Qui, ad istruzione della gioventù italiana, io devo accennare ad un

inconveniente ben grave nella guerra nostra. A me risuona ancora

nell'orecchio, il maledetto grido: _di pagnotta e paga_, con cui mi

salutavano i miei primi votontari nel 48. A me assueffatto coi

valorosi Americani, ai quali un pezzo di carne era sufficiente

alimento, doveva veramente sorprendere di trovarmi obbligato a

condurre dei carri per le montagne, per dar tre pasti al giorno ai

miei soldati. Meglio desistere dalle aspirazioni di libertà e di

indipendenza, se non si è capaci di passare per le privazioni

inseparabili dalla vita dei campi.

Io so esser bene: che il milite abbia, se possibile, il pane ogni

giorno, la sua minestra con vino, ecc. Ma, per esempio, quando vi sia

del pane solo, o della carne sola, si deve per ciò far meno il proprio

dovere?

Per il mercenario che vive della pagnotta, e altre aspirazioni non ha

che la pagnotta ed il soldo, io capisco le mormorazioni, ed anche il

rifiuto di servizio; ma per il milite patriota, per il volontario al

servizio della causa santa del suo paese, ciò non dovrebbe essere,

perch'egli deve andar superbo di qualunque disagio sofferto.

Potendo vivere di carne sola un esercito qualunque si trae

d'impedimento, valgano ad esempio gli eserciti agguerriti del Rio de

la Plata che non conducono secoloro un solo carro; non proviande,

quindi non carri, non un mondo di addetti alle commissarie, alle

distribuzioni ecc., e certamente meno furti e dilapidazioni. Con una

truppa di bovi, proporzionata ad ogni corpo, o di pecore, ecc., facili

a moversi in ogni senso sui fianchi, o nella retroguardia, la gente

non si trova mai affamata, se tal servizio è fatto con intelligenza ed

avvedutezza.

Ciò non toglie che in tempi meno urgenti, non vi debbano esser carri,

marmitte, pentole, pane, vino, ecc., e tutta quella ciurma

d'imbarazzi, che accompagnano un esercito nostro, e che ne disturbano

e sovente paralizzano i movimenti.

Accennando al solo alimento di carne, io alludo all'America

meridionale ove tale costume è generalizzato. Io so però che non ebbi

difficoltà ad Assueffarmivisi, siccome chiunque appartenne alla

Legione Italiana di Montevideo, e credo quindi non difficile

assueffarvi la gioventù nostra, destinata a passar ancora per delle

forti e disagiate prove, prima di poter gridar al mondo: Noi siamo i

padroni della nostra terra, e l'Italia ha cessato d'esser una

menzogna.--Il 67 nell'agro Romano, ove vi fu veramente dell'eroismo

per parte della gioventù nostra nelle varie pugne, si mancò al solito

di costanza, non si volle adattarsi a mangiare carne sola,

abbondantissima in quelle contrade, si volle pane ad ogni costo, e non

si poteva ottennerne per tanti motivi, cioè, per non aver forni

sufficienti, e per esser intercettato il pane nostro dal sediciente

governo italiano. E a tutto ciò diede l'ultimo crollo in quella

gloriosa e sventurata campagna, il tradimento del governo e dei

dottrinari!

Nella circostanza che abbiam descritto (Velletri 1849) successe dunque

che il corpo principale dell'esercito Romano, fermo a Zaccarolo in

aspettativa delle razioni da Roma, perdette un tempo prezioso e ciò fu

il motivo d'aver potuto il re di Napoli far la sua ritirata non

disturbato. La vanguardia all'incontro, coi suoi pochi cavalieri

montevideani, avea trovato nelle tenute cardinalesche, bestiame ad

esuberanza con cui fece lauto pasto. E dalle informazioni prese dai

viandanti, e gente del paese, il vecchio ed esperto Marrocchetti,

conoscendo che l'esercito borbonico preparavasi a ritirarsi, sollecitò

come abbiam veduto, e raccolse ciò nonostante sui campi di Velletri un

bel frutto della campagna. L'esercito repubblicano giunse tardi alla

vista di Velletri, la ritirata era già cominciata, al che l'esercito

borbonico attese più marcatamente dopo la sua sconfitta coll'invio

sulla via Appia che conduce a Terracina, di tutte le grosse

artiglierie e bagagli. La cavalleria nemica, scaglionata a destra e

sinistra della strada per proteggere la ritirata, e i suggerimenti di

quanto s'era saputo ed osservato non valse a persuadere il generale in

capo delle intenzioni del nemico. Dimodochè alla mattina seguente

l'alba rischiarava l'esercito borbonico, lontano, lontano sulla via

Appia, marciando precipitosamente verso Terracina.

