combattimenti, e che il mondo crede nemici d'ogni disciplina, sono la
gente più disciplinabile che vi sia. Essi hanno scelto questa vita
errante, piuttosto che rimanere al capriccio dei candillos¹ che sotto
il nome di Repubblicani, altro non eran che capi assoluti della
Repubblica, non meno despoti dello stesso tiranno di Buenos-Ayres. Lo
Statuto era per loro un patto che serviva solo a velare il loro
dispotismo ed a far sancire dai sedicenti rappresentanti del popolo,
da loro stessi creati, ogni specie di nefandezze.
¹ Candillos, capi militari.
»Io li ho raccolti in questi deserti e vi assicuro che in quindici
anni che ne sono capo, non ebbi a lamentarmi una sola volta di loro.
»Noi scansiamo quanto possibile incontri con gente del Governo, ma
certamente ogni volta che fummo cercati, ci trovarono, e la mia gente
in nessuna circostanza combatte tanto volentieri quanto contro le
livree.
»A noi un buon cavallo serve per ogni cosa, e quando è stanco, ne
troviamo subito un altro in questi immensi campi ricchissimi di ogni
sorta di bestiame.¹
¹ Io ho veramente veduto quelle campagne dell'America meridionale,
coperte di vaccine, cavalli, pecore, scimie da far meraviglia.
»I momenti d'ozio noi li occupiamo a far selle, lacci, bolle¹,
maniadores² e tutto che ci abbisogna per la vita materiale. E voi
capite quanto sia necessario di tener in regola ogni nostro arnese
indispensabile ad ogni ora per vivere e combattere.
¹ Le palle di ferro ricoperte di cuojo e rannodate con coreggia,
di cui gli Americani si servono con gran destrezza.
² Coreggia più lunga per legare i cavalli.
»Anche la vita morale è qui in onore, e tra noi si trova sempre
qualche avanzo dalle scuole cittadine, che insegna a leggere e
scrivere a chi non sa, e nelle nostre serate campestri qualche
vecchio, sperimentato da lunghi anni alla nostra guerra
d'indipendenza, racconta alcune volte novelle e favole, ma sempre
argomenti che possano adornare la vita intellettuale di chi le
ascolta.
«Io sono qui il capo, ma per l'elezione liberissima de' miei compagni,
che, dopo d'avermi eletto, d'altro non si curano, e la mia volontà è
legge, mentre i veri rappresentanti del popolo, eletti come me in ogni
centuria, non si presero mai pensiero di avvertirmi che un altro è
destinato a sostituirmi. Qui non preti, non prefetti, non birri, non
dottori, non quell'ammasso di leggi scritte, che finalmente
s'interpretano sempre dai potenti, come a loro fa comodo. Ma quando
occorre qualche differenza tra gl'Indipendenti (cosa rara) essi
ricorrono a me ed in poche parole la contesa è regolata, senza spese e
cartastraccia.
«Abbiamo le nostre donne (e Juan de la Cruz ne avea una bellissima),
un matrimonio d'affetto, e non v'è esempio d'infedeltà o di risse per
esse. Esse, che vanno a cavallo, come qualunque di noi, hanno cura de'
nostri cavalli di riserva, li conducono in tempo di marcia sul fianco
meno esposto al nemico, con una destrezza unica.
«Noi non marciamo sempre a cavallo, benchè i cavalli nostri sieno
assueffatti a passare i fiumi: alcune volte ci serviamo di canoe
(barche) il maneggio delle quali intendiamo quanto l'equitazione, e
ben ci valgono tra questi immensi corsi d'acqua, poichè noi passiamo
con esse da questi colli orientali, nell'Entrerios, a Corrientes, e
sino nelle vastissime pianure de las Pampas.
«La fama della Legione Italiana si era sparsa tra questi nostri
coraggiosi compagni, squisiti estimatori del valore; e quando si seppe
che eravate, rimontando l'Uruguay, per combattere le orde di Oribes e
di Rosas, essi ardevano dal desiderio di riunirsi a voi e poco
faticarono a risolvermi, essendo io stesso già amico vostro prima di
conoscervi.
«Comunque fosse essendo l'Uruguay ancora infestato da baleniere¹
armate da Rosas, e non potendo avvicinare il fiume a cavallo, io
spesso mi avventuravo in una canoa, e cercavo con essa di recarmi in
siti, ove senza essere scoperto, potessi osservare il vostro arrivo. E
veramente fu dalla chioma d'un grand'albero ch'io scopersi il maggiore
Cavalho amico mio, che veniva in cerca di me mandato dal vostro capo.
