capire in quel giorno, che quando si è veramente decisi a battersi,
per lo più si vince. Vi furono molti atti di bravura in quei nostri
militi improvvisati. Io accennava alla gratitudine dell'Italia alcuni
gloriosi nomi di morti, di cui si potrebbe, dire come Byron disse di
Dante, di Galileo, Machiavelli, Michelangelo: Questi elementi di
grandezza umana, basterebbero a Dio per una nuova creazione!--Ed io
dirò: I prodi che caddero per l'onore italiano a Roma sarebbero un
lievito sufficiente per una legione di liberatori! Panizzi, Masina,
Mameli, Daverio, Davide, Montaldi, Peralta, Minuta, Ramorino, Manara,
Melara, Morosini! Che uomini! che uomini!
Quando il carnefice di Roma, che alcuni eunuchi si contenterebbero di
veder privo del temporale, innalzava un monumento ai suoi sgherri
sulle ossa di quest'illustri martiri, non si trovò un nato di questa
terra che tentasse di capovoldare il monumento infame, d'infrangerlo,
d'imbrattarlo! Oh! è ben prostrato questo popolo! ben accovacciato!
ben nullo!
Alle venture generazioni noi lasceremo dunque la cura di lavare quella
culla delle maggiori grandezze del mondo da tanto nero sudiciume! E
noi vanitosi impotenti! passeremo... avendo dato al mondo lo
spettacolo miserabile di venticinque milioni d'esseri incapaci di
scuotere il tarlato catafalco d'un vecchio indecente e di colpe
macchiato e moribondo!
CAPITOLO XXXII.
IL RITROVO.
Mieux vaut mourir que vivre misérable,
Pour un esclave est-il quelque danger?
(_Muta di Portici._)
Cantoni, udito l'ordine al capitano Montaldi di assaltare il nemico di
fianco, e non volendo esser accompagnato da Ida nell'impresa
pericolosa ch'egli in cuor suo avea deciso di dividere, la inviò in
città col pretesto di provvedere cibi per il Quartier generale. La
bella fanciulla, assuefatta ad ubbidire all'amante, partiva ma con
repugnanza, e cogli occhi umidi, avendo più caro, certamente di
rimanere con lui in un giorno di battaglia. Ciò nonostante colla
sveltezza de' suoi quindici anni, essa divorò la strada, adempì
malamente alla sua missione e fu di ritorno al suo posto con tutta la
celerità possibile.
Ma Cantoni era altrove! e siccome ognuno trovavasi al suo posto di
combattimento, già impegnato, non fu facile alla nostra eroina di
sapere la direzione del suo caro.
Ida era disperata! vagava tra le fila dei combattenti non curante
della vita, e padroneggiata intieramente dall'unico pensiero di
ritrovare Cantoni.
Mentre assorta in idee malinconiche e desolata dalle infruttuose sue
ricerche, essa nulla vedeva e nulla udiva del fragore della
battaglia, un piccolo colpo sulla spalla la rese a sè stessa, e
volgendosi scoprì la bella e simpatica figura di Ugo Bassi, il
sacerdote della giustizia e dell'onore italiano, l'uomo del
sagrifizio, per cui il martirio era un trionfo, sempre adorno e
risplendente dell'aureola dell'immortalità, figlia del dovere.
Quando nel giorno fatale del giudizio il popolo italiano ricorderà i
torti, le ingiurie, le prostituzioni, la corruzione, il servilismo
cui lo dannò il clero, forse solo gli uomini come Ugo Bassi (e
quanti sono?) saranno sottrati allo sterminio.
Ida guardò istupidita il sacerdote del vero, che ben noto a lei era e
venerato, come da qualunque dei militi della causa santa.
«Chi tu cerchi, Ida, è lontano, e dorme a canto ai valorosi che primi
scossero questi nostri boriosi nemici, e li fugarono. Meglio è morire
che viver schiavo figlia mia!»¹
¹ Ben sapeva Ugo Bassi, quanto accadeva sul campo di battaglia
avendo passato tutta la giornata del 30 a raccogliere feriti e
soccorrergli. Talchè in quel suo pio lavoro egli fu all'ultimo
fatto prigioniero dai nemici.
Bassi avea veduto Cantoni giacente sul cadavere di Montaldi, e
lo avea creduto morto.
Ida fu come colpita del fulmine, impallidì e poco mancò che non
stramazzasse a terra; un intuito però, un barlume di speranza la
sostenne e da coraggiosa che era esclamò! «Per amor di Dio! segnatemi
ove Cantoni è caduto!» Il venerando uomo non rispose, partì facendo un
segno col capo, ed Ida con lui.
