d'una luce celeste al chiarore dell'incendio dei tabernacoli di
menzogna e di corruzione che si effettuava dalla moltitudine davanti
al maggiore dei templi, sulla piazza immensa ove s'innalzano i superbi
obelischi di Menfi.
«Vi sei finalmente arrivato, paron Angelo, alla meta del tuo
desiderio, abbruciando tutte queste scandalose baracche, ove le nostre
donne ingannate e fanatiche, andavano a servir di trastullo a quei
buffoni maledetti di Dio!
«Ciocchè mi duole, Carbonaretto (amico del Brunetti), è che temo non
sia questo un fuoco di paglia che, quando sparisce la fiamma, altro
non resta se non se un mucchio di sudicia cenere, dispersa dal minimo
soffio di vento.
«Sono i birbanti che contaminavano queste baracche con ogni sorta di
vizio, che bisognava eliminare dalla terra classica delle grandezze
umane da essi ridotta a cloaca.
«Temo non saremo capaci di tanto. Comunque sia ti prego a non lasciar
avvicinare tanto quei ragazzi al fuoco, perchè non succeda qualche
sventura.»
Tale era la risposta del grande patriota al suo interlocutore, non
trascurando, mentre lo premevano alti pensieri per la salvezza della
patria, la sua sollecitudine verso i monelli, ch'ei temeva in
pericolo, e che pericolavano veramente nel voler troppo da vicino
attizzare il fuoco alle baracche pretine.
«La Spagna, esclamava il nostro Zambianchi (anche lui intimo di
Cicerovacchio e che non avea perduto una parola del dialogo suddetto),
la Spagna precipitò i frati dalle finestre, son ora pochi anni, e per
non aver estirpato totalmente questa gramigna si trova oggi più
infratata che mai, colla guerra civile, e depressa all'ultimo posto
delle nazioni. Se volessero lasciarmi curare quel cancro dell'Italia,
vi assicuro che presto non si parlerebbe più di briganti, creati ed
alimentati da questa canaglia e dal loro padron della Senna. Certo,
non vi sarebbero più invasioni straniere e cesserebbe questa vita
d'inferno, che si vive, per colpa di costoro, e di governi come loro
pessimi, che li proteggono, e di una generazione d'imbecilli che li
tollerano.
»Mio caro amico, ripigliava il venerando tribuno, tu hai ragione: se
non si sana l'Italia dai chercuti, essa aspirerà invano a redimersi.
Ma dimmi! non si potrebbe trovare il modo di reprimerli, senza
ucciderli¹, per esempio occuparli allo scolo delle paludi Pontine,
migliorare la condizione igienica della Sardegna, delle Maremme,
infine a qualunque opera di utilità pubblica.»
¹ Quando pochi mesi dopo, gli Austriaci ed i preti fucilavano lui
e i suoi due figli, Ugo Bassi e nove innocenti compagni, non
facevan tante parole e considerazioni.
L'invito ed austero Romagnolo crollava il gran capo in segno
d'incredulità. Egli aveva tanto sofferto nelle mani del negromantismo,
che respirava vendetta da tutti i pori e vendetta di sangue! Il
discorso, un momento sospeso, fu intieramente tronco da un chiarore
straordinario. La gran piazza del Vaticano ne fu illuminata sino ai
più reconditi siti del colonnato. Forse ciò proveniva da maggior
numero di confessionali accatastati, o da qualcuno più ricco in
pitture, e quindi i più incendiabile. Tale chiarore straordinario
scoprì al Zambianchi, che dominava la folla di quasi tutta la testa,
qualche cosa d'insolito nel vacuo del colonnato¹, ed egli si diresse a
quella volta.
¹ La piazza del Vaticano è adorna d'un maestoso colonnato a destra
e sinistra della porta del tempio.
Giunto vicino all'oggetto della sua mossa, egli scoprì tre individui
affaccendati nell'accomodar qualche cosa sul lastrico, e benchè
vestiti da borghese, Zambianchi riconobbe in essi tre servi del
demonio.