¹ Sono generalmente barche leggiere che servono alle navi
destinate alla pesca della balena. Ma nei fiumi del Plata,
spesso le stesse servono armate in guerra.
»Dall'alto del maestoso e follamente chiomato figlio della selva ove
fosse stato un nemico che m'insidiasse, io lo avrei colpito a morte
come una gazzella, senza che si vedesse d'onde partiva il colpo.
Naturalmente però mi contentai di spaventare l'amico, con un--Alto là!
un po' ruvido veramente, ma siccome seguito dal nome del Maggiore da
me conosciuto, ciò ne modificò l'asprezza.
»Da quel momento la sorte de' miei compagni e la mia, fu
indissolubilmente vincolata alla brillantissima spedizione, ove di
tanta gloria fu fregiato il nome Italiano. E certo nessun potere sulla
terra, sarebbe giunto a magnetizzare come voi, questi miei liberi
figli del deserto.»
»Il Colonnello Angani¹ Comandante della Legione rispose al Comand. dei
matrerosi; Prode Juan de le Cruz, è vero noi ebbimo brillanti fatti
d'armi, che meritarono alla Legione Italiana gli elogi universali, e
la destra dell'esercito Orientale. Onore che stranieri come noi,
appena avrebbero sognato in un esercito giustamente stimato come
valoroso. Ma senza di voi, l'estinto vostro compagno Mundels² e questi
vostri leoni equestri, poco o nulla avremmo potuto fare, giacchè in
questi vostri campi nemmeno si mangia senza cavalli, e noi partimmo da
Montevideo con soli sei cavalli, mentre trovando voi, fummo subito
padroni di ben mille con cui potemmo imprendere ogni operazione.»
¹ Il Colonnello Angani, Lombardo è il militare di più modesto
ch'io m'abbia conosciuto.--Ad Angani la Legione dovette la sua
bella organizzazione, e le pagine le più brillanti della sua
storia.--E se Angani avesse vissuto, e fosse stato apprezzato
come lo meritava, certo l'esercito italiano sarebbe stato
degnamente comandato.
² Mundels, figlio d'un inglese e possidente al Queguary--uno dei
confluenti dell'Uruguay--fu uno dei più valorosi capi de'
matreros che accompagnarono la Legione Italiana.
Era bello, veder la gara di questi valorosissimi attribuendosi l'un
l'altro il merito d'una splendida campagna, in luogo di scendere a
basse gelosie. Tale è l'indole del vero merito, della vera bravura. E
la modestia che adornava questi militi del diritto è certamente il più
bel elogio dell'essere umano.
Al silenzio dei capi, successe subito il ronzio delle turbe, che non
potendo dormire, naturalmente dovevano occupare il tempo a qualche
cosa. Dopo d'aver attizzato il fuoco, ed aggiuntovi della legna,
abbondantissima in quei boschi, dopo d'aver tormentato la vecchia
pianta accesa, luminaria del campo, per farle spruzzare delle
scintille e fiamme, ognuno si strinse a canto al fuoco, ove qualche
narratore occupava l'attenzione dei compagni, e spesso ne suscitava
l'ilarità.
Io non tedierò il lettore colle moltiformi storie che uscivano da
questa gioventù ammirabile per coraggio, e dei fatti compiuti a pro
della libertà dei popoli, ma che forse si risentiva un po' della vita
sciolta a cui era assueffatta da tempo. La maggior parte dei racconti
alludevano alle galanterie degli scarafaggi (preti) dei loro paesi,
così astuti nella seduzione delle donne, massime nei villaggi. Ed
anche con episodi di questa brutta gente non voglio nauseare chi
legge. Farò cenno soltanto di alcune narrazioni di quella notte, che
provano l'indole della gente che mi accompagnava.
CAPITOLO XXXIX.
NELLO E CARBONIN.
L'ardue imprese non temo, l'umili non sprezzo.
(TASSO).
Nello, uno dei forti Liguri che formavano il nucleo principale della
Legione Italiana di Montevideo, raccontava le molte miserie, e
patimenti sofferti in casa di sua madre, per la brutalità d'un
patrigno.