I nemici aveano principiato a ripiegare tempestati dai nostri, ma da
soldati assuefatti alle pugne essi ritiravansi combattendo, protetti
dalle loro artiglierie. Dimodochè lo spazio che dovea percorrere la
simpatica coppia, benchè non più occupato dal nemico, era solcato da
projetti d'ogni specie.
Chi ha veduto però il gran martire della libertà italiana in una
pugna, senza combattere s'intende, poichè Bassi repugnava dal versare
il sangue dal suo simile, chi l'ha veduto, ricorderà che nessuno più
calmo ed intrepido di lui, in un campo di battaglia. Non dirò d'Ida,
cui la speranza di trovar ancor vivo il suo Cantoni, l'avrebbe spinta
risolutamente al maggior disprezzo della vita, se già non fosse stata
da per sè stessa coraggiosissima. Così camminarono i due taciturni, e
penetrati da santo dovere, così giunsero sul posto della strage, ove
si scorgeva un mucchio di cadaveri. Ugo stupì di veder Cantoni in una
posizione diversa da quella in cui l'aveva lasciato. Prima lo avea
trovato bocconi sul cadavere di Montaldi, ora lo vedeva ad alcuni
passi supino e col petto insanguinato da nuova ferita.
Il fatto era così accaduto. La ferita di Cantoni alla tempia l'avea
stordito ma non era grave; egli dunque tornò in sensi alcun tempo dopo
di essere stramazzato.
Il primo pensiero fu al suo fucile, che gli giaceva ai piedi, e con
quello continuò a menar bajonettate ai nemici. Ma benchè in ritirata,
e perseguitati dai nostri, uno di coloro a cui Cantoni attraversava il
passo lo colpì nel mezzo del petto, il nostro eroe era rovesciato
nuovamente, e calpestato dai fuggenti. In tale stato fu ritrovato da
Ugo e da Ida, e mentre il primo contemplava distratto la nuova
posizione del giacente, la giovane si precipitava sull'amante, e lo
premeva sul cuore colla destra.
«Dio mio!... era il grido della fanciulla.--Egli vive!» Il grand'uomo,
desto dalle sue distrazioni, capì subito l'intuitiva scoperta d'Ida, e
ben contento avvicinossi a Cantoni per accertarsi dell'esistenza.
«Egli pugnerà ancora per questa terra infelice!» esclamò Ugo, dopo
d'essersi accertato che le ferite non erano mortali, e sciogliendo da
tracollo un cantaro pieno d'acqua, inseparabile compagno nelle sue
peregrinazioni umanitarie, egli cominciò a spruzzarne sulla fronte del
giovine, e quindi a lavarne le ferite, occupazione, in cui questo vero
apostolo del vero, era molto capace. La ferita del petto non mortale,
era però molto grave, e Bassi, dopo d'averla lavata e medicata
accuratamente, volse lo sguardo ad Ida con un sorriso rassicurante, ma
nello stesso tempo con un dito sulla bocca accennava ad essa il
silenzio.
Il nemico era scomparso. Gl'Italiani vittoriosi tornavano colla fronte
alta a riunirsi alle proprie bandiere.
Com'eran belli quei giovani militi d'una causa santa! Sulla loro
fronte altiera, era scolpita la preziosa soddisfazione di coscienza,
che sola conosce il prode, adempiendo al più sacro dei doveri,
insofferenza di vitupero nazionale, castigare la mano che vi offende,
la lingua che v'insulta. Essi avean vendicato gli oltraggi di diciotto
secoli!
A voi, preti della menzogna, che predicate la mansuetudine e la
pazienza, a voi che oltrepassaste la ferocia della jena, il sarcasmo
terribile del cocodrillo, a voi si deve l'abbrutimento di questo
popolo, cui insegnaste i baciamani, le genuflessioni, la tolleranza
dell'insulto. Voi siete maledetti.
CAPITOLO XXXIII.
LA VITTORIA.
... Vittorioso!
E catafratto un popolo
Dalla battaglia uscirne.
(BERCHET.)
È pur bello un giorno di vittoria! E più bello per lo schiavo che ha
debellato i suoi tiranni!
