il pensiero affievolito non avesse più virtù d'illuminarli. Io non

ne ravvisai un solo, e dissi sottovoce a Mosto:--Non li conosco.

Accostatisi e vedutomi, notai un subito rianimarsi delle loro

fisonomie come all'incontro di persona amica; io stetti sospeso in

atto; ed essi:--Non ci riconoscete più? esclamarono con accento velato

dalla commozione e un po' forse dal dispetto per la mia freddezza

inattesa. Siamo tanto mutati? La vostra sposa ci raffigurò

immediatamente e ci ha diretti qui a voi.--E voo scià, proseguì uno di

loro volgendosi al maggiore genovese, avete dimenticato Pezzi, che

_scio Carlo_ chiamava Sant'Andrea?

Mosto sentì rimescolarsi, e cangiò colore non al nome di Sant'Andrea,

ma a quello di Carlo suo giovine fratello caduto a Calatafimi.

--Veniamo, altri soggiunse, dalle galere di Favignana. Il 22 luglio

del 1857 ci stringeste la mano quando accompagnaste Pisacane a bordo

del _Cagliari_ nel porto di Genova, e ci diceste:--A rivederci fra

poco. Passarono tre anni; ora...

Trasalii a tali parole, ogni sillaba delle quali fu un getto di luce,

e interrompendoli mi gettai immezzo a loro, li abbracciai tutti ad una

volta, e come meglio mel consentivano l'agitazione, la gioia, la

maraviglia, il rossore, li nominai ad uno, ad uno, e proruppi:--Vivi,

ancora vivi!

E da capo strinsi loro la mano e li assicurai collo sguardo, colla

voce e col sorriso dell'allegrezza. Poscia ricominciai:--Ma non siete

tutti! Dov'è B...?

--Cadde nel conflitto di Sanza.

--E i fratelli F...?

--Furono trucidati dagli abitanti di Sanza.

--E G...?

--Morì di consunzione in carcere.

E chiesi d'altri assai; e di tutti riseppi la tragica fine, o per mano

dei contadini, o delle truppe di Ferdinando II, o dei manigoldi.

Chiesi in fine se qualcuno di loro avesse veduto cadere il colonnello

Pisacane. E veruno lo vide, e ciascuno ne parlava con diverso

racconto. Il modo della morte, pur troppo indubitabile, di quel

valoroso rimane tuttavia e forse rimarrà un'incognita.

--Or bene, ripigliai, in che posso aiutarvi?

--Vi domandiamo due cose: otteneteci di appartenere al corpo dei

carabinieri genovesi, e presentateci a Garibaldi.

--Il maggiore Mosto che qui vi ascolta, ne è il comandante.

Alzata la destra alla berretta gli fecero il saluto militare, indi si

atteggiarono sul _guarda voi_. Mi apparvero tutt'altri da coloro di

poco innanzi: il patriottismo, l'ardore guerriero e la speranza

avevano visibilmente rinnovellate quelle membra affrante.

--Sarò orgoglioso d'avervi compagni, disse il maggiore accarezzandosi

la lunga barba; ma le catene e le sventure vi fiaccarono la salute.

Non reggerete alla prima tappa.

--Provateci, rispose un d'essi con rispettosa fierezza.

E un secondo:--Tagliata la corda che c'incurvò a guisa d'arco, ci

raddrizzammo come prima.

E un terzo:--Giudicateci dall'animo e non dalla magrezza.

A cui il maggiore:--Sapete maneggiare la carabina di precisione?

--Sappiamo; e ancora più la baionetta.

Alle categoriche risposte il maggiore non ebbe di che replicare, e li

accettò nella sua piccola falange, la più segnalata fra i Mille.

Il dittatore, appoggiato al parapetto della galleria, contemplava

affettuosamente Enrico Cairoli, giovinetto pavese che aveva la fronte

forata da una palla di Calatafimi, e un semplice O di panno proteggeva

lo scoperto cervello. M'avvicinai e gli dissi che i superstiti

compagni di Pisacane desideravano di stringergli la mano.

--Fateli venire, ei rispose con vivacità; quanti sono?

E in così dire mi seguiva nella sala.

Gli otto, presagli la mano, lo divoravano cogli occhi, che in un

attimo si bagnarono di lagrime, e le loro labbra tremanti non seppero

articolare un solo detto.

--Ecco, sclamò egli voltandosi a me, ecco in epilogo la filosofia

della storia: noi che la fortuna favorì colla vittoria abitiamo in

palazzi reali. Questi prodi, perchè vinti, vennero sepolti nei

sotterranei di Favignana. Eppure la causa, l'impresa, l'audacia furono

identiche.

--Forse il tempo non fu così bene scelto, io osservai, e certo la

popolarità del capo non così grande.

--I primi onori a Pisacane precursore, e a questi bravi nostri

pionieri, ripigliò il Generale posando amorevolmente la mano sulla

spalla del più vicino.

