La simpatica e maestosa figura del gran popolano di Roma risplendeva

d'una luce celeste al chiarore dell'incendio dei tabernacoli di

menzogna e di corruzione che si effettuava dalla moltitudine davanti

al maggiore dei templi, sulla piazza immensa ove s'innalzano i superbi

obelischi di Menfi.

«Vi sei finalmente arrivato, paron Angelo, alla meta del tuo

desiderio, abbruciando tutte queste scandalose baracche, ove le nostre

donne ingannate e fanatiche, andavano a servir di trastullo a quei

buffoni maledetti di Dio!

«Ciocchè mi duole, Carbonaretto (amico del Brunetti), è che temo non

sia questo un fuoco di paglia che, quando sparisce la fiamma, altro

non resta se non se un mucchio di sudicia cenere, dispersa dal minimo

soffio di vento.

«Sono i birbanti che contaminavano queste baracche con ogni sorta di

vizio, che bisognava eliminare dalla terra classica delle grandezze

umane da essi ridotta a cloaca.

«Temo non saremo capaci di tanto. Comunque sia ti prego a non lasciar

avvicinare tanto quei ragazzi al fuoco, perchè non succeda qualche

sventura.»

Tale era la risposta del grande patriota al suo interlocutore, non

trascurando, mentre lo premevano alti pensieri per la salvezza della

patria, la sua sollecitudine verso i monelli, ch'ei temeva in

pericolo, e che pericolavano veramente nel voler troppo da vicino

attizzare il fuoco alle baracche pretine.

«La Spagna, esclamava il nostro Zambianchi (anche lui intimo di

Cicerovacchio e che non avea perduto una parola del dialogo suddetto),

la Spagna precipitò i frati dalle finestre, son ora pochi anni, e per

non aver estirpato totalmente questa gramigna si trova oggi più

infratata che mai, colla guerra civile, e depressa all'ultimo posto

delle nazioni. Se volessero lasciarmi curare quel cancro dell'Italia,

vi assicuro che presto non si parlerebbe più di briganti, creati ed

alimentati da questa canaglia e dal loro padron della Senna. Certo,

non vi sarebbero più invasioni straniere e cesserebbe questa vita

d'inferno, che si vive, per colpa di costoro, e di governi come loro

pessimi, che li proteggono, e di una generazione d'imbecilli che li

tollerano.

»Mio caro amico, ripigliava il venerando tribuno, tu hai ragione: se

non si sana l'Italia dai chercuti, essa aspirerà invano a redimersi.

Ma dimmi! non si potrebbe trovare il modo di reprimerli, senza

ucciderli¹, per esempio occuparli allo scolo delle paludi Pontine,

migliorare la condizione igienica della Sardegna, delle Maremme,

infine a qualunque opera di utilità pubblica.»

¹ Quando pochi mesi dopo, gli Austriaci ed i preti fucilavano lui

e i suoi due figli, Ugo Bassi e nove innocenti compagni, non

facevan tante parole e considerazioni.

L'invito ed austero Romagnolo crollava il gran capo in segno

d'incredulità. Egli aveva tanto sofferto nelle mani del negromantismo,

che respirava vendetta da tutti i pori e vendetta di sangue! Il

discorso, un momento sospeso, fu intieramente tronco da un chiarore

straordinario. La gran piazza del Vaticano ne fu illuminata sino ai

più reconditi siti del colonnato. Forse ciò proveniva da maggior

numero di confessionali accatastati, o da qualcuno più ricco in

pitture, e quindi i più incendiabile. Tale chiarore straordinario

scoprì al Zambianchi, che dominava la folla di quasi tutta la testa,

qualche cosa d'insolito nel vacuo del colonnato¹, ed egli si diresse a

quella volta.

¹ La piazza del Vaticano è adorna d'un maestoso colonnato a destra

e sinistra della porta del tempio.

Giunto vicino all'oggetto della sua mossa, egli scoprì tre individui

affaccendati nell'accomodar qualche cosa sul lastrico, e benchè

vestiti da borghese, Zambianchi riconobbe in essi tre servi del

demonio.