Che importan le zolle pregne di sangue, la terra seminata di cadaveri
e di membra infrante, i lamenti del ferito ed il rantolo del
morente... Che importano! Abbiam vinto! Domani le popolazioni festanti
accoglieranno i vincitori con strepitose acclamazioni, con pioggie di
fiori, e collo sventolare dei bianchi lini da mani, su cui si vorrebbe
depor l'anima con mille baci. Ed il plauso, l'affetto delle donne sono
certo i preziosi guiderdoni del valore. Sì! donne, ricevete colla
scopa i codardi, quella canaglia che non arrossisce d'aver abbandonato
i fratelli alle mani col nemico, i propri feriti agli insulti ed allo
strazio del mercenario straniero!
Ma i valorosi, i vincitori dell'oppressore beateli! essi son degni di
voi, del vostro sorriso, del vostro amplesso e dell'amor vostro! Essi
sparsero il loro sangue, cimentarono la loro vita per non lasciarvi
ludibrio a sgherri.
I conigli ai cani, al vituperio! E lo ripeto: battete la scopa sul
loro codardo volto! Ma ve lo ripeto ancora, donne, e forse per la
millesima volta: «Togliete i vostri figli dall'educazione del prete,
se no, avrete la colpa voi d'avere dei figli vili, falsi e mentitori,
non dei forti, coraggiosi, propensi al bello ed all'onesto,
insofferenti di oltraggio, come dev'essere la gioventù italiana. Se
voi vedete i vostri figli malaticci, curvi, gobbi, indifferenti al
disonore nazionale, ne fu causa il bugiardo precettore che avete dato
ad essi.
Avete veduto quel prete che guidando dei fanciulli vestiti da militi,
e non sogghignaste di compassione? Un prete che insegnerà loro a far
la spia, a porger la guancia sinistra, quando ricevono una schiaffo
sulla destra, a non aver altra patria che il cielo, ben anche ad
essere nemici di quei veri maestri della gioventù, che ponno guidarla
alla santa religione del vero e del diritto.
Che educazione per allevare degli uomini forti che dovranno
ricostruire una patria frantumata da tanti secoli, e liberarla dalla
cupidigia delle aquile, degli avoltoj e di tutto il rifiuto del genere
umano!
Eppure, prima della venuta del prete, da questa terra sorsero quelle
Legioni che i dotti nostri ben ricordano, mentre serbano come reliquie
le rovine degli archi di trionfo, innalzati dai nostri padri nelle
loro capitali.
Solo il prete poteva trasformare il più virile, il più marziale di
tutti i popoli nel più molle e più disprezzato.
La sera del 30 aprile 1848, fu una vera festa in Roma per l'incorrotta
popolazione. Era un andirivieni strepitoso di gente per quelle superbe
strade, ove da secoli non risuonava più l'inno della vittoria.
E se lo spirito della vecchia stirpe passeggia veramente, vergognato,
tra le macerie dell'antica capitale del mondo, esso si sarà rallegrato
allo spettacolo maestoso del popolo nipote che risorge!
Così fosse!... ma l'anima Italiana è incancrenita, il prete l'ha
isterilita, precipitata in un'apatia tale che non sa distinguere se
sia stupidità o demenza. Aspettiamo il trionfo della luce, della
scienza, dicono: esse diraderanno le tenebre, ed il popolo educato
scaraventerà all'inferno il maledetto.
Ma la dottrina, la scienza sono esse migliori dell'idiotismo? Gli
archimandriti dei popoli sono essi per la maggior parte dottori,
scienziati? Ed il popolo, a che diavolo, è stato anch'egli dotato d'un
cervello nella zucca, per non capire che un prete è un impostore?
Eppure è così: sfiatatevi a predicare la verità e sarete ascoltati dal
popolino a bocca aperta, avrete anche qualche acclamazione ed evviva,
ma se una schifosa pinzocchera al suono della musica pretina apre la
marcia a prostrarsi ai piedi d'un negromante, il vostro uditorio vi
pianterà lì per seguire la beghina ad uso pecora, ed avrete predicato
al deserto.
Quel giorno felice i buoni incontrandosi, si stringevano la destra, si
abbracciavano e molti avevano gli occhi umidi della contentezza.
Le donne, parte sempre più generosa della famiglia umana,
acclamavano con entusiasmo febbrile i corpi dei Volontari che
vittoriosi tornavano dalla pugna. I singoli individui che vestivano
in una od altra foggia alla militare, e che sovente altro non erano
che eroi da caffè, sorbivano anche essi il preziosissimo plauso del
bel sesso;--millantatori, che giammai videro il volto al nemico, e
che ad udirli, hanno spaccato le montagne, come se fossero di burro.