»La mia infanzia, egli diceva, fu una serie di dolori. Battuto
atrocemente per il minimo motivo, e sovente messo fuori di casa di
notte, anche nell'inverno coi nostri monti coperti di neve, io ero
obbligato di cercarmi un ricovero nel deposito delle foglie di
castagne che si raccoglievano e farmene lettiera. La mia povera madre,
che mi amava teneramente, era sovente essa stessa vittima di quel
mostro. E guai s'essa avesse avuto l'aria di difendermi. Ciò più mi
feriva ancora dei maltrattamenti usati al mio corpiccino da quello
scellerato, perchè anch'io amavo tanto la mia buona genitrice.
»Il mio patrigno era un cocchiere e teneva vettura d'affitto. Non
occorre dire che appena mi sentii capace di guidare un veicolo, egli
stesso m'imbarcava sopra il sedile, se no eran staffilate peggio dei
cavalli. Colla differenza ch'egli non stimava abbastanza il progresso
delle mie membra, dovuto alla mia forte costituzione, all'esercizio
quasi continuo in cui vivevo, e finalmente alla buona cena con cui mi
trattavo nelle osterie della via, sempre propense a favorire i
cocchieri, colla speranza d'aver viaggiatori. Una sera, secondo il suo
solito, dopo d'aver bevuto oltremodo, egli cominciò a maltrattare mia
madre, pria con parole, e poi con schiaffi e pugni. Avevo quindici
anni--e questo pugnale, acquistato nei miei viaggi, mi batteva la
cintola, come se vi avessi un cilicio; i miei occhi s'intorbidirono, e
non vedevo che sangue. Avevo la sinistra al colletto del malvivente
inclinato sulla giacente mia madre, la punta del mio ferro già passava
la clavicola ed io certo lo immergevo sino alla guardia come se fosse
stato nel burro!
»Un grido di mia madre mi trattenne. Essa aveva veduto luccicare
l'acciaro nella mia mano. Allora mi contentai di rovesciare sul
pavimento l'ubbriaco.
»Sollevai mia madre, ed ambi piangemmo quasi tutta la notte insieme.
»Alla mattina, col pretesto di un viaggio vicino, attaccai un calesse
col miglior cavallo, giunsi a Genova, vendei l'uno e l'altro, e presi
subito passaggio per Montevideo.»
A Nello colla sua storia un po' seria subentrò Carbonin. Questi era
proprio dell'interno della città di Genova, del celebre quartiere di
Portoria, e faceto fu veramente il suo racconto nel grazioso dialetto
genovese.
»Io all'incontro ebbi un eccellente padre, cominciò Carbonin; e l'amor
suo per me contribuì forse a farmi più _bimbolo_ che non lo fossi per
natura.
»Tra le facezie da me perpetrate al mio buon genitore, io conterò
solamente la seguente;
»Un giorno non avendo soldi da divertirmi presi il _rescentà_¹ di casa
ed andai a venderlo a Sottoriva².
¹ Rescentà.--Specie di secchia in rame.
² Specie di strada coperta o Bazar ove si compra e si vende ogni cosa.
»La nostra casa era al mercato del pesce e tra questa e Sotto-riva vi
è un pozzo comune ov'io soleva attinger acqua per uso di casa.--Il
_rescentà_ mi è cascato nel pozzo! io esclamai presentandomi a mio
padre con finte lagrime.
»Non piangere, mi disse quell'eccellente cuore, noi andremo col
rampino e lo pescheremo.
»Ci vuol'altro, pensavo tra me, per pescare il _rescentà_, e facendo
il gnorri e l'afflitto seguitai mio padre, che alacramente
ricammminavasi verso il pozzo col rampino, quasi certo di raccogliere
presto lo smarrito utensile. Giunto al pozzo, mio padre gettò il
rampino e dopo vari infruttuosi tentativi, si fermò stanco, e fisse
nei miei i suoi occhi.
»Io con quella ingenua furfanteria che mi conoscete--«Padre! dicevo
con voce melliflua. Gettate un po' più sottoriva.
»Aggiungevo così lo scherno al delitto!
»Povero padre! conosco oggi, quanto bene mi voleva quella santa
creatura. Egli senza alterarsi dopo d'aver faticato invano per un un
bel pezzo, mi disse: Vieni, saremo più fortunati domani.»