CAPITOLO XLII.

ANCORA VELLETRI.

La pluralità dei governanti nei

tempi urgenti è la rovina della

Republica.--

Uno degli errori commessi dal Governo Romano fu certamente d'aver

concentrato in Roma tutte le forze della Republica. Certo ciò era

desiderato dal Buonaparte e compagni, e rese facile il compito della

loro infame campagna. Se essi non avessero avuto abbastanza di

quaranta mila uomini per assaltar la capitale ne avrebbero inviato

cento mila. Dopo le vittorie di Palestrina e Velletri sull'esercito

borbonico, quell'esercito era intieramente demoralizzato, dir basti

che i suoi soldati furon fatti uscir di notte da Velletri senza scarpe

per non far rumore, e si sapea positivamente ch'essi fuggivano ognuno

cercando di guadagnar la propria casa. Che occasione per impadronirsi

del regno e dar la mano alla Sicilia eroicamente lottante!

A Bocca d'Arce, ove s'inviò un distaccamento nostro, all'apparire dei

bersaglieri di Manara una divisione borbonica, comandata dal generale

Vial, fuggiva.

Le deputazioni delle provincie Napoletane giungevano ad invitarci

d'invadere, assicurandosi delle buone disposizioni a favor nostro in

ogni parte del regno.

La Sicilia intiera era ancora un altro non ultimo motivo che doveva

spingere ad invadere il Napoletano.

In luogo di localizzare la guerra in una città indifesa, con diciotto

miglia di circuito, potevasi far la guerra nazionale nella campagna

con dei mezzi immensi esistenti allora in Roma, trasportando la sede

del governo in un punto forte, come Orvieto, per esempio, o altro, che

non mancano nelle falde dell'Apennino, oppure marciando il Governo

colle colonne Repubblicane, com'è successo in tante parti d'America,

ed allora la perdita della Filadelfia¹ Italiana non solo sarebbe stata

insignificante, ma avrebbe servito d'imbarazzo al nemico, obbligato di

tenervi forte presidio.

¹ Nelle guerre d'indipendenza degli Stati Uniti, essendo allora

Filadelfia la capitale, minacciata dagli Inglesi, il Governo

abbandonò la città e si ritirò coll'esercito nell'interno del

paese.

Nulla di tutto ciò si fece, si richiamarono in Roma una divisione

esistente in Bologna, l'esercito vittorioso a Velletri, il

distaccamento già entrato nel regno per Bocca d'Arce ed infine tutte

quante le forze esistenti sul territorio della Repubblica, e così si

diede agio al nemico di finire con un bel colpo!--Dementi che potevano

sostenersi indefinitivamente e con buon successo se sparsi sul vasto e

montuoso territorio dell'Italia del centro e del mezzogiorno!

Di più ci fu tolto l'onore di cadere per gli ultimi, se cader si

doveva, nella gloriosa tenzone sostenuta dall'Ungheria, da Venezia e

Roma.

CAPITOLO XLIII.

SAN SILVESTRO.

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage;

Dieu fit la libertà, l'homme a fait l'esclavage.

(CHENIER.)

Come già dicemmo, la Legione Italiana era acquartierata in Roma nel

Convento di San Silvestro, che fu già di monache, e come dissero

alcuni scrittori ragionati un'_harem_ dei moderni sacerdoti di Venere

e Bacco, che per isventura d'Italia governano Roma.

Il lettore ricorderà che nella notte dell'auto-da-fè dei confessionali

il gesuita Gaudenzio era stato rinchiuso in detto quartiere.

Che i Legionari non fossero poi quei carcerieri, conosciuti massime

dai detenuti politici, e sì famosi per crudeltà e vigilanza, tutti

ponno supporre, ma si sapeva pure che Gaudenzio era stato chiuso nei

sotterranei del convento, ove gli si passavano i viveri necessari, e

da dove sparì una bella mattina, non essendo stati mossi i catenacci

del portone, e non trovandosi nello stesso indizio alcuno di violenza.

L'antipatia dei giovani militi per il prete era troppo grande da

lasciar supporre, che si fosse favorita la fuga del malvivente, poi le

chiavi non eran mai uscite dalla custodia dell'ufficiale di guardia.

Tutte queste considerazioni eran passate per la testa del nostro

Martino Franchi, che Zambianchi accusava d'aver lasciato fuggire il

sorcio.