Accanto ai giocondi e buoni popolani, rari in Roma, ove la
contaminazione è quasi generale, erano pure gufi d'ogni colore, ma non
era difficile di distinguerli al lezzo ed al ceffo di volpe o di
cocodrillo. E fu grave colpa del governo della Republica di non avere
sbarazzato la capitale da tanta canaglia, e di non averla almeno
inviata agli scoli delle Paludi Pontine. Poi come si poteva difendere
quella povera Roma, che avea nel suo grembo tutto quanto c'è di
orribilmente retrogrado nell'universo, tanto nei maschi che nelle
femmine?
«Largo a los valientes» gridava Costa, che con Aguilan formava a
cavallo la vanguardia d'un convoglio funebre alla cui testa si
scorgevano due bare, la prima del prode Montalti, cadavere. La seconda
mostrava scoperta la bellissima figura di Cantoni, pallida dal sangue
perduto, ma esternando quella fiera soddisfazione della coscienza, che
anche morendo distingue i valorosi.
«Largo!» e qui conviene informare il lettore sul Costa, che non
conosciamo ancora, ma che ben conoscevano le Trasteverine quando
all'alba si presentavano alla fontana di Montorio lui ed Aguilan a
cavallo, lavando prima bene i loro destrieri ch'essi stimavan più di
loro stessi, poi il proprio corpo, tergendolo da capo a piedi e
pettinavan la bruna capigliatura, e pulitissimi tornavano al loro
posto di battaglia. Giacchè può dirsi dall'assedio di Roma essere
stato dal 3 giugno in poi un continuo battagliare.
Andrea Aguilan, già lo abbiamo descritto, era nativo di Montevideo, ma
nero perfetto, Costa pure di Montevideo, era mulatto, cioè di quella
casta che la civilizzazione europea partoriva e poi rinnegava, come
indegna di appartenere alla famiglia umana. Oggi i Lincoln del secolo
decimonono hanno infranto nella polve quell'avanzo di barbarie, quella
vergognosa prerogativa d'indegni padroni ed hanno provato colla
liberazione di milioni d'uomini, che davanti a Dio poco importa il
privilegio d'esser nato bianco, nero od azzurro.
Costa ed Aguilan avean seguito la Legione Italiana di Montevideo in
tutte le sue gloriose fazioni, ed erano tanto entusiasti degli
Italiani, che non vollero abbandonarli alla loro partenza per l'Europa
nel 1848.
Essi eran degni di venire annoverati fra i Legionari Italiani, ed a
cavallo, come assueffati tutta la vita, e fortissimi, essi prestarono
eminenti servigi.
Aguilan, più nobile, avea perduto alquanto di quella sanguinosa
fierezza che distingue i gauci¹ del Rio della Plata, in guerre
continue, ed altro non mangiando che carne macellata da loro stessi.
Non così Costa, il mulatto, di carattere scherzevole, siccome col
pericolo, scherzava anche con un nemico prima di spogliarlo.
¹ Uomini vaganti nelle immense campagne dell'America meridionale.
Un giorno, dopo il combattimento del Tassebi (America) si inseguiva il
nemico fuggente. Un povero mulatto, ferito in una coscia e caduto
trovasi disgraziatamente davanti al cavallo di Costa, che rabbioso
d'esser giunto tardi sul campo di battaglia, voleva ad ogni costo
mojar¹ la punta della lancia. Invano il caduto supplicava il feritore;
Costa si ostinava sempre più a dar delle lanciate, ma non poteva mai
raggiungere il corpo del nemico e la ragione n'era ovvia.
¹ Mojar, bagnare--I Sud-Americani tengono a disonore di non
bagnare la punta della lancia, o della sciabola, nel sangue
nemico nei combattimenti.
Ajutante del comandante della Legione, Costa conduceva un cavallo di
battaglia di ricambio, legato al proprio. Ora si figuri il lettore: se
un cavaliere che spingendo la lancia indietro per aver più slancio a
vibrar il colpo in avanti, colla parte posteriore della lancia
incontra il muso d'un cavallo legato alla coda del proprio e più
forte, ne risulta necessariamente che il più forte cavallo, per non
essere ferito nel muso, s'innalbera e trascina indietro cavaliere e
cavallo.
La scena se non fosse stata tragica, era burlesca, ed il povero ferito
dovette veramente la vita alla bravura del cavallo legato. Una voce
autorevole giunse al Costa. Il mulatto ricordossi ch'egli apparteneva
a gente che non colpiva i caduti, ed il ferito fu salvo. Comunquesia
un pittore avrebbe trovato nella scena descritta da fare un quadro
tragicomico non indifferente.