Lo sguardo di lui, il suono della voce, la sua non avara ammirazione

pel loro capitano adorato parve infondessero nuovo sangue nelle vene

di quegli afflitti. Le traccie dell'atmosfera del carcere scomparvero.

Eglino si sentirono uomini e soldati ancora una volta.

Garibaldi, ideologo talvolta per diletto, ma pratico sempre per

istinto e per perizia dei casi del mondo, comprese che nel pallore di

quei visi l'appetito c'entrava per qualche cosa, e che, se i conforti

dello spirito furono necessari, un paio di polli arrosto e una

bottiglia di Marsala non sarebbero stati inutili. Ordinò pertanto che

si apprestasse loro una refezione e li gratificò di qualche scudo.

Dopo il silenzio d'alcuni minuti, il Generale, ritiratosi nella

propria stanza, mi fece di lì a poco chiamare. Egli giaceva sul suo

letticciuolo di ottone, il gomito sinistro appoggiato al guanciale e

il capo alla mano. A' piedi del letto c'era un tavolino quadrato

ripieno di carte, che servivagli da scrittoio, all'angolo opposto la

catinella e la brocca; sul dosso d'una sedia il _recado_¹, indi un

cassettone con suvvi una scatola di sigari; lo scudiscio che consiste

in una striscia di pelle nera rotolata dall'uno dei capi a forma di

manico; un piccolo specchio, il cappellino, il fazzoletto di seta che

suole portare sulle spalle; la sciabola a canto del letto, e

nell'angusto spazio fra questo e il cassettone, due sedie.

¹ Sella americana che in campo si svolge in piccolo letto

--Sedetevi, dissemi, e fumate. La scatola costà sul cassettone

contiene sigari di Nizza. Fumate di quelli. Essi sono, soggiunse con

mestizia, la sola cosa che mi avanza della mia povera Nizza. E in

questo dire, secondo il costume poco rovinoso dei Genovesi, accendeva

il solito mezzo sigaro. Io tacqui per non turbare con inutili

invettive la santità del suo dolore.

--Bisogna provvedere, sapete, a codesti bravi ragazzi.

--Generale, hanno chiesto di appartenere al corpo dei carabinieri

genovesi, e Mosto gli ha accettati.

--Davvero? Sempre i soliti straccioni! Dopo una pausa ripigliò: avete

steso il progetto per la vostra scuola?

Glielo presentai; egli lo approvò; anzi volle l'Istituto capace di

seimila allievi.--Organizzatelo senza indugio, conchiuse con piglio

contento.

--Sì, generale, a patto che l'opera mia sia gratuita, e che io vi

segua quando risalirete in sella...

--Dunque fate presto.

--Per far presto, Generale, bisogna ch'io non dipenda dai ministri, ma

da voi direttamente.

Senza replicare egli scrisse di suo pugno il seguente ordine:

«_Comando in capo dell'esercito nazionale._

«Palermo, 24 giugno 1860.

«Il signor Alberto Mario è da me autorizzato ed incaricato

dell'organizzazione del Collegio Militare. A tale oggetto gli saranno

somministrati i mezzi necessari.

«G. GARIBALDI.»

Munito di questa illimitata autorità, feci dichiarare, con decreto

dittatoriale, pertinenza dell'Istituto l'ospizio dei trovatelli,

fabbrica grandiosa e acconcia al mio uopo, con un reddito di 17,000

ducati. I sessanta trovatelli furono cambiati in allievi

dell'Istituto. Dalla materia prima, che il maggiore Rodi manipolava in

piazza d'armi, estrassi il primo battaglione di mille giovani dai

quattordici ai diciassette anni. Cominciata subito per costoro la

clausura, cessò la paga dei tre tarì. Il dittatore mi confortava

d'uffiziali egregi della schiera dei Mille; e fra i volontari

affluenti dall'alta Italia parecchi giovani, o ingegneri, o avvocati,

o giudici, o ancora studenti di università venuti in Sicilia per

combattere, molto virtuosamente mi si proffersero nell'increscioso e

umile officio di bassi-uffiziali. I ragazzi da educarsi, pronti di

mente e generosi, ma semibarbari e insofferenti di legge, non potevano

essere domati che dall'energia intelligente.

Gettate le basi d'un sistema completo d'istruzione militare

elementare, riserbai ad altro tempo la superiore. Percorsa la carriera

fissata, gli alunni per esame sarebbero usciti bassi-uffiziali o

sottotenenti. Condizioni per entrarvi, fede di nascita e fede medica.

Le scuole vennero aperte immediatamente, e nel giro d'una settimana

agivano in piena regola. Le manovre, la ginnastica, la scherma, il

bersaglio, gli studî, la fermezza, le buone maniere e l'esempio dei

capi trasformarono a vista d'occhio quei monelli di Palermo in fieri e

compiti alunni.