Comunque fosse le spedizioni di Palestrina e Velletri, avevano

impedito ai nostri amici di occuparsi del Gesuita; tornata però la

Legione in quartiere, dopo Velletri, e giuntavi di sera, Franchi

invitò Zambianchi e Cantoni ad una investigazione nei sotterranei.

Muniti delle chiavi e di torcie, i quattro amici (diciamo quattro

perchè Ida colla sua curiosità donnesca, non aveva voluto perdere sì

propizia occasione, per conoscere i segreti d'un convento da donna:

poi trattavasi di quel misterioso individuo che già tante volte l'avea

tribolata, perseguitata e che giustamente ella poteva chiamare il suo

malefico tentatore),--i quattro amici dunque s'avanzarono verso il

portone, lo aprirono e cominciarono a discendere in quella bolgia, ove

la carità cristiana avea precipitato cristianamente un numero immenso

d'innocenti vittime, la maggior parte per non più tornare a riveder il

firmamento. Al chiarore dell'apertura del portone i pipistrelli

schifosi svolazzavano nell'oscuro spazio, ed alcuni avean profittato

del momento per sprigionarsi e solcare l'atrio colonnato del convento.

Colle mani diradavansi le ragnatele che non solamente ne ingombravano

gli angoli della scalinata, ma spesso attraversavano la discesa ai

viandanti posandosi spiacevolmente sul loro volto. Il topo, che

probabilmente credevasi il naturale padrone del sotterraneo, appena

movevasi dall'immondo pasto, per aprir un varco agli esploratori. Esso

era senza dubbio il discendente dei mangiatori di cadaveri, in tempi

in cui questi erano numerosi e così numerosi i conviti. Al suo dente

roditore dovevasi certamente la diminuita quantità di scheletri

esistenti, ciò che menomava quindi i corpi di delitto della razza

reproba, che avea presieduto alle carneficine umane.

Le catacombe e i sotterranei di Roma sorprendono colla loro frequenza

ed estensione; essendo però il terreno composto di un tuffo

facilissimo a scavare e tenace abbastanza da potervisi praticare volte

senza pericolo, agevole ne diventava l'esecuzione.--Tanto più

frequente, poi esserne dovea questa ove si ponga mente alla ricchezze

accumulate dai nipoti dei padroni del mondo, che dovevano cercar

ricoveri da nasconderle, e sovente anche per salvare la vita dalle

irruzioni sì frequenti e terribili dei nemici di Roma.

Ai discendenti degli antichi Romani, successi i preti, anche

ricchissimi, diffidenti per il malo acquisto, e scopritori di quei

raffinati supplizi, di cui solo un chercuto è capace, i sotterranei

vieppiù si moltiplicarono, massime sotto i conventi¹, sotto le chiese,

sotto le abitazioni di prelati e dei principi. Il sotterraneo di San

Silvestro era dei meno importanti; non vi mancavano però celle per i

condannati e le condannate in quantità ragguardevole e tutte scavate

nel tuffo.

¹ Con cui i conventi dei maschi comunicavano con quei delle

femmine.

Di queste celle alcune erano chiuse, altre aperte. Tutte mandavano

fetore di cadavere, e se il sotterraneo non si fosse aperto in un

spazio assai vasto, i nostri amici eran forse obbligati di tornare

addietro per non poter resistere a tanta pestilenza.

I quattro non eran gente da spaventarsi di poco, ed innoltratisi al

chiaror delle torcie in un corridojo più spazioso, essi poterono

osservarvi cose da loro non mai viste, e che avrebbero intimorito

chiunque meno assuefatto ai perigli ed alle nequizie degli scellerati

sedicenti servi di Dio! Qui, e là appesi alle pareti ogni specie

d'istromenti di tortura: la cuffia del silenzio¹, e non pochi eran gli

scheletri, che la conservavano ancora nell'informe loro teschio; le

tenaglie immense con cui fratturavansi le ossa, i cavalletti di metallo,

su cui sedevano gli sventurati dopo d'averli resi roventi con fuoco

interno, i ceppi, come tormenti preparatori a tormenti maggiori, le

corde insaponate con nodi scorsoj da appiccare per il collo o per

qualunque della membra, botti con chiodi a punta interna, ove si

rotolavano gli sventurati, che forse avevan dubitato dell'infallibilità

del Papa; e per gli innocenti, a cui si volevan togliere, i soldi, la

figlia o la donna! E quando si pensa che esiste ancora questa canaglia

nel consorzio umano, in questo secolo di civilizzazione,--che dico

esiste! anzi trionfa nelle miserie dei poveri popoli, grassamente

sovvenuta dai potenti!!...