Veder un prete e raccapricciare, e sentirsi il sangue montare al capo,

era naturale al Romagnolo, vittima, come abbiam detto, della rabbia

pretina, per esser uomo di liberi sensi ed amico del vero, quando

trovava poi qualche nero fuori della via, egli temeva subito

tradimenti e peggio. E qui era veramente il caso, dimodochè Zambianchi

raddoppiò il passo quando si fu accertato della natura delle belve.

Siccome poi questo colosso a bellissime forme, era diritto come un

palo, ed aveva la spina dorsale inflessibile, quindi per compatta che

fosse la folla, era probabile che i tre impostori vedessero il nostro

amico sin dalla sua prima mossa.

Il lettore si persuaderà che i tre non aspettarono Zambianchi, che

marciava verso di loro a passo celere. Tanto più che, come vedremo,

trovavasi fra i tre un'antica conoscenza del terribile milite della

dignità umana.

Zambianchi era li lì per metter la mano su quell'uno che somigliava

alla visione veduta nella notte della catastrofe di San Leo. Ma sì! i

tre negromanti, che avean tardato per acconciarsi certo arnese sulle

spalle, scivolarono davanti al gigante da sembrar anguille. Il nostro

amico indispettito di vedersi fuggir la preda raddoppia il passo e

mentre toccava quasi con una mano che sembrava una palla da piroscafo,

la spalla dell'ultimo fuggente, questo sparì dietro agli altri due,

che spalancarono una di quelle porticine ad arazzi, ossia di stoffa

che i preti usano per non esser molestati dal rumore che farebbero le

porte di legno, aperte e chiuse dai fedeli imbecilli. Quella porticina

dava adito a corridoj laterali del grandissimo tempio di Pietro, e

Zambianchi imbarazzato nella porticina che s'era rinchiusa sul suo

muso, quasi disperò dell'impresa sua. E se non succedeva quasi per

miracolo una circostanza per essi avventurata, i tre preti erano

bell'andati.

Ma la provvidenza voleva anche questa volta mostrare a questi nostri

zucconi concittadini tutta la malizia di questi neri manigoldi del

nostro paese. E con chi inciampavano i tre fuggenti nel corridojo del

tempio, il lettore quasi lo stenterà a credere: ed io stesso che lo

scrivo mi maraviglio sommamente di tale fatale coincidenza.

Inciampavano nientemeno che con Martino Franchi, che i begli occhi di

una trasteverina avean condotto in chiesa, luogo poco frequentato dal

nostro spregiudicato Bresciano. I due primi lo scansarono lasciando il

nostro amico stupefatto di veder portare tubi da razzi¹ in quel

recinto. Ma il terzo! Dio me ne liberi! quando s'affacciò nella

maschia fisonomia di Martino diede un grido di dolore e gli

s'annuvolarono gli occhi.

¹ Razzi alla congreve e molto usati dagli Austriaci, e credo per

spaventare gl'inesperti giovani Italiani, a cui essi mai non

recarono danno. Ai preti probabilmente erano stati regalati dai

loro imperiali amici questi razzi che si adoperarono nella sera

descritta.

«Birbante!...» era la voce del nostro Franchi, affacciandosi al

Gesuita, e l'eco, ossia la tremenda voce di Zambianchi, ripeteva a

pochi passi. «Birbante!» Povero Gaudenzio! e dico anch'io povero

benchè si tratti d'uno di questi malvagi neri e veramente lo lascio

pensare ai lettori.

Meglio di costoro l'inferno con tutte le sue orribili scotature come è

descritto da codesti adoratori del ventre e delle lussurie.

Giammai sotto l'ugne del leone o del tigre un innocente agnello

trovassi a sì mal partito!