Veder un prete e raccapricciare, e sentirsi il sangue montare al capo,
era naturale al Romagnolo, vittima, come abbiam detto, della rabbia
pretina, per esser uomo di liberi sensi ed amico del vero, quando
trovava poi qualche nero fuori della via, egli temeva subito
tradimenti e peggio. E qui era veramente il caso, dimodochè Zambianchi
raddoppiò il passo quando si fu accertato della natura delle belve.
Siccome poi questo colosso a bellissime forme, era diritto come un
palo, ed aveva la spina dorsale inflessibile, quindi per compatta che
fosse la folla, era probabile che i tre impostori vedessero il nostro
amico sin dalla sua prima mossa.
Il lettore si persuaderà che i tre non aspettarono Zambianchi, che
marciava verso di loro a passo celere. Tanto più che, come vedremo,
trovavasi fra i tre un'antica conoscenza del terribile milite della
dignità umana.
Zambianchi era li lì per metter la mano su quell'uno che somigliava
alla visione veduta nella notte della catastrofe di San Leo. Ma sì! i
tre negromanti, che avean tardato per acconciarsi certo arnese sulle
spalle, scivolarono davanti al gigante da sembrar anguille. Il nostro
amico indispettito di vedersi fuggir la preda raddoppia il passo e
mentre toccava quasi con una mano che sembrava una palla da piroscafo,
la spalla dell'ultimo fuggente, questo sparì dietro agli altri due,
che spalancarono una di quelle porticine ad arazzi, ossia di stoffa
che i preti usano per non esser molestati dal rumore che farebbero le
porte di legno, aperte e chiuse dai fedeli imbecilli. Quella porticina
dava adito a corridoj laterali del grandissimo tempio di Pietro, e
Zambianchi imbarazzato nella porticina che s'era rinchiusa sul suo
muso, quasi disperò dell'impresa sua. E se non succedeva quasi per
miracolo una circostanza per essi avventurata, i tre preti erano
bell'andati.
Ma la provvidenza voleva anche questa volta mostrare a questi nostri
zucconi concittadini tutta la malizia di questi neri manigoldi del
nostro paese. E con chi inciampavano i tre fuggenti nel corridojo del
tempio, il lettore quasi lo stenterà a credere: ed io stesso che lo
scrivo mi maraviglio sommamente di tale fatale coincidenza.
Inciampavano nientemeno che con Martino Franchi, che i begli occhi di
una trasteverina avean condotto in chiesa, luogo poco frequentato dal
nostro spregiudicato Bresciano. I due primi lo scansarono lasciando il
nostro amico stupefatto di veder portare tubi da razzi¹ in quel
recinto. Ma il terzo! Dio me ne liberi! quando s'affacciò nella
maschia fisonomia di Martino diede un grido di dolore e gli
s'annuvolarono gli occhi.
¹ Razzi alla congreve e molto usati dagli Austriaci, e credo per
spaventare gl'inesperti giovani Italiani, a cui essi mai non
recarono danno. Ai preti probabilmente erano stati regalati dai
loro imperiali amici questi razzi che si adoperarono nella sera
descritta.
«Birbante!...» era la voce del nostro Franchi, affacciandosi al
Gesuita, e l'eco, ossia la tremenda voce di Zambianchi, ripeteva a
pochi passi. «Birbante!» Povero Gaudenzio! e dico anch'io povero
benchè si tratti d'uno di questi malvagi neri e veramente lo lascio
pensare ai lettori.
Meglio di costoro l'inferno con tutte le sue orribili scotature come è
descritto da codesti adoratori del ventre e delle lussurie.
Giammai sotto l'ugne del leone o del tigre un innocente agnello
trovassi a sì mal partito!