Affidai il comando del primo battaglione al maggiore Rodi. Vissuto

lunghi anni nelle foreste americane, in lotta perpetua colla natura e

coi soldati di Rosas, contrasse un po' le sembianze d'uomo selvaggio

in certi lampi dello sguardo, in certi moti combinati di

raggruppamento e di slancio, che ricordavano il balzo della fiera, in

certi gridi acuti come quei degli abitanti dei Pampas. Guadagnatisi

gli spallini di maggiore dagl'infimi gradi a furia di prodezze, non

era in molta confidenza coi libri e con le penne. La paterna tenerezza

di lui pei suoi _piccoli diavoli_, siccome ei li chiamava, toccava il

cuore, benchè non troppo proficua alla disciplina.

Sui rapporti serali dei capitani essendo io obbligato di condannare

agli arresti, per tre, per cinque o per dieci giorni parecchi di

costoro, il maggiore agitavasi, e la sua mano di legno urtava nella

sciabola, volendo accennare all'accusatore di tacere. Faceva segni

cogli occhi, tossiva, si soffiava il naso.

--Maggiore, vi prego...

--Sono agli ordini, signor comandante, volevo dire..., poveri

ragazzi..., dieci giorni di prigione..., fa tanto caldo..., per questa

volta... Ma (alzando la mano di carne alla berretta) chiedo scusa.

Un giorno, visitando la prigione, lo sorpresi in atto di porgere agli

arrestati ciambelle infilzate nella punta della spada.

--Signor comandante, egli fece alquanto imbarazzato, stavo riducendoli

alla ragione.

--Colla punta della spada?

--Avevo in tasca una chicca: che vuole! i Siciliani sono ghiotti di

caramelle.

Entrato nel carcere, scopersi che avevano scassinata la porta e

apprestata la fuga.

--Sa, comandante, osservò il maggiore con aria di lumeggiare il lato

estetico dell'attentato, che ci volle una bella forza a smuovere

questa porta: sono gagliardi come beduini codesti capi ameni! E,

nell'enfasi dell'esclamazione, dava uno scapezzone a quell'uno che gli

stava più vicino. Io ordinai che fossero incatenati. Nell'udire la

spietata parola in suono che non consentiva replica, il maggiore

impietrò. Mandai a rinforzare il posto di guardia ed uscii. Egli mi

seguì in silenzio. Nel varcare la soglia si rivolse ai detenuti, e coi

denti stretti e le labbra socchiuse alzò contro di loro il pugno. Io

lo vidi con la coda dell'occhio, ed egli assettandosi la tunica e

atteggiandosi a severità, con voce grossa e con faccia burbera,

ingiunse alla sentinella di guardarli a vista. Indi, ammiccato il

caporale di picchetto, gli commise di rasserenarli con un residuo di

caramelle che levossi di tasca e gli porse di sottecchi. Se non che il

caporale, tenero della legge e dell'ordine, credette dover suo di

mangiarsele.

Del resto, il maggiore Rodi era valente istruttore, e in piazza d'armi

inesorabile e fulmineo. In un mese il suo battaglione manovrava come

un corpo di veterani; e gli venne fatto di rendere mansuete quelle

nature vulcaniche col fascino della bontà, che lampeggiava sul suo

volto abbronzato a guisa di vene d'oro in quarzo.

Avvezzi alla libertà vagabonda, avidi del denaro, e beati a un tempo

di darlo ai parenti bisognosi, i quali prudentemente aggiravansi a

poca distanza per ritirarlo appena distribuito, quei ragazzi trovavano

insopportabile la clausura, insopportabile ancora più e ingiusta la

perdita del tre tarì. Ripensando che altri mille dei loro amici

avevano la libertà e i tre tarì, studiavano la fuga.

L'edificio dell'Istituto ha figura di un vasto rettangolo che

abbraccia il cortile. La cucina, il refettorio, i magazzini, la

cancelleria, le scuole al primo piano, al secondo i dormitori.

All'appello del mattino mancavano or otto, ora dieci alunni.

Nottetempo, arrampicandosi sulle spalle l'uno dell'altro sino alle

elevate finestre delle sale, annodate coperte e lenzuola, senza badare

al pericolo di fiaccarsi il collo, calavansi sulla strada, e rimessi i

cenci di casa, correvano all'alba fra i compagni di piazza d'armi a

ripigliarsi i tre tarì. Immediatamente raccolsi e chiusi nel monastero

di San Polo quei mille, accelerando l'ordinamento del secondo

battaglione. Tolta l'esca della paga, fu rimossa la causa della fuga.

Per maggiore sicurezza affidai la guardia dell'Istituto a un picchetto

di soldati della brigata Dunne, e collocai sentinelle agli angoli

esterni dell'edifizio.