Il Gesuita fra quelle due bagatelle d'amici tremava da capo a piedi, e

prima che veruna interrogazione gli venisse fatta, esclamò: «La vita!

la vita!... per amor di Dio! (e ci tengono sì, alla pelle questi

furfanti!)» Zambianchi e Martino con una mano ciascuno al colletto del

malvivente, maneggiavan coll'altra il tubo, che avean raccolto da

terra e lo contemplavano, Franchi che avea veduto gli Austriaci più da

vicino disse: «Non è questo un razzo, venerando padre? ed il prete:

Dio mi perdoni!... (E sempre con Dio, come se fosse roba esclusiva di

questa sacrilega canaglia), Dio mio perdoni! Sì! sono razzi ed io vi

conterò tutto, se mi date salva la vita.»--Ma tu chi andavi ad

ammazzare con quest'istromento, sacco di delitti? diceva Martino,

misurandoli il pugno sul ceffo.

Zambianchi, distratto sino a quel momento dalla vista del tubo, e

seguendo l'esempio del compagno, preparavasi colla mano chiusa a

lasciarla cascare sul capo della vittima, Gaudenzio era bello e

spacciato, se riceveva quella pesante mazza sul cranio.

Ma Franchi più accorto, e forse più umano, esclamò: «No, amico mio,

noi dobbiamo conoscer prima il filo di questa matassa. E trattandosi

di prete, può esservi alcunchè d'importante per la Repubblica.

»Ove condurremo questo brigante, riprese Zambianchi: metterlo in mano

dell'autorità, lo stesso vale di lasciarlo libero. Dunque? Il

quartiere della Legione Italiana sembrami adeguato ad ingabbiare

quest'uccello, rispose Martino.» E l'altro sospendendo il Gesuita per

il colletto, e colla destra convulsa, crollandolo, gli fece mandar

fuori un ahi!... che sembrava dover essere il suo ultimo, ed aggiunse:

«Anche i migliori tra i nostri si accingono a prottettori di questi

mostri!» I tre, cioè, i due col perverso in mezzo, uscirono da dove

erano entrati e quale fu la loro sorpresa vedendo l'aria illuminata da

stelle cadenti, udendo un fracasso, nello stesso tempo, come d'un

campo di battaglia. E la folla al solito rompevasi il collo per

fuggire. «Era questo il trastullo che preparavate al vostro gregge,

scellerati! urlavano i due nostri amici.--E Zambianchi che s'era

incaricato del tubo dei razzi stava per scaricarlo sulla chierica del

prete, quando la veneranda forma di Cicerovacchio si fece avanti e

vedendo l'atto del Romagnolo, ne trattenne il braccio. Anche questa

volta fu salvo quel nero avanzo di galera e conservato a nuovi

misfatti. «È questa una notte d'inferno.» esclamò il nuovo venuto. E

Franchi: «Proprio d'inferno quando infettano l'aria questi demoni

armati di tali ordigni di carità cristiana». E Zambianchi mostrava al

Brunetti il tubo trovato al Gesuita.

«Io, già l'avevo immaginato, è opera di questi assassini. E di chi

doveva essere se non questo crittogamo del nostro infelice paese.»

Così diceva il venerando tribuno: domani voi udrete gridare al

miracolo da tutti coloro, e da quanti imbecilli nutra tra le sue mura

questa vecchia e putrida donna del mondo. Con queste menzogne

l'umanità è traviata da tanti secoli, immeserita, prostituita. Ed

andate a dire all'ignorante contadino od alla vecchia avanzo di vizi e

di dissoluzioni, che un prete è un impostore?

Noi siamo alla metà (1849) del diciannovesimo secolo e questa

generazione che si millanta civile non si vergogna di udire ogni

giorno i pretesi miracoli della meretrice setta! Coi razzi

austriaci... eh! venivate a fare i miracoli, questa nera razza di

Caino! E questa sventurata Italia non si risolverà a sbarazzarsi di

voi manigoldi del genere umano!...