Il Gesuita fra quelle due bagatelle d'amici tremava da capo a piedi, e
prima che veruna interrogazione gli venisse fatta, esclamò: «La vita!
la vita!... per amor di Dio! (e ci tengono sì, alla pelle questi
furfanti!)» Zambianchi e Martino con una mano ciascuno al colletto del
malvivente, maneggiavan coll'altra il tubo, che avean raccolto da
terra e lo contemplavano, Franchi che avea veduto gli Austriaci più da
vicino disse: «Non è questo un razzo, venerando padre? ed il prete:
Dio mi perdoni!... (E sempre con Dio, come se fosse roba esclusiva di
questa sacrilega canaglia), Dio mio perdoni! Sì! sono razzi ed io vi
conterò tutto, se mi date salva la vita.»--Ma tu chi andavi ad
ammazzare con quest'istromento, sacco di delitti? diceva Martino,
misurandoli il pugno sul ceffo.
Zambianchi, distratto sino a quel momento dalla vista del tubo, e
seguendo l'esempio del compagno, preparavasi colla mano chiusa a
lasciarla cascare sul capo della vittima, Gaudenzio era bello e
spacciato, se riceveva quella pesante mazza sul cranio.
Ma Franchi più accorto, e forse più umano, esclamò: «No, amico mio,
noi dobbiamo conoscer prima il filo di questa matassa. E trattandosi
di prete, può esservi alcunchè d'importante per la Repubblica.
»Ove condurremo questo brigante, riprese Zambianchi: metterlo in mano
dell'autorità, lo stesso vale di lasciarlo libero. Dunque? Il
quartiere della Legione Italiana sembrami adeguato ad ingabbiare
quest'uccello, rispose Martino.» E l'altro sospendendo il Gesuita per
il colletto, e colla destra convulsa, crollandolo, gli fece mandar
fuori un ahi!... che sembrava dover essere il suo ultimo, ed aggiunse:
«Anche i migliori tra i nostri si accingono a prottettori di questi
mostri!» I tre, cioè, i due col perverso in mezzo, uscirono da dove
erano entrati e quale fu la loro sorpresa vedendo l'aria illuminata da
stelle cadenti, udendo un fracasso, nello stesso tempo, come d'un
campo di battaglia. E la folla al solito rompevasi il collo per
fuggire. «Era questo il trastullo che preparavate al vostro gregge,
scellerati! urlavano i due nostri amici.--E Zambianchi che s'era
incaricato del tubo dei razzi stava per scaricarlo sulla chierica del
prete, quando la veneranda forma di Cicerovacchio si fece avanti e
vedendo l'atto del Romagnolo, ne trattenne il braccio. Anche questa
volta fu salvo quel nero avanzo di galera e conservato a nuovi
misfatti. «È questa una notte d'inferno.» esclamò il nuovo venuto. E
Franchi: «Proprio d'inferno quando infettano l'aria questi demoni
armati di tali ordigni di carità cristiana». E Zambianchi mostrava al
Brunetti il tubo trovato al Gesuita.
«Io, già l'avevo immaginato, è opera di questi assassini. E di chi
doveva essere se non questo crittogamo del nostro infelice paese.»
Così diceva il venerando tribuno: domani voi udrete gridare al
miracolo da tutti coloro, e da quanti imbecilli nutra tra le sue mura
questa vecchia e putrida donna del mondo. Con queste menzogne
l'umanità è traviata da tanti secoli, immeserita, prostituita. Ed
andate a dire all'ignorante contadino od alla vecchia avanzo di vizi e
di dissoluzioni, che un prete è un impostore?
Noi siamo alla metà (1849) del diciannovesimo secolo e questa
generazione che si millanta civile non si vergogna di udire ogni
giorno i pretesi miracoli della meretrice setta! Coi razzi
austriaci... eh! venivate a fare i miracoli, questa nera razza di
Caino! E questa sventurata Italia non si risolverà a sbarazzarsi di
voi manigoldi del genere umano!...