Il colonnello Dunne, inglese, apprestava una brigata di Siciliani, e

sentendo imminente l'azione, industriavasi di colmare, come meglio gli

poteva riescir fatto, le larghe lacune dei suoi quadri. Adagiato su

una scranna nella spianata vicina all'Istituto, in soprabito di seta

cruda, fumando una pipa turca, esercitava le sue genti all'armi, che

per bizzarria vestì d'assisa bianca. Egli sedeva al centro ed esse

movevangli in giro a modo di ridda. Dunne guardava con occhio lucente

l'infiorescenza primaverile del mio primo battaglione, l'aria

marziale, la precisione dei movimenti, il precoce sviluppo fisico di

quei giovinetti.--Cari ragazzi! esclamava. Quanto sono contento di

cooperare anch'io col mio picchetto di custodia allo incremento di

questa gemma d'istituzione!--Per manifestargli la mia simpatia, una

mattina, ritornando col battaglione dalle manovre, ordinai alla banda

di suonare il _God save the Queen_, e al mezzodì, nel rilevare il

posto, egli mandò il picchetto doppiato. Era una gara di cortesie.

Nonostante mi mancavano sempre nuovi ragazzi, benchè sapessi di certo

che nessuno fosse più sceso dalle finestre. Un dì a caso ne ravvisai

uno, nuotante entro un'assisa bianca fra i soldati di guardia.

--Come sei qui? gli domandai maravigliato.

Arrossato e confuso ei rimaneva senza parola.

--Come fuggisti? parla, ripigliai con voce imperativa e scuotendolo

per la pistagna.

--Signor comandante, i soldati di milordo mi hanno detto che col

signor milordo sarei andato alla guerra fra poco, e un di loro mi

condusse in caserma.

--Quanti fuggirono?

--Molti, ma non so il nome di tutti.

Io tenevo d'occhio le finestre, ed eglino, sogghignando, se la

svignavano per la porta. Licenziai il picchetto, e il colonnello,

nella probabile persuasione che quei cari ragazzi se ne fossero iti a

lui in piena regola, me ne restituì alcuni. Gli altri avevano mutato

nome. Quind'innanzi cessarono le evasioni: gli alunni cominciarono a

capacitarsi che un tempo avvenire, ben altrimenti del recente passato,

onorevole e rispettabile stava loro dinanzi, e l'Istituto procedeva

alacremente e prosperava.

Incalzato dalle necessità del tempo, risoluto di partire con

Garibaldi, non risparmiai fatiche e diligenze. Vedevo e constatavo

ogni cosa di per me. Assistevo alle manovre, alle prove della banda

musicale, alle lezioni dei professori; verificavo le provvigioni di

cucina, saggiavo i cibi, vegliavo alla pulitezza delle mense e delle

stoviglie, all'esatta quantità delle razioni, alla salubrità

dell'edifizio e all'igiene. Sopraintendevo all'opera degli architetti

e dei muratori nella riforma delle case appartenenti all'Istituto.

Visitavo conventi e pubblici edifizî, per farne scelta, in vista dei

seimila alunni. Mercè dei pieni poteri, provvidi largamente i

magazzini d'ogni suppellettile militare. Organizzai l'amministrazione

in guisa che nel maneggio del denaro, stante un reciproco sindacato,

ci fossero le maggiori guarentigie. Feci arrestare un uffiziale

pagatore che sorpresi nella colpa, il quale fu condannato a dieci anni

di galera. All'infuori di questo fatto, fuvvi una emulazione di

onestà, di abnegazione, di buon volere.

Per proteggere l'Istituto dalle possibili ostilità del governo che

dovea succedere alla dittatura, lo denominai _Istituto militare

Garibaldi_. Ed anche presentemente si legge sul frontone dello

stabilimento codesta iscrizione. L'Istituto fu rispettato. Ed oltre il

nome di Garibaldi lo protesse la pubblica opinione, e massime

l'affetto del popolo, che guardava con orgoglio i propri figli

trasfigurati in _galantuomini_, appellativo del ceto civile nelle Due

Sicilie. Garibaldi, che n'era il vero fondatore, tenevalo sovra ogni

altra cosa carissimo e lo faceva argomento delle sue speciali

sollecitudini. Spesso, accompagnato dallo stato maggiore, capitava

all'Istituto e ogni mattina in piazza d'armi nell'ora della manovra.

Scendeva da cavallo, s'informava d'ogni particolarità, dava

suggerimenti, e ordini e provvedimenti efficacissimi, ed inebbriava

colla sua presenza uffiziali e allievi.

In poco d'ora l'Istituto non popolavasi di soli figli della plebe. La

sua buona fama, l'entusiasmo dell'epoca che tirava all'uguaglianza, le

seduzioni della carriera militare in momenti di guerra, e la non

ultima attrattiva del _gratis_ vi condussero giovinetti di famiglie

civili, alcuni dei quali dell'alta Italia.

Ma non ogni cosa correva liscia. Quando l'ospizio dei trovatelli venne

abolito e trasfuso nell'Istituto, Garibaldi mi raccomandò di trar

partito dei maestri e dei guardiani dell'ospizio. Mi trovai quindi al

tu per tu con un frate professore e confessore, e col cappellano.

Ripugnavami la presenza del frate, e d'altro canto non osava

dipartirmi dalle raccomandazioni del Generale. Mi gli mostrai poco

benevolo, assistetti in attitudine di diffidenza alle sue lezioni,

censurai il suo metodo d'insegnamento, ma egli imperterrito faceva

orecchie da mercante. Gli dissi un giorno che io non poteva comportare

la cumulazione di due impieghi, e ch'ei scegliesse fra la cattedra e

il confessionale.