A Nello e Carbonin successero altri narratori di cose facete, che
lungo sarebbe raccontarle.--Tutte però provavano di che classe di
gente era composto quel corpo. Prodi, sino all'eroismo, ma non roba
d'ordine, come l'intendono i moderati, e sopratutto poco devoti a
Madre Chiesa ed a' suoi ipocriti ministri, come lo provarono
all'assalto della Colonia¹, avendovi fatto fare da cuoco al reverendo
curato, fatta servire a tavola la casta sua Perpetua, ed essendosi
rivestitisi quei bei musi di Legionari cogli abiti sacerdotali, con
cui funzionarono quella notte, al chiarore delle sacre torcie, al
suono dei sacri cantici e colla gola mediocremente lavata dal vino che
correva per le contrade della città deserta².
¹ Paese sulla sponda sinistra del Plata--a circa cento miglia a
tramontana di Montevideo.--
² Istorico.--Il nemico avendo ordinato alla popolazione di
evacuare la città, mise fuoco alle case, le soldatesche prima di
abbandonarla ruotolarono fuori molte botti di vino e spiriti con
cui si ubbriacarono e poi lasciarono spandere.
CAPITOLO XL.
PALESTRINA.
I fratelli hanno ucciso i Fratelli
Quest'orrenda notizia vi do.
(MANZONI.)
«Non odi? diceva il sergente Carbonin a Rota, suo luogotenente: «Non
odi il rumore di gente che s'avanza alle nostre spalle: saranno
nostri!»--E mentre il tenente porgeva l'orecchio per accertarsi del
rumore, che veramente si facea sempre più vicino, un suono di tromba
toccando alla carica, mise in tumulto tutto il campo dei Legionari
Italiani e degli altri corpi formanti la prima spedizione uscita da
Roma contro le truppe Borboniche nel 49. Il generale papalino Zucchi,
conoscendo la forte posizione di Palestrina, tentò di assaltarla di
notte per sorpresa, ed avendo preparate le sue colonne d'attacco al
fronte della città verso mezzogiorno, mandò un corpo di Spagnuoli ad
attaccare i Romani alle spalle del loro fianco destro verso
settentrione, in meno scoscesa posizione.
I Romani ebbero sentore del movimento e si trovarono preparati a
ricevere il nemico. Essi però non s'aspettavano ad un attacco alle
spalle, ciocchè produsse qualche confusione nella nostr'ala destra,
ove gli Spagnuoli caricarono risolutamente protetti dalle tenebre.
La confusione però durò poco e guidati da prodi ufficiali, e da alcuni
sott'ufficiali avanzi delle guerre americane, i nostri Legionari, dopo
d'aver piegato un momento, si precipitarono sul nemico, che
sbaragliarono completamente. Ciononostante perdemmo alcuni valorosi in
quel conflitto notturno, e l'alba rischiarando il campo della strage
mostrava le marziali fisonomie di Rota e di Carbonin, distesi
cadaveri, ed attorniati da cadaveri nemici.
Rota e Carbonin erano caduti al posto di guardia loro assegnato, senza
cedere un palmo di terreno. Il loro petto era crivellato di ferite.
Assicuratosi che l'attacco sulla destra aveva avuto luogo, il generale
Zucchi lanciò le sue colonne sul centro e la sinistra, ove, favoriti
dalle posizioni e comandati dai valorosi Manara¹ e Zambianchi, i
Romani ricacciarono gli assalitori nel piano con tanto impeto da non
lasciar più loro il tempo di riordinarsi.
¹ Il colonello Manara di Milano, è una di quelle individualità
militari, difficile da rimpiazzarsi. Egli avrebbe ben degnamente
guidato l'esercito italiano a decisiva battaglia.
La vittoria fu completa, ma la celerità del nemico nel ritirarsi e la
mancanza di cavalleria per parte nostra, resero i risultati di quel
brillante fatto d'armi insignificante.
Comunque fosse il Borbone ed i suoi alleati di Spagna ebbero una prima
lezione dai coraggiosi figli della Republica, che avean prima l'aria
di disprezzare.
CAPITOLO XLI.
VELLETRI.
Les Republicans sont des hommes,
Les esclaves sont des enfant.
(CHENIER.)
Io non mi fermerò a narrare il bene e gli errori commessi da chi
reggeva le sorti della Republica Romana. Ricorderò soltanto che quando
uno straniero qualunque invade il paese, ogni soldato, dal piffero al
generale in capo di quell'esercito straniero, dev'essere trattato come
assassino, e non con i guanti di seta, come generalmente succede in
Italia.