Lo stato del Gesuita lo lascio immaginare al lettore. Esso trovavasi
fra tre custodi inermi, ma dei quali, il più vecchio e forse il men
forte, era capace di ammazzarlo con un pugno, tutti e tre irritati dal
modo nefando con cui i preti volevano spaventare la popolazione
romana. E veramente non vi fu solo spavento, essendo la folla compatta
e non potendo fuggire colla celerità richiesta, e perciò vi furono
molti feriti, ma felicemente nessun morto.
Zambianchi non volle accompagnare il prete, e ben per lui, poichè
difficilmente esso sarebbe giunto vivo a destinazione. Franchi ed il
Carbonaretto se ne incaricarono.
CAPITOLO XXXVI.
LA DISCORDIA.
Non la siepe che l'orto v'impruna
È il confin dell'Italia, o ringhiosi,
Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi
Son gli sgherri che vengon di là.
(BERCHET.)
Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli
non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di
latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l'Italiana e
l'Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune
svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole
teste dell'Europa. Ma che per lungo spazio d'intestine discordie, a
cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili
conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda
dei popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia
armata guerriera.
Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del
mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e
costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad
essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi,
non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per
l'Italia e per la Spagna l'influenza pestifera del clero, non si
stupirà di trovare in coteste meridionali società un'inferiorità
marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta
che alla coda delle nazioni civili dell'Europa, minime per potenza,
per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali
penisole.
Le tre nazioni sono propense alla discordia, ma certo nessuna supera
l'Italiana. In nessuna, è vero, il rovente ferro della superstizione
marcò con segno più indelebile le fatali sue opere. Sede della
Negromanzia del mondo, non poteva succedere altrimenti. E vedete
quindi i discendenti del più robusto ed altiero degli antichi popoli
della terra mingherlini, piccini, curvi della schiena, non dal lavoro,
essi amano il non far niente perchè deboli, ma ridotti tali dalle
genuflessioni, dai baciamani e dalle umiltà insegnate dai preti. E qui
ripeterò forse per la decima volta che se gl'Italiani hanno la
dabbenaggine di perdonare ai neri le torture, gli auto-da-fè e
d'essere stati venduti settanta e sette volte da loro agli stranieri,
essi perdonar non potranno ai loro perversi precettori d'aver loro
insegnato ad esser codardi¹.
¹ Quando vi danno uno schiaffo, voi porgete l'altra guancia, vi
dicono.
Ritornando al mio tema delle discordie italiane, io non accennerò ad
individui, poichè più che a coloro che parzialmente reggevano le sorti
del nostro paese, nel 48 e nel 49, debbasi attribuire la colpa alla
fatalità che da tanti secoli pesa sulla patria italiana, ed all'indole
nostra, bisogna confessarlo, propensa alla discordia. Quand'anche si
tolgano alcune difese e brillanti fatti d'armi di popolo e di
esercito,--ma tutta roba parziale e di povere conseguenze,--l'Italia
del 48 e 49 presenta dei risultati miseri, inconcludenti, fittizi che
la rigettarono in una condizione vergognosa, forse peggiore da quella
da cui si era emancipata con uno slancio sorprendente, fuoco di paglia
però e senza consistenza.
E qui torno sulla poca nostra costanza nei cimenti, non essendovi una
guerra italiana nei tempi moderni che conti sei mesi di vita.
Paragonatemi queste miserie coi magnifici fatti che adornano le lunghe
resistenze degli Americani del settentrione e del mezzogiorno, dei
Greci, dei Messicani, paragonatele e dovremo coprirci il volto di
vergogna.
Termino questo ripugnante capitolo, che sarei troppo lungo e forse
nojoso, se volessi enumerare le turpitudini di chi ha retto e regge
questo nostro sventurato paese ed il pecoresco popolo che tanto si è
lasciato malmenare.
CAPITOLO XXXVII.
L'OSPEDALE.
Anch'io provai
La gentil voluttà d'esser pia.
(BERCHET).
Oh donna!... se tu fosti veramente creata, certo fosti concepita in un
istante di sorriso dell'onnipotente! e certo il creato sorrise
all'apparizione tua sulla terra!