Lo stato del Gesuita lo lascio immaginare al lettore. Esso trovavasi

fra tre custodi inermi, ma dei quali, il più vecchio e forse il men

forte, era capace di ammazzarlo con un pugno, tutti e tre irritati dal

modo nefando con cui i preti volevano spaventare la popolazione

romana. E veramente non vi fu solo spavento, essendo la folla compatta

e non potendo fuggire colla celerità richiesta, e perciò vi furono

molti feriti, ma felicemente nessun morto.

Zambianchi non volle accompagnare il prete, e ben per lui, poichè

difficilmente esso sarebbe giunto vivo a destinazione. Franchi ed il

Carbonaretto se ne incaricarono.

CAPITOLO XXXVI.

LA DISCORDIA.

Non la siepe che l'orto v'impruna

È il confin dell'Italia, o ringhiosi,

Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi

Son gli sgherri che vengon di là.

(BERCHET.)

Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli

non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di

latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l'Italiana e

l'Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune

svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole

teste dell'Europa. Ma che per lungo spazio d'intestine discordie, a

cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili

conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda

dei popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia

armata guerriera.

Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del

mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e

costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad

essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi,

non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per

l'Italia e per la Spagna l'influenza pestifera del clero, non si

stupirà di trovare in coteste meridionali società un'inferiorità

marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta

che alla coda delle nazioni civili dell'Europa, minime per potenza,

per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali

penisole.

Le tre nazioni sono propense alla discordia, ma certo nessuna supera

l'Italiana. In nessuna, è vero, il rovente ferro della superstizione

marcò con segno più indelebile le fatali sue opere. Sede della

Negromanzia del mondo, non poteva succedere altrimenti. E vedete

quindi i discendenti del più robusto ed altiero degli antichi popoli

della terra mingherlini, piccini, curvi della schiena, non dal lavoro,

essi amano il non far niente perchè deboli, ma ridotti tali dalle

genuflessioni, dai baciamani e dalle umiltà insegnate dai preti. E qui

ripeterò forse per la decima volta che se gl'Italiani hanno la

dabbenaggine di perdonare ai neri le torture, gli auto-da-fè e

d'essere stati venduti settanta e sette volte da loro agli stranieri,

essi perdonar non potranno ai loro perversi precettori d'aver loro

insegnato ad esser codardi¹.

¹ Quando vi danno uno schiaffo, voi porgete l'altra guancia, vi

dicono.

Ritornando al mio tema delle discordie italiane, io non accennerò ad

individui, poichè più che a coloro che parzialmente reggevano le sorti

del nostro paese, nel 48 e nel 49, debbasi attribuire la colpa alla

fatalità che da tanti secoli pesa sulla patria italiana, ed all'indole

nostra, bisogna confessarlo, propensa alla discordia. Quand'anche si

tolgano alcune difese e brillanti fatti d'armi di popolo e di

esercito,--ma tutta roba parziale e di povere conseguenze,--l'Italia

del 48 e 49 presenta dei risultati miseri, inconcludenti, fittizi che

la rigettarono in una condizione vergognosa, forse peggiore da quella

da cui si era emancipata con uno slancio sorprendente, fuoco di paglia

però e senza consistenza.

E qui torno sulla poca nostra costanza nei cimenti, non essendovi una

guerra italiana nei tempi moderni che conti sei mesi di vita.

Paragonatemi queste miserie coi magnifici fatti che adornano le lunghe

resistenze degli Americani del settentrione e del mezzogiorno, dei

Greci, dei Messicani, paragonatele e dovremo coprirci il volto di

vergogna.

Termino questo ripugnante capitolo, che sarei troppo lungo e forse

nojoso, se volessi enumerare le turpitudini di chi ha retto e regge

questo nostro sventurato paese ed il pecoresco popolo che tanto si è

lasciato malmenare.

CAPITOLO XXXVII.

L'OSPEDALE.

Anch'io provai

La gentil voluttà d'esser pia.

(BERCHET).

Oh donna!... se tu fosti veramente creata, certo fosti concepita in un

istante di sorriso dell'onnipotente! e certo il creato sorrise

all'apparizione tua sulla terra!