¹ Era uno strumento che impediva alla vittima di aprire la bocca.

E credon forse le genti che, potendolo, i preti non tornerebbero

ancora alle torture ed ai roghi? Sicuro, con tanta alacrità come nel

Medio Evo. E qui bisogna confessarlo: se l'umanità non progredisce

come dovrebbe, essa almeno ha fatto un gran passo, togliendo ai

chiercuti il potere di pascersi di carne umana!

Tra gli stromenti di tortura appesi alle pareti, esistevano teschi

ancor attinenti al busto per gli ossami del collo, e che accusavano i

patimenti infiniti sofferti in quelle terribili murature.

Ida, piegando sotto la sensibilità squisita della sua natura di donna,

quasi sveniva nelle braccia di Cantoni all'orrendo spettacolo, ma la

rauca voce di Zambianchi che gridava: «Venite qui,» la ridonò ai suoi

sensi, e barcollando essa seguiva l'amante verso l'amico, che da

destra del corridoio invitava i compagni, a condividere l'inaspettato

ed orrendo spettacolo da lui scoperto.

Era questo l'ossario... Alla destra del corridojo, incavato nel tuffo,

eravi una specie di rettangolo alto circa 10 piedi dalla superficie

del suolo, e forse colla stessa profondità al dissotto. Tale fossa era

piena d'ossami e dalle dimensioni degli stessi, essi appartenevano

tutti a neonate creature!¹.

¹ Storia.

Ad Ida svanì la sincope, e come un'ossessa, colle mani alla chioma, si

lanciò a strepitare per il corridojo, urlando: Infami! Scellerati! e

si sarebbe forse infranta il cranio contro il tuffo, senza l'agilità

di Cantoni, che giunse in tempo a trattenerla. Tali sono i santuari di

queste bordaglie, che predica mansuetudine alle genti, e che coperta

di ogni nefando delitto, continua, protetta dalla tirannide, di cui è

vile stromento ad ingannare e mantenere nella sventura questo

sventurato nostro popolo!

A canto sull'ossuario, ove erano acatastati ossami informi,

scorgevansi alcune nicchie con dentro piccoli scheletri, meglio

conservati che nell'ossuario, ciocchè si doveva probabilmente alla

pietà d'alcune giovani madri, che furtivamente avean potuto collocare

in un giaciglio men confuso, il corpiccino del loro amato! Poichè il

prete ha potuto giungere al punto di degenerare il più grande dei

popoli della terra, esso può fare un cretino un imbecille d'un essere

intelligente, ma per astuto, pravo e scellerato, ch'egli sia non

giungerà mai a far tacere nel cuore della più perfetta delle creature,

il maggiore di tutti gli affetti, l'amore di madre!

I quattro amici giunsero così presso al termine del corridoio, spinti

e sollecitati dall'orrendo spettacolo, e come abbiam detto essere non

grande il sotterraneo, in breve pervennero ad altra scalinata, che

ascesa alquanto fece loro scoprire la luce del cielo. Solo alcuni

cespugli intercettavano l'uscita, e diradati dalle robuste braccia di

Zambianchi e di Martino, essi con grande soddisfazione trovaronsi

all'aperto nell'orto del convento, illuminato dalle stelle.

Il problema della fuga di Gaudenzio era sciolto, e Zambianchi, volto

al Bresciano gli diceva: «Vedi? se lasciavi a me il sorcio, esso

certamente non mi fuggiva, e molto male si sarebbe risparmiato al

nostro povero paese.»

Franchi stava per rispondere, ma un suono vivissimo di tromba della

Legione, chiamava a raccolta, ed il suono, distintissimo nella notte,

di cannonate e fucilate verso porta San Pancrazio, fecero cessare la

conversazione e spinsero gli esploratori a raggiungere la Legione, che

si formava e marciava immediatamente sul campo della pugna.

CAPITOLO XLIV.

IL 3 GIUGNO.

Il 3 giugno fu il giorno più fatale alla libertà Italiana ch'io mi

ricordi: Oudinot, degno del suo padrone, commise uno di quei

tradimenti che pochi paragoni hanno nella storia militare.