E che m'importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie
dell'educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come
uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!... casta, ideale,
fantastica... E quindi, il primo, lo squisitissimo, l'incomparabile
capo d'opera dell'Eterno!
Compagna e consolatrice dell'uomo, tu sei, quando buona, il più
prezioso de' suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al
capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!
In tempo di guerra, cioè quando l'uomo cerca ogni mezzo possibile di
distruggere l'uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente
assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi
ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.
La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano
la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l'ospedale, ove fu
condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell'alta
aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del
popolo, la cura del diletto del suo cuore.
La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento
nell'Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo
distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il
patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.
Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l'amico suo Leonida, ferito
anch'egli il giorno 30, e curato dall'amante sua, la gentile Cecilia,
che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei
prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia
di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari
feriti, esse contrassero quell'amicizia, che quando ferve in anime ben
nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.
Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d'ogni parte
d'Italia e d'ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi
sostenitori dell'onor italiano, non eran certo meno ben curati i due
nostri amici dalle passionate fanciulle, che volentieri avrebbero dato
la vita per essi.
Un giorno alla richiesta d'Ida, uno dei serventi maschi dell'ospedale
le recò una minestrina, ch'era stata concessa al Cantoni, dopo molti
giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente,
ed in quell'atto, un movimento convulso della mano maschile fece
spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.
La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell'uomo e rimase
come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi
per non più vedere l'apparizione sinistra, essa inciampò nel bracco di
Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e
barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il
povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad
aver appetito, in un dispiacevole digiuno.
Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi,
precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il
suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un
tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d'aver stirato
convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti
disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all'amato suo padrone,
che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere
per soccorrerlo.
Il servente era sparito, e per quante indagini si facessero non si
pervenne a rintracciarlo: Ida però disse a Cantoni: «Io ho ravvisato
il sinistro ceffo del Gesuita, non so se con barba tinta o finta. Ma
certo io conoscerò sempre tra le più folte moltitudini l'orribile
sembiante del mio tentatore.»
Il perverso settario di Lojola era pervenuto ad eludere la vigilanza
dei volontari nel quartiere di San Silvestro, e s'era presentato come
servente nell'ospedale dei feriti, ove abbondavano signore d'ogni
classe, ma si difettava del servigio d'uomini.
Egli avea adocchiato nelle sale e ricercato coll'avidità del bracco le
sue prede. Una volta trovato il giaciglio di Cantoni, non tardò ad
ordire per avvelenarlo, l'infernale trama che abbiam veduto non
riuscire per la miracolosa eventualità di trovarsi sui suoi passi
l'infelice animale.
Che mi vengano poi a cantare i melliflui e malvacei liberali d'ogni
colore la loro libera Chiesa in libero Stato, separazione dello Stato
e della Chiesa, e finalmente la semplice eliminazione del poter
temporale. Io risponderò sempre a cotestoro che non v'è patto
possibile coi lupi e colle vipere certamente meno nocivi del prete.
CAPITOLO XXVIII.
ANZANI E MUNDELS.
JUAN DELLA CRUZ
Non so se la civilizzazione presente
colla sua massa di ministri, di
prefetti, di birri e d'insopportabili
tasse sia preferibile alla vita selvaggia,
ma libera ed indipendente.
(_Autore conosciuto,_)
Una sera al ritorno della gloriosa spedizione del Salto, la Legione
Italiana di Montevideo, imbarcata sulla squadriglia Orientale¹,
approdava al Rincon de las Gallinas², e giunta in quel punto essa
contemplò il piacevole spettacolo di varii matreros³, che in virtù
degli ordini anteriormente spediti da Juan de la Cruz loro capo, si
presentavano sul lido con una quantità proporzionata di zez° nel
laccio, ed in men che lo dico quelle vaccine erano rovesciate al suolo
e macellate.