--Scelgo il confessionale.

--L'uffizio di confessore non ha stipendio: non posso stipendiare un

sacramento.

--Sta bene; e poichè debbo mangiare, accennando in ciò dire alla

propria persona di sei piedi, m'atterrò alla cattedra.

Battuto su questo terreno, immaginai di conferire ai professori e

agl'impiegati un grado militare nominale, coll'obbligo di portarne il

distintivo sul berretto. Il frate, antiveggendo l'ilarità della

scolaresca per lo strano accoppiamento del berretto di luogotenente

con la cocolla di San Francesco, chiesemi tempo a decidersi e più non

ricomparve.

Ma non così mi è venuto fatto di sbarazzarmi del cappellano, che

stavasi abbarbicato al suo posto come edera a muraglia. Era uomo di

media statura, sui cinquant'anni, d'occhio fine e astuto, di modi

ossequiosi: non diceva mai no; però sull'apparente condiscendenza

intesseva difficoltà, distinzioni, obbiezioni, onde venivagli detto no

di seconda mano.

Ito il frate, dopo lungo discorso sui privilegi antichi del clero di

Sicilia, che lo mantengono relativamente indipendente dalla Santa Sede

e pertanto estraneo alle sue vicende e alle sue passioni politiche,

m'insinuò la proposta di assumersi egli l'officio della confessione,

sin che avessi nominato un confessore fisso.

--Caro don Pietro, gli risposi, gli allievi sono fanciulli; incapaci

di peccare, è inutile la confessione.

--È vero, signor comandante. Anch'io non accetto l'opinione dei

teologi, che la ragione e la risponsabilità comincino a sette anni. Ma

quivi ne abbiamo di diciassette, e so che parecchi di loro libarono al

calice del piacere, e la loro purità...

--Chi ve l'ha detto, don Pietro?

--Eh! si sa; veruno l'ignora, e poi...

--Chiusi nell'Istituto faranno penitenza.

--È giusto; però il pensiero esce dal cancello dell'Istituto, e sfugge

alla vigilanza dei guardiani. Lo spirito, signor comandante, può

peccare come la materia.

--Caro don Pietro, il lavoro indefesso, ininterrotto, variato,

ascendente, occupa il loro spirito, e la sera la materia affaticata fa

un sonno solo, e senza sogni, fino all'alba.

--Voi avete ragione. Se non che, nella mia qualità di prete, ricorderò

con tutto il rispetto, che la Chiesa comanda che la confessione...

--Qui comando io.

--Senza dubbio. A proposito, dimani è domenica. A che ora desiderate,

signor comandante, ch'io dica la messa? Non se ne celebrò ancora una

sola per questi ragazzi, dacchè l'Istituto esiste.

Ad un mio movimento d'impazienza il cappellano, addolcendo

sensibilmente la voce, soggiunse:--Veramente in tanta furia di lavoro

non avanzava tempo nè spazio per la messa. Io, credetemi, mi presi

licenza di riparlarvene nell'interesse dell'Istituto medesimo, che sta

tanto a cuore al dittatore e a voi.

--Penso che la messa presupponga la chiesa, e la chiesa deve ancora

fabbricarsi. Se ne discuterà quando le finanze dello Stato saranno più

floride.

--In prova della mia devozione a voi, non debbo tacervi che i parenti

mormorano di già.

--So, don Pietro, che vi gradiva più l'ospizio dei trovatelli che non

l'Istituto militare. Nessuno mormora. I fanciulli affluiscono sì

numerosi che rimandai al mese venturo l'accettazione di cinquecento di

loro per mancanza di spazio. Don Pietro! seguite un mio consiglio:

acqua in bocca. Sapete che ci sono molti aspiranti alla nomina di

cappellano.

--Signor comandante, mi raccomando a voi. Per mostrarvi quanto siami

prezioso l'Istituto, mi vi offro da capo lettore gratuito di storia.

--Io nominerò ai vari battaglioni cappellani, che ammaestrano gli

allievi ad amar gli uomini, l'Italia, la libertà, e che gl'imbevano di

feconde e virili massime di morale. Quand'eglino potranno pensare da

sè medesimi, adotteranno quel culto che a loro parrà migliore;

ascolteranno la messa del prete, o il sermone del pastore, o la voce

solitaria e spontanea della coscienza. Non ignorate che s'entra in

questo Istituto senza la fede di battesimo.

Il cappellano, che ha capito il mio latino, temendo di perdere il

comodo alloggio e la paga di capitano, trovò modo di salvare la fede e

il salario col benefizio d'una distinzione e d'una seconda intenzione.

--Signor comandante, disse, la disciplina militare e la legge canonica

m'impongono di obbedire ai superiori. Le vostre idee non contraddicono

alla mia fede; soltanto non sono tutta la mia fede. La differenza fra

ciò che voi volete e ciò ch'io credo verrà giudicata da Dio. Signor

comandante...