Largo! largo! urlavano i due militi di colore alla moltitudine d'ogni
età e d'ogni sesso, affollata sulla via che percorreva il convoglio
delle barelle. E chi avesse gettato uno sguardo scrutatore in quella
folla commossa alla vista dei feriti, avrebbe osservato che non tutti
si addoloravano a quello spettacolo.
Un volto schifoso di gesuita, che il vetro di una bottiglia aveva
solcato, rivolto ad un suo compagno di malvagità, sorrideva e si
fregava le mani di contentezza. Colui altro non era che Gaudenzio, che
avea scoperto il pallido volto di Cantoni, e lo credea morente; quando
il perverso s'avvide poi che la barella del ferito era accompagnata
dalla bellissima fanciulla, un brivido di gelosia e di furore corse
per tutto il corpaccio del prete, e co' pugni stretti, con un gesto da
indemoniato, lanciossi verso il giacente e lo imprecava con diabolico
modo. Atraz!¹--hiso de la grandissima!... era proferito dalla maschia
voce d'Aguilan che impennando il suo cavallo, e ricordandosi d'esser
stato domatore, voleva colle ugna del destriero calpestare
l'impudente. Se il Gesuita si fosse trovato dalla parte di Costa,
questo sicuramente mojava la lancia in quel sudicissimo sangue.
¹ Frase sovente accompagnata da voce di disprezzo, comunque
sempre insultante.
Il prete, codardo quant'era malvagio, non aspettò certamente le zampe
del corsiero che lo avrebbero infranto al suolo, ma precipitossi
indietro sulla folla d'ogni sesso e d'età, schiacciando donne e
fanciulli per salvar la pelle.
«Addosso alla spia!» questa voce colpì Gaudenzio come un fulmine,
certo più spaventosa del cavallo d'Aguilan, ed egli accortosene
impallidì da somigliar un cadavere. Era nient'altro che la terribile
voce di Martino Franchi, che per caso tornava dal campo ove avea fatto
prodigi di valore.
«Addosso alla spia!» fu ripetuto da cento voci, e la folla che prima
impediva al convoglio dei feriti di procedere, ora lo lasciò libero e
rovesciossi sul settario di Lojola.
CAPITOLO XXXIV.
L'EQUIVOCO.
La base dell'esistenza del prete
è la malizia, la menzogna!
(_Autore conosciuto_).
Gaudenzio si credette spacciato e stava veramente fresco, se la
moltitudine, come abbiam narrato, in luogo di schiamazzare,
confondersi, ondeggiare e rovesciarsi gli uni sugli altri avesse
imitato la pacatezza di Franchi, e somministrato almeno al prete una
pioggia di pugni.
Ma che volete, se il popolo considerasse con calma la propria potenza
e ne sapesse con coscienza e tranquilla risoluzione trarre profitto,
certo non vi sarebbero tiranni, non vi sarebbero impostori.
Il nostro Martino dopo di aver sudato, per avvicinare il gesuita, ma
invano, dopo d'aver tentato d'arringar la folla ed invano ancora,
stanco della giornata oltremodo laboriosa, pensò di ritirarsi per
prendere qualche riposo.
Gaudenzio, che maestro era di ogni malizia, non udendo più la voce di
Franchi, ch'egli avrebbe distinto nel furore d'una tempesta e che
temeva molto più delle ugne del cavallo d'Aguilan, Gaudenzio, dico,
profittando della presenza d'un alto personaggio davanti a lui, che
colla sua gigantesca corpulenza più d'ogni altro lo impediva di
fuggire, annientossi per un pezzo, abbassandosi quanto gli fu
possibile, poi rialzandosi come un energumeno si mise a gridar a
squarcia gola: «Addosso alla spia!» ed a battere coi pugni sui fianchi
del mal capitato colosso, giacchè non lo poteva arrivare più in alto.
Chi fosse l'uomo di smisurata statura, molti de' nostri lettori lo
avranno forse conosciuto. Esso altro non era che il signor B. Busso,
onestissimo repubblicano, che da pochi giorni trovavasi in Roma per
assistere al ridestarsi d'un gran popolo.