¹ La Republica di Montevideo, chiamasi Orientale di Uruguay
² Rincon, canto, angolo, specie di penisola formata dall'Uruguay
e dal suo confluente il Rio-Negro.
³ Matreros, indipendenti.
° _Zez_, vaccina morta prima di macellarla.
I nostri Legionari, cari ai matreros, e che da loro come da tutti
s'eran meritato il nome di _valenties_ in cento combattimenti, furono
accolti con amore. In poco tempo cento fuochi erano accesi, e fregiati
con dei bellissimi açados¹. E se ne intendevano di carne buona di
vaquillonas, quegli svelti e coraggiosi figli del deserto, assuefatti
alla carne abbrustolata senza verun altro alimento. Un barile
d'acquavite era la sola eccezione, tra tanta gente, vissuta della
parca vita del campo.
¹ Açados, arrosto.
Il capo degli indipendenti, Tuan de la Cruz, era il vero tipo di
quella razza. Alto di statura, con un pajo di spalle da Ercole, la
testa coperta di folta e nera capigliatura che corrispondeva
perfettamente alla irta sua barba ed alle pupille sue arcate e
nerissime.
Bello e regolare il suo volto; dagli occhi suoi partiva quel tale
sguardo che non è dato a creatura umana di sostenere. Egli
compiacevasi nel vedere le destrezze dei suoi uomini a preparare il
festino, e la cordiale famigliarità degli stessi cogli Italiani loro
fratelli d'armi.
Un nembo minaccioso da mezzogiorno cominciava ad illuminare
l'atmosfera con ripetuti lampi ed il tuono scuoteva la terra
coll'invadente suo rimbombo. E veramente, appena collocatisi a canto
ai fuochi, e cominciando ciurasqueau¹ una tempesta di vento, grandine
e pioggia disturbò non poco i preliminari del banchetto, ma come gente
assueffatta a tali carezze degli elementi, matreros ed Italiani
ripresero ben presto la consueta ilarità, e lavando la gola con un
trago² d'acquavita, essi furono subito all'ordine.
¹ Prender dei pezzetti di carne, gettarli nel fuoco, mangiare
l'esterno arrostito, e rigettarli ancora al fuoco.
² Trago, sorso.
Un'antica ed altissima pianta, situata vicino al quartier generale, fu
accesa con qualche fatica da prima, ma poi, quando erano in fuoco il
legno corroso dagli anni, essa illuminava il campo lottando contro la
pioggia che la voleva estinguere ed il vento che l'attizzava. Tale
luminaria non mancò di divertir molto i giovani Legionari, che
battendo con pezzi di legno l'annosa pianta la facean scintillare e
spruzzare faville sui più vicini che, mezzo ridendo e mezzo
brontolando, finivano per maledirli. Troppi legami di fratellanza però
esistevano in quella prode brigata perchè vi potessero nascere delle
risse.
Come si ebbe mangiato a sazietà dell'eccellente carne e vuoto il
barile dell'acquavita, il temporale sembrò molto meno fastidioso,
tanto più che esso s'era ridotto in una continua, ma soave pioggia.
Juan de la Cruz il valoroso comandante dei matreros, dopo d'aver
pulito il suo coltello sugli stivali¹ e dopo d'avere scosso il suo
poncio² dalla pioggia, fu il primo, a richiesta dei Legionari a
rompere il silenzio comandato dalla fame, e a raccontare per passare
il tempo, il modo in cui aveva vissuto per molti anni l'errante sua
vita, e come avea potuto disciplinare quegli indipendenti selvatici,
ed insoffrenti di qualunque dominio, come lo Stallone de Las Pampas.³
¹ Uso di quei paesi, ove mangiando solo carne, bisogna possedere
un buon coltello ed averne molta cura, nettandolo sugli stivali
che sono generalmente di cuojo crudo, e chiamati botas siatro
(puledro). Si ha anche il vantaggio d'ingrassarli.
² Poncio, mantello.
³ Pampas, immense pianure sulla destra del Rio de la Plata.