In questo punto il portiere entrò con un biglietto che mi chiamava al

padiglione.

--Dimattina, così il Generale, non assisterò alla manovra dei ragazzi.

Fui invitato a colazione a bordo d'un vascello inglese. Volete venire?

--Grazie, Generale; dimattina devo comporre il secondo battaglione e

inaugurare il bersaglio dell'Istituto.

--Visitaste la villa dei Gesuiti?

--Sì, Generale. Vasto e grandioso palazzo, ma troppo lontano. È già

lontana, benchè al paragone vicinissima, la splendida villa Airoldi,

che mi permetteste di occupare. Benchè capace di 400 alunni, vi

rinunciai, anteponendole il convento di San Polo.

--Appunto a causa di San Polo vi chiamai qui. Per la terza volta la

sorella di Rosalino Pilo, monaca di questo convento, mi fa istanza

premurosa che il convento venga restituito. Come posso dir no alla

sorella di quel prode che mi precorse e morì? Cercate altro luogo. Ne

avete tanti a vostra scelta!

--Mi rincresce, Generale; temo sia tardi per appagare il voto della

sorella di Pilo...

--Perchè? m'interruppe egli alquanto irritato.

--L'ho in parte sfabbricato e rifabbricato per adattarlo ai bisogni

dell'Istituto, vi si lavora tuttavia, e nelle presenti angustie

dell'erario ci spesi già quindicimila lire. Oggi le monache non

saprebbero che farsi del trasformato edificio. Ma per esse ne

adocchiai un altro migliore.

--Bene, procurate d'accontentarle, replicò egli domato dall'argomento

delle quindicimila lire, quando i suoi generali avevano due lire il

giorno di paga. D'ora in poi lasciate in pace le mie monache.

I desiderî di Garibaldi erano comandi; ed io m'affrettai a San Polo

col proponimento di soddisfare la sorella di Pilo. Ma i lavori spinti

alacremente volgevano al termine. L'architetto mi dimostrò col nero

sul bianco che a disfare e rifare come prima ci voleva il doppio dello

speso.

Il convento, ricinto d'altissime mura, giaceva immezzo ad una selva

d'aranci, di cedri, d'ulivi, di fichi d'India, solcata da viali

d'alberi di pepe e di sughero. V'erano giardini, e peschiere, e getti

d'acqua. Non so quanto le mistiche spose di Gesù Cristo, coll'ali

invescate della terrestre voluttà che spirava da quelle fragranze

pericolose, da quegli ombrosi recessi, da que' studiati spettacoli

d'una vegetazione intertropicale, potessero innalzarsi alla

meditazione delle pene del purgatorio.

Sotto quei boschetti, durante la fabbrica, serenava il secondo

migliaio dei monelli che l'indomani dovevano diventare il secondo

battaglione dell'Istituto.

Il mattino del 18 luglio, banda in testa, i due battaglioni avviavansi

alla piazza d'armi. Le ultime righe del secondo si componevano di

fanciulli di sei in otto anni; piccola carabina alla spalla, berretta

piegata sull'orecchio sinistro, cinturino sotto il mento, testa alta,

aria fiera, passo ardito, marcia in linea di mezza compagnia, distanze

mantenute, conversione in colonna, secondo i casi, come vecchi

soldati. Un'onda di popolo erasi riversata sulle vie, e le madri

popolane traevano in coda ai figliuoli guerrieri, spargendo lagrime e

facendone spargere agli spettatori.

Al ritorno un infermiere dell'ospedale dei feriti mi consegnò un

biglietto di mia moglie così concepito: «Il Generale s'allontanò da

Palermo; l'ambulanza ricevette l'avviso di seguirlo.»

Volo agitatissimo all'ospedale di San Massimo, e vi trovo Ripari, capo

medico, mezzo costernato e mezzo furente, il quale dava ordini,

contr'ordini e colpi di frustino per accelerare l'allestimento

dell'ambulanza. Gli era un andirivieni di medici, di chirurghi,

d'infermieri, di farmacisti e di ammalati colle ferite non ancora

rimarginate, supplicanti di ritornare alle proprie compagnie. Mia

moglie, nell'ultima stanza intesa ad infarcire di filacce, di bende e

di agrumi i sacconi dei letti, mi fece:--Sei pronto a partire dimani?

Noi partiamo dimani.

Ed io a lei sorridendo:--Non ti affannare, Garibaldi fa colezione a

bordo di un vascello inglese.

--Molto probabile! mentre i nostri si battono a Meri!

--Da quando in qua?

--Fruscianti capitò qui cogli ordini. Il Generale s'imbarcò con gli

aiutanti, le guide, i carabinieri genovesi e la brigata Corte arrivata

testè da Gaeta.

--Dunque ieri m'ingannò! Impossibile!