Il signor B. da principio, non curava lo schiamazzo della plebe, e
certamente non vi sognava d'esser lui l'oggetto dell'ira popolare, ma
fattone accorto dalle busse del Gaudenzio e da altri che cominciavano
ad avventarsi e seguire l'esempio del gesuita, oh allora egli cominciò
a movere due braccia che sembravan due travi, e non potendo menar
rovesci per la folla compatta, e per l'infinità degli assalitori, egli
lasciò cader la destra sul capo del prete, che andò a dar del mento
sulle proprie ginocchia. Prendendolo poi pel colletto, come se fosse
stato un bambino, lo capovolse, lo afferrò per l'estremità delle
gambe, e rotolandolo sulle teste degli avventati, fece in un momento
de' suoi dintorni, un mucchio di giacenti accatastati gli uni sugli
altri.
Però cosa poteva un solo contro una moltitudine fanatica, e tanto più
fiera ch'essa si trovava in fronte un solo competitore? Poi, secondo
abitudine romana, alcune daghe cominciavano a luccicare nell'aria, e
guai se queste pervenivano ad avvicinare il nostro conosciuto,
fortissimo uomo, ma disarmato. Per fortuna del nostro B. e dell'onore
Italiano, una voce autorevole e terribile fece ristare la moltitudine,
e tutti gli sguardi furono rivolti a quella parte. Il generale
Avezzana, col suo stato maggiore, rientrava in Roma dopo di essersi
coperto di gloria nella brillante pugna di quel giorno.
«Fermi!» fu il grido del maestoso veterano della libertà Italiana.
«Fermi!» e frattanto, seguito da dieci cavalieri, il generale rompeva
la folla col petto del cavallo, dirigendosi verso l'aggredito
straniero ch'egli avea subito riconosciuto, ed indovinato il motivo
dell'aggressione, fece scendere due ufficiali che ajutarono il nostro
B. a montar a cavallo. E dopo poche parole che soddisfecero i
popolani, la comitiva s'incamminò fuori di quella babilonia. Gaudenzio
trovato svenuto al suolo quando la folla si diradò, fu raccolto da
alcune pie Trasteverine, e trattato quale una vittima di patriottismo.
Parecchi popolani dei rovesciati da B. narravano la stessa sera ai
loro amici e famiglie; che se tutti avessero mostrato il coraggio e la
risoluzione di quel tale dalla cicatrice sulla faccia (prodotto dal
colpo di bottiglia di Franchi) la spia non sarebbe fuggita alla
giustizia del popolo.
Ecco come vanno le cose del mondo, e come il più delle volte i
birbanti sono portati in palma di mano!
CAPITOLO XXXV.
I CONFESSIONALI.
Ed i confessionali servissero a far
bollire i maccheroni dei poveri...
--Che ve ne pare?
Una delle opere benemerite dell'umanità, che si attuarono in Roma in
quel breve periodo di sovranità popolare, fu la bruciatura dei
confessionali, e se ne deve l'iniziativa, come abbiamo detto,
all'onesto e coraggioso tribuno del popolo, Angelo Brunetti,
conosciuto col pseudonimo di Cicerovacchio.
Quando gl'Italiani saranno richiesti d'amicizia dall'Austria, ciocchè
può succedere sotto questo spudorato governo (1869) ricordando
Cicerovacchio e Bassi, assassinati vilmente dagli sgherri di quella
nostra nemica, essi ne compiranno l'atto vituperevole e militeranno
sempre a favore de' nemici di essa.
Stole, sottane, mitre e confessionali, e quanti emblemi delle vergogne
Italiane, avrebbero dovuto passare per un auto da fè generale seguito
dall'espulsione completa del pretismo, dal sacristano al Papa. Ma essi
furono invece trattati coi guanti di seta, mentre spiavano e
demoralizzavano quanto c'era di buono in Roma in tempo dell'assedio, e
lo straniero invasore abbondava certamente d'agenti fidatissimi e
zelantissimi nell'interno e fuori della città.
Il prete poi, essendo uno de' suoi attributi principali il fare la
spia, la fa con una maestria insuperabile. Aggiungete a ciò il suo
dominio sulle masse ignoranti e vedrete di quanto danno sia a questo
povero paese la permanenza nel suo seno di questa congregazione
d'uomini, la più scellerata che mai abbia vomitato l'inferno¹.
¹ A chi scrive successe di militare sul territorio Romano--Pare
impossibile quali difficoltà s'incontrino per aver delle guide
indispensabili in tempo di guerra.--Nemmeno prodigando l'oro è
facile ottenerle.--E ciò si spiega essendo i contadini, gente
idonea a far da guida, intieramente in mano dei preti.