Sconfitto il 30 aprile, egli s'era ritirato verso Castel Guido, per

aspettare nuovi rinforzi, e per paura d'essere attaccato in

circostanza sfavorevole, esso patteggiò un armistizio col governo

Romano. Armistizio con dei ladri! «Sgombrate! si doveva dire: e poi

tratteremo. Tornate da dove veniste!...» Ma in Italia, sventuratamente

si trattano i ladri coi guanti. L'armistizio doveva terminare il 4 e

nella notte dal 2 al 3, il predone Buonapartesco, con forze molto

superiori attaccò i nostri avamposti, li debellò uno dopo l'altro per

sorpresa e s'impadronì della forte posizione dei Quattro Venti (Villa

Corsini), che domina intieramente tutte le altre posizioni di Roma, e

poco mancò che l'esercito nemico non s'innoltrasse la stessa notte

nella capitale.

La Legione, stanca della marcia da Velletri, fu svegliata verso

mezzanotte, e le si ordinò di marciare. Essa ebbe per riposo una

tremenda giornata di pugna. Certo non v'era tempo da perdere, e si

corse subito alla riscossa verso il punto attaccato.

All'alba quand'io vidi il nemico padrone dei quattro Venti¹ dissi tra

me: «La sorte di Roma è decisa.» E veramente tutto l'eroismo dei

difensori della città eterna non valse a cacciarlo da quella chiave

dell'assedio, in cui esso, imprese subito a fortificarsi, avendo a sua

disposizione corpo di genio e cannoni quanti ne abbisognava.

¹ Prima di partire per Velletri, avevamo combinato col Generale

Avezzana, di fortificare quella chiave della difesa di Roma,

ma il vecchio guerriero, forse il solo idoneo a comandar

l'esercito, fu sacrificato, e con futile pretesto inviato

dal Ministero della guerra alla difesa d'Ancona, ove non

abbisognava.

La Legione, il corpo di Manara, la Legione Romana, quella di Melara, e

quanti corpi di volontari si trovano o vennero dopo in Roma, fecero

prodigi di valore, ma invano. Oudinot con un esercito di quarantamila

uomini, aveva rubato la fortissima posizione, e la tenne col nerbo

delle sue forze. Masina, Daverio, Mameli, Morosini, Peralta, Ramorino,

Davide e la parte più brillante dell'Ufficialità Italiana fu mietuta

in quel giorno. Immensi furono i feriti e dei migliori.

La Legione Italiana sola perdette ventidue ufficiali tra morti e

feriti. Da quel giorno fu uno scheletro e non la riconobbi più. Il

magnifico battaglione di Manara fu anche decimato. E così successe

alla maggior parte dei corpi della difesa.

In tutto il giorno 3, dall'alba sino alla notte, fu un combattimento

continuo, tra i Repubblicani Romani, ed altri sedicenti Repubblicani

del Buonaparte. Da porta San Pancrazio a Villa Corsini il terreno era

seminato di cadaveri,--ivi giacquero le speranze d'Italia!--La colonna

che prima assaltò Villa Corsini, era guidata da Masina, e quel

valorosissimo, la condusse sino dentro alle stanze terrene del

Palazzo.

Ivi s'impegnò una zuffa tremenda, corpo a corpo, ma i pochi furono

alla fine soperchiati dai molti, e quasi tutti soccombettero.

A canto al cadavere dell'invitto loro duce, distinguevansi due caduti

di rara bellezza. Uno sembrava il minor fratello dell'altro. Essi

verso il tramonto, in cui il fuoco dei cannoni e dei moschetti s'era

rallentato, furono adocchiati da un prete, da uno di quei tanti

traditori del loro paese, che nella notte antecedente avean guidato le

colonne nemiche, quel prete, chi l'avesse osservato, avrebbe veduto

nell'occhio suo maledetto, un riverbero d'anima d'inferno.

Egli si guardò attorno geloso che alcuno contemplasse la sua preda.

Poi, vedendo di non essere osservato, si fregò le mani, e

rincantucciossi mormorando tra sè: «Ora, per Dio, non mi fuggiranno!»

Egli alla sua scelleraggine del pensiero, aveva associato il

sacrilegio!

Il lettore avrà indovinato senza dubbio, che si tratta di Cantoni, di

Ida e dello scellerato tentatore Gaudenzio. Questi, appena scomparso

dall'orizzonte il gran luminare, e colle prime tenebre lasciò il

cantuccio, e presentandosi all'ufficiale di guardia al portone, si

fece conoscere, e chiese di poter uscire, per amministrare gli ultimi

sacramenti a qualche moribondo.