Ritornai, non so se sdegnato o trasognato, nella prima stanza. Ivi

rividi Ripari ignudo sino alla cintola e supino sul pagliericcio. La

settenne galera di Pagliano lo disavvezzò dalle materasse, dalle

lenzuola e dalla biancheria.

Data, un minuto prima, al bucato l'unica camicia di lana, non

avanzavagli che l'_uniforme_ per cuoprirsi. Il suo baule non contenne

mai filo di cotone o di lino, nè mai odorò di lavanda.

Condiscese al pagliericcio pel decoro del grado di colonnello, ma

letto favorito eragli la panca.

Benchè stretti amici, bisognava in certi casi lo avvicinassi con

cautela, essendo egli spinoso come un'istrice, e d'altra parte, facile

a intenerirsi come una donzella.

--Ci ha corbellati ambedue, io principiai.

Rizzatosi a sedere e calati i piedi a terra, cominciò a far segni

dispettosi sul pavimento col frustino. In quel mentre un disgraziato

Siciliano gli si accostò, porgendogli un foglio di supplica per

divenire chirurgo di battaglione.

Voltegli le spalle nude e lasciatolo col braccio teso e col foglio in

mano, Ripari, dirigendosi a me, proruppe dolorosamente:

--L'accompagnai a Roma nel 49, in Lombardia nel 59, l'altr'ieri a

Marsala, ed ho sessant'anni. Non me l'aspettavo! Ricevetti appena

dianzi l'ordine di apprestare l'ambulanza e di _seguirlo_!

--Dove andò?

--Pare che Medici siasi impegnato in disuguale combattimento con Bosco

presso Milazzo. Garibaldi accorse in aiuto.

--Partiremo insieme?

--Va bene; io me ne andrò dimattina.

Ne seppi abbastanza; m'affrettai al padiglione.

I Palermitani, sbalorditi, chiedevano con ansietà se Garibaldi li

avesse veramente abbandonati. Aiutanti ed uffiziali mostravansi

afflitti del non meritato obblio.

Al generale Sirtori, capo dello stato maggiore e depositario della

potestà dittatoria, io rassegnai immantinente il mio ufficio di

comandante.

--Rimarrete al vostro posto, egli mi rispose seccamente. Non siete un

giovinetto che abbia bisogno di guadagnarsi gli speroni.

--Generale, l'accettai da Garibaldi col patto di rinunciarvi e di

seguirlo appena ripigliate le armi.

--Comunque, dovete restar qui finchè l'opera vostra sia compiuta. Un

soldato più o meno non conta. Sarebbe un delitto lasciar perire

l'Istituto.

--Non soffrirà per la mia assenza. Esso va coi suoi piedi. Basta mi

nominiate un successore.

--Ciò che non farò punto.

--Generale, io non sono militare.

--Avendo assunto il comando dell'Istituto, siete nell'elenco dei capi

di corpo, e avete il grado di colonnello.

--Ma, generale, non supporrete, spero, che io abbia preso sul serio

questo grado. Vedete, sono ancora un _borghese_: quando indosserò la

_camicia rossa_ ciò sarà come un soldato.

--Dio! che Dio mi dia pazienza! egli sclamava fremendo

nell'adempimento d'ingrati doveri che lo tenevano lontano dal campo

ove anelava di trovarsi. Tutti, ripigliò, impazzarono. Ecco qua la

centesima rinunzia ricevuta nelle sei ultime ore. Rimanete... al

vostro... posto... Capite l'italiano?

--Bene, generale, accordatemi un permesso di tre giorni. Se il

dittatore respingerà la mia preghiera, vi prometto che mi riavrete

qui.

--Andate al dittatore o al d....

--Grazie, generale.

Tornai in gran premura all'Istituto, col proposito d'irmene

possibilmente la sera. E per fermo non mitigò la mia brama l'incontro

della brigata Dunne che scendeva alla marina.

Preceduto dalle notizie, mi vennero presentate le dimissioni degli

uffiziali e dei sotto-uffiziali.

Qui mi casca l'asino. Come indurli a desistere, quand'io m'accingo a

lasciargli? E con che cuore d'altronde patire che l'Istituto appena

surto rovini? A riflessioni finite m'abbottonai l'abito e con volto

severo parlai nella seguente conformità:--Il prodittatore rifiutò la

mia rinunzia, ed io non posso accettare la vostra. Raddoppiamo i

nostri sforzi, e quando io possa dire onestamente a Garibaldi,

«l'Istituto si regge anche senza noi,» egli certo ci accorderà l'onore

di combattere.

Cuoceva a quei bravi giovani l'indugio anche di un'ora, pur eglino

consentirono di rimanere sin ch'io fossi rimasto, ed uno di loro

suggerì che ciascuno si cercasse un sostituto. Accettai la proposta, e

avanti sera ne furono rinvenuti parecchi fra i garibaldini, i quali,

rifiutatisi di dimorare all'ospedale dopo la partenza dei proprii

medici e chirurghi, e tuttavia troppo deboli per riprendere le armi,

accolsero con gioia di sostituire i loro più fortunati commilitoni. Il

povero Rodi dibattevasi penosamente fra due contrarii affetti. Era

diviso fra il desiderio di ricongiungersi a Garibaldi, che non aveva

mai fatto una campagna, dal trentaquattro in poi, senza di lui, e la

tenerezza per i suoi _piccoli diavoli_, i quali lacrimando lo

supplicavano di non li lasciare o di condurli alla guerra.