E qui mi colpisce ancora la desolante, la sciagurata idea del prete,
che ha fatto di questa terra di delizie una villeggiatura allo sgherro
straniero, e di questo popolo, che pure è stato qualche cosa nel
mondo, una famiglia di servi e di prostitute.
Sì! li ho veduti io colle loro facce rubiconde dalle vivande e dal
vino questi scarafaggi marciare davanti le colonne straniere col
crocifisso alla mano, servendo loro di guida e sorridendo alla folla
dei villani da loro ingannati come se avessero voluto dire: «Qui noi
vi conduciamo i liberatori! E veramente i neri nel Croato e nel
Bonapartesco trovavan sempre i liberatori del ventre, minacciato dallo
sdegno e dall'insofferenza di questo popol tradito!
I sacerdoti dell'Incas, i Papas, gli Ulema, i Bonzi pugnano alla testa
del loro popolo contro gli invasori stranieri: solo questa schiatta di
traditori che fanno capo a Roma non pugnano perchè troppo codardi, ma
vendono sempre allo straniero il loro nativo paese! «E Cristo teco
alfine non s'adira! (Petrarca).»
A Velletri l'esercito borbonico fu una seconda volta snidato dai
Repubblicani, ed il re in persona lo comandava allora.
L'esercito nemico, fortificato nell'antica Velitre dei Volsci, aspettò
di piè fermo l'avanguardia dell'esercito republicano, il cui oggetto
non era d'attaccarlo, ma di non lasciarlo fuggire, siccome
annunziavano tutte le informazioni raccolte per via, e non credendo
che il grosso dell'esercito nostro comandato dal generale in capo
Roselli potesse tanto ritardare.
I Borbonici, molto superiori di forze e vedendo davanti a loro poca
gente, tentarono una sortita, ove si distinse particolarmente la
cavalleria napoletana, ad onta d'esser il campo di battaglia poco
adequato per cavalli.
«Guarda, diceva Ida a Cantoni, ancora convalescente dalle sue ferite,
con che furia caricano quei cavalieri napoletani i pochi lancieri di
Masina¹ e come fuggono i nostri!» I nostri veramente non fuggivano, ma
per vizio assai comune nei cavalli italiani male addestrati, essi non
potevano trattenere i focosi animali spaventati dalle cannonate e
dalle fucilate che mai non avevano udito.
¹ Masina è la più bella figura marziale, che io m'abbia veduto
nell'esercito Italiano. Egli e Daverio furon gli eroi della
giornata respingendo l'attacco del nemico con un'audacia degna
de' tempi antichi. Ambi, Masina e Daverio, morirono il 3 Giugno;
i loro cadaveri furono trovati in mezzo alle riserve dei
quarantamila soldati del Bonaparte che ci attaccarono
traditoriamente in quel giorno fatale. Daverio era moralmente e
fisicamente il ritratto d'Anzani.
La strada, ove ebbe luogo quella carica di cavalleria era incassata,
tagliando quasi ad angolo retto delle collinette coperte di vigne; sui
ciglioni di quelle colline, erano scaglionati distaccamenti della
Legione Italiana, e come riserve, alcuni uomini d'un reggimento
pontificio allora al servizio della Repubblica.
Due pezzi d'artiglieria erano collocati indietro delle linee
repubblicane, in posizione dominante.
Il terreno, occupato dai nostri, come si vede, era adequato per una
bella difesa. Verso le 10 antim. l'esercito Borbonico prendeva le sue
disposizioni per la sortita e l'attacco. Una forte colonna di fanteria
sortiva per la strada principale, preceduta da uno squadrone di
cavalleria, e sui suoi fianchi, numerose linee di tiratori
s'avanzavano per le vigne attaccando a fucilate i nostri fianchi. Lo
sforzo principale del nemico era sul fianco del nostro corpo, situato
in posizione che tutto dominava e che si poteva chiamare l'obbiettivo
del campo di battaglia. E veramente, padrone di quelle alture, il
nemico, colle preponderanti sue masse, ci avrebbe avviluppati e
minacciati nella nostra ritirata. Ma in quel punto trovavasi
l'intrepido colonnello Marrocchetti¹, comandante della Legione
Italiana, e di tutta la vanguardia. Con lui stavano Masina e Daverio,
che valevano un esercito.