E che m'importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie

dell'educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come

uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!... casta, ideale,

fantastica... E quindi, il primo, lo squisitissimo, l'incomparabile

capo d'opera dell'Eterno!

Compagna e consolatrice dell'uomo, tu sei, quando buona, il più

prezioso de' suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al

capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!

In tempo di guerra, cioè quando l'uomo cerca ogni mezzo possibile di

distruggere l'uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente

assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi

ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.

La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano

la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l'ospedale, ove fu

condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell'alta

aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del

popolo, la cura del diletto del suo cuore.

La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento

nell'Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo

distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il

patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.

Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l'amico suo Leonida, ferito

anch'egli il giorno 30, e curato dall'amante sua, la gentile Cecilia,

che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei

prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia

di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari

feriti, esse contrassero quell'amicizia, che quando ferve in anime ben

nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.

Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d'ogni parte

d'Italia e d'ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi

sostenitori dell'onor italiano, non eran certo meno ben curati i due

nostri amici dalle passionate fanciulle, che volentieri avrebbero dato

la vita per essi.

Un giorno alla richiesta d'Ida, uno dei serventi maschi dell'ospedale

le recò una minestrina, ch'era stata concessa al Cantoni, dopo molti

giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente,

ed in quell'atto, un movimento convulso della mano maschile fece

spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.

La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell'uomo e rimase

come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi

per non più vedere l'apparizione sinistra, essa inciampò nel bracco di

Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e

barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il

povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad

aver appetito, in un dispiacevole digiuno.

Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi,

precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il

suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un

tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d'aver stirato

convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti

disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all'amato suo padrone,

che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere

per soccorrerlo.

Il servente era sparito, e per quante indagini si facessero non si

pervenne a rintracciarlo: Ida però disse a Cantoni: «Io ho ravvisato

il sinistro ceffo del Gesuita, non so se con barba tinta o finta. Ma

certo io conoscerò sempre tra le più folte moltitudini l'orribile

sembiante del mio tentatore.»

Il perverso settario di Lojola era pervenuto ad eludere la vigilanza

dei volontari nel quartiere di San Silvestro, e s'era presentato come

servente nell'ospedale dei feriti, ove abbondavano signore d'ogni

classe, ma si difettava del servigio d'uomini.

Egli avea adocchiato nelle sale e ricercato coll'avidità del bracco le

sue prede. Una volta trovato il giaciglio di Cantoni, non tardò ad

ordire per avvelenarlo, l'infernale trama che abbiam veduto non

riuscire per la miracolosa eventualità di trovarsi sui suoi passi

l'infelice animale.

Che mi vengano poi a cantare i melliflui e malvacei liberali d'ogni

colore la loro libera Chiesa in libero Stato, separazione dello Stato

e della Chiesa, e finalmente la semplice eliminazione del poter

temporale. Io risponderò sempre a cotestoro che non v'è patto

possibile coi lupi e colle vipere certamente meno nocivi del prete.

CAPITOLO XXVIII.

ANZANI E MUNDELS.

JUAN DELLA CRUZ

Non so se la civilizzazione presente

colla sua massa di ministri, di

prefetti, di birri e d'insopportabili

tasse sia preferibile alla vita selvaggia,

ma libera ed indipendente.

(_Autore conosciuto,_)

Una sera al ritorno della gloriosa spedizione del Salto, la Legione

Italiana di Montevideo, imbarcata sulla squadriglia Orientale¹,

approdava al Rincon de las Gallinas², e giunta in quel punto essa

contemplò il piacevole spettacolo di varii matreros³, che in virtù

degli ordini anteriormente spediti da Juan de la Cruz loro capo, si

presentavano sul lido con una quantità proporzionata di zez° nel

laccio, ed in men che lo dico quelle vaccine erano rovesciate al suolo

e macellate.