Lusingavami di trattenerlo, dimostrandogli prossimo il tempo di far

marciare il primo battaglione.

--Signor comandante, è pronto adesso.

--Ma non abbiamo ordini.

--Volete procurarveli?

--Sì.

--Allora differisco d'andarmene.

Tale risoluzione diminuiva di non poco le mie difficoltà. Erami ancora

mestieri rendere conto formale della amministrazione, e appianare il

cómpito al mio successore, riassettando il meccanismo dell'Istituto.

V'impiegai quattro giorni di assiduo lavoro, ed arrivai in Milazzo a

battaglia finita.

Battevano le otto pomeridiane, e Garibaldi dormiva.

Nell'uscire dal quartier generale intesi chiamarmi dal maggiore Mosto,

appoggiato ad un balcone di faccia.

Varcata la soglia d'una grandissima porta, mi trovai nel chiostro d'un

monastero mutato in ospedale. Salii: nei lunghi corridoi poca paglia o

qualche rara coperta erano letto ai feriti più avventurati; gli altri

giacevano sul pavimento col capo appoggiato alla bisaccia del pane,

unico guanciale. C'erano feriti dei due campi.

Strinsi la mano a Mosto tutto polveroso, rotto dalla fatica e triste,

congratulandomi di ritrovarlo vivo e sano.

--È andata bene! gli feci; narrami.

--Vincemmo, ma a caro prezzo. Il mio corpo decimato secondo il solito.

--Come si diportò Ungarelli?

--Da valoroso.

--E come dubitarne? Ho gran voglia di rivederlo.

--Trovasi laggiù nel cortile.

--Dove? costà?

--Sì. Morì sul campo d'una palla in fronte. Venne raccolto cogli altri

miei e trasportato quivi.

--Morto!

--Non lo sapevi?

Mi si agghiacciò il sangue. Così giovane, così bello, così

intelligente, così buono! Io non potevo associare l'idea della morte a

tanto splendore di vita. Mosto per distrarmi mi variò dolore.

--Gli otto superstiti compagni di Pisacane, che mi raccomandasti, si

segnalarono. Cinque sono caduti.

--Li trasportarono a Barcellona, soggiunse mia moglie approssimatasi a

noi in quel punto. Rota, Bonomi e Cori si potranno salvare, ma non

credo Conti e Sant'Andrea.

--Quant'altri de' miei, signora Jessie, avete in custodia? le dimandò

il maggiore.

--Venti per certo; i rimanenti giacciono dispersi in chiese umide. A

Barcellona fu una gara di quel nobile popolo per ricoverare i feriti

nelle proprie case; qui non si trova nemmeno paglia da riempire i

sacconi portati da Palermo.

Procedendo con mia moglie lungo il primo corridoio, una voce sottile e

debole mi salutò per nome. Voltomi, vidi tre ragazzi sulla paglia

coll'assisa bianca macchiata di sangue.

Ed ella:--Sono i tuoi alunni dell'Istituto, fuggitivi alla brigata

Dunne. Guarda codesto (e m'indicò un fanciullo addormentato con una

vescica piena di ghiaccio applicata al moncone sinistro), fu amputato

or ora, povero bambino: ha solamente dodici anni. Mi disse:--Sarò

buono, se ella mi tiene, signora; non griderò; piangerò un pochino. Lo

tenni, onorò la sua parola, e mi disse dopo che io piansi più di lui.

È vero. Adesso dorme, come fanno quasi tutti finita l'operazione.

--Siete in collera con noi? mi chiese il più grandicello pigliandomi

la mano e carezzandola. Ci perdonate? Tanti della nostra brigata sono

morti o feriti. Il colonnello dichiarò che dopo la battaglia di

Milazzo nessuno potrà dire che i Siciliani non si battono.

Io mi sentiva soffocare e non potei parlare; baciai quelle fronti

pallide lasciando sul letto alcuna piastra e corsi all'aria fresca.

È molto mesta la notte della vittoria, quando non si ha partecipato

alla battaglia!

L'indomani visitai il Generale, che mi stese la mano con queste

parole:--Vi aspettavo.

--Dopo la battaglia, Generale? Voi avete dimenticato la promessa.

--Non dimentico mai! Remigando verso il vascello inglese ricevetti il

dispaccio di Medici, e m'imbarcai subito con quanti avevo sotto mano.

Non importa; vi compenserò, non dubitate.

--So, Generale, che vi esponeste ad un conflitto personale con alcuni

lancieri. Non considerate che la riuscita o la rovina della impresa

dipende unicamente dalla vostra vita?

La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta · 第 1 / 15 段