¹ Il colonello Marrocchetti avanzo delle guerre di Spagna,
d'America e d'Africa, comandante la Legione Italiana a S.
Antonio, ove fu ferito. Egli dopo di aver servito nella Legione
molti anni fu uno dei 78 che da Montevideo vennero in Italia nel
48. Erano intrepidissimi militi.
Il colonnello Marrocchetti dopo d'aver ordinato ai Legionari di
coricarsi, e lasciar avanzare il nemico senza far un tiro, quando
questo giunse a breve distanza, ordinò la carica, e come leoni sulla
preda, si precipitarono i Repubblicani sui Borbonici, e si portarono a
bajonettate sino dentro Velletri.
Nel centro le cose andavano diversamente, la colonna di fanteria
s'avanzava impavida per lo stradale. Lo squadrone di cavalleria in
testa, incontrossi con pochi esploratori a cavallo dei nostri, si
caricò, e dopo alcune sciabolate, i pochi voltaron faccia, e spinti
dal nemico alle reni i loro cavalli novizi si abbandonarono a furia ad
una fuga a carriera, senza più poterli frenare.
Chi scrive trovavasi a cavallo col suo fedele Aguilan nella strada
incassata tra le linee nostre di fanteria e la poca gente a cavallo.
La corsa dei Repubblicani sembrò ad esso poco dignitosa, ed egli
assieme al suo valoroso assistente attraversarono i cavalli in corsa
per fermare i fuggiaschi. Imprudenza che quasi gli costò la vita, e
quella del suo compagno. Giacchè i cavalli infuriati che giungevano
sul luogo a carriera, trovando gli ostacoli di cavalli attraversati,
rovesciarono cavalli, cavalieri, e cadendo alcuni dei fuggenti stessi
formarono un gruppo informe a catafascio, che naturalmente divenne
facilissima preda al nemico.
E veramente i Borbonici sopraggiunti inseguendo i fuggenti,
cominciarono a menar sciabolate a gente incapace di difendersi, ed a
gridare: «Arrendetevi!» I caduti eran tutta gente poco disposta alla
resa, e sbarazzati dai cavalli, essi si atteggiarono a menar le mani.
Ma cosa avrebbe potuto un numero sì sproporzionato? morire da forti.
Così però non l'intendevano Cantoni ed Ida. Essi non perdevano di
vista l'amato loro capo, ed accennando il pericolo, al bravo capitano
Airoldi, in riserva con una compagnia di ragazzi¹ tutti si precitarono
alla riscossa.
¹ Io fui sempre d'avviso per la formazione di corpi di ragazzi, e
sono persuaso che con essi si possono avere i migliori militi.
In questa circostanza mi salvarono la vita, in ogni città
Italiana v'è sempre una esuberanza di fanciulli, orfani o con
poveri parenti. Organizzati ed istruiti, essi potran formar il
nerbo dell'esercito nazionale, e togliere dalla società
l'elemento corrotto, Italia lo farà quando avrà un Governo.
Cantoni pel primo, saltando al dissopra dell'informe catasta, gettossi
tra me ed un nemico che mi travagliava da vicino, e contro cui io
difficilmente mi difendevo essendo rotto dalle contusioni, e mentre il
Borbonico mi feriva, forse con un colpo sulla testa, la sciabola
liberatrice lo colpiva e bestemmiando si ritirava col braccio
penzolone.
Ida armata della lancia d'un lanciere caduto, tempestava a fianco
dell'amante. Io giammai avrei creduto la bellissima fanciulla capace
di tanto eroismo; essa somigliava un demone colla faccia d'angelo. La
svelta schiera dei giovinetti, come se fosse in un campo di
ricreazione, lanciavasi a corpo perduto, ed al grido di _Viva
l'Italia!_ maravigliava quanti nemici si trovava davanti.
Intanto l'ala destra nostra, vittoriosa obbligava anche il centro e la
destra del nemico, che potevan esser tagliate, a ritirarsi
precipitosamente. Cosicchè tutto l'esercito borbonico fu ricacciato in
Velletri. Mentre la vanguardia dell'esercito repubblicano trovavasi
impegnata, il corpo di battaglia e la retroguardia dello stesso, che
erano stati ritardati per aspettare i viveri, s'avanzavano, ma non
giungevano che molto dopo la ritirata del nemico.