¹ La Republica di Montevideo, chiamasi Orientale di Uruguay

² Rincon, canto, angolo, specie di penisola formata dall'Uruguay

e dal suo confluente il Rio-Negro.

³ Matreros, indipendenti.

° _Zez_, vaccina morta prima di macellarla.

I nostri Legionari, cari ai matreros, e che da loro come da tutti

s'eran meritato il nome di _valenties_ in cento combattimenti, furono

accolti con amore. In poco tempo cento fuochi erano accesi, e fregiati

con dei bellissimi açados¹. E se ne intendevano di carne buona di

vaquillonas, quegli svelti e coraggiosi figli del deserto, assuefatti

alla carne abbrustolata senza verun altro alimento. Un barile

d'acquavite era la sola eccezione, tra tanta gente, vissuta della

parca vita del campo.

¹ Açados, arrosto.

Il capo degli indipendenti, Tuan de la Cruz, era il vero tipo di

quella razza. Alto di statura, con un pajo di spalle da Ercole, la

testa coperta di folta e nera capigliatura che corrispondeva

perfettamente alla irta sua barba ed alle pupille sue arcate e

nerissime.

Bello e regolare il suo volto; dagli occhi suoi partiva quel tale

sguardo che non è dato a creatura umana di sostenere. Egli

compiacevasi nel vedere le destrezze dei suoi uomini a preparare il

festino, e la cordiale famigliarità degli stessi cogli Italiani loro

fratelli d'armi.

Un nembo minaccioso da mezzogiorno cominciava ad illuminare

l'atmosfera con ripetuti lampi ed il tuono scuoteva la terra

coll'invadente suo rimbombo. E veramente, appena collocatisi a canto

ai fuochi, e cominciando ciurasqueau¹ una tempesta di vento, grandine

e pioggia disturbò non poco i preliminari del banchetto, ma come gente

assueffatta a tali carezze degli elementi, matreros ed Italiani

ripresero ben presto la consueta ilarità, e lavando la gola con un

trago² d'acquavita, essi furono subito all'ordine.

¹ Prender dei pezzetti di carne, gettarli nel fuoco, mangiare

l'esterno arrostito, e rigettarli ancora al fuoco.

² Trago, sorso.

Un'antica ed altissima pianta, situata vicino al quartier generale, fu

accesa con qualche fatica da prima, ma poi, quando erano in fuoco il

legno corroso dagli anni, essa illuminava il campo lottando contro la

pioggia che la voleva estinguere ed il vento che l'attizzava. Tale

luminaria non mancò di divertir molto i giovani Legionari, che

battendo con pezzi di legno l'annosa pianta la facean scintillare e

spruzzare faville sui più vicini che, mezzo ridendo e mezzo

brontolando, finivano per maledirli. Troppi legami di fratellanza però

esistevano in quella prode brigata perchè vi potessero nascere delle

risse.

Come si ebbe mangiato a sazietà dell'eccellente carne e vuoto il

barile dell'acquavita, il temporale sembrò molto meno fastidioso,

tanto più che esso s'era ridotto in una continua, ma soave pioggia.

Juan de la Cruz il valoroso comandante dei matreros, dopo d'aver

pulito il suo coltello sugli stivali¹ e dopo d'avere scosso il suo

poncio² dalla pioggia, fu il primo, a richiesta dei Legionari a

rompere il silenzio comandato dalla fame, e a raccontare per passare

il tempo, il modo in cui aveva vissuto per molti anni l'errante sua

vita, e come avea potuto disciplinare quegli indipendenti selvatici,

ed insoffrenti di qualunque dominio, come lo Stallone de Las Pampas.³

¹ Uso di quei paesi, ove mangiando solo carne, bisogna possedere

un buon coltello ed averne molta cura, nettandolo sugli stivali

che sono generalmente di cuojo crudo, e chiamati botas siatro

(puledro). Si ha anche il vantaggio d'ingrassarli.

² Poncio, mantello.

³ Pampas, immense pianure sulla destra del Rio de la Plata.

Cantoni il volontario · 第 10 / 13 段