Egli avea notato il sito in cui giacevano le sue vittime, ed era suo

interesse particolare d'assicurarsi se Ida non fosse ben morta, e se

v'era speranza di salvarla. Per l'altro, il suo pugnale avrebbe

terminato un avanzo di vita se pur ne restava.

Tali erano i santi sensi, che guidavano quella perla di servo di Dio!

Ma egli aveva fatto il conto senza l'oste.

Il palazzo Corsini, ridotto a fortezza dagli agressori Buonaparteschi,

era pieno zeppo di soldati, e non v'era una finestra, uno spiraglio

ove non vi fosse una sentinella. Gaudenzio avea bensì chiesto permesso

all'ufficiale di guardia al portone, ma questi aveva altro per la

testa, di far avvisare la sentinella superiore della sortita del

Gesuita. Dimodochè una sentinella che si trovava al disopra del

portone, vedendo muoversi nel carname sotto di lui, e credendo fosse

qualche ferito cercante d'evadersi, lo aggiustò ben bene nella

schiena, e mandò gambe in aria quel traditore.

Gaudenzio cadde boccone sulla testa di Cantoni, e siccome questo era

ancora ferito alla testa, ma non mortalmente, la scossa di quel

corpaccio lo richiamò in sensi.

Cantoni mosse la testa, ed il suo primo pensiero fu all'adorata sua

fanciulla, ch'egli riconobbe presso di sè, benchè già notte. Egli,

palpitando di timore e di speranza, le pose la mano sul cuore, e dopo

d'essersi assicurato che batteva, la adagiò pian piano meno

incomodamente, aspettando il compimento della sua sorte, da uomo

sempre pronto ad affrontare il pericolo, e custode questa volta di

quanto aveva di più caro nella vita dopo l'onore e la libertà

d'Italia.

Siccome i Buonaparteschi però avevano ancora molti feriti fuori tra i

nostri, giunta la notte, ed essendovi poco pericolo d'esser molestati

dalle mura, non tardarono ad uscire par raccoglierli.

Così furono raccolti Cantoni ed Ida, che il fresco dalla notte avea

pure rianimata essendo la sua ferita nel petto, ma non mortale. Ambi

furono trasportati in un ospedale nemico. Alla resa di Roma poi furono

lasciati liberi di tornare a casa.

Dal 3 giugno ai primi di luglio, in cui Roma si arrese, fu una serie

di gloriosi combattimenti, ma senza frutto. Palmo a palmo si difese il

tratto di terreno, che avvicina porta San Pancrazio; il nemico fu

obbligato d'impiegarvi tutta l'arte degli assedi per giungere alla

mura. Anche dopo d'aver aperto due breccie, egli non azzardò di

assaltarle di giorno, tanto era il rispetto in cui lo tenevano quei

tremendi difensori. I quarantatremila soldati di Buonaparte ajutati

nel resto d'Italia da altri tre eserciti, austriaco, spagnuolo e

borbonico, vinsero quel pugno d'uomini, che combattevano per la causa

santissima del loro paese, ricollocarono nel cuore dalla sventurata

Italia il più detestabile, il più schifoso dei poteri umani: il

Papato!

Ora, mentre si combatteva per la causa di tutti in Piemonte, a Venezia

ed a Roma, Italia fece forse il suo dovere? quante furono le città che

s'incendiarono come Mosca, per non restar preda al nemico? quante

quelle, che come Ipsara, e Missolungi si fecero saltar in aria, per

non veder le loro donne, ed i loro bimbi prostituiti? quante le donne,

che, come in Spagna si prostituivano, per aver agio di pugnalare il

loro drudo straniero?

Sì! io ho veduto! e cosa?--mi fa ribrezzo il narrarlo: moltitudini

plaudenti all'eccidio dei pochi prodi che morivan per esse. Eserciti

italiani, che impassibili spettatori assistevano al duello a morte,

impegnato tra due eserciti stranieri da una parte, e pochi valorosi

Italiani dall'altra, su terra italiana!--Governi! Ah! qui, mi

converrebbe bagnar la penna nel fango, per scrivere tante turpitudini,

umiliazioni e tradimenti!

Dopo diciott'anni, non lungi dalle mura di Roma gl'Italiani

combattevano una fazione sventurata ma gloriosa!

In Roma essi avevan rinchiuso l'esercito dei chercuti, che spaventato

avea fatto saltare i ponti che guidano alla città eterna.

A Mentana quello stesso esercito intiero, era debellato dalla gioventù

italiana, sotto condizioni per questa sfavorevolissima.

Cantoni il volontario · 第 12 / 13 段